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L’Asprinio di Aversa Vite Maritata 2019 de I Borboni

25 aprile 2020

Di Asprinio d’Aversa se ne parla sempre troppo poco, mentre l’esperienza degli anni passati ci è servita per capire che quel suo gusto così spiccato e originale ha invece una marcia in più, davvero originale, unico e particolare!

Aversa, Carinaro, Casal di Principe, Casaluce, Casapesenna, Cesa, Frignano, Gricignano di Aversa, Lusciano, Orta di Atella, Parete, San Cipriano d’Aversa, San Marcellino, Sant’Arpino, Succivo, Teverola, Trentola – Ducenta, Villa di Briano, Villa Literno in provincia di Caserta e Giugliano, Qualiano e Sant’Antimo in provincia di Napoli sono i 22 comuni dove è possibile produrre l’Asprinio d’Aversa doc, denominazione istituita nel luglio ’93 per disciplinare la produzione di un bianco fermo e ben due tipologie di vino spumante, un metodo Martinotti (charmat lungo) e un Metodo Classico. In etichetta, quando le uve provengono esclusivamente da viti maritate, è ammessa la dicitura “alberata” o “da vigneti ad alberata”, antico e suggestivo metodo di allevamento della vite di orgine etrusca.

Vi sono varie versioni sull’origine di fatto dell’alberata. Di certo c’è l’intuizione degli Etruschi di “maritare” la vite rampicante a dei tutori, in questo caso “vivi”, trattandosi di alberi, in particolare di pioppi. Poi varie annotazioni più o meno certe si sono aggiunte al contorno storico-culturale dell’Agro aversano, a partire dall’assunto che da sempre questi territori, per la loro estensione, erano interessati da una miriade di coltivazioni, nella maggior parte dei casi ben più redditizie dell’uva; tra queste la canapa, che raggiungendo altezze variabili, non ha mai contribuito a creare condizioni favorevoli ad una coltivazione promiscua con la vite se non in maniera limitata.

Inoltre, il notevole frazionamento delle colture presupponeva che l’Asprinio venisse coltivato perlopiù per il fabbisogno familiare resistendo proprio solo grazie alle alberate, poiché sviluppandosi in altezza non sottraeva terreno prezioso ad altre colture stagionali. Colture delle più differenti che nel tempo si avvicendavano nei fondi e che in certi periodi dell’anno traevano beneficio dalla loro presenza in caso di particolari condizioni meteo, si pensi all’ombra in caso di solleone o come difesa dal vento che qui, non avendo particolari rilievi sulla sua strada, arriva forte e deciso dalla vicina costa, distante appena una quindicina di chilometri.

Resta ovvio che in principio se ne ottenesse un vino bianco di sostentamento, spesso sgraziato, dal colore tenue e dal sapore particolarmente aspro, più utile come vino da taglio che a bersi da solo. Un quadro organolettico certamente migliorato grazie ad una maggiore consapevolezza nella gestione dell’alberata, finalmente percepita come un valore da salvaguardare, una testimonianza storica per tutto il territorio, e all’introduzione di nuovi metodi di allevamento della vite, con nuovi impianti, ma soprattutto con l’arrivo nelle cantine della moderna tecnologia, via via capace di ”domare” le asperità più accentuate del varietale senza però disperderne il carattere autentico dei vini.

Così il vino, pur restando di colore tenue, almeno in gioventù, caratterizzato da profumi lievissimi, di fiori gialli, di mela e agrumi, ha saputo conquistarsi un nutrito numero di appassionati alla ricerca di un gusto leggero e fresco, contraddistinto da puntuta acidità, mai appesantita da alcol e sovrastrutture inutili, proprio come sa regalare un sorso di Asprinio, tra i pochi varietali caratterizzati da un’elevata acidità fissa, dovuta al considerevole contenuto di acido malico, che ne fa, oltretutto, un’ottima base anche per la produzione di spumanti di qualità.

Con queste premesse è da lodare il grande lavoro della famiglia Numeroso che ha saputo ben conservare le sue poche alberate, affiancandovi negli anni nuovi impianti sperimentali con sistemi di allevamento alternativi, sino ad individuarne uno, il sylvoz, su cui puntare per dare nuovo slancio alla produzione di Asprinio in terra aversana. Da allora sono trascorsi oltre trent’anni, nel frattempo uno dei cugini Numeroso, l’indimenticato Carlo¤, ci ha prematuramente lasciati nel 2016, ma nelle loro vigne a piede franco appena fuori Lusciano, circa 2 ettari coltivati sul versante napoletano della dop Asprinio d’Aversa, in località Santa Patena, nel comune di Giugliano, fioriscono ogni anno, proprio in questi giorni di primavera, i germogli di uno dei più suggestivi vitigni bianchi campani.

Vite Maritata duemiladiciannove bevuto quest’oggi, in questa giornata particolare, vuole essere proprio un omaggio alla rinascita, un atto di riverenza a quest’antica vocazione, a un territorio che non smetteremo mai di raccontare. E’ un vino bianco dal colore paglia, il naso consegna profumi di fiori bianchi, agrumi, frutta a polpa bianca, macchia mediterranea. Il sorso è invece teso e vibrante, chiaramente sfrontato, tra un paio di mesi saprà essere ancor più godibile, giammai equilibrato ma con un frutto più chiaro e meno scomposto, con quel sapore asciutto, vivace, finanche citrino di cui sa farne ampiamente virtù. Viva l’Asprinio!

Leggi anche Lusciano, Vite Maritata 1998 Qui.

Leggi anche Piccola Guida ragionata ai vini Asprinio d’Aversa Qui.

© L’Arcante – riproduzione riservata

L’Extra Brut 1988 ‘ancestrale’ di Grotta del Sole

9 aprile 2013

In un momento di mercato dove registriamo una frenesia senza eguali nel fare bollicine di facile lettura, con qualsiasi varietale spendibile, tirar fuori un metodo classico di 25 anni appare pura follia! Un asprinio d’Aversa¤ poi, ma di cosa stiamo parlando?

Asprinio Riserva Grotta del Sole - foto A. Di Costanzo

Già, di cosa stiamo parlando? Eppure basterebbe domandarsi cos’erano nemmeno 20/25 anni fa la Franciacorta¤, la doc Trento¤ o l’Oltrepò Pavese¤ giusto per fare qualche nome tanto in voga oggigiorno. Ecco, fermiamoci qua, e tra un rimpianto e l’altro godiamoci a piccoli sorsi queste poche bottiglie messe via per passione dalla buonanima di Gennaro Martusciello che, nell’88, già da qualche anno – Grotta del Sole¤ così com’è nemmeno esisteva – smanettava in cantina dando forma e sostanza ai suoi studi spesi lì a Conegliano Veneto con quel chiodo fisso in testa: gli autoctoni campani, quelle alberate¤, l’asprinio, il metodo champenois.

L’asprinio è un piccolo grande vitigno, misconosciuto, rude, vigoroso, dalla carica acida impressionante, perfetto per farne spumanti. Sul breve dà vini bianchi secchissimi, asprigni appunto, ma di grande bevibilita’¤. Che alla lunga però sanno regalare piacevoli sorprese¤, conservano vivida freschezza e tirano fuori, col tempo, note olfattive talvolta anche empireumatiche assai suggestive.

Così questo metodo classico gioca di fino su note ossidative, ha un bel colore dorato, un primo naso sottile, lievemente salmastro, poi idrocarburico, quasi un rimando ancestrale, speziato di ginger e via via, lentamente, più definito di camomilla e agrumi canditi. In bocca è invece immediato, asciutto, tuttora vibrante, ben dritto, senza ammiccamenti ‘drai’ o ‘estradrai’, una stilettata segnata dal tempo ma ancora pienamente efficace. Che poi si sa, in altri tempi a 25 anni anche la più capricciosa delle donne sapeva bene quel che desiderava dalla vita.

Quarto, dell’Asprinio d’Aversa 2011 e dell’Extra Brut s.a. Riserva di Grotta del Sole

5 dicembre 2012

Non v’è dubbio che Grotta del Sole conservi un ruolo di primissimo piano quando si vanno a raccontare certi territori campani ed alcune delle più antiche tradizioni enoiche regionali. E’ così ad esempio per quanto riguarda i Campi Flegrei, come nel ricordare il valore storico di un vino simbolo come il Gragnano, ma anche e soprattutto quando si parla di asprinio d’Aversa.

Asprinio d'Aversa 2011 Grotta del Sole - foto A. Di Costanzo

Un vino e un’uva che non sono mai mancati nel carnet dell’azienda di Quarto sin dalla sua fondazione, sui quali la famiglia Martusciello ha investito tante risorse e preteso sforzi importanti per salvaguardarne la coltura e la produzione. Un territorio vasto e poco battuto l’agro aversano ma che da sempre consegna alle tavole e ai palati più attenti un vino dalle caratteristiche organolettiche molto particolari, uniche per quanto concerne il panorama enoico nazionale; un vino di cui si parla sempre troppo poco, e del quale, ahimé, se ne beve sempre meno. Un bianco assai vivace quando giovane, come nel caso di questo duemilaundici, tenue e franco al naso come sottile e teso in bocca, ma al contempo capace di sfidare il tempo senza temerne l’angustia (leggi qui). Del resto è proprio l’asprinio che vanta una vocazione alla spumantizzazione che pochi altri varietali autoctoni italiani sanno reggere in maniera eguale.

Don Pedro de Toledo Brut & Asprinio d'Aversa Extra Brut Grotta del Sole - foto A. Di Costanzo

Non a caso Gennaro Martusciello, enologo dalle enormi conoscenze scientifiche prima che tecniche, ne intuì il potenziale sin da subito e lo mise alla prova con il metodo champenois, come testimoniano le primissime produzioni del Don Pedro de Toledo Brut; un ardire che gli valse per molti anni lo scherno quasi di amici e colleghi che fuori regione, con i grandi industriali dello spumante italiano, erano intenti già da tempo a scimmiottare variazioni sul tema Champagne lanciati pedissequamente alla ricerca di un terroir fac-simile che, è chiaro a tutti, non è invece replicabile fuori dal quel comprensorio che va dalla Montagne de Reims a la Vallé de la Marne o la Côte des Blancs.

Asprinio d'Aversa Extra Brut s.a. Grotta del Sole - foto A. Di Costanzo

Ciò che rimane allora non è che il varietale a fare la differenza, con anche tutto quello che si può fare in cantina per costruirgli intorno il vino. Ma se in cantina, tecnicamente, si riuscirebbe in qualche modo a cavare un ragno dal buco, senza un’uva di qualità, con particolari qualità s’intende, non si va da nessuna parte. Tant’è che l’asprinio, soprattutto quando spumante metodo classico, ha dimostrato nel lungo periodo, nel tempo, di comportarsi da grande vino, capace di maturare senza invecchiare, elevarsi senza disperdersi, offrire, in certe annate o cuvée, bevute davvero incredibili, per certi versi sontuose. 

Un metodo classico che fa dell’acidità un’arma inesorabile, che il tempo, dalla presa di spuma alla maturazione sui lieviti, durante l’affinamento in bottiglia, ingrassa senza appesantirlo e che, tra l’altro, ha bisogno, chiede, dopo la sboccatura, un dosaggio bassissimo quando talvolta nemmeno necessario. Così si spiega l’intensità e l’armonia dell’Extra Brut di Grotta del Sole che, nella ormai imminente sua prossima uscita, sarà nuovamente senza annata (s.a.), una cuvée di tre raccolti che vuole ancora una volta mettere l’accento sulla più autentica tra le produzioni di vino spumante in Campania. 100% asprinio d’Aversa. A noi non resta che godercelo.


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