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Come in Borgogna a Montefredane nascono grandi vini, ad esempio il Cupo 2013 di Pietracupa

16 marzo 2020

Sabino Loffredo l’inafferrabile, i suoi vini bianchi, quelli di Pietracupa, ci sono e non ci sono; il Cupo, vino bianco straordinario che ad ogni millesimo diviene capace di superarsi e che va assumendo le sembianze di una di quelle etichette-mito tanto rare e ricercate a tal punto dal costringerti a non berle per non ”sprecarle”.

Oltre il manico dell’uomo vi è poi l’Irpinia, il Fiano di Avellino, Montefredane; mai il concetto di terroir poteva meglio manifestarsi in una singola bottiglia, mai quell’incrocio di condizioni naturali, fisiche e chimiche, la zona geografica ed il clima permettono la realizzazione di un vino dalle caratteristiche così uniche come nel caso del Cupo di Pietracupa, l’azienda di Montefredane con poco più di 7 ettari di vigna dai quali provengono ogni anno poco più di 40.000 bottiglie di Fiano, di Greco¤ (quest’ultimo dalla proprietà di Santa Paolina) e una manciata di Taurasi.

A Montefredane, comune di poco più di 2000 anime in alta Irpinia, hanno vigne alcune piccole e grandi realtà del territorio irpino, come Villa Diamante¤, Traerte-Vadiaperti e Feudi di San Gregorio¤, solo per citarne alcune; terra straordinaria per il Fiano¤, di grande vocazione vitivinicola, le vigne qui crescono ben oltre i 400 metri s.l.m., arrivando in alcuni punti sino ai 600 metri, con esposizioni ben ventilate e soggette a forti escursioni termiche; qui, inoltre, i suoli sono perlopiù argillosi e in larga parte più ricchi di rocce e calcare rispetto a quelli di altri famosi areali storici della docg come ad esempio Lapio o Cesinali e Santo Stefano del Sole, a maggiore connotazione vulcanica.

Una caratteristica questa che contribuisce a dare ai vini di Montefredane alcuni tratti distintivi ben precisi: sono anzitutto vini particolarmente suggestivi e longevi, talvolta sui generis, tanto dal costringere alcuni produttori, in certe annate, a dover deliberatamente rinunciare alla docg perché i vini, certe interpretazioni, non rispetterebbero appieno i canoni standard definiti dalle commissioni di assaggio della denominazione, proprio come in questo caso del Cupo che reca infatti in etichetta la menzione Campania bianco igt.

A grandi linee possiamo affermare che l’annata duemilatredici sia stata fresca e tardiva, ben inteso tra le migliori dell’ultimo ventennio da queste parti, se vogliamo di impronta classica, con vini destinati a grande longevità e una progressiva evoluzione in bottiglia tutta da scoprire.

Non a caso il Cupo duemilatredici è un vino bianco ricco, dal colore intenso e avvenente, con un naso portentoso, ampio e complesso, puro e fine, al palato morbido ma pieno di stoffa pulsante, intessuto di freschezza e mineralità. Si fanno largo sentori tostati, finanche fumé che fanno da corollario ad un quadro olfattivo tratteggiato da frutta a polpa bianca e da erbette balsamiche (menta, timo, salvia), con un sorso pieno di sostanza, vigoroso, un finale di bocca lungamente sapido. 

Perchè la Borgogna? Perché non a caso il concetto di terroir trova massima espressione proprio là in Borgogna, dove da generazioni si tramanda il mito, dove le differenze, talvolta millimetriche, le fanno i Climat prima che l’uva o il manico. Non a caso questo vino, per la sua integrità, la purezza e il suo rigore, emerge con forza anzitutto in tutta la sua fenomenale impronta territoriale. Eh sì, proprio come in Borgogna, a Montefredane, nascono grandi vini!

Leggi anche Il Cupo 2010 di Pietracupa è un grande vino! Qui.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Aspettando il ‘G’… Greco di Tufo 2011 Pietracupa

7 maggio 2013

Come spesso accade ai degustatori seriali anche agli appassionati più attenti piace fare ricorso a riferimenti trasversali quando un vino colpisce l’immaginario, in particolar modo quando questi smuove il caos della memoria e ripropone prepotentemente vecchie esperienze piacevoli da ricordare.

Greco di Tufo 2011 Pietracupa - foto A. Di Costanzo

I vini di Sabino Loffredo, i bianchi in particolar modo, sono sempre più un porto sicuro dove rifuggire da tentennamenti. Poco tempo fa ricordavo quanto si sia alzata l’asticella qualitativa della proposta bianchista regionale grazie anche a vini come il suo splendido Cupo¤, che nella versione duemiladieci regala sorsi maledettamente avvincenti e appaganti. Non è da meno il greco 2011: luminoso, cangiante quasi, offre un ventaglio delizioso fitto di richiami agrumati unitamente a ritorni minerali chiarissimi, nonché un sorso sgraziato, di sostanza e di rassicurante freschezza.

Come è noto abbiamo in parte superato quella vecchia consuetudine di metter fuori al più presto i vini d’annata, guadagnandoci di apprezzare un greco di Tufo piuttosto che un fiano di Avellino più armonici e ‘pronti da bere’ quando ci arrivano nel bicchiere. Così pensati questi vini hanno saputo farsi strada emergendo di slancio grazie soprattutto alla forte personalità, a dispetto di quel mare magnum di chardonnay e pinot grigio che avevano monopolizzato l’offerta dei ristoranti italiani tra gli anni ’70 e tutti i ’90. Le cose per fortuna sono cambiate da un po’ di tempo, di strada ce n’è ancora tanta da fare ma una nuova visione della faccenda fa sicuramente ben sperare soprattutto grazie anche alla crescente attenzione che i consumatori stessi ci mettono nello scegliere un vino dalla carta di un locale.

Così, a poco meno di un anno mezzo dalla vendemmia, di cui buona parte spesi in bottiglia, riusciamo a godere a pieno del lavoro maniacale fatto nei tre ettari e mezzo tra Santa Paolina e Prata Principato Ultra e dell’impegno magistrale profuso in cantina riconducibili ad una precisa ed originale interpretazione, che fa della sua verve minerale una forza della natura impressionante e, contemporaneamente, del tempo che verrà solo una proiezione senza alcun timore reverenziale. In attesa del ritorno dell’indimenticato ‘G’ in versione 2010, di cui si dice in giro già un gran bene, questo greco vale più di una consolazione!

Il Cupo 2010 di Pietracupa è un grande vino!

3 aprile 2013

Sembra facile lasciarsi andare a facili entusiasmi dinanzi a certe bottiglie, costruirci sopra magari architetture letterarie senza precedenti, talvolta anche impetuose, assai istintive, emozionanti, suggestive.

Campania Fiano 2010 Cupo Pietracupa - foto A. Di Costanzo

Con il Cupo 2010 è ancorché semplice sebbene pienamente ispirato, e continua ad esserlo in maniera perentoria ogniqualvolta mi ci avvicino, da un anno a questa parte, per coglierne le sfumature.

L’ho messo sin da subito tra i miei migliori assaggi dell’anno passato, anzi, il miglior bianco in assoluto passatomi per mano nel 2012¤. Un azzardo forse un anno fa, per un vino se vogliamo in fase embrionale, solo parzialmente espresso, eppure già assolutamente emozionante, teso e vitale con una propulsione gustativa incredibilmente dinamica.

Ha grande stoffa questo fiano di Sabino, sulla carta un igt Campania, per scelta non certo per le origini che stanno sempre là tra quei 3 ettari e mezzo a Montefredane, luogo d’elezione del fiano di Avellino di cui Pietracupa continua ad essere tra i più degni e sicuri interpreti in circolazione. Il duemiladieci¤ si sa, ha consegnato un millesimo di grande prospettiva, vini di notevole consistenza, pregevole tessitura e questo riassaggio conferma con quanto entusiasmo ci si possa aspettare, riuscendone a conservare qualcuna di queste bottiglie, un bianco fuori dal tempo ma a pieno titolo nella storiografia del varietale.

L’Arcante Wine Award® 2012, tutti i protagonisti a cui va il nostro riconoscimento quest’anno!

11 dicembre 2012

Ed eccoli qua tutti i migliori protagonisti di questa stagione su L’Arcante; terre, vini, persone che ci hanno regalato tante belle emozioni da raccontare e tanti argomenti su cui ragionare e trovare un senso, la giusta dimensione alla passione, alla voglia di scoprire e capire cosa un vino possa regalare oltre l’ebbrezza. Così è se vi pare…

Il Cupo 2010 di Sabino Loffredo, Pietracupa, contrariamente al nome che si porta dietro è un vino di straordinaria luminosità ed intensità degustativa; tra i bianchi campani saggiati durante tutto quest’anno il migliore, per integrità, carattere e soprattutto proiezione nel tempo. Un riferimento assoluto, non solo campano.

 

Non v’è partita con un Vigna Mazzì 2010 così in grande spolvero. Tra i rosati italiani di spicco il vino di punta di Rosa del Golfo si conferma tra i migliori, quest’anno il più buono saggiato assieme agli altri due citati qui nelle nominations; altri due belle interpretazioni che mette però dietro di almeno due spanne per una maggiore completezza ed armonia olfattiva e gustativa, regalando, grazie anche al millimetrico uso del legno, una beva più ricca e complessa. Inconfondibile!

 

I colli friulani terre vocate per i bianchi, tradizionali ed internazionali che, si sa, sono da sempre sulla bocca di tutti e, a questo punto, Venezia Giulia patria del pinot nero italiano. Bene. Ma se nel primo caso non v’è dubbio alcuno su quanto scritto, nel secondo qualcuno potrebbe avere – a ragione – una qualche riserva. E allora non vi resta che aprire un Pinot Nero 2006 di Bressan per trovare qualche buona traccia. Magari però, senza scomodare i soliti noti sopra Mazzon qualcosa di straordinario o, più semplicemente, straordinariamente buono, l’ha messo in bottiglia pure Fulvio Bressan!

In Italia, tolto il consistente successo del Moscato e dell’Asti Spumante nella grande distribuzione si assiste ad un declino quasi costante dei consumi di “vino dolce/passito di qualità”, almeno rispetto alla produzione, sino a poco meno di dieci anni fa invece molto incoraggiante. Invero non a torto visto che, come sempre dalle nostre parti, si è pensato per anni che si potesse far tutto, anche meravigliosi passiti, con qualsiasi uva ed in qualsiasi posto e condizione climatica. Così per questo giro ci tocca pescare oltralpe il miglior vino dolce dell’anno. Un Jurançon impegnativo, raro, unico; come del resto il produttore Dagueneau.

 

Riviera Ligure di Ponente Pas Dosé Abissi 2009 Bisson. E’ un riconoscimento all’intuizione, bizzarra quanto ricercata e al progetto, ambizioso ed unico nel suo genere, ma anche e soprattutto al vino, molto particolare, anche buono, che sopravvive al clamore dell’idea e al folklore delle bottiglie con una precisa e suggestiva identità.

 

Il Corton Charlemagne 2010 di Philippe Pacalet è un bianco di straordinaria intensità.I suoi rossi hanno generalmente bisogno di un po’ di tempo per distendersi ma questo qui invece è, a mio modesto parere, il suo “bianco” più buono di tutti e quindi anche il nostro straniero dell’anno. In poche, semplici, esaustive parole, c’è tanta vita qua dentro.

 

Gaja – Barbaresco, Piemonte. E’ l’esperienza dell’anno, la visita dell’anno, certamente non la sola da incorniciare o da mettere nel grande album dei ricordi, ma varcare quel portone in via Torino a Barbaresco è stato senza dubbio un momento di scoperta e di crescita importante vissuto in uno dei luoghi del vino italiano più significativo, conosciuto ed apprezzato del mondo. E poi c’è la famiglia Gaja, persone davvero eccezionali, avranno sicuramente decine di collaboratori che, in Piemonte come in Toscana, li hanno aiutati e l’aiutano a creare e rafforzare il mito, ma loro sono sempre lì, in prima linea, a rendere l’atmosfera particolarmente unica.

 

Maurizio De Simone, enologo consulente. Non è mai facile assegnare questo riconoscimento ma mai come quest’anno gli assaggi indicavano chiaramente chi fosse a meritarlo. Su questo blog, durante un anno intero passano tanti vini ma mai come quest’anno tante buone impressioni sono arrivate da vini di grande slancio e di rara integrità dove la mano di Maurizio era chiara e leggibile; basti ricordare qualche vecchia annata di Taurasi o Greco Musc’ di Cantine Lonardo o magari del vignaiolo Raffaele Moccia. Ora non ci resta che capire cosa Maurizio intenda fare da grande.

 

Giampaolo Motta di Fattoria La Massa è senza ombra di dubbio la persona del vino dell’anno. Se ve lo siete perso, leggetevi qui e qui della straordinaria esperienza vissuta a Panzano lo scorso ottobre. E appena potete, andateci lì in cantina da lui, un posto davvero unico.

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Così invece nel 2010, alla prima edizione.

Così l’anno scorso nell’edizione 2011.


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