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Falanghina del Sannio Fois 2017 Cautiero

10 novembre 2018

Sembra ieri quando assaggiammo per la prima volta i vini di Imma e Fulvio Cautiero nel 2007, sono passati più di dieci anni durante i quali nonostante le nostre strade abbiano preso direzioni diverse non ci siamo mai persi di vista. Pur senza scriverne non ci siamo certo fatti mancare qualche assaggio ma è bello ritrovarci a raccontarne proprio oggi una 2017 che per certi versi ci ricorda un po’ quei primi timidi passi nel mondo del vino!

Siamo a Frasso Telesino, piccolo comune perlopiù sconosciuto  di poco più di 2000 anime all’interno del comprensorio ”Taburno Camposauro” in provincia di Benevento, dove Fulvio ha ripreso per i capelli – si fa per dire – la vocazione di suo nonno Giovanni, contadino e viticoltore per passione, proseguendo con la moglie Imma un progetto intelligente e di lungo periodo dando così seguito ad una tradizione famigliare che rischiava di smarrirsi tra le maglie dell’abbandono delle campagne. E’ lui oggi ad occuparsi di un po’ di tutto, tanto in campagna e in vigna quanto in cantina dove l’affianca il bravo ed esperto enologo Alberto Cecere che ben conosce l’areale ed i vini qui prodotti.

Il territorio da queste parti tende generalmente a nascondere più che a rivelare, conduce quasi ad allontanare più che ad andare incontro, accogliere, ciononostante i vini di Cautiero, seppur con lentezza non fanno fatica a distinguersi nitidamente nel mare magnum di una denominazione che rimane a tutti gli effetti la più vasta in regione per produzione proprio della Falanghina.

Fois duemiladiciassette è un bel bere, nonostante l’annata non deponga certo a suo favore in termini di freschezza e verticalità regala tuttavia una bevuta davvero interessante. Il vino ha un gradevole colore paglierino pieno ed un primo naso ”furbacchione” ed aperto, subito floreale poi fruttato, si colgono sentori di ginestra e pesca, poi accenni balsamici; il sorso è secco e appagante, piacevole, diciamo che manca di quella profondità delle migliore annate tra le quali ricordo una buonissima 2013, ma ci sta, l’annata è stata quella che è stata, siccitosa, calda, parecchio precoce, tuttavia bottiglie come queste, a poco più di 8 euro a scaffale in enoteca sono da considerarsi un vero  e proprio affare con un rapporto qualità-prezzo-felicità assolutamente non trascurabile.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Frasso Telesino, Greco 2010 e Piedirosso 2010 Cautiero: naturali, biologici ma… anche buoni!

22 marzo 2012

Di qui a qualche giorno ne racconterò più diffusamente, frattanto mi preme cominciare a segnalarvi due ottimi assaggi, questi due vini di Fulvio Cautiero, giovane produttore con la moglie Imma in quel di Frasso Telesino, piccolo comune nel cuore del Sannio doc.

L’azienda Cautiero conta nel complesso poco più di 4 ettari di vigna, tutti a regime biologico certificato, con impianti moderni di diverse varietà tra le quali non mancano l’aglianico (cloni “taurasi” e “vulture”) e il piedirosso, ma anche fiano, greco e falanghina. I grandi classici insomma. La cantina è minuta ma ben attrezzata: v’è una piccola pressa, qua e là dei fermentini termo-condizionati in acciaio e legni di vario genere e grandezza stipati in un ambiente a misura d’uomo, pulito, funzionale.

Conosco Fulvio da qualche tempo, 3 forse 4 anni. Mi venne a trovare un tardo pomeriggio con in mano un paio delle sue bottiglie (leggi qui) , frutto del suo primo raccolto, la sua prima vinificazione per conto proprio. Tralasciando l’indimenticabile siparietto sulle etichette di allora, diciamo un tantino kitsch, fu però subito una piacevole scoperta; lo incoraggiai, sentivo che andava fatto, quei vini avevano tanto di buono: mi parvero subito netti e, a tratti soprattutto l’aglianico, ruvidi come non ne sentivo da tempo, eppure estremamente originali, profondi; subivano però inevitabilmente il pregiudizio della provenienza, quel mare magnum del Sannio Beneventano quasi mai considerato come si deve, incompreso e, ahimè a torto, sempre troppo poco attenzionato.

Così ritrovo anche questi due vini. Il primo, un greco duemiladieci, di vibrante complessità gustativa, da far invidia se vogliamo anche a taluni di provenienza irpina; il colore è paglierino scarico, il naso è sottile e sfuggente eppure ricco di sfumature floreali e fruttate: di tiglio, camomilla, pera. Il sorso è asciutto e nervoso, ha carattere da vendere ed è un gran piacere cercarlo mentre il vino ti scivola via, imprevedibile, sulle papille. Sapido ma non risoluto.

E molto buono ho trovato anche il piedirosso, dello stesso anno e come il greco messo in bottiglia senza filtrazioni e solfiti aggiunti. Paga dazio forse in limpidezza ma il colore è di un bel rubino netto e vivido. Il naso è delizioso, varietale nel senso più espressivo del termine, con toni fruttati e floreali e si arricchisce di finissime sfumature boisé grazie al misurato passaggio in legno (tre mesi in carati piccoli e di terzo passaggio). Il sorso è asciutto e di buona consistenza, incentrato sul frutto e sorretto da una ragionevole trama acida. Lungo e rinfrancante. Dei prezzi non ne parliamo nemmeno…

Frasso Telesino, la première Fois

23 novembre 2009

Capita per caso da queste parti, sa che quattro chiacchiere non le facciamo mai mancare, in più lo turba la scelta della nuova etichetta dell’aglianico Donna Candida di prossima uscita, pertanto ci concede una ragione in più per alimentare argomentazioni.

Entra nel bel mezzo di Diario di una Bevuta, il Terra di Lavoro di Galardi è di scena ma non ha, sino ad ora imbroccato il piano sequenza giusto per impalarci davanti al bicchiere, per cui in attesa di segnali più convincenti  l’happening vira più che sul vino versato su fatti di altri vini, persone, luoghi. Fulvio Cautiero è un giovane dalla faccia pulita, è sveglio, educato, attento; è entrato nel mondo del vino in punta di piedi, era il 2002, con l’intelligenza e con l’entusiasmo di chi a 26 anni anziché sognare Belen o il Grande Fratello ha voglia di sporcarsi le mani con la terra: 2002, pessima annata, per molti anche l’inizio della lunga crisi economica che ancora oggi ci attanaglia.

Nulla però negli anni ha fatto vacillare il suo progetto alle pendici del Taburno, in località Frasso Telesino, comune sconosciuto (quasi) persino alle mappe di google ma non alle strade del vino: “qui il vino c’è l’hanno nel sangue, ma tengono la capa tosta”, diceva suo nonno Giovanni Di Mezza, contadino per vocazione e viticoltore per passione riferendosi alle enormi potenzialità dell’area e all’assoluta incapacità di fare sistema puntando sulla qualità. Dopo aver rilevato la Masseria Donna Candida, 4 ettari nel cuore del Sannio, Fulvio ha sviluppato un percorso conoscitivo del terroir molto profondo, per circa due anni si è dedicato in maniera costante allo studio dei terreni, qui generalmente ricchi di scheletro e di natura argilloso-calcarei pur non senza differenziazioni da sud a sud-ovest della tenuta, ed ha nel tempo, reimpiantato tutte le vigne vecchie, molte delle quali allevate male o con sistemi obsoleti. Oggi l’azienda arriva a produrre circa 9.000 bottiglie tra falanghina, greco ed aglianico, tra un paio di anni si supereranno le 10.000 con il cru Donna Candida che esordisce quest’anno con poche bottiglie di una possente vendemmia 2007 (di cui parlerò in seguito) ma che entrerà a pieno regime nel 2011.

Il Fois 2007 invece è il vino per così dire base, rientra nella doc Sannio (preferita alla doc Solopaca) e lasciando stare le prime, personali, riserve sull’etichetta lo mettiamo subito alla prova, anche perché nel frattempo il pur buono Terra di Lavoro 2006 ci fa mancare il suo apporto emozionale, soprattutto al palato dove una spiccata acidità, assolutamente inaspettata e quasi fastidiosa, ci tiene lontano da ammiccamenti e standing ovations. Colore rubino con netti riflessi porpora, concentrato nel bicchiere, poco trasparente, invitante.

Il primo naso è spiccatamente floreale e fruttato, si sentono nitidamente viola, amarena, mirtillo. Lo lasciamo respirare un poco, ha una nota terziaria che tarda a svelarsi; Fulvio ci spiega che il Fois viene lasciato per circa un anno in barriques di terzo passaggio, ecco quindi la nota tostata che addiviene lievemente amara in bocca, qualcuno l’aveva percepita come sentore di tabacco, caratteristica per certi versi dell’aglianico amaro di queste parti, ma non di questo vino che nasce da cloni “vulture” e “taurasi”. Il giusto tempo di attesa ci concede altre riflessioni sul Terra di Lavoro e l’ossigenazione al vino una beva davvero piacevole, intrisa di frutto, fresca e scorrevole nonostante i 14 gradi abbondanti (14.28): in cinque la bottiglia è sparita prima di fargli i complimenti, poco prima dell’ultimo boccone di pizza nel ruoto con origano ed olive nere di mia suocera.


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