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Dieci bollicine campane per festeggiare il 2010

31 dicembre 2009

Diciamolo francamente, che il 2009 se ne vada pure a quel paese, tanto arriva subito il 2010. Ogni fine anno coincide con i bilanci, le riflessioni, gli auspici mancati e quelli futuri, le delusioni da allontanare al più presto e le aspettative più vive che mai.

Personalmente, ormai è di dominio pubblico, tra gli amici, ho chiuso col botto: mi è nata una figlia, quasi sotto l’albero, che appena avrò realizzato del tutto cosa significhi, mi renderò conto del da farsi. Nel frattempo avevo cambiato casa, mi sono cercato un nuovo lavoro, ho sviluppato meglio una non precisata coscienza di scrivere e raccontare la mia passione per il vino e per il mondo che gli gira intorno. Tutto nel 2009. Che anno è stato? Di grande sacrifici, a tratti immani, mai ostentati, come lo saranno i prossimi a venire, ma non ci voglio pensare oggi, lo farò da domani, stasera, nel frattempo, ci voglio prima bere su, bollicine naturalmente, campane se preferite. Queste, quelle che mi sono passate per le mani quest’anno e che ritengo opportuno segnalare:

Selim spumante 2008 De Conciliis, da uve fiano, aglianico e barbera. La risposta cilentana alla manìa di Bruno De Conciliis di non lasciare nulla di intentato. La terra al centro di ognuna delle sue intuizioni, la sua terra, le sue vigne, le sue passioni, il suo modo di esprimerle. Giallo paglierino brillante, bellissima la veste cromatica intrisa di bollicine sottili e costanti. Naso delizioso di frutti dolci, pera, ananas e mango su tutti. Asciutto, rinfrancante, con una bella acidità in primo piano ma mai invadente, finale di bocca giustamente sapido. Con frittura di calamari.

Dubl Falanghina spumante 2006 Feudi di San Gregorio, probabilmente la migliore edizione di sempre, continuando ad essere senza ombra di dubbio la migliore interpretazione spumante delle tre realizzate dalla solida azienda di Sorbo Serpico. Più del Dubl Greco 2005, irreprensibile nella sua evoluzione-involuzione e molto di più del Dubl Aglianico, del quale si ha ancora poca percezione della sua collocazione stilistica. Paglierino brillante, di spuma greve ma dai profumi fitti e gradevoli, eleganti; Di buona acidità, minerale e di gradevole beva. Sul polpo all’insalata.

Asprinio d’Aversa brut Grotta del Sole, il vino da non farsi mai mancare a casa. Del vitigno e del vino che ne nasce se ne parla sempre troppo poco, del grande lavoro di valorizzazione messo in atto dalla famiglia Martusciello ancor di meno, eppure a chiedere in giro, fuori regione, questo vitigno lo si conosce quasi esclusivamente grazie a loro. Io rimango fortemente legato alle interpretazioni passate, più dure ed aspre di quella di oggi, legata, molto, alla crescente domanda di bollicine facili, tendenti quindi più all’extra dry che al brut. Rimane un gran bel vino, verdolino brillante, con una spuma elegante e sofficissima, dalle bollicine sempre più fini. Un naso erbaceo, floreale di glicine; In bocca naturalmente secco, piacevolmente ammandorlato. Sulle “pizzelle di ciurilli”.

Cabrì Fiano spumante 2007 I Favati, perché una volta con il Fiano di Avellino si producevano anche delicati e sinuosi vini frizzanti e spumanti, a conferma di quale ecletticità abbiano i vitigni campani, tanta almeno quanta ne dimostrano i viticoltori a seconda dell’andamento del mercato. Il Pietramara rimane il vino che più mi piace di Giancarlo e Rosanna, ma ripenso con piacere alla leggerezza che riesce a donare il Cabrì 2007: giallo paglierino maturo ma brillante, spuma fine e bollicine costanti e mediamente fini; Sentori dolci, profumi di mandorla e gelso, poi di fieno, in bocca asciutto, gradevole, pacatamente sapido con un finale lievemente amarognolo. Sui cannolicchi crudi.

Montesolae Aglianico Rosè spumante s.a. Colli Irpini. Sono rimasto sempre piacevolmente colpito dalla costanza con la quale l’azienda Montesolae replicava il successo del suo fiano frizzante Ilios, che devo dire, in certi luoghi di mare, con certe cucine tradizionali ci andava davvero a braccetto, zuppe di pesce in primis. La curiosità con la quale mi sono invece avvicinato a questo spumante è la stessa che ti prende quando non hanno null’altro da offrirti con le bollicine: della serie “va bene, proviamo”. Il colore è molto gradevole, rosa chiaretto con una spuma delicata e fine. Le Bollicine risultano un po’ grossolane ma sono abbastanza intense. Il naso è delicato su note di rosa canina, lamponi e fragole, in bocca è secco, di buona freschezza e lievemente astringente pur rimanendo abbastanza armonico. Sul capitone fritto.

Malazè Falanghina spumante s.a. Cantine Babbo, con il quale abbiamo festeggiato, lo scorso venerdì 4 Dicembre il bel percorso enologico maturato da Vincenzo Mercurio. Prodotto da uve Falanghina dei Campi Flegrei viene lavorato con il classico metodo di fermentazione in autoclave, segue la scia, di cui sopra, dell’esigenza di bollicine facili e gradevoli al palato come al naso: quale vitigno più della falanghina verace riesce ad essere così persuasivo? Nessuno. Eccolo nel bicchiere, paglierino con riflessi ancora verdolini, bollicine abbastanza fini e di grana compatta, naso delicato di frutta a polpa bianca e di fiori appena sbocciati, di mela golden e mimosa su tutti. In bocca è secco ma non troppo, freschezza da vendere e minerale quanto basta, corroborante e per niente invadente. Sulle cappesante scottate agli agrumi.

Brezza Flegrea Falanghina spumante s.a. Cantine del Mare, prodotto con metodo charmat, si presenta con un bel colore giallo paglierino, brillante con una spuma delicata ed abbastanza persistente, le bollicine sono abbastanza fini. Il primo naso è improntato soprattutto su note erbacee, poi vengono fuori sentori agrumati e sottili frutti tropicali, è certamente intenso e di qualità assolutamente fine. In bocca è secco, non invadente nella sua vivacità, giustamente acido ed estremamente godibile nella beva anche grazie ad una nitida e gradevole sapidità. Sulla polpa di granzeola bollita con aggiunto un filo di olio extravergine di oliva.

Astro Falanghina spumante brut s.a. Cantine Astroni, dopo la famiglia Martusciello, da sempre impegnata nella spumantizzazione dell’asprinio, i Varchetta sono stati i primi, tra le aziende flegree a proporre bollicine d’autore, credendo nel potenziale della falanghina come vitigno base per uno spumante. Il colore giallo è paglierino vivace con riflessi tendenti al verdolino, le bollicine sono abbastanza fini e mediamente intense. Il primo naso è essenziale su note floreali e fruttate, si riconoscono gelsomino e fiore d’arancio, pesca e lievi note minerali. In bocca è secco, gradevolmente fresco, gode di una buona struttura acida e piacevole sapidità che rende il finale lungo e piacevole. Sulla bruschetta con le alici e pomodori cuore di bue.

Falanghina spumante extra dry s.a. Cantina del Taburno, è sul mercato da appena un paio di anni ed è il segnale di come questo vitigno sia fortemente preso in considerazione come base per vini spumanti, quantomeno per tentare di contrapporlo allo strapotere commerciale che anche nella nostra regione ha il prosecco, non solo di Valdobbiadene. Mossi proprio da questo scatto d’orgoglio molte aziende campane si sono attrezzate in questa direzione ed una delle versioni metodo charmat più riuscite è proprio questo delizioso spumante del Consorzio Agricolo Provinciale di Benevento. Di colore giallo paglierino, è brillante e con una spuma fine ed abbastanza persistente. Il naso è avvinghiato su note fresche di frutti a polpa gialla e lievi sentori di frutta secca. In bocca è secco, abbastanza caldo, di buona acidità e mineralità, di beva scorrevole con un finale morbido e risolutivo. Da spaghettone alle vongole veraci, il buon corpo gli rende più sostanza di quanto si pensi.

Nyx Moscato spumante dolce s.a. I Vini del Cavaliere, ma potrei tranquillamente dirne ancora uno citando il delizioso Lacryma Christi spumante dolce s.a. Grotta del Sole, solo per ribadire il concetto che è possibile berne di tutti i gusti, in questo caso dolci, se si ha la pazienza di cercare e la voglia di premiare lo sforzo che molte aziende campane hanno fatto negli ultimi anni per dare forma e sostanza a vini spumanti (secchi e dolci) di qualità senza per forza scimmiottare una tradizione sicuramente più appannaggio di altre regioni italiane. Il Nyx è prodotto da uve moscato bianco, siamo nell’areale di Capaccio-Paestum, in Cilento dove come in Basilicata si sta cercando di recuperare l’interesse verso questo tipo di vitigno e di vino. E’ un vino delicato, giallo paglierino con riflessi verdolini, la spuma è molto intensa e cremosa, le bollicine sono abbastanza fini seppur evanescenti. Il naso è tutto incentrato sulle note aromatiche dolci, ma anche fruttato di mela verde, floreale di tiglio ed acacia. In bocca è dolce, giustamente equilibrato da una gradevole sapidità che non lo rende pertanto stucchevole. Su tutto quello che viene in mente di mettere in tavola dopo il cenone, “…seule pour parler”!

Erbusco, Annamaria Clementi 2002 Ca’del Bosco

21 dicembre 2009

La storia ci consegna questa favola: in Franciacorta, area viticola della Lombardia, nel bresciano, in una grande casa nel bosco, si stabilì verso la metà del 1965 Annamaria Clementi Zanella, madre di quel Maurizio Zanella che oggi firma con il suo nome una delle più prestigiose realtà enologiche italiane, Ca’ del Bosco.

Azienda Ca'del Bosco-Erbusco

Qui, fra le colline di Erbusco, Maurizio incomincia a coltivare la passione per vini nobili e pregiati e di lanciare la sfida, in quegli anni parecchio ambiziosa, di dare vita e sostegno ad un nuovo polo spumantistico italiano all’avanguardia.

Ca’ del Bosco oggi conduce circa 155 ettari di vigneto dislocati in otto comuni diversi della Franciacorta. Negli anni molte delle vecchie vigne sono state reimpiantate per dare vita a sistemi di coltivazione più efficienti, abbandonando i vecchi sistemi a Sylvoz e Casarsa (3 mt. x 3 mt. con piante in coppia, ovvero 2.200 ceppi per ettaro) con il più moderno Guyot (1,00 mt. x 1,00 mt., ovvero 10.000 ceppi per ettaro): nuove metodologie d’impianto che, con un maggior numero di piante per ettaro e una minor quantità di uva per pianta hanno permesso negli anni di ottenere uve di maggiore pregio e quindi vini base per i Franciacorta di qualità superiore.

L’Annamaria Clementi 2002 è di colore giallo paglierino molto intenso, di estrema luminosità, limpido sino alla brillantezza, le bollicine sono fini e molto persistenti e regalano una spuma intensa e cremosa. Il primo naso offre sensazioni immediatamente dolci, fruttate e floreali, si percepiscono nitidamente note di pesca sciroppata, di mango, poi sentori di paglia e fieno. L’ampio spettro olfattivo è molto intenso ed assolutamente di qualità fine, vengono fuori anche note sottili di agrumi e poi lentamente vaniglia e nocciola. Un naso emblematico ed avvincente. In bocca è decisamente appagante, acidità e sapidità sono fuse e profuse verso una morbidezza accattivante ed invitante alla beva.

Annamaria Clementi - foto Archivio Cà del Bosco

Un vino di pregevole intensità, integrità ed equilibrio, non mi va di sciorinare raccomandazioni sulla sua conservazione vita natural durante poiché sono convinto assertore che certe bollicine vanno gustate nello stesso momento in cui si è deciso di farle passare sul mercato, ma dimenticarla per qualche anno in cantina, per sbaglio, non ne pregiudicherebbe certo il suo valore.

La cuvèe Annamaria Clementi viene prodotta da Ca’del Bosco dal 1979 unicamente con le migliori uve di proprietà e solo nelle annate più favorevoli. Da bere su piatti particolari, lo vedrei perfettamente integrato al delizioso Raviolo di patate di Folloni con tartufo bianco Irpino di Tonino Pisaniello della Locanda di Bu di Nusco.

Monte di Procida, tira la Brezza Flegrea

20 dicembre 2009

Le bollicine sono certamente affare complicato, indiscutibilmente appannaggio dei cugini d’oltralpe e di poche realtà “attrezzate” italiane. Ciò non toglie che vi possano essere interpretazioni interessanti con vitigni tradizionali affascinanti che vanno a ritagliarsi tra gli appassionati avventori un piccolo spazio emozionale.

Questo vuole essere il Brezza Flegrea di Cantina del Mare, che assieme ad altre poche realtà campane ha deciso da un paio di anni di esplorare l’affollato mondo delle “bollicine autoctone” italiane, tirando fuori questa piccola chicca enologica dal comprensorio viticolo flegreo, prodotta con il vitigno falanghina e spumantizzata in quel di Valdobbiadene.

La cantina nasce nel 2003 ad opera di Gennaro Schiano e Pasquale Massa, più per una esigenza personale che commerciale, un piccolo rifugio dalla quotidiana realtà, ricavata a fatica da uno stretto e antico cellaio dell’inizio del secolo scorso con il soffitto a volta , dove sono, magistralmente stipati piccoli fermentini in acciaio, un piccolo essenziale impianto di imbottigliamento e qua e là alcuni contenitori in legno di diverso calibro con i quali si sta sperimentando il potenziale del piedirosso locale in affinamento.

Il Brezza Flegrea è prodotto con metodo charmat, si presenta con un bel colore giallo paglierino, brillante con una spuma delicata ed abbastanza persistente, le bollicine sono abbastanza fini. Il primo naso è improntato soprattutto su note erbacee, poi vengono fuori sentori agrumati e sottili frutti tropicali, è certamente intenso e di qualità assolutamente fine. In bocca è secco, non invadente nella sua vivacità, giustamente acido ed estremamente godibile nella beva anche grazie ad una nitida e gradevole sapidità. Un vino franco, sincero, che appaga una esigenza di palato di leggerezza e finezza. Ideale da aperitivo, ottimo anche a tutto pasto, da abbinare soprattutto a crostacei appena sbollentati o in umido ma anche a deliziosi soutè di tartufi di mare; da servire ad una temperatura intorno agli 8°, non necessariamente in una flute, un calice un po’ più ampio lascerà apprezzare meglio tutto il suo spettro aromatico.

Consigli per gli acquisti? Solo buoni suggerimenti!

17 dicembre 2009

Una piacevole conversazione con l’ostetrica, stamattina, mi ha lasciato riflettere su alcune questioni che spero di avere tempo di tracciare su questo blog.Nel frattempo però, così come ho fatto con lei, vorrei regalare alcuni consigli utili per scegliere bene il regalo da fare all’enoappassionato di turno. Spendere bene i pochi denari che si è deciso di investire per un regalo, soprattutto se materialmente “effimero” come una bevuta, non è mai male.

In tempo di Natale vanno a ruba i “marchi storici”, tanto velocemente quanto il loro riciclaggio; pertanto, se la persona a cui dovete fare un regalo non ha, secondo le vostre conoscenze, una particolare educazione a bere vini ricercati, avete scelto il giusto. Il “marchio storico” ha sempre il suo fascino, è immediatamente apprezzato, gradito e garantisce spesso anche una qualità media dei suoi vini abbastanza alta; pensate poi al fatto, da non trascurare mai, che per l’occasione, qualora risulti un regalo, per così dire, in eccesso, potrà essere anche facilmente riciclato; non avreste, quindi, potuto scegliere di meglio.

L’azienda famosa, quella presente in tutti i buchi e pertugi della distribuzione ha sempre gran mercato, ma anche il nome del vino: Barolo, Brunello, un po’ meno ma in grande recupero l’Amarone, il Taurasi sono vini da non mancare di prendere in considerazione se siete a secco di idee. E di questi, potete starne certi, in questi giorni troverete anche succulente offerte commerciali: fate attenzione però a che non siano svendite, perchè va bene che le aziende hanno bisogno di svuotare le cantine, ma anche i commercianti non scherzano, per l’occasione, nel rifilare il peggio delle denominazioni su citate.

Altra questione è quella legata al dove comprare i regali. E’ importante scegliere bene dove cercare le vostre preziose bottiglie che non necessariamente, sia ben inteso, deve avvenire esclusivamente nelle enoteche. Negli ultimi anni è cresciuta molto la sensibilità della grande distribuzione verso i vini di qualità, fattostà che si possono trovare tante diverse etichette disponibili anche nei più piccoli dei supermercati; state però attenti a che le bottiglie vengano conservate bene, spesso le luci forti utilizzate per illuminare i reparti possono causare in qualche modo surriscaldamento delle bottiglie (soprattutto quelle poste più in alto), ma questo è forse il male minore. Peggio avviene per quelle stoccate in depositi non giustamente condizionati, muffe e sbalzi di temperatura non fanno certo bene alla sanità di un vino. Attenti a quelle che vengono spesso utilizzate per fare esposizioni nei banchi salumeria (etichette opache, a volte ingiallite) e a quelle bottiglie, da bandire assolutamente, messe in bella mostra in vetrina. Quando comprate qui, sarebbe anche opportuno informarvi se in caso di difetti evidenti del vino o “sentore di tappo” vi sarà data l’opportunità di avere una nuova bottiglia o rimborsato l’importo pagato, questa è anche una delle ragioni che vi deve indirizzare a quei luoghi che sapete tra i vostri abituali.

Nelle enoteche, è prassi, ma non tutti la applicano, “cambiare” le bottiglie: che è cosa buona e giusta. Qui è importante precisare che oltre alle banali osservanze di cui sopra, ci si deve aspettare altri accorgimenti e servizi assolutamente indispensabili. Chi gestisce l’enoteca deve avere forte propensione alla professionalità, meglio se certificata (ma non è certo indispensabile) e deve essere  una persona con la quale ci si può confrontare apertamente sul vino, sul suo mondo, sul proprio gusto senza per questo essere tediati da termini tecnici o poetiche evasioni.

Disponibilità, affabilità vi potranno aiutare a scegliere meglio il vostro regalo ideale, la sua professionalità sarà quel valore aggiunto spesso disatteso in altri luoghi che vi potrà indirizzare oltre che a scegliere il giusto vino magari anche a capirci qualcosa in più: l’enoteca non è un luogo dove entrare avendo fretta di uscire, è anzi il posto giusto dove lasciare scorrere via le lancette dell’orologio seguendo, affascinati, il percorso fantastico tracciato dalle etichette e dai suoi protagonisti. Chi saprà accompagnarvi con racconti e storie di vini e persone incontrate vi avrà offerto un servizio impagabile. Oltre ai “marchi storici” è proprio qui che si possono scoprire realtà nuove e piccoli gioielli, piccole rappresentazioni liquide di una ruralità fondamentale, con poca “faccia” e tanta sostanza non senza piacevoli sorprese. Diffidate però dagli anarchici, quelli che spendono il piccolo per il bello ed il solo buono, questi, credetemi, non sono buoni nemmeno per il brodo della minestra maritata! 

In sintesi, regalate vino per il prossimo Natale, compratelo pure dove vi pare, ma che abbia una storia da raccontare, un’ideale a cui dare voce, e che soprattutto vi sia consegnato nelle mani da chi il vino lo vive con amore e professionalità e non solo come una qualunque altra battuta di cassa!


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