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Autoctono e originale, il Costa d’Amalfi Furore bianco 2018 di Marisa Cuomo

8 maggio 2020

E’ un comprensorio vitivinicolo tanto particolare quello della Costa d’Amalfi, millemila terrazzamenti dove è molto complicato e disagevole spostarsi, figuriamoci lavorarci; talvolta anche dentro una stessa vigna, può capitare di passare da un’altitudine all’altra con salti finanche di 100 metri, dentro contesti micro-climatici davvero molto caratteristici.

Non a caso si parla di Vini Estremi¤. Poi ci sono i varietali, taluni assolutamente unici, altri rinvigoriti proprio da questo terroir così straordinario, basti pensare ad esempio ai bianchi Fenile, Ginestra e Pepella.

Il primo, allevato generalmente a pergola, è un vitigno abbastanza neutro che dona però struttura ai vini e che riesce a raggiungere, con un breve affinamento, vette di rara eleganza, pur avendo necessità di cure maniacali in vigna a causa della sua particolare sensibilità alle muffe. La Ginestra, spesso confusa ed associata alla più conosciuta Falanghina per la sua abbondanza colturale, è invece da considerare più vicina alla varietà Biancolella, molto diffusa anche da queste parti in Costa d’Amalfi, dove sembra acquisire una particolare integrità olfattiva dal profumo, appunto, di fiori di ginestra, contribuisce a dare vini freschi e agili nella beva. La Pepella, infine, rappresenta la memoria storica di questo territorio: sono poche vigne, si contano poco più di tre ettari in tutto, generalmente vecchi ceppi con una resa bassissima in uva anche per via della naturale propensione all’acinellatura dei grappoli; ne viene fuori però un nettare rarissimo ma di estrema funzionalità nell’assemblaggio finale dei vini, a cui dona particolare complessità.

Poi ci sono i rossi, c’è anzitutto il Piedirosso o Per’ e palummo, così chiamato dal rosso dei pedicelli degli acini che richiama il colore vivo delle zampette dei colombi. Sappiamo bene come va col vitigno (leggi qui), eppure certi vini qui in Costa d’Amalfi prendono caratteri davvero incredibili. Vale la pena poi ricordare lo Sciascinoso, o il Tintore di cui spesso abbiamo già raccontato su queste pagine (ad esempio qui) e del Tronto, altra varietà locale spesso però sovrapposta al più tradizionale Aglianico.

Sono tutti vini parecchio evocativi quelli di Marisa Cuomo e Andrea Ferraioli, vini che si fanno apprezzare ancora di più proprio per il forte magnetismo di questi territori straordinari, con queste vigne patrimonio inestimabile, in certi luoghi letteralmente arrampicate sulle rocce a picco sul mare di Furore e Ravello. Non mancano certo appassionati al Fiorduva, il loro bianco di punta pluripremiato ad ogni uscita, ma nemmeno chi, talvolta, in certe annate in particolare, gli preferisce il Furore bianco ”base” da Falanghina e Biancolella. E’ un duemiladiciotto riuscitissimo questo, dal grazioso colore paglia e un naso delicato e verticale, profuma di ginestra e biancospino, di agrumi e macchia mediterranea mentre il sorso è piacevole ed equilibrato, stuzzicante e persistente, non senza acuti di freschezza sul finale di bocca ben sapido.  

© L’Arcante – riproduzione riservata

Il rifiuto del legno, la lezione che non abbiamo ancora imparato

8 aprile 2019

Senza voler riaprire una disquisizione tecnica sul mezzo¤, ne ritornare sull’opportunità o meno del suo utilizzo, ci sembra però che in molti, anche tra i degustatori più attenti, in buona fede s’intende, continuano a preferire di schierarsi a favore o contrari a prescindere, senza considerare un elemento sempre troppo poco discusso quando si parla dell’utilizzo del legno: l’inesperienza.

Con buona pace di molti è bene ricordare che chi si è lanciato nel fare vino quindici/vent’anni fa qui in Campania non sapeva affatto bene da dove cominciare, dove mettere le mani: “talvolta ahimè non conosce nemmeno dove sta il pulsantino per accendere la luce in cantina”, ci confidò una volta un caro amico enologo consulente. Solo quando il ‘dopolavoro’ si era fatto necessariamente primaria attività, la faccenda cominciava ad assumere via via connotazioni un po’ più verosimili, con maggiori buoni auspici all’orizzonte ed un impegno, sul lungo termine, quasi a tempo pieno. E’ forse un’amara constatazione, ma val bene tenerne conto perché in molti casi così è stato.

Va da se che una tale complessa esperienza è molto difficile trovarla in un panorama produttivo come quello campano che, da un certo punto di vista, fatte le dovute eccezioni, rimane estremamente giovane. Una mancanza talvolta compensata solo in parte con consulenze di valore ma che pure hanno avuto per un certo tempo il grande limite di proporre spesso protocolli standard per tutte le salse, incapaci di tenere conto talvolta di realtà in alcuni casi difformi tra loro in uno stesso comprensorio vitivinicolo, se non nell’azienda stessa.

Ecco perché lo spauracchio del burro e marmellata degli anni novanta e duemila non può, non deve essere dimenticato, men che meno ripercorso. Ci permettiamo però di aggiungere che non va nemmeno demonizzato chi ne ha saputo trarre la giusta esperienza ed oggi sa bene il fatto suo. L’utilizzo dei legni in cantina necessita di una certa abilità, conoscenze specifiche, studio, sperimentazioni, verifiche, attenzioni almeno decennali. Da questa parte quindi non si può essere tutti a favore e poi tutti contro, per partito preso. Troppo facile, fuorviante, inconcludente nell’uno e nell’altro caso.

Terre del Volturno Casavecchia Centomoggia 2015 Terre del Principe - foto A. Di Costanzo

Gli assaggi degli ultimi mesi ci vengono in soccorso consegnandoci due grandi esempi, il primo è il Furore bianco Fiorduva di Marisa Cuomo, uno tra i più apprezzati bianchi campani a livello internazionale, capace ogni anno di spostare in alto l’asticella pur mantenendo una certa integrità espressiva dove i tre varietali Fenile, Ripoli e Ginestra, l’ambiente pedoclimatico, l’uso misurato del legno contribuiscono alla produzione di un bianco profodamente coinvolgente. Il duemiladiciassette è un vino dal colore giallo paglierino intenso e luminoso, che profuma di fiori di ginestra ed erbe mediterranee, con un intenso rimando ad albicocca matura e frutta esotica. Il sorso è ben definito, pieno e caratterizzato da persistente sapidità.

Il secondo è il Casavecchia Centomoggia di Terre del Principe, Peppe Mancini e Manuela Piancastelli con il duemilaquindici ne hanno tirato fuori forse uno tra i migliori di sempre, capace di lasciare a bocca aperta tanto fragoroso è il frutto esaltato in maniera ineccepibile (anche) dal legno, dalla misura del suo impiego, capace di esaltare e affinare una grande materia viva. Ha un colore rubino-porpora e al naso è intenso, avvolgente, profuma anzitutto di more e mirtilli cui s’aggiungo per distacco spezie e balsami. Il sorso è pronunciato, fitto e saporito, tredici gradi di assoluto piacere per le papille gustative.

Semmai ve ne fosse ancora bisogno, lo ribadiamo ancora una volta: non è la barrique il problema, ma chi e come la usa.

Leggi anche Ravello Rosso Riserva 2007 di Marisa Cuomo Qui.

Leggi anche Centomoggia, il Casavecchia di Terre del principe Qui.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Gran Furor Divina Costiera!

2 maggio 2013

Il successo del succoso Fiorduva di Andrea e Marisa ha pochi eguali in Campania, tra l’altro ormai universalmente riconosciuto tra i grandi bianchi italiani ogni anno sempre più applaudito.

Costa d'Amalfi Furore bianco 2012 Marisa Cuomo - foto A. Di Costanzo

Un riconoscimento che si fa ancor più grande se si pensa a quei luoghi, a quelle vigne strappate letteralmente alla montagna che ricadono a strapiombo sul mare, visione questa di una suggestione unica e rara che ha pochi equivalenti. Sono gli stessi luoghi dove nasce pure quest’altro piccolo capolavoro di falanghina e biancolella che, opinione del tutto personale, sempre più spesso mi viene addirittura naturale mettere davanti al Fiorduva stesso.

Possiede una straordinaria franchezza espressiva il Furore bianco 2012, lo cogli sin dal primo approccio, appena ci metti il naso nel bicchiere, non appena ti bagni le labbra. Passeremmo ore a discutere davanti ad una vecchia bottiglia di fiano di Avellino di Vadiaperti o di Lacryma Christi bianco di Villa Dora, magari dello stesso Fiorduva se ne trovassimo qualcuna in giro ben conservata.

Sono bianchi questi ultimi capaci di sovvertire luoghi comuni e convinzioni vetuste: profondità, larghezza, spessore sarebbero le parole più gettonate, ne sono convinto, come infinite ritornerebbero le disquisizioni emozionali dinanzi a bottiglie sorprendenti finalmente proiettate nel tempo con la stessa apertura di credito riconosciuta sino a pochi anni fa solo a certune d’oltralpe (Borgogna, Alsazia ecc…).

Talvolta, certe volte, c’è però bisogno di altro: di un sospiro, un piacere, una voluttà immediatamente leggibile, non necessariamente ancestrale, bensì immediata, da stappare al volo e da godere adesso, subito. E’ pure di questo che si ha bisogno, no? Cogliere l’attimo, quel glicine appena in fiore, la mela appena matura, un respiro a ‘pieni polmoni’ affacciati su una terrazza qualsiasi di Furore, ‘il paese dipinto’; la macchia mediterranea, il sale appena accennato, il sole là appena al tramonto. Una goccia in mezzo al mare sì, ma sempre più unica!

Maiori, Costa d’Amalfi bianco Puntacroce 2011

25 febbraio 2013

La mia Campania si conferma una terra straordinaria per il vino, con sorprese che sembrano dietro ogni angolo di posto, ancor più golose ed imperdibili quando lanciate a conquistarsi spazio e memoria nel tempo.

Costa d'Amalfi bianco Punta Croce 2011 Raffaele Palma - foto A. Di Costanzo

Una piacevole sorpresa sembra arrivare da quel cilindro magico di paradiso dei bianchi che è divenuta in così pochi anni la Costa d’Amalfi; Puntacroce pare iscrivere¤ il suo nome a chiare lettere tra quei vini nuovi da non perdere assolutamente di vista nei prossimi anni. Vien fuori da un assemblaggio di falanghina con biancolella, ginestra ed altre varietà locali fenileripolo e pepella, che qualcuno forse già ricorderà grazie ai successi dei ben più noti vini di Andrea Ferraioli e Marisa Cuomo¤ da Furore se non per quelle piccole gemme di Alfonso Arpino¤ e Gaetano Bove¤ da Tramonti.

Azienda Biologica Raffaele Palma, le vigne sul mare

Tra l’altro, il progetto di Raffaele Palma qui a due passi da Maiori, vicino Capo d’orso, sembra essere di quelli solidi e di grande prospettiva vista la serietà degli intenti e l’enorme sforzo economico sostenuto per rifare, praticamente daccapo e in perfetta armonia col paesaggio rurale circostante, tutti quei bellissimi terrazzamenti a secco che stringono, ferrei, a strapiombo sul mare, le splendide vigne e i rigogliosi limoneti condotti secondo agricoltura biologica.

Tant’è che nel bicchiere sorprende e come questo Puntacroce 2011, soprattutto per l’imponente verticalità che lenta si fa poi dolce e mansueta. Bianco davvero particolare, colorito e vivace, disincantato e invitante: al naso richiama immediatamente sentori agrumati di mandarino ed albicocca confettati, ma anche note più alte e fitte come balsami, resine e tarassaco. Il sorso è asciutto e ben indirizzato, stuzzicante, minerale e giustamente sapido con, in ultimo, un piacevolissimo ritorno mandorlato sul finire di bocca. Da bersi potenzialmente a secchiate.


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