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Segnalazioni| Sancerre Chêne Marchand 2017 Dominique Roger

15 gennaio 2020

E’ il bianco ideale per chi volesse avvicinarsi al Sauvignon Blanc di Sancerre e le sue particolari velleità varietali, quelle connotazioni caratteristiche, anzitutto olfattive, che tanto appassionano ma che, in qualche caso, possono anche allontanare.

Non vi sono infatti eccessi in questo ottimo bianco di Dominique Roger, vestito di un bellissimo colore paglierino, dal naso intenso e finissimo, tipico, fruttato e balsamico, in bocca si fa spazio deciso, è pieno di sana tensione gustativa, fresco e minerale. Un sorso tira l’altro.

Lo Chêne Marchand duemiladiciassette di Roger nasce da vigne di 30 anni di Sauvignon Blanc provenienti da una piccola parcella di 0,37h degli 11 di proprietà a Bué, uno dei 14 comuni dell’Aoc. Un prezioso fazzoletto di terra calcarea-ghiaiosa e gessosa, con meno contenuto di argilla rispetto al terreno calcareo trovato generalmente nell’areale, una sorta di continuazione della terra calcarea di Kimmeridgian di Chablis. Si tratta a tutti gli effetti di un vero e proprio Grand Cru, anche se da queste parti non è in uso la medesima classificazione ricorrente, ad esempio, in Borgogna.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Sancerre, La Moussière ’10 Alphonse Mellot

16 maggio 2012

Potremmo stare ore a dibattere su quale sia il migliore sauvignon blanc del mondo. Il vitigno è uno di quelli che o ami o odi, di via traverse non se ne parla manco a scolpirle sulla roccia.

Si sa, son davvero pochi quei vini realmente capaci di mettere d’accordo tutti: certo vi è quello neozelandese, il Cloudy Bay dal naso “fumoso” e dal sorso salato, oppure si, a Pouilly S/Loire nessuno ha ancora dimenticato Didier Dagueneau (ma si può?), che quando hai la fortuna di cogliere certi suoi vini al momento giusto c’è da strapparsi i capelli; poi vabbé, vi sono anche certi italiani, magari ancora troppo “giovani”, però capaci di ottime prestazioni, talvolta pure eleganti e assai profondi (il de La Tour per esempio).

Un grande sauvignon però rimane solo quando è davvero una grande esperienza, e guai a lasciarla andare via senza dedicargli almeno due righe. Soprattutto quando si tratta di un Sancerre, laddove, raccontano, si nasconde ancora quell’anima più arcaica e selvaggia del blanc fumé Loirenne. E La Moussière, 30 ettari piantati su calcare e marne, è un po’ l’anima certa del Domaine Alphonse Mellot, da sempre uno dei miei preferiti in assoluto sull’argomento. E questo 2010, bevuto a distanza di quasi un anno dall’ultimo assaggio, conferma quanto sia incredibilmente sorprendente la cifra stilistica di questo vigneron capace di consegnare agli annali vini di una pulizia e complessità incredibili, talvolta di inarrivabile eleganza.

Un vino meraviglioso insomma, luminoso, verticale e fresco, asciutto all’inverosimile eppure tanto invitante quanto complesso e ricco. Un cinquanta per cento della massa fa fermentazione in legno, grande, l’altro cinquanta passa solo in acciaio. Poi, una volta deciso il blend, finisce una manciata di mesi in bottiglia, per ritrovare equilibrio, ricomporsi ed imprimere quella verve che ne caratterizza l’entusiasmante beva, dal primo all’ultimo sorso.

Annata decisamente fortunata questa e lo si capisce sin da subito: il primo naso è ricco di aromi classici (agrumi, litchi, frutto della passione, timo) ma anche di note più decise, quasi pungenti, come polvere di gesso e pietra bagnata. Il sorso poi è come baciato da una profonda sapidità, dal sapore deciso, concentrico sul frutto ma ricco di sfumature agrumate e minerali che man mano vanno diventando docili e rinfrancanti. Ricordate: Sancerre La Moussiere 2010 Alphonse Mellot, “il” vostro sauvignon!

Professione Sommelier, pillole di buona Francia

24 aprile 2010

No, non è una foto d’antan, ho solo sbagliato a non resettare la funzione “agè” della macchina digitale in dotazione. Da sinistra: Fabio Raucci (L’Olivo Restaurant Manager), Agostino Roberto, Marco Del Garbo, Fabio Di Costanzo, Albino Filippo e Yannick Kovac (Wijn Makelaarsunie), io, Pietro Di Palma, Fabio Vullo, Gennaro Caiazzo.

L’idea ci è venuta qualche mese fa, pensando all’opportunità di organizzare un laboratorio-formazione per lo staff del Capri Palace potendo contare sulla qualità professionale ed umana di Albino Filippo e Yannick Kovac, Directeur di Wijn Makelaarsunie Olanda il primo,  una delle compagnie leader della distribuzione vini in nord Europa, e pregiato Master of wine francese il secondo, grande professionista e pure simpatico nonchè appassionato assertore della grandezza dell’aglianico come uno tra i vitigni principi italiani (ruffiano 🙂 ).

L’appuntamento: ci siamo così riuniti un pomeriggio di un giovedì d’Aprile, queste giornate di tiepida primavera sono lavorativamente parlando, abbastanza tranquille, seppur gli orari di lavoro rimangono comunque gli stessi, ecco pertanto che abbiamo dovuto incastonare questo momento di alta formazione nelle due ore che quotidianamente dedichiamo al riposo mentale e fisico, l’agognato volgarmente detto “spezzato”.

L’obiettivo: Manager, Sommelier, Chef de Rang, Commis, chiamati all’appello per ascoltare, conoscere, approfondire, scoprire, sapere, bere, tradurre, finalmente capire.

Ecco le mie personali note di degustazione colte durante i lavori e sviluppate anche grazie alle preziose notizie di Albino Filippo e Yannick Kovac. Quale vino il migliore? Fate Vobis…

Sancerre Chevignol 2008 François Cotat bianco sicuramente poco incline al gusto di molti, dal colore molto scarico, verde decisamente pallido. Il naso è subito vegetale, nota di peperone verde, menta piperita, poi fruttato di mela cotogna. Gli bastano però pochi minuti nel bicchiere per virare decisamente su note terziarie anche piuttosto complesse e particolari, vicine a sentori del tipo idrocarburi. Notevole la spalla acida e la mineralità che profondono il palato sul finale di bocca.

Mersault Les Poruzots 2006 Henri Boillot Grandioso bianco! Basterebbero queste due sole parole a definirne l’entusiamo che ha accolto questo straordinario chardonnay borgognone. Merito del terroir non v’è dubbio, ma anche dell’annata 2006 che è stata piuttosto fresca, i bianchi borgognoni se ne giovano parecchio quando il clima rimane costante  e non soffre di picchi di canicola come per esempio è capitato nel 2005. Henri Boillot è un Negotians, ovvero possiede anche diverse particelle di vigne in Mersault ma non del 1er cru Les Poruzots pur curandone in maniera maniacale la selezione delle uve, rimane infatti uno dei più grandi conoscitori ed interpreti di una terra meravigliosa. Bellissimo il colore paglia, splendente; il naso è mastodontico, caldo ed avvolgente, erbaceo, floreale, fruttato, speziato: è menta, è ananas, è mango, è timo limone, vaniglia, grafite, ho dimenticato qualcosa? In bocca è grasso, voluminoso ma fresco, profondo e delicato, accattivante ed avvincente. Chapeau!

Gevrey Chambertin Les Evocelles 2005 Philippe Charlopin-Parizot Ecco l’altra faccia della medaglia: annata calda la 2005,  in Cote de Nuits se ne sono avvantaggiati i rossi, arricchiti soprattutto da un frutto più voluminoso, quasi polposo lasciando in degustazione un ruolo non certo di secondo piano ai tannini ma comunque meno invadenti del solito. Il Pinot Noir è risaputo è una gran bestia nera ovunque nel mondo, non certo a casa propria e non certo in una delle appellations più vocate per la sua coltivazione. Il colore è avvincente, piuttosto atipico con la sua vivacità così espressiva, ma è tipico del lavoro del vigneron che addirittura nelle annate più calde, 2003 su tutte, non usa nemmeno il legno per affinare i suoi Pinot, il sole fa già un gran bel lavoro di riduzione delle asperità; piccoli frutti rossi e neri al primo naso. Lamponi, ribes, solo sul finale sensazioni lievemente tostate. Palato assolutamente appagante, consistente, di una eleganza e finezza inaudita in un vino di cotanta freschezza.    

Pauillac Reserve de la Comtesse de Lalande 2005 Chateau Pichon-Longueville Bordeaux non è poi così lontana, o sì. Inutile nascondere che la crisi economica mondiale ha dato un bel colpo di assestamento al mercato dei Premier cru di Bordeaux, ed ecco che si affacciano con sempre maggiore crescita qualitativa ottime opportunità di investimento sui secondi e terzi vini di alcuni chateaux girondini: la reserve de la Comtesse de Lalande 2005 pare essere una di queste, tenete presente che certi secondi vini dei millesimi 2005 e 2006, in particolare il Carruades de Lafite-Rothschild o Les Forts de Latour sono praticamente apparsi come meteore sul mercato poichè andati letteralmente a ruba. L’eccezionale bontà dell’annata 2005 a Bordeaux ha fatto il resto. E’ composto dal 45% Cabernet Sauvignon, 35% Merlot, 12% Cabernet Franc e 8% Petit Verdot: un vino molto immediato, con note olfattive adirittura quasi vinose prima di divenire vegetali e fruttate intense e persistenti, sentore di peperone rosso e mirtillo, poi note balsamiche e tostate. In bocca è persuasivo, avvenente, asciutto e profondo. Finale di bocca caldo, appena al di sopra della soglia della perfezione la nota alcolica percepita, un ottimo bordolese. 

Sauternes 2001 Chateau d’Arche Non certo il vino per cui morire, nel senso che è certamente un buon Sauternes ma è altrettanto certo che dista anni luce da certi “conterranei” nettari della più affascinante appellations girondina. Prodotto da uve semillon, sauvignon e muscadelle offre una trama cromatica molto bella, oro splendente. Offre un bel ventaglio olfattivo giocato tutto su note di frutti candidi e piacevoli nuances mielose, in bocca è dolce seppur manifesti una discreta acidità, qualità che l’aiuta non poco a non affogare nella stucchevolezza ad ogni sorso sempre latente.

Conclusione: E’ stata senza ombra di dubbio una gran bella esperienza soprattutto gustolfattiva, full immersion proposta con elegante fermezza e maestria dai nostri educatori nonchè molto sentita dallo staff tutto che così ha avuto opportunità di respirare a pieni polmoni di un po’ di terra d’oltralpe di prim’ordine.

Adesso però mi (ci) sta frullando per la testa un’altra idea, più ambiziosa e dedicata a tutti i colleghi professionisti della regione, ma questa potrà prendere forma e sostanza solo a fine stagione, a bocce tranquille; per adesso schiena dritta, mento alto e, come si dice “non perdiamoci in dislin gui sconsi e… andèm a laurà!”

© L’Arcante – riproduzione riservata

Sancerre, Cuvée Edmond 2002 Alphonse Mellot

11 dicembre 2009

Difficile pensare ai grandi vini bianchi e non menzionare Sancerre, difficile pensare di aver bevuto grandi sauvignon senza prima aver “passato per le armi” i vini di questa denominazione, difficile, quasi impossibile non amare i vini di Alphonse Mellot ed in particolare questo straordinario Cuvée Edmond 2002, ricco, di carattere, ancora impulsivo nella sua profonda mineralità gustativa.

Siamo in Francia, naturalmente. Nella Loira più caratteristica per alcuni, meno conosciuta per altri, siamo nella città di Sancerre che ancora divide la sua origine etimologica tra Giulio Cesare ed i Sassoni che proprio sulla collina dove oggi si erge il centrocittà si insediarono durante in regno di Carlo Magno. Ci troviamo di fronte ad un bellissimo vino che ha tanto da raccontare di se e della sua terra, un vino austero e brillante, fragrante ed invitante, complesso e sorprendente. Duemiladue, dicevamo, ma potrebbe essere un vino di uno o due anni al massimo, l’equilibrio e la continua profusione di aromi varietali ed eterei tengono attaccati il naso al bicchiere e costantemente il palato assetato.

L’aspetto nel bicchiere è limpido, cristallino, luminoso, giallo oro netto, di buona consistenza. Il primo naso è un effluvio di sentori erbacei secchi, fiori e frutti dolci, note balsamiche. Camomilla e menta piperita, poi miele,  mango ed albicocca, ancora sentori di grafite e pietra focaia. In bocca è secco, caldo, decisamente fresco, vira continuamente la sensazione calorica di un struttura importante verso una spiccata mineralità che apporta freschezza di beva e continua sapidità.

Un vino perfettamente armonico, di estrema piacevolezza ed equilibrio gustativo. Nasce da sole vecchie vigne di oltre cinquant’anni del Domaine de La Moussière, nel cuore dell’appellation Sancerre; alcuni dati ricevuti dall’azienda indicano che le masse di sauvignon blanc delle varie parcelle della vigna percorrono strade diverse prima di incrociarsi per l’affinamento in barriques. Circa un 60% del mosto viene lasciato fermentare in legni nuovi, il restante in legni di primo e secondo passaggio, succede un percorso di affinamento che di millesimo in millesimo può variare tra i 10 ed i 14 mesi. Stupendo se abbinato a pesci salsati, ma non vedo come non potrei cedere di fronte ad un più tradizionale Baccalà fritto.


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