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Pare ci siano diverse specie di sommelier…

10 ottobre 2013

Mi sono messo in testa di fare i concorsi. Sono ormai tanti anni che frequento (poco per la verità) l’ambiente napoletano dei sommelier e non mi convince. C’è qualcosa che non va, che non mi spiego. Pare che il professisonista, sia esso ristoratore o altro venga sistematicamente ignorato. Tagliato fuori.

Ai corsi, ai Master, ciarlano di professionalità e formazione esemplare. Si riempono la bocca con paroloni ridondanti, programmi inappuntabili ma poi a decidere le sorti della professione è sempre la stessa gente che pensa solo ed esclusivamente a battere cassa facendo corsi e servizi; gente che – incomprensibilmente – tiene i fili del sistema ma fa tutt’altro nella vita: lavora in banca, fa l’assicuratore, il farmacista, il rappresentante di profumi e balocchi oppure, mestiere in forte espansione, ‘il sommelier a chiamata esclusivamente in seno al gruppo servizi’. Magari mi sbaglio ma la realtà mi pare questa.

Ecco, chissà che altrove possa cogliere qualcosa di nuovo. Mi sono iscritto alle prove d’ammissione al Concorso Miglior Sommelier d’Italia 2006, si tiene a Reggio Calabria. Non ho la più pallida idea da dove cominciare, cosa studiare, a chi riferirmi. Non ci sono riferimenti. Però ci provo lo stesso, vediamo che succede.

Più in là: caro diario, chiamami capatosta ma ci riprovo ancora quest’anno. Anzi, sai che ti dico? Raddoppio. Mi iscrivo anche a quello regionale, dicono che quest’anno si farà il concorso ‘Primo Sommelier Campania 2007, si terrà alla Mostra d’Oltremare durante Vitigno Italia. Ah, quasi dimenticavo: a fine Luglio mi sposo!

P.s.: il titolo poi l’ho vinto¤, a Giugno 2008¤, l’anno dopo: ‘Primo Sommelier della Campania’. E a Settembre dello stesso anno, a Roma¤, al Cavalieri Hilton, davanti a più di 500 persone sono stato premiato da una giuria speciale con la ‘Spilla d’Argento Charme Sommelier¤‘, unico a rapresentare il Sud là sul palco su oltre 30 sommelier provenienti da tutta Italia. So’ soddisfazioni o no?!

Sui vini naturali, convenzionali, i consumi

6 aprile 2012

Un paio di settimane fa, un giornalista, caro amico e fine connoisseur, mi chiedeva cosa avessi da dire sull’argomento vino naturale-biodinamico-convenzionale e, più in generale, sulla comunicazione, dandogli magari indicazioni della reale percezione dei clienti a riguardo.

Frattanto c’è stato Vinitaly – un successo, mi dicono -, dove al suo interno, per la prima volta, si proponeva ViViT, il primo salone delle produzioni enologiche da agricoltura biologica e biodinamica: si racconta sia stato un successone (qui)!

Ebbene, sono ormai anni che si parla dell’argomento, di contrapposizioni tra produttori “convenzionali” e quelli cosiddetti “naturali” e/o biodinamici; la mia opinione è che ancora oggi, nonostante ne siano passati di vini nei calici, insiste ancora troppa approssimazione e le tante, numerose sigle che fanno da corollario al movimento non aiutano certo a chiarire bene la faccenda. Tutt’altro (leggi qui).

Anzitutto non è certo con l’estremizzazione delle idee produttive – della serie questo è, se vi pare! -, che si fa il bene del consumatore, ancora lontano dal sapersi orientare. E poi basta, ormai si assiste a un continuo nascere di comitati, movimenti, associazioni, talvolta senza capo ne coda, uno straccio di codifiche, men che meno certificate, e che nell’idea di unire le forze, le idee, lentamente stanno dividendo l’Italia del vino in un puzzle sempre più complicato da cogliere, comporre, comprendere.

Personalmente sono convinto che questioni come la salvaguardia della terra, dell’ecosistema, della naturalità di certi prodotti, quindi anche il vino, siano argomenti cari a molti, non solo ai vinoveristi o giù di lì, così la mia carta dei vini si racconta da sola, proponendone sì svariati punti di vista ma senza necessariamente schierarsi; ché, secondo me, risulterebbe tanto banale quanto controproducente. Oltre che inutile.

Da un argomento all’altro. Il dato allarmante piuttosto, quello che dovrebbe far riflettere profondamente, è che oggi il vino in Italia si consuma sempre meno, ed è su questo calo dei consumi che tutti dovremmo darci una mossa e cercare di capire come rimediare; è vero, la crisi ha un peso enorme, ma è indubbio che negli ultimi vent’anni siano stati commessi errori enormi, in qualche caso disastrosi che hanno recato solo danno al comparto vitivinicolo: uno fra i tanti è che si produce tanto, troppo e non sempre con giusta coscienza, sia essa convenzionale o non (di cose imbevibili in giro ci sono dell’una e dell’altra parte). In Italia, nel mondo, ormai si fa vino ovunque, lo fa chiunque e praticamente con qualsiasi cosa fermenti e produca un liquido di un qualche colore.

Per non parlare poi di quanto se ne parla: decisamente tanto, tantissimo ma sempre più spesso con un linguaggio “chiuso”, fatto da e per pochi eletti maestri degustatori. Un gran parlare, un giro virtuoso di penne talvolta finissime, in preda al “celolunghismo” acuto, che non si capisce mai se scrivono per la gente che sperano di incuriosire o più semplicemente per compiacere il proprio collega, se non addirittura l’antagonista, con scritti talvolta di una ricercatezza stilistica impeccabile, d’altri tempi, dall’effetto assicurato ma proprio per questo, secondo me, sempre una spanna lontani dalla realtà che viviamo, da un sistema che è lì che annaspa ma che continua a pensare, ad esser convinto che ancor oggi basta comprare una pagina sul quotidiano nazionale per far preferire il proprio Chianti tra le centinaia di etichette in giro.


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