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Non a caso Settevulcani, la Falanghina dei Campi Flegrei 2017 di Salvatore Martusciello

10 aprile 2019

Abbiamo salutato con grande piacere il ritorno in campo flegreo di Gilda e Salvatore Martusciello, era l’estate di tre anni fa, ne scrivemmo qui¤ e ancora prima qui¤ non appena uscito il Gragnano della Penisola Sorrentina Ottouve.

Falanghina Campi Flegrei Settevulcani 2017 Salvatore Martusciello - foto L'Arcante

Si stava scrivendo una nuova pagina importante qui nei Campi Flegrei e mancava un pezzo di questa nuova mappatura del territorio flegreo, diciamo che mancava quel bel pezzo che riporta sostanzialmente alle origini, dove tutto ebbe inizio in larga parte proprio grazie all’impegno della famiglia Martusciello di cui Salvatore detiene in mano, ben salde, le redini della storica vocazione.

Con Gilda, sua moglie, hanno così ripreso il filo della storia e dopo il Gragnano, l’Asprinio, toccava riprendere a produrre i vini flegrei, il Piedirosso e la Falanghina, con l’etichetta Settevulcani. Il comprensorio puteolano vive così un grande momento di rilancio vitivinicolo, dalle coste del vallone di Toiano¤ e del Lago d’Averno¤ alle colline di Cigliano¤ o dello Scalandrone¤ ricche di lapilli emergono stupende vigne rigogliose, baciate dal sole, così suggestive da rimanerci a bocca aperta, consegnateci da una tradizione millenaria e da una vocazione unica e rara finalmente interpretate con sapienza e rispetto. Senza dimenticare le coste di Agnano¤, a ridosso del vulcano Solfatara e Monterusciello¤ e Cuma dove, proprio all’interno del Parco Archeologico dei Campi Flegrei, Salvatore coltiva e produce le uve che danno vita ai suoi vini così persistenti, vulcanici!

Siamo infatti all’interno di una immensa caldera in stato di quiescenza con numerosi vulcani sparsi sul territorio, a nord-ovest di Napoli. Qui, su questi terreni bruni e sabbiosi le vigne sono a piede franco*, una vera rarità per il vigneto italico; la fillossera, l’afide che distrusse l’intera viticoltura europea tra la fine del ‘800 e l’inizio del ‘900 del secolo scorso, qui muore per asfissia, quindi le viti sono allevate, si può dire, praticamente come duemila anni fa, cioè sulle proprie radici (franco di piede, ndr) contrariamente a gran parte del resto d’Italia e d’Europa dove precauzionalmente invece è necessario innestarle su una radice americana resistente alla fillossera.

Sono infatti anzitutto autenticità, freschezza e mineralità i tratti che più caratterizzano il Settevulcani duemiladiciassette, vino bianco dal colore paglierino, con un discreto corredo olfattivo perlopiù floreale e di frutta appena matura, agrumi e poi albicocca. Il sorso è asciutto, sinuoso e persistente, fedelissimo alla tipologia, dal finale di bocca corroborante e piacevolmente sapido!

Leggi anche Piccola Guida Ragionata ai vini dei Campi Flegrei Qui.

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( * ) Piede franco, non innestata su vite americana Qui.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Si deve a Gennaro Martusciello molto più di un ricordo

21 febbraio 2019

Ci siamo tutti sentiti un po’ più vuoti quel giorno d’inverno di sette anni fa, era il 21 Febbraio del 2012, avevamo un nodo in gola, come non potevamo, eravamo dispiaciuti, commossi, tristi per la scomparsa di una persona così cara e stimata che tanto ha fatto e ha dato per i nostri Campi Flegrei.

Si chiudeva un’epoca: quella dei pionieri, di coloro i quali avevano come riferimento del mestiere praticamente solo se stessi, il più delle volte costretti, loro malgrado, solo a sognarlo ciò che avrebbero veramente desiderato fare in cantina, dei loro vini; più semplicemente, era necessario fare ciò che andava fatto e nel miglior modo possibile, senza troppi grilli per la testa.

Eh sì, perché quando più o meno venticinque anni fa, fuori dai confini regionali, a malapena si erano affacciati il Greco di Tufo di Mastroberardino, qualche volta il Taurasi, a Quarto e a Pozzuoli si cominciava a ragionare anche sulla Falanghina e il Piedirosso dei Campi Flegrei: “poveri, ma belli” venivano chiamati (e forse un po’ lo sono tutt’ora). Senza contare i primi, incontenibili successi commerciali del rilanciato Gragnano¤ della Penisola Sorrentina o dell’Asprinio d’Aversa¤, fermo e spumante. L’avremo letto centinaia di volte in articoli, guide, post, qui come altrove, un leit motiv quasi stancante, che però pare non bastare mai per ricordare  quanta strada sia stata fatta: “la famiglia Martusciello, che tanto ha contribuito al rilancio vitivinicolo regionale e alla valorizzazione dei vitigni autoctoni campani”. Gennaro Martusciello in tutto questo, e in molto altro, ha avuto un ruolo cruciale, fondamentale, fosse solo per questo che oggi gli si deve molto più di un semplice ricordo.

E’ stata una persona stimatissima nell’ambiente don Gennaro, abbiamo sempre avuto la sensazione come fosse un uomo in tutto e per tutto calato ostinatamente nella sua dimensione: un grande talento, finissimo tecnico e profondo conoscitore della materia, imbrigliato forse da una realtà produttiva difficilissima e complicata, misconosciuta, talvolta talmente cruda che solo la malattia che l’affliggeva riusciva ad essere più desolante.

E’ stato un uomo vulcanico zio Gennaro¤, proprio come la sua terra, costretto nella morsa di un malessere che l’ha accompagnato praticamente tutta la vita, segnandolo sì profondamente nel fisico ma non nella testa, con un’invidiabile talento professionale che ne ha fatto un uomo del sud che ha dovuto faticare il doppio, anzi il triplo per emergere, affermarsi. Sì, perché Gennaro Martusciello un riferimento lo è diventato lo stesso, un esempio per tanti che l’hanno seguito, emulato, un riferimento assoluto per giovani e vecchie leve di enologi, ma anche di produttori, non solo in Campania che ne conservano molto più di un semplice ricordo.

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© L’Arcante – riproduzione riservata

Stanno tutti bene ma non tutto va bene

4 gennaio 2019

Nelle ultime settimane abbiamo passato in rassegna un bel po’ di assaggi delle ultime annate prodotte dalle nostre parti qui nei Campi Flegrei, dobbiamo dire in larga parte tutti i vini si sono rivelati davvero molto interessanti e proiettati nel futuro con l’approccio giusto per franchezza, freschezza e leggerezza  espressiva. Non mancano certo piccoli capolavori¤, ma questi solo il tempo li rivelerà del tutto. E’ proprio il caso di dire che stanno tutti bene.

Di alcuni ve ne abbiamo già dato conto¤, e non può che farci piacere notare come certi nomi¤ apparentemente sottovalutati negli ultimi anni, vadano rapidamente recuperando lustro e ritornino in mente anche alla critica più gettonata, ne siamo molto felici, ciò non può che fare bene al racconto di un territorio straordinario che ultimamente pare però un po’ avaro di nuovi protagonisti.

Nelle prossime settimane ne racconteremo delle belle, frattanto invece, tronfi di averci messo le mani tra i primi e certi di non aver mai smesso si sostenere, spronare, scrivere di tutti i produttori coinvolti ci viene quasi spontaneo far notare – lo sappiamo è un fatto di una banalità unica – come l’apprezzamento quasi unanime dei vini dei Campi Flegrei¤ non vada suscitando in nessun modo almeno un pizzico di orgoglio per le Amministrazioni e gli Enti Locali che poco o nulla fanno per la salvaguardia delle aree vocate e dei luoghi in prossimità di vigneti e cantine. Posti che dovrebbero richiamare enoturisti a frotte o quantomeno suscitare un certo rispetto ambientale ma che invece versano il più delle volte nel totale degrado ed abbandono, come dire Coscienza Ambientalista zero!

Condurre qui degli appassionati, un gruppo qualsiasi di enostrippati per alcuni è diventata una partita persa a tavolino, senza nominare tutte le difficoltà di chi deve accogliere clienti, importatori, giornalisti non senza disagio. Un territorio ampio e complesso quello flegreo, ne riconosciamo le difficoltà, il più delle volte definito odiosamente da molti “un conurbio suburbano”, cela però anche  bellezze e paesaggi suggestivi e struggenti, spesso misconosciute persino da chi ci vive figuriamoci cosa ne possa sapere chi lo visita e ne subisce superficialità e disinteresse pubblico. Peggio è, talvolta, intorno a quelle cosiddette ”vigne metropolitane” che dovrebbero rappresentare oasi di cultura e valori da preservare ad ogni costo, degli avamposti a salvaguardia di un patrimonio dal valore inestimabile ma che, ahinoi, rischiano di divenire spot di propaganda e niente di più. Questo non va per niente bene!

Senza andare troppo in là sognando modelli tipo “La Strada del Vino dell’Alto Adige¤” ci sentiamo in dovere di ricordare a questi signori Amministratori e rappresentanti di Enti Locali che ci sono voluti oltre vent’anni di grandi sacrifici in vigna e in cantina per portare in bottiglia vini degni di raccontare una storia credibile, dalle origini fortissime e uniche, i protagonisti di questa lunga maratona li conosciamo tutti, dalla famiglia Martusciello¤ ai vari Varchetta, Babbo, Farro, dai Palumbo ai Quaranta, Zasso o i Carputo sino agli ultimi Moccia¤, Di Meo¤, Schiano e Fortunato, ecco non lasciamoli soli, mai più soli. 

© L’Arcante – riproduzione riservata

Qui Campi Flegrei|Settevulcani, l’anima flegrea di Salvatore Martusciello

30 luglio 2016

C’è un momento nella vita in cui si ha bisogno di fermare tutto e ragionare. Subito dopo può accadere di cambiare strada, oppure, di ripartire più forti di prima. Mancava un pezzo di strada alla nuova mappa del territorio flegreo, diciamo mancava quel bel pezzo che conduce alle origini, dove tutto ebbe inizio. C’è chi ce lo ricorda, a suon di piedirosso e falanghina!

Settevulcani Piedirosso dei Campi Flegrei 2015 Salvatore Martusciello - foto L'Arcante

Un po’ come quei grandi puzzle mancava qualche tassello, di quelli centrali, simili a molti ma i soli perfettamente calzanti lo spazio vuoto. Bene quindi che Salvatore e Gilda riprendessero a fare quello che assieme a tutta la famiglia Martusciello hanno sempre fatto con grande slancio e passione in Grotta del Sole¤, non solo per i Campi Flegrei, negli ultimi trent’anni.

Così dopo il Gragnano¤, l’Asprinio¤, il Lettere, ecco PiedirossoFalanghina. Sono questi i vini che hanno accompagnato il successo della cucina napoletana e campana in Italia e nel mondo, vini di sovente sottovalutati forse perché immediati, freschi e di grande popolarità, tenuti talvolta fuori dalle guide più per sciatteria dei relatori che per mancanza di riferimenti di pregio. Un vero rompicapo certe volte, sono comunque sopravvissuti alle mode e alle fisime dei ben pensanti ed oggi godono con grande soddisfazione di più ampio consenso e successo commerciale.

Settevulcani Falanghina dei Campi Flegrei 2015 Salvatore Martusciello - foto L'Arcante

Falanghina dei Campi Flegrei Settevulcani 2015 ha una gran verve e invero non poteva essere altrimenti visti i precedenti storici, in questo senso credo sia stato un po’ come ritornare in bici. Ha freschezza da vendere, è agrumato, floreale, puntuto, dal sorso sottile e spigliato. Sembra argomento trito e ritrito ma diversi territori campani e del sud stanno puntando forte su questo vitigno per la grazia e l’immediatezza dei vini, ma il nerbo più verace rimane del tutto appannaggio di quello flegreo.

Piedirosso dei Campi Flegrei Settevulcani 2015 sin dal primo sorso riporta subito in mente l’impronta polputa e piacevolissima dei rossi vulcanici a base piedirosso. Proprio questa etichetta rappresenterà per Salvatore e Gilda la sfida più importante per i prossimi anni. Il piedirosso vive un momento magico, è sulla bocca di tutti e quello coltivato qui nei Campi Flegrei sembra avere grandi margini di crescita sul mercato perché tra i pochi a caratterizzarsi per un territorio così unico ed irripetibile e vini così profondi eppure di grande immediatezza.

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L’Arcante raccomanda di servire questa tipologia di vini con Fresh¤, il nuovo seau a glace di Nando Salemme.

Un ricordo di Gennaro Martusciello¤.

Montegauro 1997, la storia nel bicchiere¤.

Io amo, Piccola Guida ai vini dei Campi Flegrei¤.

© L’Arcante – riproduzione riservata


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