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Quarto, dell’Asprinio d’Aversa 2011 e dell’Extra Brut s.a. Riserva di Grotta del Sole

5 dicembre 2012

Non v’è dubbio che Grotta del Sole conservi un ruolo di primissimo piano quando si vanno a raccontare certi territori campani ed alcune delle più antiche tradizioni enoiche regionali. E’ così ad esempio per quanto riguarda i Campi Flegrei, come nel ricordare il valore storico di un vino simbolo come il Gragnano, ma anche e soprattutto quando si parla di asprinio d’Aversa.

Asprinio d'Aversa 2011 Grotta del Sole - foto A. Di Costanzo

Un vino e un’uva che non sono mai mancati nel carnet dell’azienda di Quarto sin dalla sua fondazione, sui quali la famiglia Martusciello ha investito tante risorse e preteso sforzi importanti per salvaguardarne la coltura e la produzione. Un territorio vasto e poco battuto l’agro aversano ma che da sempre consegna alle tavole e ai palati più attenti un vino dalle caratteristiche organolettiche molto particolari, uniche per quanto concerne il panorama enoico nazionale; un vino di cui si parla sempre troppo poco, e del quale, ahimé, se ne beve sempre meno. Un bianco assai vivace quando giovane, come nel caso di questo duemilaundici, tenue e franco al naso come sottile e teso in bocca, ma al contempo capace di sfidare il tempo senza temerne l’angustia (leggi qui). Del resto è proprio l’asprinio che vanta una vocazione alla spumantizzazione che pochi altri varietali autoctoni italiani sanno reggere in maniera eguale.

Don Pedro de Toledo Brut & Asprinio d'Aversa Extra Brut Grotta del Sole - foto A. Di Costanzo

Non a caso Gennaro Martusciello, enologo dalle enormi conoscenze scientifiche prima che tecniche, ne intuì il potenziale sin da subito e lo mise alla prova con il metodo champenois, come testimoniano le primissime produzioni del Don Pedro de Toledo Brut; un ardire che gli valse per molti anni lo scherno quasi di amici e colleghi che fuori regione, con i grandi industriali dello spumante italiano, erano intenti già da tempo a scimmiottare variazioni sul tema Champagne lanciati pedissequamente alla ricerca di un terroir fac-simile che, è chiaro a tutti, non è invece replicabile fuori dal quel comprensorio che va dalla Montagne de Reims a la Vallé de la Marne o la Côte des Blancs.

Asprinio d'Aversa Extra Brut s.a. Grotta del Sole - foto A. Di Costanzo

Ciò che rimane allora non è che il varietale a fare la differenza, con anche tutto quello che si può fare in cantina per costruirgli intorno il vino. Ma se in cantina, tecnicamente, si riuscirebbe in qualche modo a cavare un ragno dal buco, senza un’uva di qualità, con particolari qualità s’intende, non si va da nessuna parte. Tant’è che l’asprinio, soprattutto quando spumante metodo classico, ha dimostrato nel lungo periodo, nel tempo, di comportarsi da grande vino, capace di maturare senza invecchiare, elevarsi senza disperdersi, offrire, in certe annate o cuvée, bevute davvero incredibili, per certi versi sontuose. 

Un metodo classico che fa dell’acidità un’arma inesorabile, che il tempo, dalla presa di spuma alla maturazione sui lieviti, durante l’affinamento in bottiglia, ingrassa senza appesantirlo e che, tra l’altro, ha bisogno, chiede, dopo la sboccatura, un dosaggio bassissimo quando talvolta nemmeno necessario. Così si spiega l’intensità e l’armonia dell’Extra Brut di Grotta del Sole che, nella ormai imminente sua prossima uscita, sarà nuovamente senza annata (s.a.), una cuvée di tre raccolti che vuole ancora una volta mettere l’accento sulla più autentica tra le produzioni di vino spumante in Campania. 100% asprinio d’Aversa. A noi non resta che godercelo.

Aversa, Alberata, Asprinio. C’è una sola tripla A

28 novembre 2012

“Non c’è bianco al mondo così assolutamente secco come l’asprinio: nessuno. Perché i più celebri bianchi secchi includono sempre, nel loro profumo più o meno intenso e più o meno persistente, una sia pur vaghissima vena di dolce. L’asprinio no. L’asprinio profuma appena, e quasi di limone: ma, in compenso, è di una secchezza totale, sostanziale, che non lo si può immaginare se non lo si gusta… Che grande piccolo vino!” [Mario Soldati]

Avremmo potuto costruirci nell’Agro aversano la nostra piccola Franciacorta, fare dell’asprinio – il nostro autentico, unico, inimitabile vitigno Principe di Aversa – un protagonista incredibile per un vino ma anche e soprattutto bollicine talmente uniche e rare quanto inarrivabili per tipicità, qualità, storia. Per vent’anni invece ci siamo accontentati, e continuiamo a farlo, nel cercare con superficialità, altrove ed ovunque, di fare, con qualsiasi uva, spumantini che appena lontanamente possano somigliare, ricordare, all’evenienza, il Prosecco di turno quando non – velleità delle velleità per qualcuno – vagamente lo Champagne. Intanto la terra è lì che aspetta, le alberate con tutta probabilità andranno a scomparire e, dalle nostre tavole, pure il vino. Se non fosse che…

Loreto Aprutino, Montepulciano d’Abruzzo 1995

29 Mag 2010

Il vino ci salva tutti! Il prelibato nettare gelosamente conservato in ognuna delle ambite bottiglie concede a tutti una chance, ai cultori e agli ignoranti, agli appassionati di lungo corso e ai neofiti, professionisti, millantatori, cronisti, giornalisti o presunti tali, tutti trovano nel vino, nel grande vino in particolare, tutte le risposte alle proprie domande, alle proprie manie, alla propria presunzione; vignerons per la vita o più convenientemente produttori di occasioni, costruttori di falsi miti o egocentrici fanatici – gli “enorchici” li chiamo io -, cioè un po’ enofili, un po’ anarchici, un po’ orchi, a volte un po’ coglioni: il vino, il grande vino, li salva tutti! 

Folco Portinari affermava che né Mario Soldati Giuan Brera, (icone per molti cantori del vino di oggi) si intendevano di vini, o meglio “avevano l’assidua abitudine di sovrapporre al piacere di parlare di vini e di cibi il parlare di se stessi, per cui più che la mera capacità di discernere gli argomenti era il loro irreprensibile istrionismo fabulatorio, la loro irruenza verbale, lo stile a tratti baroccheggiante ed umorale a divenire protagonisti delle loro decantazioni enologiche”. Può non sorprendere quindi che lo stesso Mario Soldati, pur avendo vissuto lungamente l’Abruzzo non abbia mai riportato nemmeno il solo nome di Valentini nei suoi racconti, che pur hanno segnato un passo fondamentale della cronaca enologica del nostro paese. Erano certamente altri tempi e nulla potrà mai dissacrare la potenza comunicativa ci certi mostri sacri, ma nulla di più banale sarebbe continuare a crearne nuovi presunti tali delegando loro, soprattutto agli “enorchici”, il racconto dell’Italia del vino; la leggenda del grande Edoardo Valentini allora, e quella della sua azienda oggi sono legate anche alla loro costante lontananza da certi meccanismi mediatici, quindi non è poi così necessario apparire, soprattutto quando si ha dalla propria l’indiscussa capacità di essere.

E’ un grande vino questo Montepulciano d’Abruzzo ’95, forse non il più grande tra quelli venuti al mondo dalle vigne abruzzesi del compianto Edoardo, ma certamente tra i più anacronistici e forse per questo sorpendenti. Il colore ha conservato una veste rosso rubino con riflessi appena granata, poco trasparente, quasi materico nel bicchiere, ricco di sostanza estrattiva. Il primo naso è lampante di prime note di riduzione, lontano certamente dalle aspettative di neofiti e di chi non conosce la materia che ha tra le mani, ma anche a questi ultimi basterà appena una decina di minuti per rendersi conto di non aver mai bevuto qualcosa di simile e di ripetibile, di aprirsi quindi, come il vino non smetterà mai di fare di qui ad un paio d’ore, a sensazioni olfattive e gustative autentiche, vere, uniche.

I profumi vengono fuori gradualmente, invitanti, coinvolgenti, avvolgenti, costantemente giocati su di un contrasto tanto incomprensibile quanto affascinante, dalla frutta matura a note di tabacco, dalla confettura di amarene e ribes a nuances speziate, da sensazioni animali, terragne e sottili e finissime note minerali. Una marcia lenta verso un ventaglio olfattivo di una complessità entusiasmante. In bocca poi sfodera un carattere di gran classe, entra con estrema morbidezza, il tannino scivola sulle papille gustative completamente risoluto, il nerbo acido è sottile ma presente, il frutto ha di gran lunga la meglio, è prepotente ed intenso, è dolcemente persistente fino a cocludere la sua corsa emozionale in un finale lungo, quasi masticabile, di frutta candita, di cioccolato, di note iodate. Un vino oggi probabilmente nel suo momento migliore, estremamente godibile, vero purosangue italiano, fuori da ogni schema, disegno, trama che non sia strettamente riconducibile alla terra di origine ed al suo più grande interprete.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Falanghina, radiografia di un vitigno

9 novembre 2009

“[…] Fiorisce ai principi di giugno, presto sfiora e manda via la corolla. Grappolo di mezzana grandezza, allungato, poco ramoso, raro. Bacca quasi rotonda, picciola, di un bel gialletto, ed a perfetta maturità più si colora; sugosa, molto dolce. Molto e costantemente fruttifero. Fa buon vino”.

Così Vincenzo Semmola, storico di ampelografia di metà ‘800 descriveva, affascinato, le varietà di Falanghina (dal greco falangos, dal latino phalange, legata al palo) delle quali ne arrivò a catalogare circa 112 incontrate di volta in volta nelle sue camminate su per le campagne del Monte Somma ed intorno a Napoli ed al suo circondario, dalla collina di Posillipo, ai Camaldoli sino ai cosiddetti campi ardenti, gli odierni Campi Flegrei.

Prima  e dopo questo periodo non sono mancate citazioni e lodi per questo vitigno tanto diffuso quanto poco conosciuto, e molti esperti ed autori hanno lasciato tracce interessanti sulle sue peculiarità tanto da farne dei capisaldi anche per i moderni studi di agronomia ed enologia: basti pensare alle opere di Columella Onorati (1804), dell’Acerbi (1825), di Federico Corrado Denhart (1829) che nel tempo si occuparono ampiamente, soprattutto quest’ultimo, di definire ampelograficamente le caratteristiche di questo vitigno tanto diffuso da non poterlo far mancare nel prestigioso patrimonio vivaistico del Real Ortobotanico di Napoli. Come non citare il Cavaliere Giuseppe Frojo che nel 1879 fu tra i primi a lasciare traccia di un intero processo produttivo del vino Falanghina, ripreso proprio alcuni anni fa dalla Famiglia Mustilli di Sant’Agata de’Goti che assieme ad Antonella Monaco, ricercatrice della Facoltà di Agraria dell’università Federico II di Napoli,  lo riproposero con una bella iniziativa culturale tesa alla valorizzazione storica di questo straordinario vitigno del quale l’ing. Leonardo, capostipite della famiglia, è stato primo promotore in assoluto nella nostra regione sin dal 1970.

La storia ci consegna quindi un panorama ricco di blasone ed un salto ai giorni nostri ci apre ad una visione sulla Falanghina (distinguibile oggi essenzialmente in due precisi cloni, uno beneventano ed uno tipicamente Flegreo) estremamente più complessa di quanto appare facile decifrare con non poche sfumature in chiaro-scuro, fatto di antiche considerazioni, ataviche convinzioni e come sempre di poca “memoria storica liquida” – come amo definirla io – cioè di bottiglie di vendemmie passate sulle quale realmente costruire anno dopo anno un profilo indentitario di questo vitigno e delle sue varie espressioni ed interpretazioni territoriali.

La sua ampia diffusione nella geografia vitivinicola campana ci induce a sostenere quanto la Falanghina sia stata capace nei decenni ad adattarsi a tutte le varianti morfologiche territoriali regionali quasi sempre con risultati di tutto rispetto tanto da divenire il bianco varietale più diffuso oggigiorno nella nostra regione e soprattutto capace di coprire un’ampia fascia di collocazione commerciale pari a pochi altri vini bianchi italiani con un forte indice di penetrazione sul mercato facendone un successo enologico che non ha riscontri pari per volumi e numeri negli ultimi anni in Campania: insomma un vitigno dal grande passato, un fiorente presente ed un futuro tutto da rivelare!

Proprio seguendo questo filo logico alcuni produttori campani, grandi e piccoli, sparsi qua e là in regione hanno deciso di puntare su questo vitigno lanciandosi in interpretazioni estremamente profonde consegnandoci vini dall’aspetto culturale ed organolettico più affascinante, decisamente complessi, termine quest’ultimo spesso abusato in degustazione ma quasi mai realmente riscontrabile nei vini Falanghina prima di allora, forzatamente e malinconicamente relegati ad una deontologia basata sul “giallo verdolino e sulle note olfattive erbacee, appena floreali”.

donna[1]Per fare questo era necessaria una profonda riflessione ed una piccola rivoluzione culturale, che a dire il vero non tutti si sono sentiti in grado (dovere) di fare ma chi ha imboccato questa strada certamente non ha avuto che riscontri positivi dal mercato e dalla critica. Un lavoro importante è stato avviato in campagna, la vigna prima di tutto, molti impianti erano assolutamente inadatti a perseguire questo nuovo orizzonte; come detto la Falanghina non ha particolari esigenze colturali, paradossalmente anche da rese alte, intorno ai 120 quintali per ettaro il vitigno esprime ottime peculiarità enologiche ma l’affaticamento dei ceppi, spesso con oltre 15 gemme per pianta non rendeva certamente semplice la gestione enologica del vino.

 Assieme all’intervento in vigna è stato necessario un forte, deciso, indefesso intervento culturale nei confronti dei contadini, soprattutto dei conferitori di piccole parcelle, penso per esempio ai Campi Flegrei, dove l’allevamento con il “sistema puteolano” ha reso per molti anni la vita difficilissima a chi si ritrovava poi in cantina uve buone solo per la distillazione ed è qui che è avvenuto il cambiamento più radicale, rifiutando questa atavica condizione passiva mutuando nuove prospettive, che come già affermato, vede una realtà non solo capace di affrancarsi dagli stereotipi ma indubbiamente già rivolta ad un futuro da protagonista del panorama enologico regionale ed italiano. Convertire questi impianti, dove possibile, a conduzioni più rigide con potature per esempio più efficaci non oltre le 7-8 gemme per pianta e pensare a nuovi impianti con sistemi più moderni, come per esempio il Guyot basso (anche bilaterale) ha di fatto creato i primi presupposti necessari per intraprendere il giusto cammino verso la qualità assoluta.

A questa rivoluzione in vigna è seguita anche una maggiore consapevolezza di profondere maggiore attenzione ai processi produttivi in cantina, mirando ad investimenti capaci di lasciare sviluppare una nuova coscienza enologica che ha aperto la strada anche a molti giovani enologi campani che stanno delineando le fila di una vitienologia di assoluta qualità: penso al lavoro di Antonio Pesce sul Vesuvio, di Fortunato Sebastiano nel Sannio, di Gerardo Vernazzaro e Francesco Martusciello Jr nei Campi Flegrei tanto per citarne alcuni; enologi capaci di seguire la scia di predecessori illustri, il prof. Luigi Moio in testa, senza mancare in personalità, quella personalità tangibile ad ogni sorso dei vini che firmano, valore questo entusiasmante ed inattaccabile nel tempo.

In conclusione è utile fissare bene in mente che proprio per tutto questo fermento, figlio di notevoli e radicali cambiamenti, è assolutamente importante approcciarsi alla Falanghina ed ai suoi vini con occhi, naso e palato nuovi. Via i vecchi stereotipi di un vino blando, verdolino, erbaceo ed acido, molti forse non lo sanno (ovvero sono erroneamente indotti a sapere) ma le componenti odorose “tipiche” della Falanghina, dal Garigliano a Sapri, fatte le dovute eccezioni per aree viticole sono tutt’altre e di tutt’altra prospettiva. Analisi sensoriali, ovvero l’individuazione dei descrittori aromatici e successive indagini strumentali (analisi olfattometrica e varie Gas-cromatografie) hanno tracciato un profilo dell’aroma e del gusto del vino Falanghina davvero sorprendente (Colori, odori ed enologia della Falanghina, A.A. Vari, a cura di Luigi Moio, 2004).

La Falanghina non è un uva particolarmente aromatica, per questo è difficile riconoscerne il varietale dall’assaggio del chicco o del mosto ma successivamente alla vinificazione si generano una serie di sensazioni olfattive che ne delineano efficacemente la riconoscibilità. I descrittori aromatici che intervengono dopo appena sei mesi dalla vendemmia (vino Falanghina vinificato in modo tradizionale, in acciaio) sono il fruttato di banana, di mela, di ananas, di pesca e via via note floreali, di agrumi, di miele ed infine di erba. Dopo circa 18 mesi dalla vendemmia il quadro organolettico muta verso l’albicocca secca, il miele, il floreale passito lasciando presagire sensazioni mentolate, ancora di anice, e di felce.

Insomma, un vino Falanghina di qualità e longevità è possibile; aggiungiamo a questi elementi le varianti del caso che intervengono area per area come l’incidenza dei suoli (minerali), dell’esposizione, dell’altitudine (escursioni termiche), delle tecniche di produzione ed abbiamo ben chiaro un quadro del tutto inaspettato. Il tempo poi come sempre è un grande interprete di ogni nostra convinzione, e di ogni nostro sogno.

© L’Arcante – riproduzione riservata   


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