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Taurasi Riserva Della Società 2009 Joaquin

16 marzo 2013

Ci tenevo a lasciare traccia di questo sorprendente assaggio in anteprima del Taurasi Riserva Della Società 2009 di Raffaele Pagano, diciamo nuovo a cimentarsi con l’aglianico anche se a qualcuno non sarà sfuggito quello ‘in bianco’ de I Viaggi 2006¤ di qualche anno fa.

Raffaele Pagano - foto A. Di Costanzo

Ebbene, sono andato a trovarlo a Montefalcione profittando degli impegni per Taurasi Vendemmia¤. L’intenzione era di provare soprattutto l’ultima ‘trovata’ sul fiano, il Piante a Lapio 2011, ma anche dare una sbirciatina a ciò che ha prodotto la scorsa ‘dura’ vendemmia ad Anacapri¤ cui ebbi il piacere di collaborare.

Mi sono ritrovato dinanzi a più di una sorpresa: anzitutto il riassaggio di un Oyster 110 2008 in splendida forma; un greco (con un piccolo saldo di falanghina) buccioso e rassicurante al naso come asciutto e saporito in bocca, dal sorso sottile e ancora ben piantato. Ma anche tante nuove idee messe in campo in lungo e in largo in Irpinia e il ritorno all’utilizzo in cantina di legni inusitati come l’acacia ed il castagno.

Taurasi Riserva della Società 2009 Jaoquin - foto A. Di Costanzo

Ma veniamo al Taurasi Riserva 2009. Lavorare l’aglianico rappresenta per Raffaele una sfida nuova e parecchio impegnativa, lui che da sempre punta a stupire con bianchi¤ insoliti e spesso anche irripetuti, smarcandosi abilmente dai molti e per questo considerato un visionario, un po’ fuori, e non solo dalle comuni logiche produttive.

Con questo passaggio va invece affacciandosi su di uno scenario¤ assai più contorto, benché complesso e controverso soprattutto per lui che ancora non ha vigne di proprietà su cui costruire il ‘peso’ storico di una etichetta. Allorché il confine tra banalità ed incomprensione rimane estremamente sottile e la presunzione di saperci fare esposta a subire passivamente il fascino e l’aggravio del tempo nel quale rischia di dissolversi così, senza sconti.

Come sempre però le chiacchiere stanno a zero quando a parlare è il bicchiere. Ed eccolo il Taurasi di Joaquin¤, fatto con pochi grappoli di aglianico portati in cantina da una vigna di nemmeno quattro ettari in Paternopoli, che sembra promettere tante cose, consegnarci un’interpretazione rigorosa ed ossequiosa di enorme freschezza e fittezza degustativa. Ha frutto, tanta polpa e verticalità, nerbo, tannini dannatamente ruvidi e sapido quanto basta. Appena una manciata di bottiglie che nemmeno oso pensare quanto gli costeranno al Pagano tenere ancora un anno là in cantina, ma sui cui posso scommettere si aprirà una caccia senza tregua per essere tra i primi a tirargli il collo.

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Montefalcione, Vino della Stella 2009 Joaquin

23 aprile 2010

Chisto è pazzo! Inutile nasconderlo, è stato il primo pensiero che mi ha assalito quando l’ho conosciuto, a Capri, un mattinata estiva di giugno quando mi è venuto a trovare al Capri Palace per lasciarmi un saluto.

Era sull’isola azzurra con il suo enologo Sergio Romano per “visionare” alcuni vigneti dai quali trarre spunto per un nuovo progetto, molto ambizioso (oggi di prossima uscita, del quale però ne parlerò tra qualche settimana) per dare nuova linfa ad una viticoltura isolana un tantino assopita negli ultimi decenni. In effetti a guardar bene le idee messe in campo negli ultimi quattro anni da Raffaele nel suo personalissimo arcipelago Joaquin, l’ambizione, e in taluni casi la sfrontatezza, sembrano essere l’essenza vitale che riesce a tenere ancora labile la sottile linea che passa velocemente tra l’estrema ratio costruttiva del Pagano vigneron alla totale impulsività, ecco la pazzia, dell’artista creativo che rincorre l’opera perfetta e non esita a cercarla.

Raffaele è un vulcano in piena eruzione, e come un vulcano difficilmente accetta ostacoli insormontabili, le sue sono intuizioni folgoranti e idee talvolta estreme ma pur sempre espressioni di un ideale proprio, vero, autentico; Prendete ad esempio la vinificazione in bianco dell’aglianico, qualcuno ha fatto proclami, anche fuori regione, del proprio azzardo, ma in effetti di aglianico in certi vini vi era una bassissima percentuale, giusto quella per far gridare alla geniale primogenitura. “L’unico bianco con base 100% aglianico (di Taurasi!) è I Viaggi 2006 di Joaquin, perché io non credo alle mezze misure, ma, se vi sono, alle reali opportunità”. Non vi basta? Pensate allora all’utilizzo dei legni per la fermentazione e/o l’affinamento dei vini bianchi: in genere cavalcando l’onda di “tutti pazzi per il rovere” ne abbiamo visti di tutti i colori, a volte scempi inauditi, il Pagano s’impone di usare l’acacia, perché? “Perché è più prezioso, cede poco o niente al vino e pertanto il mosto che ci finisce dentro deve averne di carattere per uscirne glorificato”; non ha tutti i torti, il legno, come spesso ripete anche Luigi Moio, è un mezzo, non il fine, ma da questo malinteso di fondo in molti per troppo tempo hanno pensato alla barrique non come strumento di valorizzazione ma come artefice di caratterizzazione, un errore tra i tanti, che hanno fatto passare per buoni certi concetti stereotipati e vecchi già prima di nascere.

Il Vino della Stella 2009 è un Fiano di Avellino (in questi giorni in commissione d’esame della docg in attesa di approvazione), nasce dalle vigne in Montefalcione, sul versante che affaccia su Lapio (nello specifico, in linea d’aria, proprio di fronte alle vigne giardino di Clelia Romano), vendemmiato, per essere precisi, il 27 di Ottobre 2009 da un appezzamento di circa un ettaro e mezzo che ha dato solo 6620 chilogrammi di uve fresche, vinificate esclusivamente in acciaio (in serbatoi costruiti su richiesta in formato 1 a 1, vale a dire con superficie di contatto delle bucce quanta più ampia possibile) e dalle quali si sono ottenuti circa 4700 litri di vino, più o meno 6200 bottiglie circa.

E’ un vino intrigante, veste di giallo paglierino tenue ma di ottima vivacità, il naso ha bisogno di tempo, per cui lo lasciamo scorrere nel bicchiere e ad ogni sniffata ci accorgiamo della leggera virata, dall’erbaceo iniziale al floreale e fruttato conseguente, spiccate le note verdi che ricordano l’erba falciata, ma appena dopo un po’ ancora più affascinanti i profumi di melone bianco e fiore di tiglio che richiamano l’idea di un vino in continuo divenire. In bocca è secco, l’ingresso è fresco ed abbastanza caldo, cerco conferma della sua struttura alcolica e ne ho certezza, sopra i tredici e mezzo, eppure gradevolissimo. Adesso la temperatura è più alta e le note olfattive entrano in una orbita più fragrante rimarcandone piacevoli sensazioni dolci e morbide.

E’ certamente un azzardo delinearne adesso un profilo organolettico ineccepibile, lungi da me, ma credo sia un vino di buona stoffa, e tra qualche tempo sarà capace di esprimere un equilibrio ed una piacevolezza da vero campione, e senza dover aspettare due-tre anni dalla vendemia: ecco, ci sono! Forse questo fiano di Avellino non possiederà una prospettiva verticale assoluta ma dona certamente di sé già una immagine diversa dalle rincorse alle mineralità alsaziane o dalle sfaccettature tropicali di certi fiano cotti dal sole: ma certo, la terza via, possibile che esista una terza via che si divincoli dalle acidità marcate o svolti drasticamente dalle morbide curve dell’obesità californiana? 


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