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Sancerre La Moussiere 2018 Alphonse Mellot

8 giugno 2020

Un grande Sancerre questo di Alphonse Mellot, di quelli che ti rimangono dentro come una grande esperienza, guai a lasciarla andare via senza dedicargli almeno due righe, soprattutto quando si tratta di raccontare di una terra dove, si racconta, si nasconde ancora l’anima più arcaica e selvaggia del Blanc fumé Loirenne.

La Moussière duemiladiciotto prende vita da un assemblaggio delle uve raccolte tra i filari più o meno giovani degli oltre 30 ettari piantati a Sauvignon del Domaine, perlopiù su terreni caratterizzati da calcare e marne e vigne condotte in ossequio dei più rigidi protocolli di agricoltura biologica e biodinamica; rappresenta forse l’anima più autentica dei fratelli Alphonse Jr ed Emmanuelle Mellot e continua ad essere uno dei miei bianchi preferiti in assoluto di questo territorio, nonostante sia solo il terzo vino dopo “Génération XIX” e la “Cuvée Edmond¤” prodotto qui.

E’ un vino luminoso, con un bel colore paglia intenso, con un naso subito verticale, dal sorso tremendamente asciutto eppure tanto invitante quanto complesso e ricco. Ha spessore, agilità, pienezza; per un cinquanta per cento della massa che fa fermentazione in legno grande vi è l’altro cinquanta che passa solo in acciaio. Poi, una volta deciso il blend, finisce una manciata di mesi in bottiglia, il tempo necessario per ritrovare equilibrio, ricomporsi e consolidare quella verve che ne caratterizza in maniera incisiva, dal primo all’ultimo sorso l’esperienza gustativa.

Ci trovi dentro un corredo aromatico dei più classici (agrumi, litchi, frutto della passione, timo) ma anche note più intense, vibranti e quasi pungenti, di polvere di gesso e pietra bagnata. A piccoli sorsi ci ritrovi anche tanta sapidità, con quel sapore deciso, forse un po’ concentrico sul varietale ma con quelle increspature agrumate e minerali che man mano ne alleggeriscono la profonda tipicità del frutto senza però sovrastarlo, come solo certe grandi bottiglie sono in grado di fare!

© L’Arcante – riproduzione riservata

Segnalazioni| Sancerre Chêne Marchand 2017 Dominique Roger

15 gennaio 2020

E’ il bianco ideale per chi volesse avvicinarsi al Sauvignon Blanc di Sancerre e le sue particolari velleità varietali, quelle connotazioni caratteristiche, anzitutto olfattive, che tanto appassionano ma che, in qualche caso, possono anche allontanare.

Non vi sono infatti eccessi in questo ottimo bianco di Dominique Roger, vestito di un bellissimo colore paglierino, dal naso intenso e finissimo, tipico, fruttato e balsamico, in bocca si fa spazio deciso, è pieno di sana tensione gustativa, fresco e minerale. Un sorso tira l’altro.

Lo Chêne Marchand duemiladiciassette di Roger nasce da vigne di 30 anni di Sauvignon Blanc provenienti da una piccola parcella di 0,37h degli 11 di proprietà a Bué, uno dei 14 comuni dell’Aoc. Un prezioso fazzoletto di terra calcarea-ghiaiosa e gessosa, con meno contenuto di argilla rispetto al terreno calcareo trovato generalmente nell’areale, una sorta di continuazione della terra calcarea di Kimmeridgian di Chablis. Si tratta a tutti gli effetti di un vero e proprio Grand Cru, anche se da queste parti non è in uso la medesima classificazione ricorrente, ad esempio, in Borgogna.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Jurançon, un vibrante sorso di stelle con il Les Jardins de Babylone 2005 di Didier Dagueneau

5 novembre 2012

I suoi grandi blanc fumé sono da sempre sulla bocca di tutti; chi non conosce “Pur Sang”, “Silex” o la ricercata fama di quello che sembra essere il più amato – e introvabile – dei suoi vini, “Astéroïde”, vera rara espressione della grandezza sua e del sauvignon blanc di quelle terre?

Astéroïde, le cui prime etichette – col senno di poi inequivocabilmente evocative -, lo vedevano lasciare la terra trascinato in cielo da una muta di cani alla rincorsa delle stelle. E’ il 17 Settembre 2008 quando Didier Dagueneau, con l’amico Serge Lavarenne si levano in volo da Nevers con un apparecchio ultraleggero da diporto per raggiungere Jaubertin, nel Parco del Périgord-Limousin, a una trentina di chilometri da Angoulême. Il tempo è buono, le giornate sono ancora lunghe, così dopo un pranzo conviviale con altri appassionati di volo sportivo, alle 16 e 15 ripartono per tornare a Nevers. Non ci arriveranno mai, invero nemmeno il tempo di prendere quota che il piccolo apparecchio entra in stallo precipitando da una cinquantina di metri; si schianta al suolo e prende fuoco, irrimediabilmente. E’ la fine, Didier muore sul colpo. 

Di certo non la sua opera, i suoi vini, l’impronta che ha lasciato in maniera indelebile nel mondo del vino e in un territorio così particolare e ricco di sfumature come quello Loirenne. Sfumature che Dagueneau, non per niente Monsieur Provoc, ha certamente contribuito non poco ad arricchire con il suo modo di vivere, di vedere le cose, di fare viticoltura e vini in piena libertà. Anche per questo, assieme a pochissimi altri, viene da molti considerato tra i più grandi produttori di vino di sempre della Loira.

Ai piedi dei Pirenei, a sud di Pau, nel sud-ovest della Francia invece c’è capitato quando cominciò la ricerca di un terroir particolare per poter produrre un grande bianco dolce che facesse sobbalzare gli appassionati e schernire i grandi vins liquoreux delle Graves bordeaulais, Sauternes e Barsac per intenderci. Qui, con l’aiuto di Guy Pautrat, Dagueneau s’inventa Les Jardins de Babylone, un bianco, soavemente dolce, di rarissima eleganza, prodotto col 100% di petit manseng. 

Babylone duemilacinque è un Jurançon di gran spessore, dolce perché il residuo zuccherino è lì che lo va a mettere in carta, ma caratterizzato da una solida e spiazzante fresca acidità. Il colore è splendido, giallo oro di una luminosità particolarmente invitante; il naso è un trionfo di note e sentori di ananas, frutto della passione, mandarino, buccia d’arancia e scorzette di limoni, e ancora spezie dolci, mallo di noce e mandorla. Il sorso è subito amabile, dolce quanto basta in punta di lingua e fresco e balsamico sulle papille. Lungo, lunghissimo. E’ il vino dolce non-proprio-dolce perfetto!

Didier Dagueneau è distribuito in Italia da Moon Import.

Quarts de Chaume 2006 Chateau Pierre Bise

22 agosto 2010

Il Sauternes è il vino dolce più buono al mondo, ma non è il solo, statene certi. C’è una bottiglia, dal nome quasi impronunciabile, che non di rado tira fuori dal suo mezzo cilindro espressioni inarrivabili, che possono conquistare molto e più del blasonato nettare bordolese.

Claude Papin dello Chateau Pierre Bisé (foto tratta dal web)

Il suo nome è Quarts de Chaume (cuarz d’ sciom) e la sua anima lo Chenin blanc, vitigno misconosciuto dai più ma capace di prestazioni di altissimo profilo – e qui nella Vallée de Loire – nella sua patria indiscussa, di vini bianchi tradizionali e da “muffa nobile” dai tratti caratteriali indimenticabili.

Il vitigno offre generalmente un quadro organolettico piuttosto definito ma non si possono certo trascurare le ingerenze dovute alle diverse interpretazioni a cui è soggetto nei rispettivi contesti di produzione dove viene lavorato, dovute soprattutto alla diversa considerazione di cui gode presso i vari produttori alcuni molti dei quali continuano a vedere nello Chenin blanc una mediocre materia prima per banalissimi vini di massa e di modesto profilo qualitativo. Il vitigno infatti, per la sua innata vigoria e capacità di adattamento, è piuttosto diffuso, oltre che in Francia, anche in alcune regioni del mondo particolarmente vocate alla produzione intensiva tra cui la California, l’Australia e non ultimo il Sud Africa, dove in particolare è stato praticamente adottato è riconosciuto con il nome di Steen tra i vitigni autoctoni tanto dall’essere utilizzato come vino base per lo spumante nazionale prodotto con methode champenois, il Cap Classique.

In generale i vini prodotti in zone a clima più fresco e con uve non perfettamente mature esprimono un profilo organolettico generalmente basato su aromi varietali sottili e delicati, di mela verde, limone, agrumi, acacia ed un gusto piuttosto greve se non acido; Risultano invece più intriganti e suggestivi in vini prodotti in aree con un clima tendenzialmente più caldo o magari con uve surmature dove gli aromi primari di frutta tendono alla polpa matura, alla pesca ed alla mela cotogna e albicocca mentre sbocciano piacevoli sfumature mielate pur senza sovrastare le caratteristiche note minerali che soprattutto al palato fanno dello Chenin blanc uno dei più controversi vitigni a bacca bianca d’oltralpe, capace addirittura di offrire, come nel caso del vino in questione, botrytizzato, passito cioè naturalmente in pianta grazie alla cosiddetta muffa nobile, un ventaglio olfattivo davvero impressionante per integrità e complessità ed un gusto a dir poco unico e lungamente intenso, infinito, da meditazione.

La Loira, come detto, rimane la regione d’elezione per il vitigno, e vini bianchi tradizionali come il Vouvray e il Montlouis sono testimonianza dell’ottima verve espressiva di quello che qui, per amor di patria, viene chiamato Pineau de Loire, ma è nel cuore del Coteaux du Layon, a Bonnezeaux e Chaume in particolare, che le uve, attaccate dalla Botrytis Cinerea sono capaci di dare vita a piccoli gioielli della nomenclatura viticola Loirenne, in alcuni casi a vere e proprie rarità enologiche. Proprio a Chaume il terreno è di carattere argilloso e poggia su croste di scisto (quarzo) e silicio, una combinazione piuttosto ideale per una corretta e costante buona vigoria della vite associata ad un clima costante piuttosto favorevole che beneficia tra le altre cose dell’influenza del fiume Loira che taglia di netto l’intero areale della denominazione.

Qui e così nascono i vini di Claude Papin, vigneron di cui vorrei presto conoscerne di più per potervi dare conferma, raccontare, di come – così come mi dicono – riesce a “sentire” i suoi vini mentre evolvono e maturano nel tempo prima di decidere di consegnarli al mercato, di come, non sbagliando un appuntamento, riesce anno dopo anno a garantirsi un posto nella Hall of Fame della viticultura Loirenne, e perchè no, nel mio cuore. Questo Quarts de Chaume è un nettare prelibato da bere con le persone che amate, a parlare di cosa non conta, magari ascoltando le voci di dentro, quelle che arrivano dritto dal proprio cuore!

© L’Arcante – riproduzione riservata


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