Posts Tagged ‘fattoria la massa’

L’Arcante Wine Award® 2012, tutti i protagonisti a cui va il nostro riconoscimento quest’anno!

11 dicembre 2012

Ed eccoli qua tutti i migliori protagonisti di questa stagione su L’Arcante; terre, vini, persone che ci hanno regalato tante belle emozioni da raccontare e tanti argomenti su cui ragionare e trovare un senso, la giusta dimensione alla passione, alla voglia di scoprire e capire cosa un vino possa regalare oltre l’ebbrezza. Così è se vi pare…

Il Cupo 2010 di Sabino Loffredo, Pietracupa, contrariamente al nome che si porta dietro è un vino di straordinaria luminosità ed intensità degustativa; tra i bianchi campani saggiati durante tutto quest’anno il migliore, per integrità, carattere e soprattutto proiezione nel tempo. Un riferimento assoluto, non solo campano.

 

Non v’è partita con un Vigna Mazzì 2010 così in grande spolvero. Tra i rosati italiani di spicco il vino di punta di Rosa del Golfo si conferma tra i migliori, quest’anno il più buono saggiato assieme agli altri due citati qui nelle nominations; altri due belle interpretazioni che mette però dietro di almeno due spanne per una maggiore completezza ed armonia olfattiva e gustativa, regalando, grazie anche al millimetrico uso del legno, una beva più ricca e complessa. Inconfondibile!

 

I colli friulani terre vocate per i bianchi, tradizionali ed internazionali che, si sa, sono da sempre sulla bocca di tutti e, a questo punto, Venezia Giulia patria del pinot nero italiano. Bene. Ma se nel primo caso non v’è dubbio alcuno su quanto scritto, nel secondo qualcuno potrebbe avere – a ragione – una qualche riserva. E allora non vi resta che aprire un Pinot Nero 2006 di Bressan per trovare qualche buona traccia. Magari però, senza scomodare i soliti noti sopra Mazzon qualcosa di straordinario o, più semplicemente, straordinariamente buono, l’ha messo in bottiglia pure Fulvio Bressan!

In Italia, tolto il consistente successo del Moscato e dell’Asti Spumante nella grande distribuzione si assiste ad un declino quasi costante dei consumi di “vino dolce/passito di qualità”, almeno rispetto alla produzione, sino a poco meno di dieci anni fa invece molto incoraggiante. Invero non a torto visto che, come sempre dalle nostre parti, si è pensato per anni che si potesse far tutto, anche meravigliosi passiti, con qualsiasi uva ed in qualsiasi posto e condizione climatica. Così per questo giro ci tocca pescare oltralpe il miglior vino dolce dell’anno. Un Jurançon impegnativo, raro, unico; come del resto il produttore Dagueneau.

 

Riviera Ligure di Ponente Pas Dosé Abissi 2009 Bisson. E’ un riconoscimento all’intuizione, bizzarra quanto ricercata e al progetto, ambizioso ed unico nel suo genere, ma anche e soprattutto al vino, molto particolare, anche buono, che sopravvive al clamore dell’idea e al folklore delle bottiglie con una precisa e suggestiva identità.

 

Il Corton Charlemagne 2010 di Philippe Pacalet è un bianco di straordinaria intensità.I suoi rossi hanno generalmente bisogno di un po’ di tempo per distendersi ma questo qui invece è, a mio modesto parere, il suo “bianco” più buono di tutti e quindi anche il nostro straniero dell’anno. In poche, semplici, esaustive parole, c’è tanta vita qua dentro.

 

Gaja – Barbaresco, Piemonte. E’ l’esperienza dell’anno, la visita dell’anno, certamente non la sola da incorniciare o da mettere nel grande album dei ricordi, ma varcare quel portone in via Torino a Barbaresco è stato senza dubbio un momento di scoperta e di crescita importante vissuto in uno dei luoghi del vino italiano più significativo, conosciuto ed apprezzato del mondo. E poi c’è la famiglia Gaja, persone davvero eccezionali, avranno sicuramente decine di collaboratori che, in Piemonte come in Toscana, li hanno aiutati e l’aiutano a creare e rafforzare il mito, ma loro sono sempre lì, in prima linea, a rendere l’atmosfera particolarmente unica.

 

Maurizio De Simone, enologo consulente. Non è mai facile assegnare questo riconoscimento ma mai come quest’anno gli assaggi indicavano chiaramente chi fosse a meritarlo. Su questo blog, durante un anno intero passano tanti vini ma mai come quest’anno tante buone impressioni sono arrivate da vini di grande slancio e di rara integrità dove la mano di Maurizio era chiara e leggibile; basti ricordare qualche vecchia annata di Taurasi o Greco Musc’ di Cantine Lonardo o magari del vignaiolo Raffaele Moccia. Ora non ci resta che capire cosa Maurizio intenda fare da grande.

 

Giampaolo Motta di Fattoria La Massa è senza ombra di dubbio la persona del vino dell’anno. Se ve lo siete perso, leggetevi qui e qui della straordinaria esperienza vissuta a Panzano lo scorso ottobre. E appena potete, andateci lì in cantina da lui, un posto davvero unico.

________________________________________________________

Così invece nel 2010, alla prima edizione.

Così l’anno scorso nell’edizione 2011.

Giampaolo Motta, a man beyond immagination #2: La Massa, la terra, le vigne, il suo Giorgio Primo

6 novembre 2012

Che personaggio Giampaolo Motta, che gran personaggio! Fai fatica a stargli dietro, fai fatica a capirlo se non lo conosci. Uno così meno male che c’è. Uno che per farti capire dove vuole andare ti accoglie in casa sua a suon di Haut Medòc e Pomerol, con la chitarra elettrica di Jimi Hendrix a palla e il basso di The Edge che arriva proprio sul più bello, alla fine, col Giorgio Primo 2009.

Così è stato anche per me, alle prese con una domanda a cui facevo fatica a trovare una risposta: per quale ragione uno (di fuori) compra a Panzano, nel cuore del Chianti Classico – nel bel mezzo della Conca d’Oro -, investendo cifre blu con l’idea di fargliela vedere a tutti col sangiovese, per mollare poi tutto quanto dopo appena dieci vendemmie? 

“Mollare un corno!”, ti dice. “Più semplicemente non mi andava bene quello che veniva fuori dalle mie bottiglie dopo appena 6/7 anni. Vini quasi stanchi, distesi, maturi. Per qualcuno era il meglio mai bevuto prima, col meglio che addirittura doveva ancora venire. Assurdo, mi ripetevo. Dieci anni di investimenti, ricerca, mappatura zonale, selezione clonale, sperimentazioni non potevano finire così, non era possibile che si risolvessero in poco più di un lustro con vini dal colore quasi aranciato e note di terra e sottobosco. Doveva esserci dell’altro; da lì, da quelle vigne, da quei terreni, dalla nostra passione doveva venir fuori dell’altro, che ci potesse emozionare nel tempo, un tempo non necessariamente da quantificare!”.

E come gli si può dar torto? Basta dare un’occhiata qua e là in giro, vedere le carte, i numeri, i fatti, la strada fatta sino ad oggi. Semplicemente non gli andava più bene, non era quello il risultato sperato, non era quello il grande vino pensato da Giampaolo a Panzano. Punto. E accapo. Semplice, no? 

Così nel 2002, approfittando dell’annata così così si è messo via la denominazione Chianti Classico. E pian piano, dal Giorgio Primo, il sangiovese, destinato dal 2007 in poi tutto al secondo vino aziendale, il La Massa. Spazio quindi al taglio bordolese, al cabernet sauvignon, merlot e petit verdot in percentuali variabili a seconda dell’annata. E spazio poi ai lavori della nuova cantina, finita solo quest’anno, dove poter lavorare con maggiore serenità e mezzi tecnici all’avanguardia più efficaci. La quadratura di un cerchio dopo i primi quindici anni spesi in vigna a capire dove, come e perché.

Un nuovo percorso cominciato col duemilasette, dicevo, quando poco prima di andare in bottiglia, di ritorno da Bordeaux, Giampaolo decise che fosse finito il tempo concesso al sangiovese, al suo sangiovese, di contribuire al salto di qualità del Giorgio Primo. Un cambio di marcia necessario per un’azienda che conta il 92% del suo fatturato oltre i confini nazionali, per vini che vanno in carta a Capri come a Milano, a New York piuttosto che a Montréal o Parigi. Parigi che vuole il Giorgio Primo per i più ed il La Massa per i tanti, ma che di entrambi apprezza la finezza e la pulizia, con la profondità del primo e la freschezza del secondo; proprio come accade per i vari classemènt di Bordeaux. Perché in fondo l’obiettivo di sempre, la sfida vera è tutta lì, potersela giocare – ancor più nei prossimi dieci/quindici anni, sullo stesso piano, senza paura -, con i bordolesi. Parola di Giampaolo Motta.

Toscana igt Giorgio Primo 2001. L’ultimo Chianti Classico. A distanza di oltre dieci anni, contrariamente a ciò che ne pensa lo stesso Giampaolo, a me è piaciuto tantissimo; un rosso di gran carattere, con un naso ben definito, centrato sì sulla frutta matura, tabaccoso, speziato ma in perfetta armonia con tutto il resto. Sorso di buon nerbo, con un tannino sottile e piacevole. 

Toscana igt Giorgio Primo 2007. Tanta materia in questo duemilasette, figlio di un’annata calda che l’ha certamente aiutato a tirar su muscoli e carattere. Il primo senza nemmeno una goccia di sangiovese. Il naso conferma una nota piuttosto accentuata di confettura di prugna e note tostate, tabacco, muschio e sottobosco a girarci intorno. Il sorso è caldo e avvolgente, senza particolari spigolature. 

Toscana igt Giorgio Primo 2008. Ciò che salta al naso, subito, è la pulizia e la freschezza delle note e dei sentori che vi si colgono. Il colore è violaceo, vivissimo, il naso è tutto di piccoli frutti rossi e neri e liquirizia. Molto verticale. Il sorso è ricco, ciliegioso, di buon nerbo. Molto piacevole il ritorno balsamico sul finale. 

Toscana igt Giorgio Primo 2009. Impressionante la precisione con la quale il bicchiere rivela il frutto, lo spessore e la profondità della gran materia prima, appena in rampa di lancio. Siamo su percentuali importanti di cabernet sauvignon, intorno al 70%. Varietale che va ritagliandosi uno spazio sempre più importante nella cuvée del primo vino di Giampaolo, non a caso. Se questo è l’inizio non si possono certo biasimare le scelte fatte a La Massa. Gran-Bel-Vino! 

Toscana igt Giorgio Primo 2010. In molti, in Piemonte come in Toscana dipingono la duemiladieci come un’annata interlocutoria, calda certo, che ha dato vini di un certo spessore eppure, laddove si sia lavorato con dovizia, soprattutto in cantina, dosando per bene la qualità dei legni, sembrano venir fuori vini di una prontezza insolita ma anche caratterizzati da una rara eleganza. Il frutto c’è tutto, croccante e di gran livello, il sorso ha da scrollarsi di dosso tutti i primi passi appena fatti, ma è lecito aspettarsi un campione di razza. Una cosa è certa, il Giorgio Primo, oggi, è un’altra cosa, e chissà che domani non capiti per davvero di ritrovarselo lì tra i più grandi del firmamento bordolese.

________________________________________________________

In Poscritto: bellissimo il gioco sull’assaggio delle Premiere cuvée ancora in affinamento in barriques, soprattutto quelle atte a divenire Giorgio Primo 2011. Mi ha molto impressionato, per profondità, il cabernet sauvignon #9, di uno spessore quasi inaudito nonostante una bevibilità già dissacrante. Un po’ sulle sue invece il petit verdot, che Giampaolo invece intravede tra i migliori dell’annata. Ma pure il sangiovese pare aver fatto un bel balzo in avanti, tanto più che per il La Massa sembrerebbe destinato solo un 50/60 % dei vini base, per dar vita, forse, ad un nuovo imbottigliamento in purezza per conto proprio (un terzo vino o magari un second-vin di mezzo). 

Qui, Giampaolo Motta, a man beyond immagination #1.

Giampaolo Motta, a man beyond imagination #1: la nuova cantina di Fattoria La Massa a Panzano

29 ottobre 2012

Certo è che il suo Giorgio Primo non é un vino accessibile a tutti, ma ciò che vale, sopra tutto, è l’idea che Giampaolo rincorre da sempre con i suoi vini, produrre cioè bottiglie che gli assomiglino e che sappiano vivere e viaggiare nel tempo.

Del personaggio, della straordinaria personalità che ne fa una delle persone del mondo del vino che più mi ha impressionato ne parlerò in un successivo post dove anche i vini avranno il loro spazio. I pensieri oggi vanno a mille e le sensazioni sono tutte solo positive. Ma andiamo per ordine.

Una vita in fuga, mi verrebbe da dire, a rincorrere i suoi sogni. Questo ho pensato mercoledì sera dopo la bella serata passata assieme a parlare di calcio, macchine, amici, Bordeaux, Jimi Hendrix. Non a caso l’idea che l’accompagna da sempre era quella di poter rappresentare nella sua cantina una “rossa” con dodici cilindri a V che sfreccia sul traguardo.

E sin qui pensi all’ennesima stravagante idea di chi ha una cosa di soldi da spendere e ne fa quel che vuole; e ci starebbe pure, se questa folle idea non avesse invece alla base una lucidissima visione, un progetto serissimo, di ciò che è e non debba essere una cantina, nella sua massima espressione di bellezza, funzionalità, ergonomia.

La nuova cantina si distende praticamente sotto la collina della dimora storica di Fattoria La Massa, datata più o meno 1340. L’ingresso è a pochi metri da una delle splendide vigne che cingono, a vista, l’intera struttura, è lastricato di piastrelle bianche e nere dove ai suoi lati corrono le “testate” (le vasche), 12, pienamente visibili però solo al piano di sotto. Qui avvengono le prime importanti fasi di lavorazioni. C’è un nastro di cernita doppio, a L: le uve incassettate arrivano in sul primo punto, qui 4 persone si occupano di una prima selezione che viene lasciata salire nella diraspatrice. Da lì, per caduta, tutti gli acini passano su di un breve piano mobile dove i più piccoli vengono automaticamente risucchiati dalle feritoie e passati ad altra destinazione. I migliori invece, continuano la corsa su un secondo nastro di cernita dove il lavoro di almeno 8 persone pensa a quali portare definitivamente a vinificazione. Tutto questo naturalmente accade per ognuna delle varietà coltivate a La Massa: sangiovese, cabernet sauvignon, merlot, petit verdot e alicante.

Dopo la pressatura soffice, le uve ammostate vengono immediatamente passate, per caduta, nelle vasche tronconiche d’acciaio che danno al piano sottostante. Qui, scegliendo la giusta prospettiva, si ha la “visione”: le dodici vasche a V (6 per lato) corrono lungo i lati dello spazio su un piano piastrellato bianco e nero al cospetto del soffitto rosso Ferrari! Questo però è solo uno degli effetti della bellissima suggestione provocatoria di Giampaolo Motta: sfrecciare con le sue bottiglie sulle migliori “piste” del mondo. Ciò che invece colpisce, tanto, è l’estrema razionalità con la quale è costruita la cantina. Addirittura già modulabile per le eventuali future necessità.

A guardala con attenzione, per tutto il perimetro interno della struttura non v’è un solo tubo, dico uno, che intralcia lo spazio o il lavoro. Tutto infatti corre esternamente all’ambiente di cantina, lungo una intercapedine, comodamente ispezionabile, tutt’intorno la struttura. Dalle piastrelle, con una collocazione ben precisa, sbucano solo i rubinetti necessari per il lavoro di cantina.

Vi è poi un braccio meccanico, disegnato proprio da Giampaolo, computerizzato, che corre in lungo e in largo tra le vasche e che ha, tra le varie funzioni principali, quella del batonnage/remontage che avviene praticamente contemporaneamente e senza stress alcuno per i mosti (e per gli operatori). Le vasche infatti, sia dall’alto che in basso sono facilmente accessibili, con le “bocche” poste a circa un metro e mezzo da terra, così dopo i travasi, le fecce vengono agilmente prelevate, messe in un contenitore studiato all’occorrenza che grazie ad un semplice muletto sono portate in un angolo della cantina dove un “torchio meccanico”, con discesa programmata, provvede a spremerle per bene. Due ampie “stazioni di lavaggio” poi segnano il confine tra lo spazio di lavoro e le zone di preparazione.

C’è poi un sistema integrato di controllo della temperatura e di tutte le emissioni interne la cantina che, durante il giorno, ma soprattutto durante la notte, “legge” la situazione negli ambienti. Così, una concentrazione sopra le righe di so2, una fuga di gas o altro viene segnalato da un semaforo posto dinanzi a tutti gli ingressi della cantina cosicché da segnalare, per esempio a chi sta per entrarvi, quale condizione può trovarvi una volta varcata la soglia. Sicuro. Maniacale.

La barriccaia occupa due piani di un secondo tronco della cantina, già modulata qualora in futuro servisse aumentare gli spazi destinati alla vinificazione e allo stoccaggio. Invero, qui vi è solo una parte dei vini in affinamento, altro sta ancora nella parte “vecchia” della fattoria sotto la dimora storica di La Massa. Lì, alcune vasche di cemento vengono utilizzate all’occorrenza per una breve sosta del sangiovese che ormai viene destinato tutto al secondo vino aziendale, il La Massa appunto; ma vi sono anche le barriques di buona parte delle cuvée del Giorgio Primo.

Qui i locali suggeriscono una memoria storica importante, che và piuttosto indietro nel tempo, ma sono angusti, dislocati su più livelli, di difficile gestione soprattutto per un team che ha tratto dal patron tutte le fisime possibili ed immaginabili in fatto di pulizia, muffe e quant’altro! Nella parte nuova, per concludere, un’area importante è destinata al magazzino. Al momento vi sono circa un migliaio di bottiglie in formati speciali (3 litri e litri e mezzo, ndr) e poche altre centinaia delle ultime annate 2007 e 2008. Il 2009 invece è praticamente esaurito. Con grande soddisfazione per Giampaolo.

Mi piace terminare questo primo scritto su Fattoria La Massa con alcune note di degustazione sul Giorgio Primo 2001, l’ultimo con in etichetta la dicitura Chianti Classico, poi abbandonata. Un rosso che a me, a distanza di oltre dieci anni è piaciuto tantissimo e che, per tutto il tempo che l’ho avuto nel bicchiere, ha mostrato gran carattere, un naso ben definito, con un bel timbro di frutta matura, tabacco, nell’insieme complesso, speziato, forse solo un po’ troppo terroso. In bocca era disteso ma ancora con una bella tessitura, con un tannino sottile, piacevolissimo e finale balsamico. Diciamo che, per chi ama i punteggi, in una batteria alla cieca un bel 92/93 non glielo avrebbe negato nessuno.

Bene, a Giampaolo non è piaciuto: “non era questo che volevo ritrovare in una mia bottiglia dopo appena dieci anni”. Avrete senz’altro capito il personaggio.

Qui, Giampaolo Motta, a man beyond immagination #2.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: