Archive for luglio 2020

Cetara, il profumo del mare, le alici, la Colatura di Nettuno e Al Convento con Pasquale Torrente

30 luglio 2020

Cetara è sempre stato un piccolo paese di pescatori, non a caso tra le origini del suo nome vi è certamente il termine latino ”Cetaria”, ovvero tonnara, per gli abitanti ”Cetari”, venditori di pesci grossi. Anni di ricerche hanno ipotizzato anche che il suo nome derivi dal termine ”Caeditaria”, cioè “pertinenza della Caedita”, luogo disboscato. Ancora, lo si avvicina al termine ”Citrus”, ossia limone, da diversi secoli coltura importantissima qui come altrove in tutta la Costiera Amalfitana.

Cetara però è conosciuta nel mondo per le sue alici, vieppiù per la Colatura, come quella prodotta qui in questo piccolo laboratorio di C.so Umberto I. Nettuno è stata fondata nel 1950 da Raffaele Giordano, l’attività principale a quel tempo era la trasformazione dei prodotti ittici e ortofrutticoli, questi ultimi abbandonati agli inizi del 2000 per dedicarsi completamente ai prodotti offerti dal mare di Cetara, lavorati fin dagli anni ’50.

A metà degli anni ’90 infatti c’è stata una forte riscoperta dell’antico condimento principe delle tavole di Cetara, la Colatura di alici, che con il passare degli anni torna alla notorietà persino nazionale. Così buona parte degli sforzi dei Giordano si concentrano su questo prodotto, senza mettere in secondo piano, però, tutti gli altri prodotti ittici che ne caratterizzano la filiera interamente lavorata a mano e con materie prime esclusivamente del posto.

La Colatura, dicevamo. Un condimento dalle origini orientali che prende il nome dal misterioso pesce “Garos” (forse si trattava proprio delle comunissime alici), da qui, probabilmente, si è arrivata a quella che gli antichi greci chiamavano “Garon”, che i romani ribattezzarono “Garum”. Invero da qui alla “Colatura di alici di Cetara” come la intendiamo oggi c’è tanta strada fatta, sino a quando, intorno alla seconda metà del XIII secolo, furono i monaci Cistercensi della canonica di San Pietro a Tuczolo, colle nei pressi di Amalfi, ne cominciarono a fare un prodotto da commerciare¤.

I monaci si muovevano abitualmente in costiera con le loro barche che utilizzavano per il trasporto del frumento e che nei mesi estivi adattavano per la pesca del pesce azzurro, in particolare delle alici. Le abbondanti quantità del pescato andavano in qualche maniera stipate e conservate nel tempo, riponevano perciò le alici in botti private della testa e delle interiora, alternate a strati di sale. Sulla copertura della botte riponevano un pesante masso che permetteva al liquido in eccesso di depositarsi sul fondo del barile e attraverso le doghe scollate di versarsi sul pavimento. Il profumo e la limpidezza di questo liquido che colava sul pavimento indussero i monaci a raccoglierlo in recipienti e a portarlo all’attenzione del fratello che si occupava della cucina, il quale immediatamente ne provò l’utilizzo come condimento per le verdure, aggiungendovi all’occorrenza spezie, aromi e olio.

Questo nuovo condimento cominciò a circolare nei dintorni della Costiera, come dono ai conventi e a molti cittadini della zona, vi fu chi tentò di replicare la preparazione per conto proprio in casa sino a quando qualcuno ebbe l’intuizione di usare il cappuccio comunemente adoperato per stillare il mosto d’uva, per filtrare anche i liquidi e le alici spappolate residuati nei fondi dei vasi di terracotta, dando così il via alla nascita della Colatura di alici, più o meno come quella prodotta attualmente.

Il processo si può dire sia rimasto invariato, assolutamente ancestrale: le alici fresche appena pescate vengono “scapezzate” cioè decapitate ed eviscerate e sistemate in un contenitore di legno detto “terzigno” (un terzo di una botte) a strati alterni con il sale. Sull’ultimo strato viene appoggiato un coperchio di legno detto “tompagno” sul quale viene posata una pietra massiccia, in genere di origine marina. L’odore acre, fortissimo, che si sprigiona dalle camere di maturazione sono un segno distintivo di una cultura radicata straordinaria, che ha segnato la storia di questa comunità e che promette di rimanerti dentro anziché addosso! 

Pasquale Torrente, l'uomo che sussurra alle alici - foto A. Di Costanzo

Si lasciano così maturare le alici per almeno 12-18 mesi, si può arrivare anche ben oltre, in qualche caso. Giunte a maturazione, il liquido affiora in superficie grazie alla pressione esercitata dalla pietra. Con un attrezzo appuntito detto “vriale” viene praticato un foro sotto il ”terzigno” dal quale comincia ad uscire, goccia dopo goccia, il nettare ambrato. Attraversando lentamente i vari strati, il liquido raccoglie il meglio delle caratteristiche organolettiche delle alici e fuoriesce, già filtrato dagli stessi strati di alici e sale, dal foro praticato. La colatura viene raccolta in un recipiente di vetro e quindi imbottigliata, generalmente in piccole ampolle di 100 e 200 ml, sino al litro.

Un un prodotto così prezioso, unico e straordinario non poteva che beneficiarsi di grandi ambasciatori che hanno fatto sì che la Colatura di alici di Cetara arrivasse ovunque in Italia e nel mondo grazie al suo corretto utilizzo in cucina. Tra questi, vi è senza dubbio lui, Pasquale Torrente, ”l’uomo che sussurra alle alici”, così definito per la sua completa devozione per la riscoperta e valorizzazione di quest’antica tradizione cetarese e questo prodotto così particolare, avviato finalmente al riconoscimento della Dop.

La famiglia di Pasquale occupa questo luogo, Al Convento a Cetara, sin dagli anni 60, quando i nonni Gilda e Gaetano lo hanno prima allestito come sala da gioco, per poi  farne un bar, gelateria e poi una Trattoria e Pizzeria, sin da subito apprezzatissima. Un percorso che ha seguito e segnato la storia famigliare fino a quando proprio Pasquale ne ha fatto un avamposto di cucina tradizionale e rampa di lancio per la Colatura, con i suoi piatti e i progetti che l’hanno portato, con la fortunata collaborazione di Eataly, a girare luoghi e paesi e raccontare di Cetara, del profumo del suo mare, le alici, la colatura e la sua idea di cucina in tutto il mondo, mantenendo però l’ombelico qui, a Piazza S. Francesco a Cetara, oggi con al fianco il figlio Gaetano.

Al Convento ci si viene per nutrire soprattutto l’anima, questo basti per raccontare l’atmosfera d’altri tempi che ne caratterizza l’accoglienza gioiosa di Pasquale e della sua famiglia, la buona cucina di mare che scorre in tavola, vivace, piatto dopo piatto. Le alici anzitutto, quelle locali, al massimo del Golfo di Salerno: marinate, sott’olio, impanate e fritte, imbottite, poi lo spaghetto alla Colatura, gli Ziti alla Genovese di Tonno, infine il pescato del giorno, tra Gallinelle, Triglie, Merluzzi serviti all’acqua pazza, fritti o lessati, al vassoio, con le verdure di stagione ripassate o alla griglia. Sono questi i sussurri che conducono alla piena felicità!

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Informazioni ed indirizzi utili:

Ditta Giordano Vincenzo, marca Nettuno

Corso Umberto I, 64 84010 Cetara (SA)

http://www.nettunocetara.it

Tel. +39 089 261147

Ristorante Al Convento

Piazza S. Francesco, 16, 84010 Cetara (SA)

http://www.alconvento.netinfo@alconvento.net

Tel. +39 089 261039

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Segnalazioni| Falanghina Campi Flegrei 2019 Azienda Agricola Mario Portolano

26 luglio 2020

Abbiamo scritto più volte di questa nuova interessante azienda flegrea di proprietà della famiglia Portolano, imprenditori napoletani attivi in campo manifatturiero dal 1895. Ci siamo tornati con piacere a distanza di poco più di un anno, per camminarci nuovamente le vigne con Mara e provare alcuni vini, tra questi la deliziosa Falanghina Campi Flegrei duemiladiciannove di prossima uscita. 

L’azienda è a Toiano, area periferica del comune di Pozzuoli, cuore della denominazione di origine controllata Campi Flegrei; possiede 5 ettari e mezzo di cui 4 a corpo unico proprio a via Toiano, giusto all’ingresso del quartiere popolare del comune flegreo che ha conservato a macchia di leopardo piccole oasi verdi dove sono ancora evidenti le origini rurali di questi luoghi che, a metà-fine anni ’70 sono stati destinati, dopo un repentino e intenso piano di urbanizzazione, ad accogliere gli sfollati del centro storico e del Rione Terra di Pozzuoli, prima a seguito del Bradisismo, poi ancora del Terremoto dell’80.

Tra le vigne, al netto di qualche filare di Aglianico proveniente da Taurasi e piantato quasi per gioco negli anni ’90, regna sovrano il Piedirosso dei Campi Flegrei, protagonista di un vino che si sta facendo molto apprezzare per le sue caratteristiche organolettiche, così uniche e rare, che ne fanno uno dei rossi campani tra i più ricercati e apprezzati negli ultimi anni, qui poi particolarmente sorprendente, come già abbiamo avuto modo di raccontare nelle annate degustate che vi riproponiamo alla fine di questo post.

Da due anni è entrato in produzione anche un piccolo appezzamento di Falanghina, collocato però ad un paio di chilometri dall’azienda, in via Montenuovo Licola Patria, sul versante costiero di Cuma, sempre nel comune di Pozzuoli; una vigna di circa 1 ettaro e mezzo dove, con la vendemmia 2018, si è cominciato a fare un bianco di buona personalità, sempre con l’aiuto in cantina di Gianluca Tommaselli, ottimo enologista e buon interprete di questo e diversi altri territori della provincia di Napoli.

Proprio in questi giorni finisce in bottiglia il secondo atto di questo lavoro, il duemiladiciannove; nel bicchiere ci arriva un vino dal bel colore paglia con accenni dorati sull’unghia del vino nel bicchiere; il quadro olfattivo è molto invitante, è varietale e tipico, con un quadro organolettico floreale e fruttato molto fine, cui s’aggiunge un lieve rimando salmastro e dei piacevoli sentori di acacia e ginestra. Il sorso è secco e morbido, possiede una buona progressione gustativa, si gioverebbe di maggiore freschezza con un pizzico di acidità, tant’è il calice sparisce con due sorsi e con piena soddisfazione, quanto ci basta per apprezzarne appieno la bevuta. Ci piace pensare che una nuova piccola stella possa brillare nel firmamento flegreo, ancora un passo avanti, ancora un tassello di qualità per tutto il territorio!

Leggi anche Pozzuoli, il Piedirosso Campi Flegrei 2017 di Mario Portolano Qui.

Leggi anche Pozzuoli, il Piedirosso Campi Flegrei 2018 di Mario Portolano Qui.

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Segnalazioni| Porto Late Bottled Vintage 2015 Burmester

24 luglio 2020

Ci trovi dentro aromi delicati e vari, il colore rossiccio è una finestra sul tempo, sembra ritrovarci bacche e uva completamente mature, si resta impalati sugli aromi di cacao, cioccolato e legno tostato, caffé, liquerizia. Il sorso è denso e profondo, conserva una bella freschezza gustativa, denota ovviamente un tono alcolico deciso eppure pienamente integrato nel vortice di cioccolato, frutta nera e un po’ di spezie dal sapore antico. Dona suggestioni straordinarie.

La storia della “Feitoria*” Burmester è simile a tantissime altre del panorama produttivo dei Porto ma la qualità dei suoi vini è comparabile a pochissime altre etichette in circolazione; Henry Burmester, originario della Germania, si era stabilito con la sua famiglia a Londra agli inizi del settecento dove aveva avviato in poco tempo una compagnia di commercio di cereali da e per il Regno Unito. Arrivato a Vila Nova de Gaja, in Portogallo, per tutt’altri affari, si accorse immediatamente del grande potenziale di questo delizioso vino che tanto lo aveva inebriato ma che tanto sembrava soffrire delle difficoltà di distribuzione commerciale sul mercato mondiale: è il 1750, nasce così la Burmester Port Wine Company che ancora oggi sfoggia vini dall’eccezionale valore degustativo e tipicità.

*Feitoria, è l’equivalente di azienda agricola.

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Comfort Wines, Irpinia Aglianico Magis 2015 di Antico Castello

22 luglio 2020

Come per i ”Comfort Foods” ovvero quei cibi a cui ricorriamo talvolta per soddisfare un bisogno emotivo alla ricerca di sapori consolatori, stimolanti e spesso nostalgici, così vi sono i ”Comfort Wines”, vale a dire bottiglie sicure, di solito appaganti, vini che continuano ad essere tra i più venduti sul mercato e consumati in Osterie, Wine Bar, Ristoranti e ultimamente finanche in Pizzerie, con grande successo soprattutto al calice.

Ne abbiamo scritto ampiamente, tra questi ci sono vini generalmente considerati economici e percepiti come semplici, immediati, che non richiedono particolari attenzioni oppure conoscenze specifiche in materia di degustazione per essere spiegati e apprezzati sin dal primo sorso. Vi sono, tra questi, anche certi vini che riescono, anno dopo anno, a far parte della vita quotidiana degli appassionati lasciando sempre buoni segnali, piacevoli ricordi.

Non è da meno questo delizioso Aglianico di Antico Castello che si merita, per quanto ci riguarda, una menzione assai speciale tra questi vini che definiamo ”da non perdere”, tra i rossi campani in circolazione. Un rosso che quando è nato, una decina di anni fa, faceva generalmente solo acciaio, mentre oggi non disdegna un passaggio in legno grande prima di un lungo affinamento in bottiglia, un periodo che contribuisce a mantenere nel vino un naso estremamente varietale, pulito e invitante mentre si sviluppa un sapore decisamente più complesso e succulento, fresco ma profondo, dal tannino sottile con un sorso di grande piacevolezza.

Poppano, località dove è nata e sta Antico Castello, non era certamente tra i primi posti dove andare alla ricerca delle terre d’elezione in Irpinia, pur situata a San Mango sul Calore, in pieno areale Taurasi docg, eppure qui Francesco e Chiara Romano hanno saputo, con forza e determinazione, dare vita ad una bellissima realtà, scegliendo di vinificare sin dal principio solo uve di proprietà, prevalentemente Aglianico, coltivate su terreni argillosi calcarei, con esposizioni ottimali sino a raggiungere in alcuni punti i 450 metri s.l.m., che si avvantaggiano anche del benefico effetto delle acque del fiume Calore a valle; tutto questo con una bella cantina funzionale, sempre aperta alle visite, dove oltre a dei buonissimi vini, come questo Magis duemilaquindici, sono capaci di tirare fuori dal cilindro anche alcuni prodotti molto particolari come l’Amarenico, un suggestivo liquore a base di Aglianico e foglie di amarene davvero delizioso (una sorta di Ratafià).

Leggi anche San Mango sul Calore, il Taurasi di Antico Castello Qui.

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Correva l’anno| Falerno del Massico rosso Ariapetrina 2009 Masseria Felicia

9 luglio 2020

Non è possibile raccontare questo vino senza averlo vissuto sino in fondo, non solo sino all’ultimo coinvolgente sorso nel bicchiere, le due ultime dita nella bottiglia, bensì ritornando alla sua nascita, ripercorrendo questi anni.

Bisognerebbe quindi cominciare da là, tornando indietro nel tempo, a quell’anno, provare per quanto possibile a riavvolgere il nastro della nostra vita e ricordarlo quel tempo, quei mesi, certi giorni, alcuni momenti in particolare.

E’ stato un anno importante il duemilanove, segnato da cambiamenti epocali, per la storia del mondo e in qualche maniera, a piccoli sorsi, per chi scrive: a gennaio Barack Obama giurava da 44º Presidente degli Stati Uniti, davanti a più di due milioni di persone che avevano letteralmente invaso Washington DC per assistere al giuramento del primo Presidente americano di colore; il 6 Aprile invece l’Italia è sottoshock: alle 3:32 una scossa di terremoto di magnitudo 6.3 fa tremare la Provincia dell’Aquila (e non solo) causando vittime, feriti, sfollati e il crollo di molti edifici. Una tragedia immane che ha risvegliato in molti italiani paure e traumi mai spariti del tutto, ma anche orgoglio e dignità.

Qualche settimana più tardi, una scossa più o meno della stessa intensità scuoterà invece la mia vita professionale, provavo a rimettermi profondamente in discussione approdando a Capri (Leggi Qui). Ad ogni modo, fatte ovvie le giuste proporzioni, fu quello un anno particolarmente intenso!

Proprio a novembre di quell’anno, a fine stagione, torno a Masseria Felicia, a Carano, in località S. Terenzano, una piccola frazione di Sessa Aurunca, il primo comune per estensione della provincia di Caserta (e della Campania) per ritrovare Maria Felicia e i suoi splendidi Falerno del Massico. Una casa dei primi del novecento che il nonno rilevò nel dopoguerra, vi era stato per tanti anni colono ed unico conduttore dei terreni, così il papà di Maria Felicia, Alessandro Brini, si convinse che era venuto il tempo di riscattare la storia di quegli anni e consegnarla nelle mani della giovane figlia; il susseguirsi delle stagioni, con i suoi ritmi, ha poi tracciato lentamente  il solco famigliare sino ai giorni nostri.

Maria Felicia fa sostanzialmente un solo vino, il Falerno del Massico, che assume varie anime nella rincorsa alla natura di questo territorio straordinario, Bianco perchè tratteggiato con i colori della Falanghina, Rosso quando animato dall’Aglianico e dal Piedirosso, nella versione giovane (e sfrontato) col nome Ariapetrina, mentre diviene irreprensibile e immortale con l’Etichetta Bronzo¤. Oltre questi qua, nulla di stravagante, poche, pochissime bottiglie di altro ma giusto per dare libero sfogo ad uno studio approfondito sul potenziale delle tre varietà impiantate in azienda, un esercizio tecnico sul tema autoctono che conduce talvolta a utili micro vinificazioni, colmate dalla passione, per esempio del Piedirosso in purezza, anche qui capace di ritagliarsi, di tanto in tanto, il suo piccolo ruolo da solista.

Eccola invece la forza evocativa di questo Ariapetrina duemilanove, lo scugnizzo di casa per Maria Felicia; il rosso giovane e sfrontato che a sentirlo oggi, a distanza di quasi 11 anni, pare proprio non temerlo il tempo, le stagioni, i suoi ritmi, ci arriva così nel bicchiere maturo ma sicuro di sé, della sua storia, della sua stoffa, del suo talento capace di attraversare le insidie degli anni migliorandosi. Non è mera celebrazione, tutto sembra scorrere chiaramente in ogni bicchiere, riempiendo i calici di frutta e sensazioni odorose delle più ampie ed eteree, con sorsi asciutti e caldi, con ancora tanta piacevole freschezza gustativa, tratto distintivo di tutti i vini di Masseria Felicia, con quella spalla acido-tannico utile per abbracciare abbinamenti con molti piatti della nostra cucina tradizionale regionale, con la certezza di ritrovare ad ogni sorso almeno un pezzo di noi stessi, di averla vissuta proprio tutta la nostra storia di questi anni, ma che bello rivederla! 

Leggi anche Falerno del Massico Etichetta Bronzo 2013 Qui.

Leggi anche Piccola Guida ragionata al Falerno del Massico Qui.

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Segnalazioni| Lacryma Christi del Vesuvio rosso Superiore 2018 Cantina del Vesuvio

7 luglio 2020

Non è difficile comprendere perché queste terre, questi luoghi, già in epoca antica, sin dai Romani, fossero così ricercati e apprezzati. Non da meno oggi, grazie a chi con visione e lungimiranza non smette di credere che il Vesuvio sia molto, molto di più di un semplice tratto di paesaggio da incorniciare in una cartolina.

Ci piace quello che abbiamo incontrato sulla nostra strada qualche settimana fa, ci piace il lavoro che Maurizio Russo, patròn vulcanico – è proprio il caso di dirlo! – di Cantine del Vesuvio sta portando avanti qui a Trecase, in provincia di Napoli, in un paesino di appena 9000 abitanti alle falde del Vesuvio, sul versante sud del vulcano, letteralmente affacciato sul mare del Golfo: che posto bellissimo questo, unico e meraviglioso!, da qui Sorrento e Capri sembrano ad un tiro di schioppo, ‘A Muntagna ci sovrasta alle spalle, qui la vite, il vino, rappresentano da sempre valori preziosissimi, da un punto di vista storico, culturale e sociale.

È il 1948 quando appena dopo la seconda Guerra Mondiale Giovanni Russo si mette in proprio mettendo su una piccola azienda vinicola, all’epoca impegnata perlopiù nella compravendita dell’uva e del vino buoni per la Tràfeca – Leggi Qui. -, il commercio del vino all’ingrosso che si trasportava a bordo di carri trainati da cavalli sino a Napoli, dove poi i piccoli commercianti al dettaglio lo rivendevano alle botteghe e alle cantine in città. Il vino del Vesuvio ha sempre avuto grandi estimatori! Maurizio inizia così ad aiutare il padre nella sua attività sino a quando però non decide di prendere la sua strada.

Pochi o nessun riferimento davanti ma obiettivi concreti sui quali costruire un’idea di vino precisa e dal forte richiamo territoriale: nei vini di Cantina del Vesuvio c’è dentro la storia, il vulcano, le sue uve tradizionali raccolte dal suo terreno lavico che qui, a differenza del versante più interno (Boscoreale, Terzigno, ad esempio) si fa più chiaro, sciolto e sabbioso; 16 splendidi ettari di vigna, tutti a conduzione biologica dal 1996, dove si colgono forme di allevamento tradizionali ma anche innovative, piante che circondano tutto intorno la piccola cantina dove prendono vita ogni anno poco più di 60.000 bottiglie vendute praticamente tutte agli avventori appassionati di passaggio qui sul Vesuvio, sempre più numerosi.

Una produzione di qualità incentrata ovviamente sul Lacryma Christi, sulla valorizzazione di questo straordinario vino campano con una lunga storia alle spalle ed un grande futuro davanti. Caprettone per il Lacryma bianco – di cui scriveremo dettagliatamente più in là -, Piedirosso per il Lacryma rosso Superiore e, con l’Aglianico, per il rosso Riserva.

Sul Piedirosso si sta facendo un gran lavoro, da qualche anno qui viene allevato con il Sylvoz, un metodo di coltivazione e potatura francese, utilizzato prevalentemente al nord per la sua maggiore captazione della luce e, di conseguenza, una maggiore vigoria che qui però si traduce nel tenere testa al varietale che ha obiettivamente necessità di sviluppare più gemme e tanto legno e fogliame per rendere buoni frutti da spremere. Un sistema che abbiamo già avuto modo di incontrare, ad esempio, nell’Agro aversano dove viene utilizzato per la coltivazione bassa dell’Asprinio¤.

Tutta questa attenzione sul Piedirosso ci rende ovviamente felici, rimane un varietale dal grande potenziale quello già decantato da Plinio e Columella, coltivato da queste parti da millenni ormai; riportarlo a forme di coltivazione più congeniali secondo l’esperienza locale, ha certamente lo scopo di ottenere il miglior risultato possibile tenendo conto della grande qualità dei terreni, del clima, dell’umidità, dell’esposizione alla luce solare e della persistente ventilazione di questi luoghi baciati da Dio.

Il risultato è ben chiaro nel bicchiere, ci arriva un Lacryma rosso duemiladiciotto dal bel colore rubino e dal sentore vinoso, floreale e marcato di frutta rossa polposa; il sorso non tradisce l’anima terragna, è secco, caldo e morbido con un finale di bocca sapido e rinfrancante. Bere il territorio, è proprio il caso di dirlo, un gesto che dona ancora più valore al camminare questa terra viva, stringere mani forti, promettersi rispetto ad oltranza.

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Clelia Romano, Fiano su tela

5 luglio 2020

E’ un Fiano di Avellino tra i più buoni da sempre, profondo, minerale, incalzante quello di Clelia Romano, con quei sentori che tutti ormai conosciamo come markers identitari del Fiano di queste terre lapiane, li abbiamo studiati per anni, cercati e fissati nella memoria bevendo anzitutto Colli di Lapio, non necessariamente inseguendo bottiglie ”vecchie” o mature, tutt’altro.

Lapio terra del grano, Lapio terra del tabacco, Lapio terra del Fiano di Avellino. Non tutti sanno però che queste terre, oggi gettonatissime per questo splendido varietale bianco campano, un tempo erano perlopiù votate alla coltivazione dell’Aglianico che qui ne ricopriva buona parte della superficie vitata generalmente strappata alle altre colture di sussistenza del tempo, anzitutto grano e tabacco, prima di venire lentamente soppiantato, a partire dalla prima metà degli anni ’70, dalla piantagione di Fiano, vino che aveva, con il ”gemello” Greco di Tufo, già grande appeal commerciale, soprattutto sul vicino mercato napoletano, da sempre principale sbocco economico dei vini irpini.

Lapio terra di Taurasi quindi. L’altitudine, il suolo argilloso, le escursioni termiche, elementi fondamentali che uniti alla tradizione familiare e alla capacità di un grande enologo esperto come Angelo Pizzi hanno consegnato agli annali sempre buonissime bottiglie di rosso prodotte qui in casa Romano: vini austeri, da aspettare, caratterizzati da grande tensione gustativa più che immediata piacevolezza del frutto; per questo, forse, un po’ fuori dal tempo, soprattutto con certe mode e tendenze contemporanee di quegli anni. Anche questo ha influito non poco, facendo sì che il Fiano di Avellino prendesse sempre più il sopravvento sul territorio, contribuendo però a far nascere anzitutto il fenomeno Colli di Lapio ma anche a consegnare alla storia del vino italiano lei, Clelia Romano, per tutti, non da oggi e con pieno merito, Nostra Signora del Fiano!

Non se ne trovano molte in giro di foto sue, men che meno in posa (rubata!), perciò ne facciamo gran tesoro, vieppiù per la straordinaria accoglienza riservataci quel giorno con accanto i figli Carmela e Federico Cieri, davanti ad una straordinaria batteria di vini. Colli di Lapio è in contrada Arianiello, produce tutti i suoi vini con uve provenienti esclusivamente da vigne di proprietà, sono poco più di 10 gli ettari oggi in produzione, con appena una manciata di filari ad Aglianico, quasi a testimonianza storica; vigne dove ci mette le mani anzitutto Carmela, con l’aiuto naturalmente di più componenti della famiglia, mentre in cantina, con Federico – che fa tanto altro ancora! – c’è da sempre Angelo Pizzi, uno dei riferimenti assoluti dell’enologia campana e straordinario interprete di numerosi territori e varietali autoctoni regionali. Qui, questo vino, anche grazie al suo lavoro raggiunge vette incredibili, con una costanza impressionante.

****/* Fiano di Avellino Colli di Lapio 2019. Impressiona per l’ampiezza olfattiva, quella nota balsamica che ne accentua l’anima di montagna e prepara il palato a tanta sostanza. Il colore tradisce leggerezza, il sorso nemmeno si accorge del 13,5% di alcol in volume in etichetta, tant’è che la bottiglia finisce in men che non si dica. Annata complessa, la duemiladiciannove, con un raccolto infinito, protratto sino a metà novembre, fortunatamente qui a Lapio meno problematica che altrove.

****/* Fiano di Avellino Colli di Lapio 2018. Sono circa 80.000 le bottiglie tirate fuori ogni anno, nessuna sbavatura per resa e capacità espressiva. Il colore è preciso, di un paglia luminoso, vivissimo. Il naso è invitante, fruttato e mentolato, rimanda a sentori di erbette in fiore e frutta a guscio, in particolare tiglio, camomilla, citronella; il sorso è pieno di freschezza, il finale di bocca lunghissimo, con un ritorno balsamico assai piacevole. Riporta 13,5% di alcol in volume, pare avviato in rampa di lancio.

**** Fiano di Avellino Colli di Lapio 2017 Annata a dir poco difficile, qui a queste latitudini ci si difende sempre, siamo tra i 550 e 600 metri, il vino è estremamente piacevole ma pare rilassarsi sul finale di bocca concedendosi a pochi guizzi. Il colore accentua una tonalità appena matura pur mantenendo piena luminosità. Il sorso è morbido, caldo e avvolgente, resta fresco e abbastanza persistente al palato, ancora 13,5% di alcol in volume in etichetta. In perfetta armonia.

***** Fiano di Avellino Colli di Lapio 2016. Probabilmente il Campione che emerge perentorio sopra tutti nella batteria, in splendida forma. Impressiona soprattutto per la verticalità e l’ampiezza olfattiva, con quella nota balsamica che qui si fa più complessa, vengono fuori anche muschio e citronella, la nocciola, addirittura accenni fumé; in bocca non si fa fatica a coglierne l’essenza, un dono di franchezza che si ripete puntualmente ad ogni sorso, asciutto e severo, con un gustoso e lunghissimo finale di bocca.

In anteprima assoluta invece, lasciamo traccia di quello che con ogni probabilità sarà il primo Cru aziendale che la famiglia Romano-Cieri ha (finalmente!) deciso di produrre, viene fuori da una selezione in pianta di grappoli di Fiano di Avellino raccolti tardivamente nella vigna più alta della proprietà, collocata ad oltre 600 metri s.l.m., situata sempre in contrada Arianiello. Un filo pregiato per un ricamo di antica tradizione.

Si tratta per il momento di una minuscola produzione di poco più di un migliaio di bottiglie, si chiamerà ”Clelia”, doveroso omaggio alla Nostra Signora del Fiano ma soprattutto, immaginiamo, per segnare il tempo con la quarta generazione della famiglia Romano-Cieri che ben presto troverà il suo spazio nello smanettare in cantina. Noi la nostra idea ce la siamo fatta e senza tirare le fila a giudizi affrettati ne abbiamo parlato con loro apertamente, a voi non resta che andare in cantina per provarlo!

****/* Fiano di Avellino Clelia 2019. Vendemmiato praticamente e metà novembre dopo una lunga ed estenuante cernita tra i filari che ha tenuto Carmela col fiato sospeso sino all’ultima cassettina portata in cantina. Bellissimo il colore paglia lievemente dorato sull’unghia del vino nel bicchiere. Il naso è davvero impressionante, variopinto, verticale, ricco di piccole sfumature e note olfattive di grande fascino e suggestione. Ne cogliamo nitidamente tiglio e acacia, camomilla e crema di nocciola, tant’è che sorge il dubbio (anche) di un parziale uso del legno ma Federico e Carmela si smarcano immediatamente al solo pensiero, di legno sui bianchi qui non ne vogliono sentir parlare! E allora non possiamo che rimanerne ancor più impressionati per la profondità espressiva. Il sorso è decisamente invitante, sostenuto da decisa freschezza con un gusto amplificato da pienezza e sapidità ad ogni assaggio. Ci appare un quadro dipinto, Fiano su tela!

**** Fiano di Avellino Clelia 2018. E’ decisamente buono, in perfetto stato di grazia, forse solo un po’ avanti nella sua pienezza espressiva rispetto al duemiladiciannove appena descritto; il colore si arricchisce di una maggiore venatura oro sull’unghia del vino nel bicchiere, possiede un ventaglio olfattivo ricchissimo di frutta e fiori di campo, ancora di miele e piccola pasticceria, il sorso anche qui è pieno di sostanza ma ricco di tensione gustativa, il finale di bocca piacevolissimo. Finito di vendemmiare il 14 novembre, il vino prodotto fa solo acciaio e bottiglia.

***** Eccellente **** Ottimo  *** Buono ** Suffic. * Mediocre

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