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Comfort Wines, ad esempio il Fidelis di Cantina del Taburno e il Rubrato di Feudi di San Gregorio

22 gennaio 2019

Come per i ”Comfort Foods” ovvero quei cibi a cui ricorriamo talvolta per soddisfare un bisogno emotivo alla ricerca di sapori consolatori, stimolanti e spesso nostalgici, così vi sono i ”Comfort Wines”, vale a dire bottiglie sicure, di solito appaganti, vini che continuano ad essere tra i più venduti sul mercato e consumati in Osterie, Wine Bar, Ristoranti e ultimamente finanche in Pizzerie, con grande successo soprattutto al calice.

Irpinia Aglianico Rubrato 2017 Feudi di San Gregorio - foto l'Arcante

Ne abbiamo già scritto qui, sono generalmente considerati economici e percepiti come semplici, immediati, che non richiedono particolari attenzioni oppure conoscenze specifiche in materia di degustazione per essere spiegati e apprezzati sin dal primo sorso. Vi sono, tra questi, alcuni vini che lentamente, anno dopo anno, sono letteralmente entrati a far parte della vita quotidiana di appassionati e non. 

Due esempi a noi molto cari sono il Rubrato di Feudi di San Gregorio e il Fidelis di Cantina del Taburno, entrati con pieno merito nella quotidianità dell’appassionato che oggi fa la spesa al supermercato, domani magari va ospite a pranzo a casa di amici, al sabato sera gli tocca scegliere il vino al Wine Bar oppure al Ristorante. Due nomi che vanno ben oltre la rappresentazione dell’azienda stessa che li produce, qualcuno lo ricorderà ma non di rado sono stati percepiti addirittura come una denominazione a se stante mentre per molti, possiamo dirlo senza temere smentita, continuano ad essere un investimento sicuro, moneta sonante per far girare velocemente la cantina.  

Il Rubrato viene prodotto ininterrottamente dal 1994, un Best Seller che ha pochi eguali in Campania dove continua a registrare i numeri più importanti tanto sul mercato Ho.Re.Ca quanto su quello della Grande Distribuzione Organizzata, oggi ribattezzata ”Canale Moderno”. Un rosso da uve Aglianico sempre all’avanguardia, dal colore vivace, franco ed espressivo al naso come al palato, dal sorso preciso e immediato come questo duemiladiciassette, un classico passpartout per entrare nelle corde di chi volge i primi passi con il vino, l’abbinamento cibo-vino o mostra le prime attenzioni ai varietali tradizionali dell’entroterra campano rifuggendo però dalle astringenze classiche dell’Aglianico.     

Aglianico del Taburno Fidelis 2015 Cantina del Taburno - foto l'Arcante

Alla stessa maniera dobbiamo dire del Fidelis di Cantina del Taburno, altro campione di vendite che ci accompagna praticamente da sempre. Se ne imbottigliano mediamente circa 150.000 bottiglie l’anno, anche qui Aglianico ma di provenienza dell’areale del Taburno; il vino base fa fermentazione malolattica in botti grandi da 50 e 100hl e quindi viene lasciato affinare in barriques generalmente di secondo e terzo passaggio. Venduto in larga parte in GDO non manca però quasi mai nelle migliori carte dei vini di Ristoranti e locali che hanno a cuore una scelta mirata di vini da proporre soprattutto al bicchiere.

Siamo rimasti piacevolmente soddisfatti da questo duemilaquindici, un rosso dal colore rubino e dai profumi gradevolissimi di piccoli frutti neri, dal naso ampio che ricorda toni scuri di grafite e sottobosco, finanche di tabacco. Il sorso è asciutto e profondo, il lungo percorso di affinamento lo alleggerisce dalle austerità caratteristiche dell’aglianico di queste terre beneventane consegnandogli però buon equilibrio e tipicità, unite a vivacità gustativa e piacevole persistenza.

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© L’Arcante – riproduzione riservata

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Dieci bollicine campane per festeggiare il 2010

31 dicembre 2009

Diciamolo francamente, che il 2009 se ne vada pure a quel paese, tanto arriva subito il 2010. Ogni fine anno coincide con i bilanci, le riflessioni, gli auspici mancati e quelli futuri, le delusioni da allontanare al più presto e le aspettative più vive che mai.

Personalmente, ormai è di dominio pubblico, tra gli amici, ho chiuso col botto: mi è nata una figlia, quasi sotto l’albero, che appena avrò realizzato del tutto cosa significhi, mi renderò conto del da farsi. Nel frattempo avevo cambiato casa, mi sono cercato un nuovo lavoro, ho sviluppato meglio una non precisata coscienza di scrivere e raccontare la mia passione per il vino e per il mondo che gli gira intorno. Tutto nel 2009. Che anno è stato? Di grande sacrifici, a tratti immani, mai ostentati, come lo saranno i prossimi a venire, ma non ci voglio pensare oggi, lo farò da domani, stasera, nel frattempo, ci voglio prima bere su, bollicine naturalmente, campane se preferite. Queste, quelle che mi sono passate per le mani quest’anno e che ritengo opportuno segnalare:

Selim spumante 2008 De Conciliis, da uve fiano, aglianico e barbera. La risposta cilentana alla manìa di Bruno De Conciliis di non lasciare nulla di intentato. La terra al centro di ognuna delle sue intuizioni, la sua terra, le sue vigne, le sue passioni, il suo modo di esprimerle. Giallo paglierino brillante, bellissima la veste cromatica intrisa di bollicine sottili e costanti. Naso delizioso di frutti dolci, pera, ananas e mango su tutti. Asciutto, rinfrancante, con una bella acidità in primo piano ma mai invadente, finale di bocca giustamente sapido. Con frittura di calamari.

Dubl Falanghina spumante 2006 Feudi di San Gregorio, probabilmente la migliore edizione di sempre, continuando ad essere senza ombra di dubbio la migliore interpretazione spumante delle tre realizzate dalla solida azienda di Sorbo Serpico. Più del Dubl Greco 2005, irreprensibile nella sua evoluzione-involuzione e molto di più del Dubl Aglianico, del quale si ha ancora poca percezione della sua collocazione stilistica. Paglierino brillante, di spuma greve ma dai profumi fitti e gradevoli, eleganti; Di buona acidità, minerale e di gradevole beva. Sul polpo all’insalata.

Asprinio d’Aversa brut Grotta del Sole, il vino da non farsi mai mancare a casa. Del vitigno e del vino che ne nasce se ne parla sempre troppo poco, del grande lavoro di valorizzazione messo in atto dalla famiglia Martusciello ancor di meno, eppure a chiedere in giro, fuori regione, questo vitigno lo si conosce quasi esclusivamente grazie a loro. Io rimango fortemente legato alle interpretazioni passate, più dure ed aspre di quella di oggi, legata, molto, alla crescente domanda di bollicine facili, tendenti quindi più all’extra dry che al brut. Rimane un gran bel vino, verdolino brillante, con una spuma elegante e sofficissima, dalle bollicine sempre più fini. Un naso erbaceo, floreale di glicine; In bocca naturalmente secco, piacevolmente ammandorlato. Sulle “pizzelle di ciurilli”.

Cabrì Fiano spumante 2007 I Favati, perché una volta con il Fiano di Avellino si producevano anche delicati e sinuosi vini frizzanti e spumanti, a conferma di quale ecletticità abbiano i vitigni campani, tanta almeno quanta ne dimostrano i viticoltori a seconda dell’andamento del mercato. Il Pietramara rimane il vino che più mi piace di Giancarlo e Rosanna, ma ripenso con piacere alla leggerezza che riesce a donare il Cabrì 2007: giallo paglierino maturo ma brillante, spuma fine e bollicine costanti e mediamente fini; Sentori dolci, profumi di mandorla e gelso, poi di fieno, in bocca asciutto, gradevole, pacatamente sapido con un finale lievemente amarognolo. Sui cannolicchi crudi.

Montesolae Aglianico Rosè spumante s.a. Colli Irpini. Sono rimasto sempre piacevolmente colpito dalla costanza con la quale l’azienda Montesolae replicava il successo del suo fiano frizzante Ilios, che devo dire, in certi luoghi di mare, con certe cucine tradizionali ci andava davvero a braccetto, zuppe di pesce in primis. La curiosità con la quale mi sono invece avvicinato a questo spumante è la stessa che ti prende quando non hanno null’altro da offrirti con le bollicine: della serie “va bene, proviamo”. Il colore è molto gradevole, rosa chiaretto con una spuma delicata e fine. Le Bollicine risultano un po’ grossolane ma sono abbastanza intense. Il naso è delicato su note di rosa canina, lamponi e fragole, in bocca è secco, di buona freschezza e lievemente astringente pur rimanendo abbastanza armonico. Sul capitone fritto.

Malazè Falanghina spumante s.a. Cantine Babbo, con il quale abbiamo festeggiato, lo scorso venerdì 4 Dicembre il bel percorso enologico maturato da Vincenzo Mercurio. Prodotto da uve Falanghina dei Campi Flegrei viene lavorato con il classico metodo di fermentazione in autoclave, segue la scia, di cui sopra, dell’esigenza di bollicine facili e gradevoli al palato come al naso: quale vitigno più della falanghina verace riesce ad essere così persuasivo? Nessuno. Eccolo nel bicchiere, paglierino con riflessi ancora verdolini, bollicine abbastanza fini e di grana compatta, naso delicato di frutta a polpa bianca e di fiori appena sbocciati, di mela golden e mimosa su tutti. In bocca è secco ma non troppo, freschezza da vendere e minerale quanto basta, corroborante e per niente invadente. Sulle cappesante scottate agli agrumi.

Brezza Flegrea Falanghina spumante s.a. Cantine del Mare, prodotto con metodo charmat, si presenta con un bel colore giallo paglierino, brillante con una spuma delicata ed abbastanza persistente, le bollicine sono abbastanza fini. Il primo naso è improntato soprattutto su note erbacee, poi vengono fuori sentori agrumati e sottili frutti tropicali, è certamente intenso e di qualità assolutamente fine. In bocca è secco, non invadente nella sua vivacità, giustamente acido ed estremamente godibile nella beva anche grazie ad una nitida e gradevole sapidità. Sulla polpa di granzeola bollita con aggiunto un filo di olio extravergine di oliva.

Astro Falanghina spumante brut s.a. Cantine Astroni, dopo la famiglia Martusciello, da sempre impegnata nella spumantizzazione dell’asprinio, i Varchetta sono stati i primi, tra le aziende flegree a proporre bollicine d’autore, credendo nel potenziale della falanghina come vitigno base per uno spumante. Il colore giallo è paglierino vivace con riflessi tendenti al verdolino, le bollicine sono abbastanza fini e mediamente intense. Il primo naso è essenziale su note floreali e fruttate, si riconoscono gelsomino e fiore d’arancio, pesca e lievi note minerali. In bocca è secco, gradevolmente fresco, gode di una buona struttura acida e piacevole sapidità che rende il finale lungo e piacevole. Sulla bruschetta con le alici e pomodori cuore di bue.

Falanghina spumante extra dry s.a. Cantina del Taburno, è sul mercato da appena un paio di anni ed è il segnale di come questo vitigno sia fortemente preso in considerazione come base per vini spumanti, quantomeno per tentare di contrapporlo allo strapotere commerciale che anche nella nostra regione ha il prosecco, non solo di Valdobbiadene. Mossi proprio da questo scatto d’orgoglio molte aziende campane si sono attrezzate in questa direzione ed una delle versioni metodo charmat più riuscite è proprio questo delizioso spumante del Consorzio Agricolo Provinciale di Benevento. Di colore giallo paglierino, è brillante e con una spuma fine ed abbastanza persistente. Il naso è avvinghiato su note fresche di frutti a polpa gialla e lievi sentori di frutta secca. In bocca è secco, abbastanza caldo, di buona acidità e mineralità, di beva scorrevole con un finale morbido e risolutivo. Da spaghettone alle vongole veraci, il buon corpo gli rende più sostanza di quanto si pensi.

Nyx Moscato spumante dolce s.a. I Vini del Cavaliere, ma potrei tranquillamente dirne ancora uno citando il delizioso Lacryma Christi spumante dolce s.a. Grotta del Sole, solo per ribadire il concetto che è possibile berne di tutti i gusti, in questo caso dolci, se si ha la pazienza di cercare e la voglia di premiare lo sforzo che molte aziende campane hanno fatto negli ultimi anni per dare forma e sostanza a vini spumanti (secchi e dolci) di qualità senza per forza scimmiottare una tradizione sicuramente più appannaggio di altre regioni italiane. Il Nyx è prodotto da uve moscato bianco, siamo nell’areale di Capaccio-Paestum, in Cilento dove come in Basilicata si sta cercando di recuperare l’interesse verso questo tipo di vitigno e di vino. E’ un vino delicato, giallo paglierino con riflessi verdolini, la spuma è molto intensa e cremosa, le bollicine sono abbastanza fini seppur evanescenti. Il naso è tutto incentrato sulle note aromatiche dolci, ma anche fruttato di mela verde, floreale di tiglio ed acacia. In bocca è dolce, giustamente equilibrato da una gradevole sapidità che non lo rende pertanto stucchevole. Su tutto quello che viene in mente di mettere in tavola dopo il cenone, “…seule pour parler”!

Aglianico del Taburno Fidelis 1999, Cantina del Taburno

9 novembre 2009

Il 1999 è un anno davvero ricco di accadimenti, storici, culturali, umanistici ma anche di grandi sofferenze, imprese, sorprese e delusioni. E’ ufficialmente l’anno di nascita dell’euro, la Polonia, l’Ungheria e la Repubblica Ceca entrano nella Nato superando del tutto quella cortina di ferro che sino a dieci anni prima li teneva uniti nel cosiddetto blocco sovietico, quella stessa Nato che il 24 Marzo inizierà i bombardamenti sulla Jugoslavia per fermare il visionario presidente nazionalista serbo Slobodan Milosevic. A Torino muore l’editore Giulio Einaudi, a Roma l’intramontabile Corrado, a Pantani viene scippata l’ultima maglia rosa mentre di lì a pochi giorni Lens Armstrong vincerà il primo dei suoi sette Tour De France.

Immagine9A volte trovo quasi inopportune certe perifrasi a delle belle bevute come questa, ma a guardare un millesimo così importante mi sono venuti in mente più che le elucubrazioni etiliche di autorevoli degustatori subito grandi ricordi che meritavano di essere spolverati e verificati. Adesso però spazio a questo stupendo vino, davvero una notevole e piacevole sorpresa, nella sua essenza, nella sua netta e schietta espressione gusto-olfattiva: invitante, avvolgente, sbalorditivo, pura esibizione di freschezza e godibilità quanto meno inaspettate. Certi vini riescono ad essere una grande esperienza, e non perchè rari o introvabili, ma perchè sorprendenti e come tali si guadagnano il loro spazio nel mio personale Diario di una Bevuta. Innanzitutto le premesse, tutto fuorchè appetibili: etichetta rovinata dal tempo e dall’umidità, capsula poco meno che ammuffita, sughero abbastanza malconcio con annesso rischio di rottura. Tutti elementi che mi insinuano forti dubbi sulla tenuta del vino e non ultimo sulla qualità della sua conservazione, direi non proprio da manuale e che rischiano di svilire anche le flebili aspettative di un delizioso amarcord. Superata questa fase, eccolo questo Fidelis ‘99 che scorre via nel calice imperante, lasciandogli il tempo necessario per dissipare le prime evidenti inibizioni, soprattutto olfattive: il colore è bellissimo, integro, un rosso rubino ancora vivace con nerbature granata appena accennate, di buona concentrazione materica, poco trasparente e molto invitante.

picturesIl primo naso è slanciato, dieci anni tra botte e bottiglia sembrano aver condensato solo il meglio di questo vino, che ricordiamo non essere 100% aglianico ma un vinaggio di quest’ultimo con sangiovese e merlot. Gli aromi, intensi, si aprono su note di amarena e lampone in confettura, prugna, un frutto maturo e compatto, costante, che fa posto successivamente a riconoscimenti terziari nient’affatto banali, lignite e tabacco. La sorpresa maggiore arriva in bocca, perchè superate le premesse di cui sopra ed una affascinante rivelazione olfattiva a questo punto mi aspetto il colpo ad effetto, che non tarda un attimo ad arrivare. L’attacco, se così si può dire, è lievemente tannico (!) ma assolutamente equilibrato, fuso compiutamente ad acidità e glicerina che gli rendono una beva esemplare, intensa, avvolgente, sinuosa, spudoratamente vellutata ed ammantata da un finale rotondo e deliziosamente fruttato di amarena. L’ho immaginato eccezionale sulla minestra maritata di Laura e Luisa Iodice di Fenesta Verde a Giugliano, di cui sento grande mancanza ma non solo per questa una delle prossime tappe autunnali da non far mancare nel personale calendario gourmet.


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