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Attention Chenin Méchant 2020

25 agosto 2021

Sembra effettivamente quasi un monito quel nome messo là così in etichetta oppure, più semplicemente, un consiglio molto appassionato (e ben gradito!).

Di quel tanto così che riconosco a mani basse ai cugini d’oltralpe c’è spazio anzitutto per la loro profonda avversione all’approssimazione, anche per quei vini cosiddetti ‘’minori’’ infatti non esistono mezze misure o passi incompiuti; il risultato è tutto in questa bottiglia, stupefacente: fuori dal solito giro (internazionale) l’Anjou blanc, pur sovrastata in Loira da appellation un po’ più gettonate dai più come ad esempio Vouvray, Savennières e Saumur è capace di sprigionare lampi di luce folgoranti come questo delizioso bianco loirenne.

‘’Attention Chenin Méchant’’ 2020 di Nicolas Reau, viticoltore, ex pianista di jazz, proviene dalle vigne del Clos des Treilles, allevate su terreni fortemente caratterizzati da calcari e argilla dove i suoli sono ricchi di silicio e di fossili, ceppi coltivati secondo pratiche della biodinamica più tradizionale che, ben inteso, mai come in questo caso vuol dire – udite udite gente, ndr – niente vini puzzolenti o controversi da buttare giù turandosi il naso, tutt’altro!

Da queste terre, con questi gesti e da questi grappoli di Chenin blanc infatti viene fuori un bianco dal colore luminosissimo, di un giallo paglierino pieno di fascino con bellissime sfumature dorate e un naso pieno di fascino, intriso di rimandi agrumati e di frutta a polpa bianca, vi si riconoscono immediatamente lime e pera matura con anche sentori di miele millefiori e cenni minerali. Il sorso è subito piacevolissimo, d’un colpo verticale, di buona morbidezza ben supportata da freschezza e spiccata sapidità. Un bianco a dir poco significativo, con ogni probabilità il bianco dell’estate venti/ventuno!

© L’Arcante – riproduzione riservata

Sancerre La Moussiere 2018 Alphonse Mellot

8 giugno 2020

Un grande Sancerre questo di Alphonse Mellot, di quelli che ti rimangono dentro come una grande esperienza, guai a lasciarla andare via senza dedicargli almeno due righe, soprattutto quando si tratta di raccontare di una terra dove, si racconta, si nasconde ancora l’anima più arcaica e selvaggia del Blanc fumé Loirenne.

La Moussière duemiladiciotto prende vita da un assemblaggio delle uve raccolte tra i filari più o meno giovani degli oltre 30 ettari piantati a Sauvignon del Domaine, perlopiù su terreni caratterizzati da calcare e marne e vigne condotte in ossequio dei più rigidi protocolli di agricoltura biologica e biodinamica; rappresenta forse l’anima più autentica dei fratelli Alphonse Jr ed Emmanuelle Mellot e continua ad essere uno dei miei bianchi preferiti in assoluto di questo territorio, nonostante sia solo il terzo vino dopo “Génération XIX” e la “Cuvée Edmond¤” prodotto qui.

E’ un vino luminoso, con un bel colore paglia intenso, con un naso subito verticale, dal sorso tremendamente asciutto eppure tanto invitante quanto complesso e ricco. Ha spessore, agilità, pienezza; per un cinquanta per cento della massa che fa fermentazione in legno grande vi è l’altro cinquanta che passa solo in acciaio. Poi, una volta deciso il blend, finisce una manciata di mesi in bottiglia, il tempo necessario per ritrovare equilibrio, ricomporsi e consolidare quella verve che ne caratterizza in maniera incisiva, dal primo all’ultimo sorso l’esperienza gustativa.

Ci trovi dentro un corredo aromatico dei più classici (agrumi, litchi, frutto della passione, timo) ma anche note più intense, vibranti e quasi pungenti, di polvere di gesso e pietra bagnata. A piccoli sorsi ci ritrovi anche tanta sapidità, con quel sapore deciso, forse un po’ concentrico sul varietale ma con quelle increspature agrumate e minerali che man mano ne alleggeriscono la profonda tipicità del frutto senza però sovrastarlo, come solo certe grandi bottiglie sono in grado di fare!

© L’Arcante – riproduzione riservata

Segnalazioni| Sancerre Chêne Marchand 2017 Dominique Roger

15 gennaio 2020

E’ il bianco ideale per chi volesse avvicinarsi al Sauvignon Blanc di Sancerre e le sue particolari velleità varietali, quelle connotazioni caratteristiche, anzitutto olfattive, che tanto appassionano ma che, in qualche caso, possono anche allontanare.

Non vi sono infatti eccessi in questo ottimo bianco di Dominique Roger, vestito di un bellissimo colore paglierino, dal naso intenso e finissimo, tipico, fruttato e balsamico, in bocca si fa spazio deciso, è pieno di sana tensione gustativa, fresco e minerale. Un sorso tira l’altro.

Lo Chêne Marchand duemiladiciassette di Roger nasce da vigne di 30 anni di Sauvignon Blanc provenienti da una piccola parcella di 0,37h degli 11 di proprietà a Bué, uno dei 14 comuni dell’Aoc. Un prezioso fazzoletto di terra calcarea-ghiaiosa e gessosa, con meno contenuto di argilla rispetto al terreno calcareo trovato generalmente nell’areale, una sorta di continuazione della terra calcarea di Kimmeridgian di Chablis. Si tratta a tutti gli effetti di un vero e proprio Grand Cru, anche se da queste parti non è in uso la medesima classificazione ricorrente, ad esempio, in Borgogna.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Jurançon, un vibrante sorso di stelle con il Les Jardins de Babylone 2005 di Didier Dagueneau

5 novembre 2012

I suoi grandi blanc fumé sono da sempre sulla bocca di tutti; chi non conosce “Pur Sang”, “Silex” o la ricercata fama di quello che sembra essere il più amato – e introvabile – dei suoi vini, “Astéroïde”, vera rara espressione della grandezza sua e del sauvignon blanc di quelle terre?

Astéroïde, le cui prime etichette – col senno di poi inequivocabilmente evocative -, lo vedevano lasciare la terra trascinato in cielo da una muta di cani alla rincorsa delle stelle. E’ il 17 Settembre 2008 quando Didier Dagueneau, con l’amico Serge Lavarenne si levano in volo da Nevers con un apparecchio ultraleggero da diporto per raggiungere Jaubertin, nel Parco del Périgord-Limousin, a una trentina di chilometri da Angoulême. Il tempo è buono, le giornate sono ancora lunghe, così dopo un pranzo conviviale con altri appassionati di volo sportivo, alle 16 e 15 ripartono per tornare a Nevers. Non ci arriveranno mai, invero nemmeno il tempo di prendere quota che il piccolo apparecchio entra in stallo precipitando da una cinquantina di metri; si schianta al suolo e prende fuoco, irrimediabilmente. E’ la fine, Didier muore sul colpo. 

Di certo non la sua opera, i suoi vini, l’impronta che ha lasciato in maniera indelebile nel mondo del vino e in un territorio così particolare e ricco di sfumature come quello Loirenne. Sfumature che Dagueneau, non per niente Monsieur Provoc, ha certamente contribuito non poco ad arricchire con il suo modo di vivere, di vedere le cose, di fare viticoltura e vini in piena libertà. Anche per questo, assieme a pochissimi altri, viene da molti considerato tra i più grandi produttori di vino di sempre della Loira.

Ai piedi dei Pirenei, a sud di Pau, nel sud-ovest della Francia invece c’è capitato quando cominciò la ricerca di un terroir particolare per poter produrre un grande bianco dolce che facesse sobbalzare gli appassionati e schernire i grandi vins liquoreux delle Graves bordeaulais, Sauternes e Barsac per intenderci. Qui, con l’aiuto di Guy Pautrat, Dagueneau s’inventa Les Jardins de Babylone, un bianco, soavemente dolce, di rarissima eleganza, prodotto col 100% di petit manseng. 

Babylone duemilacinque è un Jurançon di gran spessore, dolce perché il residuo zuccherino è lì che lo va a mettere in carta, ma caratterizzato da una solida e spiazzante fresca acidità. Il colore è splendido, giallo oro di una luminosità particolarmente invitante; il naso è un trionfo di note e sentori di ananas, frutto della passione, mandarino, buccia d’arancia e scorzette di limoni, e ancora spezie dolci, mallo di noce e mandorla. Il sorso è subito amabile, dolce quanto basta in punta di lingua e fresco e balsamico sulle papille. Lungo, lunghissimo. E’ il vino dolce non-proprio-dolce perfetto!

Didier Dagueneau è distribuito in Italia da Moon Import.


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