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My name is Tannino

4 febbraio 2019

La lunga esperienza professionale e le molte bevute alle spalle ci hanno lasciato scoprire e apprezzare nel tempo tanti vini tratteggiati e caratterizzati talvolta in maniera decisiva dal tannino, bottiglie che in qualche maniera abbiamo poi imparato ad amare oppure deciso di lasciar perdere perché (troppo) lontane dal nostro gusto. Di vini ‘’tannici’’ ve ne sono in giro per l’Italia molti, alcuni memorabili, altri meno ma in larga parte caratteristici e coinvolgenti.

Si pensi ad esempio ai grandi Nebbiolo di Barolo¤ e della Valtellina o ai più classici Sangiovese che danno vita a certi Brunello di Montalcino o Nobile di Montepulciano. Qualcuno ha mai provato un Pignolo o un Tazzelenghe¤ friulani? O un Sagrantino di Montefalco¤? Invero, già nella nostra amata Campania Felix vini con ‘’tannino da vendere’’ ne abbiamo eccome, basti pensare all’Aglianico, o al Tintore¤ di Tramonti per citarne giusto un paio.

Ma cosa sono i tannini? Ebbene, appartengono alla famiglia dei polifenoli e sono i principali responsabili del carattere astringente dei vini; sono suddivisi in tannini condensati (propri dell’uva), tannini idrolizzabili o ellagici (derivanti principalmente dal legno). Sono generalmente presenti nel raspo, nei vinaccioli e nella buccia dell’uva e sono diversi i fattori che concorrono alla sua forma e sostanza.

Raspo. Sono generalmente ricchi di composti fenolici più o meno polimerizzati e a forte potere astringente.

Vinaccioli. Sono fonte importante di composti polifenolici per quanto concerne la vinificazione in rosso; contengono dal 20 al 55% dei polifenoli totali dell’acino, in funzione della varietà. Nel corso della maturazione aumenta il loro livello di polimerizzazione. I vinaccioli raggiungono la loro dimensione definitiva prima dell’invaiatura, momento in cui raggiungono la loro maturità fisiologica. Osservare e assaggiare i vinaccioli nelle fasi finali del ciclo della vite è fondamentale per determinare anche empiricamente la maturità fenolica dell’ uva.

Quando l’uva non è sufficientemente matura, i vinaccioli sono verdi e ancora ricoperti da sostanze pectiche o mucillaginose (come una sorta di placenta a protezione dell’embrione), all’assaggio sono amarissimi e provocano decisa astringenza; in questa fase i tannini hanno un basso grado di polimerizzazione e sono pertanto molto reattivi e presentando carica elettrica negativa, reagiscono facilmente con le glicoproteine della saliva, caricate positivamente, facendoci percepire la sensazione gustativa amaro-astringente.

Quando l’uva è mediamente matura, presenta vinaccioli che dal verde virano al marrone, lo strato protettivo inizia a staccarsi, all’assaggio sono mediamente astringenti e amari ma non eccessivamente, in quanto in questa fase i tannini presentano un grado di polimerizzazione intermedio e la reattività con le proteine inizia a diminuire.

Quando l’uva è matura, i chicchi presentano vinaccioli che da marrone tendono al nero, si svuotano all’ interno, i tannini hanno un alto grado di polimerizzazione e pertanto la loro reattività è quasi o del tutto nulla con le glicoproteine della saliva.

Per dirla con parole semplici e non entrare oltremodo in meccanismi biochimici complessi e difficili da comprendere, possiamo affermare che nel frutto immaturo i tannini sono scarsamente polimerizzati e con il progredire della maturazione la polimerizzazione aumenta per cui il sapore tannico, quella sensazione allappante, si attenua fino a scomparire a fine maturazione.

Per capire meglio i tannini e le sostanze polifenoliche in generale, dobbiamo sempre tener presente che la vite non porta avanti la maturazione del frutto e quindi del vinacciolo per farci fare il vino buono, ma per un concetto spesso sottovalutato o per niente considerato ovvero la sua riproduzione, per la continuità della specie. Non a caso quando l’uva non è matura è anche acida, ha poco zucchero e le sostanze fenoliche hanno un ruolo perlopiù di difesa e di repellenza, per scoraggiare cioè gli uccelli a magiare l’uva rendendola quindi sgradevole all’assaggio, in quanto il seme non è ancora maturo.

Non è così a fine ciclo, quando l’uva diviene dolce, quindi poco acida, la repellenza pertanto svanisce (si abbassano le difese) per invitare gli uccelli a beccare gli acini e portare i semi in giro attraverso le loro deiezioni, appunto con l’obiettivo della riproduzione. In buona sostanza volendo non è necessario il rifrattometro, o il mostimetro, analisi particolari per avere l’idea della maturità dell’uva, talvolta basterebbe osservare il colore dei vinaccioli e un assaggio per coglierne la maturità, con l’aiuto poi di api e uccelli che quando iniziano a mangiare gli acini ci danno indicazione che siamo (quasi) pronti per raccogliere.

Buccia. I composti fenolici presenti si ripartiscono nelle cellule dell’epidermide e nei primi strati della sotto epidermide. I tannini presentano strutture complesse ma il loro grado di polimerizzazione varia poco durante la maturazione e il loro potere astringente tende man mano a diminuire; essi sono molecole con proprietà colloidali a differenza dei tannini di raspo e vinaccioli. E’ risaputo che i tannini delle bucce sono meno astringenti di quelli dei vinaccioli causa probabilmente di un loro maggior grado di polimerizzazione (circa 15 unità rispetto a un media inferiore a 10 unità per quelli dei vinaccioli) oltre al fatto che essi sono spesso presenti in forma di complessi tannini-polisaccaridi e tannini-proteine che conferiscono morbidezza al vino.

La quantità e qualità di questi composti sopraccitati dipende sia dalla varietà sia dalle tecniche colturali utilizzate in campo, sia dalla scelta dell’epoca di raccolta ed anche dalle tecniche di ammostamento e vinificazione.

Diraspatura e Pigiatura. Da studi (Ribereau-Gayon) emerge che la presenza di raspi aumenta i polifenoli totali (tannini compresi ovviamente) ma diminuisce l’intensità colorante e questo pare dovuto a un effetto adsorbente da parte dei raspi nei confronti degli antociani. Considerando l’evoluzione del colore grazie anche alla copigmentazione si è osservato come vini non sottoposti a diraspatura diano nel tempo vini più colorati, anche se inizialmente l’effetto è esattamente opposto.

In primis, arrivata in cantina, l’uva è sottoposta spesso a una pigia-diraspatura o viceversa a una diraspa-pigiatura. Considerando che i tannini localizzati nei raspi sono a forte potere astringente e quindi i meno nobili, l’utilizzo di pigiadiraspatrice ha come rischio principale quello che i raspi siano schiacciati e quindi rilascino succo vacuolare amaro e astringente. Compiendo invece una diraspa-pigiatura non s’incorre in questo spiacevole inconveniente ma si rischia di aver una minor resa causata da una perdita di prodotto in fase di diraspatura; ovviamente non è condizione del tutto necessaria e difatti in alcuni casi questo passaggio viene eliminato come ad esempio quando s’intende effettuare una macerazione carbonica, in cui l’integrità del grappolo è fondamentale.

Macerazione. Operazione di dissoluzione nella parte liquida dei composti localizzati nelle parti solide dell’uva ottenuta per rottura degli acini durante la pigiatura. La fase fondamentale di una vinificazione in rosso è la cosiddetta macerazione; essa apporta fondamentalmente composti fenolici per struttura e colore del nostro prodotto finale oltre che per quanto riguarda la componente aromatica e altre importanti sostanze. Come abbiamo visto in precedenza nel grappolo si ha una vasta gamma di tannini ognuno con un “sapore” proprio, i quali si localizzano in determinati siti. Lo scopo della macerazione è quindi quello di far si che vengano estratti i componenti migliori per aroma, sapore e struttura cercando di non far passare nel prodotto sostanza con nota vegetale, amara, erbacea ecc.

I Fattori coinvolti sono molteplici: il tempo, maggiore è il tempo di contatto, maggiore è l’estrazione; la temperatura, più è alta, più si contribuisce all’estrazione; il contatto liquido-solido, più lungo è il contatto, piu alta è l’estrazione; l’anidride solforosa, dosi eccessive decolorano, dosi mirate hanno azione estrattiva; l’alcol, più siamo in presenza di alcol e maggiore sarà l’estrazione tannica in quanto l’alcol è per natura un solvente; infine l’enzimaggio, termine un po’ curioso ma che in sostanza ci suggerisce che con l’aggiunta di enzimi macerativi si aumenta l’estrazione del colore e dei tannini.

Ci sono varie tecniche di macerazione che si differenziano sostanzialmente per epoca (pre-fermentativa, fermentativa, post-fermentativa), temperatura, durata che contribuiscono all’estrazione del tannino. Tra queste è bene ricordare:

Macerazione Pre-Fermentativa a freddo (MPF). Questa tecnica consiste nel ritardare l’avvio della fermentazione dei mosti rossi per un tempo variabile dall’una alle due settimane. Essa si basa sul principio di raffreddamento del pigiato (una forma più elaborata prevede il raffreddamento attraverso CO2 liquida o neve carbonica) in modo tale da favorire, attraverso lo choc termico, la rottura delle cellule e la liberazione di succo molto tintoreo. Si ottiene quindi un’estrazione che privilegia il colore attenuando l’estrazione della componente tannica. Dopo questo primo periodo di estrazione a freddo la temperatura viene riportata a livelli idonei per l’inizio della classica fermentazione in rosso.

Macerazione Post-Fermentativa. E’ di solito riservata ai vini destinati a un lungo invecchiamento poiché ha lo scopo di estrarre i tannini dei vinaccioli che andranno con il tempo a interagire con altre sostanze contribuendo alla rotondità del vino. La macerazione è accompagnata spesso da rimontaggi che favoriscono l’aerazione del mezzo e un continuo contatto tra vinacce e parte liquida omogeneizzando la massa.

Macerazione Carbonica. Viene utilizzata frequentemente per vini di pronta beva come i Novelli ma non solo, favorisce la degradazione dei tessuti vegetali; i composti fenolici, antociani e sostanze azotate diffondono più velocemente dalla buccia. L’estrazione di tannini e dei pigmenti polimerici è minore rispetto alla vinificazione classica; ne consegue un vino con minore intensità colorante ma con una componente aromatica imponente. Le caratteristiche di questi vini sono generalmente:
• Colore vivace, non molto intenso;
• Profumo intenso e particolare (fruttato) di durata limitata;
• Tannicità e acidità fissa contenuta;
• Estratto secco non elevato;
• Morbidezza e rotondità di gusto.

Fase di affinamento in legno. In questa fase entrano in gioco un altro tipo di tannini, i tannini idrolizzabili, derivanti dal legno (botti o surrogati). Essi possiedono molti gruppi ossidrilici (OH) suscettibili a essere ossidati e quindi hanno un forte potere antiossidante nei confronti di altri composti presenti nel mezzo. Fanno parte di questa categoria i tannini ellagici e i tannini gallici poiché idrolizzati liberano rispettivamente acido ellagico e gallico. I tannini svolgono anche varie funzioni secondarie tra le quali:
– Combinazione con le proteine;
– Combinazione con i polisaccaridi: questo legame comporta una diminuzione dell’aggressività dei tannini interferendo nel legame sopraccitato tannini-proteine salivari e conferendo quindi una maggior morbidezza al prodotto;
– Polimerizzazione;
– Chelazione dei metalli eliminandoli dal mezzo;
– Condensazione: uno dei fenomeni più complessi a cui partecipano i tannini è la condensazione con gli antociani (frazione colorante).

Tannini aggiunti. Oggigiorno esistono in commercio innumerevoli preparati di tannini ognuno con uno scopo preciso, in base alla composizione (siano essi tannini di vinaccioli, bucce, ellagici, di quercia, castagno, di the, di limone, da mimosa, di tara, di galla, di quebracho, di frutti rossi, di rovere, ecc) e al momento in cui questi vengono aggiunti al vino.

In linea del tutto generale si può dire che sia per la stabilizzazione proteica sia per la protezione del colore siano preferibili i tannini proantocianidinici mentre per quanto concerne il loro potere antiossidante siano più indicati i tannini idrolizzabili.

In conclusione, ripensando alla componente polifenolica del vino che viene condizionata da fattori quali il vitigno, le caratteristiche pedoclimatiche del luogo di coltivazione e le tecniche di coltivazione, vinificazione, invecchiamento e/o conservazione applicate ci viene da fare un’ultima considerazione: che senso ha eliminare i vinaccioli dalla macerazione e poi dopo aggiungere tannini da vinacciolo di un’altra varietà? Che senso ha la pressatura soffice per eliminare immediatamente le bucce e poi dopo aggiungere tannini di buccia estratti da vinacce fresche, ad esempio di Chardonnay? Che senso ha quindi aggiungere, più in generale, se la miglior cosa da fare appare essere togliere?

Togliere e non mettere quindi, questo dovrebbe essere il motto, o meglio lavorare con i buoni propositi di preservare quanto di meglio ci sta nel frutto, a partire da una materia prima sana ed eccellente, figlia di una viticoltura di precisione, per grazia di Dio di una buona annata e di un’enologia non necessariamente sottrattiva a causa di chiarifiche o filtrazioni spinte, senz’altro non additiva ma bensì conservativa di tutto quanto di buono naturale vi è nell’uva e che dovremmo ritrovarci poi nel nostro bicchiere di vino!

di Gerardo Vernazzaro, Viticoltore ed Enologo¤.

Con la collaborazione di Angelo Di Costanzo¤.

© L’Arcante – riproduzione riservata

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C’è poi, tra gli altri, anche quel Sagrantino di Montefalco 2008 della Tenuta Bellafonte…

9 novembre 2012

Ne avevo colto qua e là delle buone impressioni, sia sul progetto che sull’ottimo vino. Di certo, dopo questo assaggio, posso solo aggiungervi tutto il buono possibile.

Bel sagrantino quello della Tenuta Bellafonte di Bevagna, tutto giocato sul frutto e il gran carattere. Si coglie subito una buonissima materia prima ma soprattutto una intelligente gestione dell’uso del legno, in perfetta sintonia col varietale, le sue peculiarità – non sempre di facile lettura – ed un tenore alcolico importante ma affatto soverchiante la struttura complessiva del vino, marcata evidentemente da una certa acidità e da tannini fini di un certo spessore. Per farla breve, vale un sorso accattivante, di buona aromaticità e bevibilità ma di assoluta prospettiva. 

Il colore è avvincente, rubino, ricco e con ancora vivaci nuances porpora sull’unghia del bicchiere. Molto gradevoli quelle note di mora e piccoli frutti neri e rossi che saltano immediatamente al naso, già al primo approccio e che sembra poi, in bocca, di morsicarli per davvero. Un quadro olfattivo che si arricchisce quasi subito di tanto altro: di sfumature tostate, cioccolato, note anche speziate e iodate, sanguigne, sul finire. Il sorso invece è immediatamente avvolgente, carico com’è di frutto e di nerbo, con tannini puntuti, ben presenti ma per niente invadenti. Mi è piaciuto parecchio questo duemilaotto, un vino se vogliamo pure sgraziato, appena appena sbocciato ma, forse proprio per questo, da non perdere assolutamente.

Tenuta Bellafonte è distribuito in Italia da Les Caves de Pyrene.

Montefalco, Contrario 2008 Antonelli San Marco

1 luglio 2011

Non è mai facile riprendere a bere dopo dieci giorni filati di antibiotico, aerosol e compagnia cantando, ma pur lentamente bisognava comunque tentare di riconquistare quella freschezza svanita nelle scorse tristi giornate di inedia etilica.

Così dopo ancora un paio di giorni di quasi digiuno, e, pare, un paio di chili lasciati chissà dove – Lilly te lo giuro, la bilancia non mente! – tra una scaraffata e l’altra, ho potuto lentamente ritrovare quella sensibilità degustativa decisamente sopitasi a furia di amoxicillina triidrato, ambroxol cloridrato e cose del genere insipide ed algide così come il nome che si portano dietro; l’occasione, un assaggio per festeggiare, diciamo così, il nulla, e tanto per cambiare, novità su novità, cercare di capire cosa ti combinano in quel di Montefalco reinventandosi – dicono – il sagrantino in una veste insolita, dinamica e sbarazzina nonché – udite, udite – di pronta beva. Ehmbé, quasi quasi ci credo…

Appena un paio di settimane fa, riprendendo il filo tessuto dal buon Jacopo Cossater, ho scritto del Trebbiano Spoletino Trebium 2009, proprio di Antonelli San Marco; una vera sorpresa per me, e a quanto pare per tutti gli appassionati bianchisti, che finalmente si ritrovano dall’Umbria un’autentica novità non più giocata sull’emulazione del binomio chardonnay-grechetto tanto fortunato in quel di Castello della Sala quanto ovvio e scontato così come ripreso altrove. Per amor di verità, di bei vini bianchi in regione ce ne sono e come, basta però uscire un po’ fuori dall’ovvio, quel buco nero nel quale invece pare ormai entratoci irreversibilmente l’Orvieto, che soprattutto dopo l’ultimo recente cambio di disciplinare pare emergere ancor di più privo di una qualsivoglia identità se non quella imposta dall’uso e dal consumo del momento.

Ritornando a noi invece, proprio dalle vigne di Filippo Antonelli nasce, nel 2008, l’idea del Contrario, un’altra novità – decisamente offline – che certamente farà storcere il naso a qualcuno ma, a quanto pare, seriamente valutata: il sagrantino da bersi giovane. Approfonditi studi infatti, portati avanti in azienda con la collaborazione del professor Di Stefano dell’Istituto San Michele all’Adige, hanno condotto all’idea che in alcune vigne della proprietà, ove insistono particolari condizioni climatiche, se vendemmiato con giusto anticipo e vinificato ed affinato ad una certa maniera, il sagrantino riesce ad esprimere caratteristiche di unicità e prontezza di beva fuori dai soliti canoni offerti dal vitigno e dalla tipologia docg Montefalco. Così la sfida di proporre al mercato un sagrantino in versione “più giovane” di due anni e senza passaggio alcuno in legno; un prodotto, se vogliamo easy to drink, destinato a fare leva sui consumatori con la sua vivace freschezza anziché la proverbiale opulenza e struttura tannica solita del “vino madre”. Insomma, un sagrantino al 100%, ma al contrario. 

Ed in effetti il colore è bello ricco, vivace, concentrato e con piacevoli nuances rubine; il primo naso è intenso e voluminoso, ampio: lo spettro olfattivo invita ai fiori e ai frutti rossi maturi, succosi e appena premuti. Lo spettro olfattivo s’allarga, di annusata in annusata, anche su sottili note di cipria ed inchiostro; poi il palato, avvinto alla freschezza assoluta, asciutto, succoso anche qui, sferzante eppure piacevole e rotondo con un finale piacevolmente amaro e ferroso. Un gradevole bere, non c’è che dire, anche se non posso esimermi dall’avanzare dubbi su quanto questo vino possa dare l’idea di ciò che in realtà è il sagrantino di Montefalco, visto che di questi pare rifuggire proprio le caratteristiche primarie di quello che è, agli occhi e al palato di tutti, uno dei vini più austeri ed autentici del panorama rossista italico. Magari l’idea potrà risultare vincente, soprattutto in loco, nell’avvicinare quei giovani consumatori, quei palati meno esigenti, al consumo di un vino locale anziché il solito morellino, il dolcetto o un raboso del piave; ma ripensandoci un attimo, non dovrebbe essere questa la mission affidata ai secondi vini ricadenti su territori di così nobili origini? Ah già, qui il Rosso, in quanto a territorio ed autenticità, è già bello che andato!


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