Posts Tagged ‘louis vuitton’

Moët Ice, lo champagne col ghiaccio dentro

1 giugno 2012

È chiaramente una (gran) trovata di uno dei più solidi ed intraprendenti gruppi del lusso del mondo e, chiaramente, niente a che spartire con certi tipini – me compreso – che vanno raccontando a destra e a manca di storie immaginifiche su cuvée e terroir champenoise.

L’anno scorso, da quando è stato presentato per la prima volta in Italia, a Milano, in maggio, se n’è fatto continuamente un gran parlare. Eppure, come spesso accade, tra una fisima e n’altra io me ne sono tranquillamente scordato, nonostante l’avessi provato almeno in un paio di occasioni. 

Ma cos’è sto Moët Ice? Uno champagne nato per essere gustato con tanto ghiaccio, magari con qualche fogliolina di menta e una tirata di buccia di lime – dicono -, due aromi che tra l’altro richiamano chiaramente le caratteristiche della cuvée storica di casa Moët&Chandon; che però vale la pena provare, in particolar modo proprio quando l’ultimo dei pensieri è perdersi tra l’attenzione nel cogliere il perlage o le sottili sfumature ancestrali. 

Pinot nero per il 50%, il resto è tutto pinot meunier e chardonnay. Ha buona struttura, e un dosaggio un po’ più deciso, proprio perché pensato diluito con il ghiaccio; il naso è invitante, affascinate, ruffiano, quasi mieloso, poi di zenzero. Il sorso è intenso e di buonissima bevibilità, rinfrancante. Uno ne richiama subito un altro. L’ho provato dapprima da solo, freddissimo – una vera goduria per il gargarozzo, quasi dissetante, sapido -, poi, come consigliato, con menta e lime: ça va sans dire… Riprende in fin dei conti l’antica tradizione dei demi sec, forse un po’ demodè ma sotto questa nuova veste decisamente accattivante e, a quanto pare, anche bello che vincente. Spassionatamente? Provatelo, si può!

Napoli, lunedì 3 Ottobre a Città del Gusto

29 settembre 2011

L’arancione, confesso, non è tra i miei colori preferiti, però le bollicine della maison della Veuve più famosa al mondo rimangono  – checché se ne dica – tra le più affidabili e inattaccabili in circolazione. Stay tuned!

Asprinio d’Aversa Extra Brut Ris. Grotta del Sole

25 settembre 2011

L’antefatto – un mio post su facebook che vantava delle grazie e dell’ottimo rapporto prezzo/qualità di questo vino – conduce a una riflessione più o meno azzeccata sul concetto sempre troppo poco chiaro su ciò che è percepito come caro e ciò che invece risulta più semplicemente costoso. O quantomeno più costoso di altri.

Questa è una delle più riuscite operazioni glamour di Louis Vuitton, si chiama Monogram Nova Minaudière; nome piuttosto altisonante per una mini borsetta che pesa un grammo ed è grande più o meno quanto una palla da albero di natale. E’ invece – dicono -, un piccolo capolavoro d’ingegneria nonché di salatissima manodopera (?): è infatti interamente ricoperta di minuscoli Swarovski argentati e neri, incastonati a mano uno ad uno. Costa circa 35.000 dollari, quanto una bmw, con tutti i confort s’intende.

Questa cosa invece è un cannolo siciliano, creato ad hoc da Carey Iennaccaro, pasticcere italo-americano all’opera presso il ristorante Jasper di Kansas City, nel Missouri, Stati Uniti. Preparazione di finissima arte culinaria è arricchita da una collana made in Italy costellata di purissimi diamanti e lavorata dalle mani esperte del gioielliere Tom Tivol che viene servita insieme al dolce, a sua volta ricoperto di foglie d’oro commestibili. E’ servita solo su prenotazione (!), a più o meno 26.000 dollari (si sa che il prezzo della ricotta subisce forti speculazioni negli Usa). Astenersi diabetici.

Questo qui sopra, come è noto a molti, è un vigneto di asprinio “ad alberata aversana”, un modo di fare viticoltura assolutamente fuori dal tempo, consegnatoci da generazioni tanto passate che si perdono nella memoria; loro erano convinti che ne avremmo saputo fare buon uso, noi ne abbiamo contezza da qualche tempo. Da queste uve così piantate nasce un vino sottile e particolarmente acido; tanto sottile da perdersi facilmente nel bailàm dei cento e più vitigni autoctoni campani. Quanto all’acidità invece, ne ha saputo fare vanto, e ne ha tratto solo giovamento, anzi, forse l’unica ragione che l’ha strappato all’oblìo dell’estirpazione e consegnato alle borgognotte della famiglia Martusciello di Grotta del Sole.

Non a caso, molti lo ignorano – in verità pochi lo sanno -, l’asprinio metodo classico di cui vi parlo si chiama proprio Riserva Grotta del Sole, a significare, ove ce ne fosse stato bisogno, quanto valore quest’uva e questo vino abbiano per la famiglia di vignaioli flegrei e quanto abbia contato in assoluto il loro impegno per la salvaguardia di questa antica produzione campana. Sul vino c’è da dire giusto quel poco che serve leggere: ha una spuma copiosa seppur non particolarmente persistente mentre le bollicine s’infilano sottili, fini e piuttosto insistenti. Il colore marca un bel giallo paglierino carico e luminoso, brillante; il naso è pulito, fragrante, offre un bel ventaglio olfattivo sgraziato e intrigante, che chiude su note di frutta secca ed eleganti rimandi speziati. Ciò che sbanca però è il sorso, asciutto ma ricco, profondo e avvolgente, dritto ma senza spigoli eccessivi. A venderlo caro, sui 18 euro in enoteca (un metodo classico così è da incorniciare a memoria d’uomo!).

Questa recensione esce in contemporanea anche su www.lucianopignataro.it.


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