È una Campania dalla qualità sempre più diffusa, soprattutto sul fronte dei vini bianchi, quella fotografata dagli assaggi di quest’anno. Gran parte del merito va a un 2025 particolarmente felice e a un 2024 più complesso, ma generalmente ben interpretato. Cresce inoltre il numero di produttori che scelgono di uscire più tardi, sfruttando la tipologia Riserva nel caso delle due Docg bianche irpine oppure, più semplicemente, prolungando gli affinamenti per guadagnare spessore, complessità ed equilibrio [Gambero Rosso, Ottobre 2026].
C’è ancora quest’anno una folta rappresentanza di vini flegrei tra quelli premiati, di questo non possiamo che esserne fieramente orgogliosi, sentendoci anche noi parte della storia degli ultimi vent’anni di questo straordinario percorso di rinascita ed affermazione. Siamo certi che ne arriveranno altri, ancora. Ci sono ad esempio i vini di carissimi amici che abbiamo visto muovere i primi passi, crescere nelle difficoltà ed affermarsi con costanza ormai da oltre un decennio: c’è La Sibilla della famiglia Di Meo, c’è Agnanum di Raffaele Moccia e c’è il ”nostro” Gerardo Vernazzaro e Cantina Astroni, quest’ultimi – è notizia degli ultimi giorni – ai titoli di coda dopo oltre due decenni di collaborazione. Ma andiamo a scorrere i premiati:
Campi Flegrei Falanghina Cruna DeLago 2024, La Sibilla.
Campi Flegrei Falanghina V. Astroni 2022, Cantine Astroni.
Campi Flegrei Pér ‘e Palumm 2025, Agnanum.
Coda di Volpe Prephylloxera 2025, Masseria Frattasi.
Costa d’Amalfi Furore Bianco Fiorduva 2025, Marisa Cuomo.
Cuvée 100 Fiano, Di Meo.
Falanghina del Sannio Janare Anima Lavica 2025, La Guardiense – Janare.
Falanghina del Sannio Taburno V. T. Libero F190 2022, Fontanavecchia.
C’è quindi tanto fiano, un po’ meno greco, tornano due grandi Taurasi a noi molto cari come quello di Raffaele Boccella e l’immancabile Piano di Montevergine di Feudi (!). Si continua a ”trascurare”, a nostro modesto parere, ciò che sta avvenendo nell’Ager Falernus, territorio che continua a pagare un po’ di isolamento mediatico e, in tutta onestà, di questo fatto non riusciamo proprio a capacitarci conoscendo bene cosa si sta facendo da quelle parti, e non da ora. Per il primitivo, l’aglianico e il piedirosso di quei luoghi ci auguriamo miglior sorte! Così come niente nuove dal Vesuvio…
Fiano 2024, Pietracupa.
Fiano di Avellino Arianè 2024, Laura De Vito.
Fiano di Avellino Boschi a Lapio Ris. 2024, Macchie Santa Maria.
Fiano di Avellino Ciro 906 2024, Ciro Picariello.
Fiano di Avellino Le Grade 2025, Vinosia.
Fiano di Avellino Origini Ris. 2024, I Favati.
Greco di Tufo Aletheia Ris. 2024, Donnachiara.
Greco di Tufo Ponte dei Santi 2024, Villa Raiano.
Ischia Bianco Sup. Lefkos 2024, Cenatiempo.
Pian di Stio 2025, San Salvatore 1988.
Sannio Aglianico Arcano Ris. 2020, Terre Stregate.
Taurasi Piano di Montevergine 2020, Feudi di San Gregorio.
Taurasi Sant’Eustachio 2020, Boccella.
Continua insomma la diatriba storica in Campania: vitigno o denominazione? Il territorio campano è da sempre ben inteso come la culla di numerosi varietali, alcuni tipici ed esclusivi altri meno, la falanghina e il piedirosso su tutti, due varietali straordinari che nei Campi Flegrei ad esempio assumono caratteristiche e tipicità uniche tanto franchi dall’essere quasi irripetibili altrove; l’aglianico continua a ricevere più rampognate che elogi ma in certi contesti emerge con vini di straordinaria complessità e longevità, vedi in Irpinia o in altre denominazioni regionali, eppure sembra mai pienamente protagonista della scena enologica regionale.
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