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Sui vini naturali, convenzionali, i consumi

6 aprile 2012

Un paio di settimane fa, un giornalista, caro amico e fine connoisseur, mi chiedeva cosa avessi da dire sull’argomento vino naturale-biodinamico-convenzionale e, più in generale, sulla comunicazione, dandogli magari indicazioni della reale percezione dei clienti a riguardo.

Frattanto c’è stato Vinitaly – un successo, mi dicono -, dove al suo interno, per la prima volta, si proponeva ViViT, il primo salone delle produzioni enologiche da agricoltura biologica e biodinamica: si racconta sia stato un successone (qui)!

Ebbene, sono ormai anni che si parla dell’argomento, di contrapposizioni tra produttori “convenzionali” e quelli cosiddetti “naturali” e/o biodinamici; la mia opinione è che ancora oggi, nonostante ne siano passati di vini nei calici, insiste ancora troppa approssimazione e le tante, numerose sigle che fanno da corollario al movimento non aiutano certo a chiarire bene la faccenda. Tutt’altro (leggi qui).

Anzitutto non è certo con l’estremizzazione delle idee produttive – della serie questo è, se vi pare! -, che si fa il bene del consumatore, ancora lontano dal sapersi orientare. E poi basta, ormai si assiste a un continuo nascere di comitati, movimenti, associazioni, talvolta senza capo ne coda, uno straccio di codifiche, men che meno certificate, e che nell’idea di unire le forze, le idee, lentamente stanno dividendo l’Italia del vino in un puzzle sempre più complicato da cogliere, comporre, comprendere.

Personalmente sono convinto che questioni come la salvaguardia della terra, dell’ecosistema, della naturalità di certi prodotti, quindi anche il vino, siano argomenti cari a molti, non solo ai vinoveristi o giù di lì, così la mia carta dei vini si racconta da sola, proponendone sì svariati punti di vista ma senza necessariamente schierarsi; ché, secondo me, risulterebbe tanto banale quanto controproducente. Oltre che inutile.

Da un argomento all’altro. Il dato allarmante piuttosto, quello che dovrebbe far riflettere profondamente, è che oggi il vino in Italia si consuma sempre meno, ed è su questo calo dei consumi che tutti dovremmo darci una mossa e cercare di capire come rimediare; è vero, la crisi ha un peso enorme, ma è indubbio che negli ultimi vent’anni siano stati commessi errori enormi, in qualche caso disastrosi che hanno recato solo danno al comparto vitivinicolo: uno fra i tanti è che si produce tanto, troppo e non sempre con giusta coscienza, sia essa convenzionale o non (di cose imbevibili in giro ci sono dell’una e dell’altra parte). In Italia, nel mondo, ormai si fa vino ovunque, lo fa chiunque e praticamente con qualsiasi cosa fermenti e produca un liquido di un qualche colore.

Per non parlare poi di quanto se ne parla: decisamente tanto, tantissimo ma sempre più spesso con un linguaggio “chiuso”, fatto da e per pochi eletti maestri degustatori. Un gran parlare, un giro virtuoso di penne talvolta finissime, in preda al “celolunghismo” acuto, che non si capisce mai se scrivono per la gente che sperano di incuriosire o più semplicemente per compiacere il proprio collega, se non addirittura l’antagonista, con scritti talvolta di una ricercatezza stilistica impeccabile, d’altri tempi, dall’effetto assicurato ma proprio per questo, secondo me, sempre una spanna lontani dalla realtà che viviamo, da un sistema che è lì che annaspa ma che continua a pensare, ad esser convinto che ancor oggi basta comprare una pagina sul quotidiano nazionale per far preferire il proprio Chianti tra le centinaia di etichette in giro.

Frasso Telesino, Greco 2010 e Piedirosso 2010 Cautiero: naturali, biologici ma… anche buoni!

22 marzo 2012

Di qui a qualche giorno ne racconterò più diffusamente, frattanto mi preme cominciare a segnalarvi due ottimi assaggi, questi due vini di Fulvio Cautiero, giovane produttore con la moglie Imma in quel di Frasso Telesino, piccolo comune nel cuore del Sannio doc.

L’azienda Cautiero conta nel complesso poco più di 4 ettari di vigna, tutti a regime biologico certificato, con impianti moderni di diverse varietà tra le quali non mancano l’aglianico (cloni “taurasi” e “vulture”) e il piedirosso, ma anche fiano, greco e falanghina. I grandi classici insomma. La cantina è minuta ma ben attrezzata: v’è una piccola pressa, qua e là dei fermentini termo-condizionati in acciaio e legni di vario genere e grandezza stipati in un ambiente a misura d’uomo, pulito, funzionale.

Conosco Fulvio da qualche tempo, 3 forse 4 anni. Mi venne a trovare un tardo pomeriggio con in mano un paio delle sue bottiglie (leggi qui) , frutto del suo primo raccolto, la sua prima vinificazione per conto proprio. Tralasciando l’indimenticabile siparietto sulle etichette di allora, diciamo un tantino kitsch, fu però subito una piacevole scoperta; lo incoraggiai, sentivo che andava fatto, quei vini avevano tanto di buono: mi parvero subito netti e, a tratti soprattutto l’aglianico, ruvidi come non ne sentivo da tempo, eppure estremamente originali, profondi; subivano però inevitabilmente il pregiudizio della provenienza, quel mare magnum del Sannio Beneventano quasi mai considerato come si deve, incompreso e, ahimè a torto, sempre troppo poco attenzionato.

Così ritrovo anche questi due vini. Il primo, un greco duemiladieci, di vibrante complessità gustativa, da far invidia se vogliamo anche a taluni di provenienza irpina; il colore è paglierino scarico, il naso è sottile e sfuggente eppure ricco di sfumature floreali e fruttate: di tiglio, camomilla, pera. Il sorso è asciutto e nervoso, ha carattere da vendere ed è un gran piacere cercarlo mentre il vino ti scivola via, imprevedibile, sulle papille. Sapido ma non risoluto.

E molto buono ho trovato anche il piedirosso, dello stesso anno e come il greco messo in bottiglia senza filtrazioni e solfiti aggiunti. Paga dazio forse in limpidezza ma il colore è di un bel rubino netto e vivido. Il naso è delizioso, varietale nel senso più espressivo del termine, con toni fruttati e floreali e si arricchisce di finissime sfumature boisé grazie al misurato passaggio in legno (tre mesi in carati piccoli e di terzo passaggio). Il sorso è asciutto e di buona consistenza, incentrato sul frutto e sorretto da una ragionevole trama acida. Lungo e rinfrancante. Dei prezzi non ne parliamo nemmeno…


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