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Consigli per gli acquisti? Solo buoni suggerimenti!

17 dicembre 2009

Una piacevole conversazione con l’ostetrica, stamattina, mi ha lasciato riflettere su alcune questioni che spero di avere tempo di tracciare su questo blog.Nel frattempo però, così come ho fatto con lei, vorrei regalare alcuni consigli utili per scegliere bene il regalo da fare all’enoappassionato di turno. Spendere bene i pochi denari che si è deciso di investire per un regalo, soprattutto se materialmente “effimero” come una bevuta, non è mai male.

In tempo di Natale vanno a ruba i “marchi storici”, tanto velocemente quanto il loro riciclaggio; pertanto, se la persona a cui dovete fare un regalo non ha, secondo le vostre conoscenze, una particolare educazione a bere vini ricercati, avete scelto il giusto. Il “marchio storico” ha sempre il suo fascino, è immediatamente apprezzato, gradito e garantisce spesso anche una qualità media dei suoi vini abbastanza alta; pensate poi al fatto, da non trascurare mai, che per l’occasione, qualora risulti un regalo, per così dire, in eccesso, potrà essere anche facilmente riciclato; non avreste, quindi, potuto scegliere di meglio.

L’azienda famosa, quella presente in tutti i buchi e pertugi della distribuzione ha sempre gran mercato, ma anche il nome del vino: Barolo, Brunello, un po’ meno ma in grande recupero l’Amarone, il Taurasi sono vini da non mancare di prendere in considerazione se siete a secco di idee. E di questi, potete starne certi, in questi giorni troverete anche succulente offerte commerciali: fate attenzione però a che non siano svendite, perchè va bene che le aziende hanno bisogno di svuotare le cantine, ma anche i commercianti non scherzano, per l’occasione, nel rifilare il peggio delle denominazioni su citate.

Altra questione è quella legata al dove comprare i regali. E’ importante scegliere bene dove cercare le vostre preziose bottiglie che non necessariamente, sia ben inteso, deve avvenire esclusivamente nelle enoteche. Negli ultimi anni è cresciuta molto la sensibilità della grande distribuzione verso i vini di qualità, fattostà che si possono trovare tante diverse etichette disponibili anche nei più piccoli dei supermercati; state però attenti a che le bottiglie vengano conservate bene, spesso le luci forti utilizzate per illuminare i reparti possono causare in qualche modo surriscaldamento delle bottiglie (soprattutto quelle poste più in alto), ma questo è forse il male minore. Peggio avviene per quelle stoccate in depositi non giustamente condizionati, muffe e sbalzi di temperatura non fanno certo bene alla sanità di un vino. Attenti a quelle che vengono spesso utilizzate per fare esposizioni nei banchi salumeria (etichette opache, a volte ingiallite) e a quelle bottiglie, da bandire assolutamente, messe in bella mostra in vetrina. Quando comprate qui, sarebbe anche opportuno informarvi se in caso di difetti evidenti del vino o “sentore di tappo” vi sarà data l’opportunità di avere una nuova bottiglia o rimborsato l’importo pagato, questa è anche una delle ragioni che vi deve indirizzare a quei luoghi che sapete tra i vostri abituali.

Nelle enoteche, è prassi, ma non tutti la applicano, “cambiare” le bottiglie: che è cosa buona e giusta. Qui è importante precisare che oltre alle banali osservanze di cui sopra, ci si deve aspettare altri accorgimenti e servizi assolutamente indispensabili. Chi gestisce l’enoteca deve avere forte propensione alla professionalità, meglio se certificata (ma non è certo indispensabile) e deve essere  una persona con la quale ci si può confrontare apertamente sul vino, sul suo mondo, sul proprio gusto senza per questo essere tediati da termini tecnici o poetiche evasioni.

Disponibilità, affabilità vi potranno aiutare a scegliere meglio il vostro regalo ideale, la sua professionalità sarà quel valore aggiunto spesso disatteso in altri luoghi che vi potrà indirizzare oltre che a scegliere il giusto vino magari anche a capirci qualcosa in più: l’enoteca non è un luogo dove entrare avendo fretta di uscire, è anzi il posto giusto dove lasciare scorrere via le lancette dell’orologio seguendo, affascinati, il percorso fantastico tracciato dalle etichette e dai suoi protagonisti. Chi saprà accompagnarvi con racconti e storie di vini e persone incontrate vi avrà offerto un servizio impagabile. Oltre ai “marchi storici” è proprio qui che si possono scoprire realtà nuove e piccoli gioielli, piccole rappresentazioni liquide di una ruralità fondamentale, con poca “faccia” e tanta sostanza non senza piacevoli sorprese. Diffidate però dagli anarchici, quelli che spendono il piccolo per il bello ed il solo buono, questi, credetemi, non sono buoni nemmeno per il brodo della minestra maritata! 

In sintesi, regalate vino per il prossimo Natale, compratelo pure dove vi pare, ma che abbia una storia da raccontare, un’ideale a cui dare voce, e che soprattutto vi sia consegnato nelle mani da chi il vino lo vive con amore e professionalità e non solo come una qualunque altra battuta di cassa!

La Basilicata in bianco, Re Manfredi 2008

25 novembre 2009

La Basilicata è senza ombra di dubbio una terra unica e straordinaria e seppur l’origine etimologica stessa del suo nome, proveniente forse da Blaseus – Terra dei Re – evochi blasone e regalità colpisce e stupisce per la semplicità disarmante delle sue bellezze naturali tanto care ai viaggiatori dell’800, per i suoi paesaggi chiaro-scuri incastonati tra il mare e la terra, tra lo Ionio ed il Tirreno, tra il Vulture e le montagne sacre del Pollino.

Qui sorge Terre degli Svevi, azienda agricola di particolare suggestione e piccolo gioiello della viticoltura vulturina tra le aree di Venosa e Maschito, particolarmente vocate per la produzione dell’aglianico del Vulture ma che grazie alla loro peculiare esposizione ben si adattano alla sperimentazione di impianto di vitigni, senz’altro innovativi per l’area, come il muller thurgau ed il traminer aromatico iniziate nel 2001 con risultati decisamente incoraggianti.

Il Re Manfredi bianco è un vino che sin dal mio primo assaggio avvenuto al Vinitaly nel 2004 (annata 2003, non commercializzata) mi ha colpito ed entusiasmato, soprattutto per l’imprinting olfattivo del quale tutto si poteva immaginare tranne che fosse un vino del sud, addirittura del Vulture. Una novità assoluta per il panorama dei vini bianchi del sud, senza dubbio una botta di vitalità per un areale che mietendo i dovuti riconoscimenti per il suo straordinario aglianico non riusciva ancora a proporre nulla di chè rilevante sul versante bianchista (a parte poche buone interpretazioni di Fiano) per supportare una proposta commerciale sicuramente di eccelsa qualità ma recepita come un “unicum” territoriale con tutte le problematiche ad esso correlate.

I primi appunti di degustazione dell’annata 2008, all’epoca appena arrivato sugli scaffali li avevo lasciati sul sito dell’amico Luciano Pignataro circa un anno fa’ ma la curiosità di capire, dopo quasi un anno (appunto) cosa fosse successo era tanta, pertanto bando alle ciance e calice alto: il colore è rimasto di un bel giallo paglierino, chiaro, nitido ed ha conservato una verve cristallina ineccepibile, di media consistenza nel bicchiere. Il primo naso è intenso, ampio, senzazioni aromatiche inseguono note erbacee, spunti mentolati, un fruttato quasi dolce di mela, pesca e di banana, mandorle.

In bocca è secco, possiede una trama acida di prezioso equilibrio, per niente invadente, direi anzi invitante e godibile dall’ingresso alla deglutizione. In conclusione un vino che ha ancora spalla per reggere bene un altro paio di giri di calendario, sinonimo di grande qualità in vigna ed in cantina, di esperienza da vendere, di un terroir straordinario che ha trovato una nuova vocazione, bianchista, di grande aiuto ad una offerta vulturina che come detto pur di grande qualità soffre, soprattutto in fase di stagnazione, di una minore capacità di penetrazione sul mercato “medio”, soprattutto internazionale.

Un vino da bere molto fresco, da accostare a pesci fritti, ricordo le vope e le mennelle fritte che mia madre non smetteva mai di friggere per la voracità con la quale sparivano dalla tavola della domenica, ma quelli erano altri tempi, altri profumi, altri sapori a cui nemmeno un re avrebbe resistito!

© L’Arcante – riproduzione riservata

Tramonti, solo Per Eva

20 novembre 2009
Un gioco di parole quasi scontato, eppure il riassaggio di questo vino conferma sempre di più una evoluzione stilistica eccezionale per questo bianco della costa d’Amalfi prodotto a Tramonti.
Un vino, anno dopo anno, di assaggio in assaggio sempre più convinvente. L’ azienda agricola San Francesco nasce nel 2004 figlia della scommessa di Gaetano Bove, “veterinario in vigna” come ama definirsi, ma anche “cuor di leone”, come lo identificano i compaesani (per la sua verve), era stanco di dover ogni anno sottostare alle problematiche relative alla vendita dell’uva agli imbottigliatori dell’areale amalfitano. Qui del resto già da qualche anno si è spostata l’attenzione dei media grazie al fragore dei successi di Marisa Cuomo e Andrea Ferraioli che con i loro vini stanno sbancando mezzo mondo, e la qualità delle viti centenarie della tenuta San Francesco non poteva essere certo da meno, così con tutti i mille sacrifici di chi inizia dal niente è partito questo progetto.
Le uve su cui si è puntato sono quelle autoctone, da sempre allignate nell’areale di Tramonti, terza sottozona della Costa d’Amalfi dopo Ravello e Furore: tra i bianchi la falanghina, ma anche la biancolella ed alcune piccole varietà locali a bacca bianca come la pepella e la ginestra e a bacca rossa come il tintore – qui chiamato per ovvie ragioni legali aglianico-tintore -, che con il piedirosso dà vita alla denominazione Tramonti rosso.

Nello specifico il Costa d’Amalfi Tramonti bianco Per Eva 2008, etichetta dedicata alla moglie di Gaetano per tutto il tempo che questi ha dovuto rubare alla famiglia per curare questa nuova avventura, sembra essere in perfetta sintonia con il suo alter ego di Furore, il Fiorduva; Selezione in vendemmia tardiva di falanghina, pepella e ginestra, dal bellissimo colore giallo paglierino con riflessi maturi, è un vino dal primo naso complesso ed elegante. Dapprima erbaceo, poi floreale, minerale, addirittura su note leggermente mentolate. Ricordiamo che qui siamo sul mare, in costiera amalfitana, ma in alta montagna, con vigne racchiuse in una conca molto suggestiva, con vigne secolari e vini che sono espressione diretta della grandezza di un terroir davvero unico nel suo genere, con la frescura del clima che soprattutto di notte concede escursioni termiche notevoli. In bocca si mostra di ottima spalla acida, ritornano le note erbacee e fruttate con un finale lungo e persitente su note minerali. Da servire ad una temperatura di circa 12 gradi in calici di media grandezza, magari su una Pezzogna al Sale di Mothya, magari seduti alla tavola della Caravella di Amalfi. L’arte ha sempre bisogno di un palcoscenico d’autore.

© L’Arcante – riproduzione riservata


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