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Tour d’Italie con la Tenuta Sette Ponti

21 Maggio 2026

A pochi chilometri da Como, a Blevio, immerso in un parco botanico secolare sulla sponda orientale del Lago di Como, il Mandarin Oriental rappresenta uno dei luoghi più suggestivi di questo ramo del Lago; 75 camere, suite e ville private disposte in nove edifici distinti, che consentono una maggiore privacy, pensate con l’intento di conciliare eleganza e comfort italiani, ognuna presenta delicate sfumature che conferiscono un’atmosfera leggera ed estiva.

L’ambiente con le sue vetrate a tutta altezza e gli arredi contemporanei suggerisce un’atmosfera vivace e rilassata. La terrazza è senz’altro il punto forte del ristorante L’Aria, la vista sul lago da qui è spettacolare, tutto è decisamente suggestivo e ricco di fascino.

Circondato dal rigoglioso parco botanico del resort, il ristorante promette di offrire un’esperienza culinaria intensa e conviviale. Al timone c’è lo Chef Massimiliano Blasone, il suo appare subito un approccio incisivo con la gastronomia, proponendo piatti italiani con chiare influenze orientali: tecniche culinarie sofisticate che esaltano i sapori e la qualità delle materie prime, ingredienti stagionali, piatti ben elaborati, eleganti alla vista e dal gusto autentico.

L’occasione è un prezioso invito in terra lombarda, un quasi ”Tour d’Italie” di Tenute Sette Ponti, una delle realtà più blasonate del firmamento enologico italiano che muove i suoi primi passi negli anni ’50 grazie a l’architetto Alberto Moretti Cuseri che acquista sulla via che da Firenze conduce ad Arezzo i primi 55 ettari di terreni direttamente dalle principesse Margherita e Maria Cristina di Savoia d’Aosta, figlie del Principe Amedeo di Savoia Duca d’Aosta. Qui, a Castiglion Fibocchi, trovano subito spazio e si sviluppano due delle sue più grandi passioni: la produzione di vino e di olio d’oliva e la caccia. La grande vocazione di questo territorio ben presto si rivelerà decisiva spingendolo praticamente sin da subito nell’occuparsi di persona dei vigneti, prima producendo uve per la vendita ai produttori, senza vinificarle, poi rilanciando un progetto di filiera completo di vinificazione e imbottigliamento.

Nascerà di qui a poco Tenuta Sette Ponti, appellativo che evoca i Sette Ponti sul fiume Arno presenti sulla strada che proprio da Firenze porta ad Arezzo, uno dei quali, il Buriano, presente anche nel celebre dipinto Gioconda di Leonardo Da Vinci. Il 1999 vede l’uscita della prima annata di Oreno, vino che dopo solo tre vendemmie raggiungerà la vetta delle più importanti classifiche mondiali, non a caso. 

Ci viene facile parlare subito dell’Oreno ventiventitrè: emerge perentorio durante il panel di degustazione, una spanna sopra lo splendido duemilasedici. L’etichetta nasce nel 1999 con l’idea di creare un’elegante taglio bordolese con tocco toscano. Affidandosi al celebre vivaista Gilbert Bouvet, si innestano vigneti adulti con Merlot, Cabernet Sauvignon e Petit Verdot, ben adattabili al territorio toscano. Il nome deriva da un torrente, Oreno per l’appunto, che attraversa la tenuta, proprio nella zona più ricca di argilla dove appunto crescono le prime piante di Merlot. Mentre nei terreni con maggior presenza di ciottoli, che assicurano un perfetto drenaggio e svolgono una funzione autoregolatrice della temperatura e dell’umidità, trova la sua naturale collocazione il Cabernet Sauvignon. A perfetto completamento dell’assemblaggio c’è il Petit Verdot, tradizionalmente utilizzato in quanto portatore di note speziate ed intensità gustativa.

E’ certamente un vino poderoso, ti conquista subito con l’eleganza del suo colore rubino e l’estrema intensità e complessità olfattiva ricca di note fruttate e balsamiche, sa di piccoli frutti rossi maturi, confettura di frutti di bosco, poi eucalipto, note tostate, di cioccolato, cacao e spezie. L’ingresso in bocca è avvolgente, caldo e abbastanza morbido, i tannini già finissimi, eppure persistente e sapido.

Un’altra storia ce la racconta il Vigna Impero duemiladiciannove, Sangiovese in purezza proveniente dall’omonimo vigneto piantato da Amedeo di Savoia Duca d’Aosta nel 1935. E’ un ”rosso d’altri tempi” per l’azienda, con quel timbro ancestrale, ci regala rimandi terragni e ottima beva. Il Crognolo resta la prima etichetta qui prodotta, nel lontano 1998; prende il nome da una pianta selvatica che abbonda all’interno della tenuta, il cornus. E’ un vino che rappresenta fortemente la visione del suo ideatore, già proiettata sul taglio del Sangiovese con il vitigno bordolese per antonomasia, il Merlot, tra valorizzazione del territorio e, quindi, l’innovazione.

Nel solco delle proprie passioni nasce anche Feudo Maccari, a Noto, nel cuore del Mar Mediterraneo, non lontano dagli scogli e dalle spiagge del lembo di terra più meridionale della Sicilia, qui Antonio Moretti Cuseri riesce a mettere insieme una proprietà di circa 250 ettari acquisendoli da più di cinquanta proprietari terrieri diversi per farne un luogo di splendore, dove i vigneti che si affacciano direttamente sull’Oasi Naturale di Vendicari, hanno già fatto una trentina di vendemmie sotto il sole regalando grandi vini. Tra questi sicuramente il Vigna Firraru, ”Fabbro”, in dialetto Siciliano ”Firraru” è il nome che da sempre accompagna questo vigneto dalla terra nera, che ha un declivio naturale ed una importante presenza di calcare, scheletro argilloso e matrice ferrosa molto presente rispetto ad altri terreni della Sicilia. Firraru è una particella estremamente luminosa, che beneficia delle brezze marine dello Ionio che favoriscono una maturazione ideale delle uve. Il Grillo è tra l’altro una varietà molto versatile che, grazie alle sue caratteristiche, ha un buon potenziale di invecchiamento e si presta a diverse destinazioni, sia con delle versioni giovani che, come in questo caso, più mature, complesse e votate all’invecchiamento in piccole botti di primo passaggio di tre tostature diverse (blonde, media e coeur) per almeno 6 mesi.

L’ultimo tassello di questo grande mosaico è Orma, a Bolgheri. Da grande appassionato di vino e cultore della bellezza, attratto da questa zona ritenuta “genius loci”, l’architetto Cuseri decide di lasciare qui la sua impronta creando un vino che rispecchia perfettamente l’eccellenza del territorio vinicolo bolgherese. Qua si producono 4 etichette, Orma Igt Toscana, Passi di Orma Bolgheri Doc, Rosso di Orma e Bianco di Orma Igt Toscana. Orma ventiventuno è per il 50% Merlot, 30% Cabernet Sauvignon, 20% Cabernet Franc, nel massimo rispetto del territorio e dei vitigni che lo esprimono, interpretando con eleganza e carattere lo storico l’assemblaggio bordolese. Tutte vengono vendemmiate a mano e separatamente a seconda delle loro esigenze di maturazione, per essere poi eventualmente unite in stadi diversi della vinificazione. Sempre partendo dal concetto che per fare un grande vino è necessario avere una grande uva.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Ruffoli, Camartina 2008 Querciabella

8 dicembre 2013

Se tanto¤ mi da tanto anche questo qui avrà vita lunga. Torno sempre con un certo piacere ai vini di Querciabella, azienda di cui si parla sempre troppo poco nonostante negli ultimi 20 anni abbia fatto da apripista prima alle produzioni biologiche, poi a quelle ‘naturali’ sino a divenire un riferimento in Italia per la biodinamica.

Camartina 2008 Querciabella

Batteria davvero interessante quella presentata a Milano per la bella serata messa su da Quality Wines al N’Ombra de Vin¤ lo scorso novembre. Fra tutti mi è molto piaciuto il Camartina 2008, un rosso carnoso e di grande piacevolezza, dal naso slanciato, intriso di frutto e dal sorso importante, carico di materia fine e ben espressa, in perfetto stato di grazia: i tannini risultano ben fusi, l’alcol mai invadente, col frutto che ritorna succoso e dolce sul finale di bocca.

Amarcord|Il Futuro ’00 Il Colombaio di Cencio

17 novembre 2013

Il Futuro de Il Colombaio di Cencio nei suoi primi 5/6 anni di vita li stracciava tutti i SuperTuscans provenienti dal Chianti Classico: dal ’95 una sequenza incredibile di lodi et amo da ogniddove ne accompagnò l’ascesa sul mercato senza se e senza ma.

Toscana rosso Il Futuro 2000 Wilhelm Il Colobaio di Cencio - foto L'Arcante

E’ una sortita un po’ così così per questa bottiglia di Il Futuro 2000. L’azienda è di Gaiole in Chianti – vicino al Castello di Brolio -, fu fondata nei primi anni ’90 da Werner Wilhelm, imprenditore di Monaco di Baviera sceso in Toscana nei primi anni ’90 col pallino di fare grandi vini; il marchio Wilhelm fu parecchio on the wave per almeno un decennio in quegli anni.

Un rosso, Il Futuro, da sangiovese, cabernet sauvignon e merlot, che matura generalmente in barriques per 24 mesi e poi ancora in bottiglia per almeno un’altro anno. Gli almanacchi dell’epoca consegnano annate memorabili (’95*, ’97*, ’99*) e qualcuna un poco meno; questa duemila sembrerebbe, col senno di poi decisamente tra le seconde. Sin dal colore appare poco brillante e con poco slancio: ha profumi risolti e un sorso sopito, senza guizzi, vellutato e morbido.

Non lo bevevo da tempo, non che avessi memoria di assaggi mirabolanti ma finire così risoluto con quel Pedigree mi pare davvero un peccato. E’ proprio il caso di dire che il tempo non gli è stato granché galantuomo.

*Tre Bicchieri Gambero Rosso

Nutrivo una speranza, o di come si cambia non sempre in meglio: Avvoltore 2006 Moris Farms

15 febbraio 2012

Ricordo una ragazza, conosciuta quasi vent’anni fa, eravamo poco più che adolescenti, lei con un paio d’anni in meno dei miei; era piuttosto alta – “spilungona” usavamo dire -, non certo bellissima, ma aveva un fascino tutto suo, e per noi del gruppo era “la preda”, assai ambita pur se dichiaratamente inarrivabile: aveva linee sinuose e in pieno sviluppo, dei bei capelli castani, talvolta arruffati e occhi cristallini ma sempre incazzati, un caratterino deciso e, puntualmente, sempre un gran da fare.

Strappargli un appuntamento era impossibile: tra la scuola, le lezioni di pianoforte, la pallavolo potevi ritrovarti ad inseguirla per settimane intere; e non era detto che ci uscivi. Insomma, alla fine era chiaro che non l’avrebbe mai mollata a nessuno di noi, però tutti, compreso me che degli aspiranti ero il più spacciato della comitiva, continuavamo a stargli dietro. Era lì, era dei nostri, e assieme ci stavamo bene, passavamo delle belle serate ed era bello desiderarla.

Ci perdemmo di vista, suo padre – onestamente non ho mai capito cosa facesse di preciso – fu trasferito altrove. La rincontrai qualche anno dopo, venne una sera a cena al ristorante dove lavoravo, saranno passati una decina d’anni, anno più anno meno; non la riconobbi subito, in verità ci volle quasi tutta la cena per raccoglierne la familiarità, e fu più lei a riconoscere me che viceversa. L’appariscente fiore giallo che portava nei capelli, adesso chiari e più corti, ne illuminava il profilo, fulgido, ben truccato, non pesante ma finemente tratteggiato.

A fine serata, al momento dei saluti, non mancò uno scambio di battute come ai vecchi tempi, le sue, devo dire, meno originali di quanto m’aspettassi – i miei chili di troppo, l’accento puteolano, cose così -; sembrava insomma tenerci alla conversazione, ma mica più di tanto, infatti quelle stesse parole gliele avevo già sentito dire tante altre volte in passato.

Le mie non furono certo da meno, chiaramente autorizzate dalla sua compagnia di sole donne, altrimenti non mi sarei mai permesso: la trovavo certamente “cresciuta”, parecchio avvenente, era evidente che il lavoro nella moda ne aveva fatto una donna accorta, attenta, forse adesso veramente bella, di quella bellezza di cui tanto si parla in giro e della quale, ahimé, spesso si abusa. Però non so, continuavo a cogliere nelle sue espressioni, nel suo sguardo, una certa distanza, una sorta di stanchezza, quasi il tempo gli avesse strappato via le unghie, oppure, più semplicemente, la voglia o l’interesse a graffiare.

Si parla dell’Avvoltore 2006 Moris Farms, ovvero sangiovese 75%, cabernet sauvignon 20%, syrah 5%. Siamo naturalmente in Toscana, a Massa Marittima in località Poggio all’Avvoltore, su terreni argillosi, ricchi di scheletro, alcalini con esposizione a sud ovest.

Suvereto, Redigaffi ovvero mister Merlot

4 aprile 2010

Qualcuno non ama merlot, qualcun altro non fa niente per nascondere di odiarlo proprio, io stesso mi ritrovo spesso a discutere con amici ed ospiti sull’opportunità o meno di banalizzare certi vini “tagliandoli” con il merlot o storpiare certi territori piantando ettari di uvaggi bordolesi con il solo intento di seguire mode e onde più o meno lunghe del mercato del vino, soprattutto internazionale.

Il Redigaffi di Tua Rita, quantomeno può aiutare a capire che se di merlot vogliamo parlare (e bere) certe bottiglie dobbiamo andare a cercare, inevitabilmente. La storia ci dice che l’azienda nasce come “buen retiro” per Virgilio Bisti e Rita Tua che nel 1984 decidono di ritirarsi in un luogo tranquillo dove trascorrere gli anni della pensione coltivando la terra, la loro grande passione, scegliendo questo piccolo pezzo di maremma toscana in località Notri, a Suvereto. La tenuta si estende su circa 22 ettari di cui 12 a vite già in produzione proprio dal 1984, anno dei primi impianti di cabernet sauvignon e merlot; gli impianti sono stati strutturati in maniera molto fitta sullo stile bordolese ed infatti le varietà coltivate sono perlopiù, oltre a quelle già citate, il cabernet franc e lo chardonnay nonchè syrah e l’autoctono sangiovese. I tratti caratterizzanti del terroir sono innanzitutto la vicinanza del mare ed il composto dei terreni che sono di medio impasto, argillosi e ricchi di microelementi come ferro e zinco che contraddistinguono tutti i vini di Tua Rita in particolar modo proprio il Redigaffi. L’azienda è seguita dall’ enologo Stefano Chioccioli

Toscana rosso Redigaffi 2003 Annata certamente calda che se da un lato aiuta nel concedere maggiore rotondità (oltre quanto aspettato per il vino rotondo per antonomasia) dall’altro non rappresenta certo un presupposto ideale per concedergli la giusta spina dorsale per durare nel tempo. Il colore è di un bellissimo rubino vivace, consistente e poco trasparente. Il primo naso è immediatamente maturo, dolce, insistente su note di confettura di frutta rossa e nera, poi nuances balsamiche che si rincorrono tra sentori di liquerizia e rabarbaro. A tratti, ma evidenti, le note iodate, a conferma, semmai ce ne fosse stato bisogno, di una appartenenza certa, quell’espressione particolarmente minerale tra le poche in Toscana a poter essere immediatamente riconducibile all’areale di Suvereto. In bocca è secco, un vino ricco di piacevoli spunti degustativi: l’ingresso al palato è ampio e profondo, il tannino praticamente dissolto, piacevolissima mineralità a sostegno di un frutto voluttuoso, caparbio, presente. Un vino certamente dalle spalle larghe, da stappare almeno un paio d’ore prima del servizio e da accostare a piatti importanti o a formaggi particolarmente decisi, chissà se il guru Robert Parker oltre che assegnargli 95/100 ne abbia previsto la longevità. 

Toscana rosso Redigaffi 2002 Contrasti, ecco il leit motiv per questa mini-verticale del rosso di punta di Tua Rita. Due millesimi profondamente diversi, con tratti caratteriali in congiunzione, guai se non ve ne fossero, ma pur sempre lontani da una augurabile soluzione di continuità: il colore rimane rubino, appena una spanna meno vivace ma integro ed invitante allo stesso modo del precedente, il vino è consistente e poco trasparente. Il primo naso ha tratti caratteriali immediatamente differenti dal precedente: il frutto marca presenza ma rimane defilato, vengono subito fuori una deliziosa trama speziata e sentori terziari gradevolmenti fusi a note salmastre, a tratti espressamente iodate. Un profilo alfattivo certamente meno orizzontale del precedente, ma comunque di carattere, giocato su quella eleganza che ci si augura di riuscire ad esaltare in assenza di tratti caratteriali primari come forza e voluttuosità varietale, quantomeno capace di rinnovare l’entusiamo anche in una annata definita minore visto l’andamento climatico da “annus orribilis”. In bocca è secco, meno “alcolico” del precedente, la percezione al palato è di un vino più equilibrato, come detto meno possente, più docile delle aspettative. Quando si dice: si fa presto a dire merlot

Supertuscan nel Chianti Classico, Cabreo il Borgo 2003 di Ambrogio&Giovanni Folonari

13 dicembre 2009

Chi ama impara a correre presto, ed io il vino l’ho imparato a rincorrere a lungo ed ovunque. Estate 2007, viaggio in Toscana con alcuni Amici di Bevute alla scoperta del sangiovese di Montalcino, poi del Chianti Classico, poi di Scansano, perchè camminare le vigne e sgranare gli occhi sono le cose che mi riescono meglio, per dirla, più o meno, con Luigi Veronelli.

Sarà pure un concetto, diciamo così, astratto, e se vogliamo pure banale, ma il vino – oibò – si fa in vigna. Fu quello un viaggio straordinario, per vigne e cantine, avremmo in quell’occasione bevuto un centinaio di vini, pochi tenuto conto dell’immenso patrimonio enologico del triangolo in questione, ma tanti se pensiamo ad una tre giorni di totale full immersion. Indimenticabile!

E Il Borgo non poteva certo mancare; nasce in un luogo da sogno, in località Cabreo di Zano, una posizione che domina la cittadina di Greve in Chianti, dove, in circa 46 ettari quasi in unico corpo, si coltivano il sangiovese ed il cabernet sauvignon che danno vita a questo bellissimo vino. Esce la prima volta nel 1985 con il millesimo 1982, “si fonda su una felice combinazione di uve sangiovese e cabernet sauvignon che insieme esaltano, da un lato, l’eleganza e la sapidità del sangiovese, dall’altro la rotondità e concentrazione del cabernet”, parole assolutamente non banali per descriverlo in maniera sintetica ed esaustiva.

Il duemilatre rispetto al duemilaquattro bevuto qualche tempo fa possiede una morbidezza ed un avvolgenza più espressiva, marcato forse da un’annata calda ma anche di una evoluzione più costante in un tempo comunque relativamente breve per un vino di questa portata. Il colore è rosso rubino vivace, limpido e di buona concentrazione, tanto da risultare assolutamente poco trasparente. Il primo naso è intenso e complesso, arrivano subito note mature,  frutta a polpa rossa in confettura, note vegetali e speziate, visciole, frutti sotto spirito, foglia di pomodoro, pepe. Fini ed eleganti, sopraggiungono poi note di caffè tostato e cioccolato. In bocca è ricco, intenso, frutto ancora in grande spolvero, tannino presente, sostenuto da una decisa carica glicerica, un vino robusto, quasi materico durante tutta la sua beva che chiude con una piacevole sensazione dolcemente balsamica. Un rosso super, da bere dopo averlo lasciato lungamente respirare su piatti importanti, strutturati, cacciaggione con spezie ed aromi, arrosti ricchi e succulenti, formaggi parecchio stagionati, anche erborinati. Un vino nel mio cuore, un Supertuscan nel cuore del Chianti Classico.