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Perché L’Arcante?

9 ottobre 2013

C’è grande entusiasmo amico mio, eppure in molti ci danno per spacciati che manco abbiamo aperto. E’ vero, Pozzuoli non ha la più pallida idea di cosa sia una Enoteca con Sala Degustazione. Qui, la gente, il vino è abituata a farselo per conto proprio, tuttalpiù va a comprarlo alla ‘pompa’. Io però ci credo, il tempo ci dirà…

1 Ottobre 2002. Da poco più di un anno circola l’euro, invero in molti ancora non c’hanno capito una mazza e tanto per non farsi mancare nulla già aleggia nell’aria una possibile crisi figlia di manovre spericolate di speculatori pronti a lucrare sul cambio della moneta. Noi alziamo la serranda alle 18.05. Alla inaugurazione verranno oltre 300 persone.

Non tocca certo a me dirlo ma L’Arcante* è carina, piccola ma pensata bene. Non ce l’abbiamo fatta a finirla tutta come da progetto perché son finiti i soldi. Partiamo così¤, più che l’apparire sarà fondamentale offrire un servizio eccezionale a chi vi entra: sorriso, cortesia, disponibilità e quell’offerta che nessuno prima di noi avrebbe messo a disposizione dell’appassionato: comunicare il vino, con tutto l’amore possibile.

E la gente, pian pianino, ci premia, i clienti si fidano, ritornano, si affidano; il primo Natale va oltre ogni aspettativa. Si può fare. I primi tre anni saranno durissimi, certe giornate avrei voluto urlare al mondo ‘perché non entrate? Ditemelo cazzo!‘, con ore ed ore ad aspettare un cliente, dico uno; mai un giorno di chiusura però, dalle 9 del mattino alle 22. Tutti i giorni (salvo qualche malattia ed una settimana in agosto).

E’ il 2004 invece quando la Sala Degustazione prende vita. Mettiamo subito in calendario tutta una serie infinita di eventi, serate a tema¤, incontri coi produttori. Negli anni passeranno da noi gente come Silvia Imparato¤, Manuela Piancastelli, Antonio Caggiano¤, Salvatore Molettieri, Franz Haas, Giuseppe Tasca e tantissimi altri. Signore e Signori del vino italiano che non smetterò mai di ringraziare per la fiducia e la stima che ci hanno dimostrato. A Pozzuoli, in via Pergolesi, scrivevamo belle pagine di cultura enoica assieme a tantissimi Amici di Bevute. Non saremmo mai diventati ricchi, ma un riferimento questo sì, e molto presto!

*Coppiere Arcante¤, o Simposiarca. Aveva il compito di scegliere le dimensioni dei recipienti per il vino, e di determinare la quantità di acqua da mescolare al vino, essendo quello puro riservato agli Dei.

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Luogosano, Santa Vara è il Taurasi di La Molara

8 gennaio 2011

C’è una sensazione – meravigliosa – che questa terra riesce a lasciarti dentro ogni volta che ci cammini le vigne, è la serenità, ritrovata, dell’anima, che sei hai imparato a gestirla a dovere, difficilmente te la riescono a scippare di dosso: a meno che non sei destinato, nel tuo viaggio di ritorno, a mete sovrappopolate e caotiche come Napoli e dintorni. Forse è per questo, per non incappare nel rischio di un brusco rientro – quasi rischioso come un jet lag – che solo come nelle più romantiche delle avvertenze prima dell’uso, mi concedo, dopo ogni fuijtina in terra irpina, almeno un paio di giorni di isolamento. A tenermi al caldo, stavolta, un paio di bicchieri di Taurasi Santa Vara 2004 di La Molara, hand made in Luogosano.

La denominazione è delle più classiche della mia amata Campania felix e forse proprio per questo la più complicata e controversa da raccontare. In effetti, cartina alla mano, l’areale si presenta come un territorio dalle linee e caratteristiche geografiche particolarmente eterogenee e pure gli assaggi dei vini qui prodotti negli ultimi dieci/quindici anni, seppur tra alti e bassi, hanno costantemente evidenziato come sia difficile parlare genericamente di Taurasi senza tener conto delle mille e più varianti ricadenti su un’area di circa 900 ettari (di cui però appena la metà concorre alla d.o.c.g.) e distribuita su ben 17 comuni della provincia di Avellino. Non a caso, soprattutto tra gli addetti ai lavori, si cerca ormai da tempo di delineare, del territorio, una mappa verosimile con la quale poter sviluppare più chiavi di lettura per non incappare reiteratamente nella tentazione di banalizzare, rendendola univoca, una offerta enologica di un territorio che di univoco ha ben poco, vitigni compresi; uno stallo questo tanto comodo ai profittatori quanto però indigesto ai piccoli vignerons che hanno saputo cogliere nella propria – a volte difforme – diversità, un valore aggiunto di incredibile preziosità, pur costretti a fare i conti con una solitudine (soprattutto in assenza di un’adeguata politica promozionale) difficile da colmare, almeno in tempi accettabili.

L’azienda è un mio vecchio pallino, un sussulto della prima ora si direbbe, ormai però sono passati quasi una decina d’anni dall’esordio sulla scena, e senza non poche difficoltà si è ancora alla ricerca di una sua definitiva collocazione nello splendido ma sempre più affollato corollario taurasino. Le qualità, a questa piccola gemma di Luogosano, non gli sono mai mancate: vigne di proprietà anzitutto, 7 ettari in una zona a dir poco vocata per l’aglianico, una discreta spinta economica di soci tra l’altro piuttosto motivati, i pochi numeri (appena 40.000 le bottiglie prodotte oggi, ndr) e non ultimo anche un discreto apprezzamento di critica appena usciti sul mercato; ma come spesso accade, causa anche le non poche asperità di un mercato ancora ostico – se non propriamente avverso – al cosiddetto Barolo del sud, per qualche tempo si è perso un poco la bussola affidandosi, non senza presunzione, ad una invocazione bianchista che avrebbe dovuto sanare tutti i mali ma che in verità non è mai stata del tutto compresa, rimanendo così, anche sul versante rossista, su di una linea di galleggiamento che non ha certo favorito l’affermazione di una realtà che proprio sul Taurasi meriterebbe invece un posto in primissimo piano sullo scacchiere irpino!

Gli ultimi assaggi fatti in cantina, per l’occasione con una guida d’eccezione qual è il loro enologo Antonio Pesce, e lo splendido stato di forma del 2004 bevuto tra le mure amiche hanno potuto solo confermare quanto sia ricco, polposo ed elegante l’aglianico che matura tra le vigne di questo piccolo gioiello irpino. E che si tratti di un nettare d’autore non si fa certo fatica a pensarlo, sin dall’approccio col giovane e morbido Naif, il loro vino aglianico base, un tempo pennellato da una mano di merlot ma da almeno un paio di vendemmie (me l’hanno giurato!) non più: purpureo, carico di sfumature gioviali, snello e beverino, proteso insomma a conquistare i palati di neofiti ritrosi con quel tannino di molto sopito.

L’ossuta trama del Santa Vara invece è destinata a fare breccia nel cuore degli appassionati di grandi vini dall’infinita persistenza gusto olfattiva, voluminosi e robusti all’esordio, agili e scattanti per il tempo a venire, sempiterno gustosi. Se infatti, a distanza di oltre sei anni, ho ritrovato un 2004 carico di mineralità e giustezza tannica, sono rimasto molto impressionato dalla carica imponente del Taurasi 2007 di prossima uscita sul mercato e ancor più dalla possenza del millesimo 2008 ancora in invecchiamento, che ricorda ad assaggio ripetuto, per voluttà e persistenza emotiva, il Cinque Querce 2001 di Salvatore Molettieri.

Il rapporto frutto-polpa/acidità-tannino di quest’ultimo evoca quindi assaggi non più pervenuti, da allora, dalla denominazione, se non in rare eccezioni¤. In definitiva, tra le mani, la convinzione che nonostante il tempo non abbia ancora consegnato a La Molara grosse chance di essere consacrata all’altare delle migliori in Irpinia, rimanga un riferimento assoluto per chi voglia scegliere di bere un grande aglianico “di territorio” con tutte le carte in regole, capace addirittura di attraversare il tempo senza che questi ne scalfisca minimamente il pregio. Bere per credere, insomma!

Montemarano, Taurasi Cinque Querce 1988 Salvatore Molettieri: era a sua immagine…

19 settembre 2010

Stamattina ho ricevuto una mail, un messaggio che mi ha profondamente colpito (e gratificato), dove le parole che leggevo raccontavano sobriamente una reale emozione, quella di cui in effetti abbiamo spesso necessità di vivere per stare bene con noi stessi e con gli altri, e perchè no, ritrovare in un vino.

“[..] ho seguito a lungo il tuo scrivere su diverse pagine in internet, sono per esempio un fan di Luciano Pignataro, e una sera, trovandomi in vacanza a Capri sono tra l’altro venuto a trovarti al Palace; non è stato necessario presentarci, hai immediatamente, con la tua disponibilità, conquistato il tavolo tutto: ci hai fatto bere quello che volevi, anche il misconosciuto Grecomuscio che ho imparato solo in seguito a comprendere meglio ed apprezzare. Per caso ieri sera, cercando tue nuove recensioni sul web, mi sono imbattuto in questa bella, suggestiva recensione che mi ero perso, di un vino, il Taurasi ’88 di Molettieri, che tu stesso definisci “una sottile delusione” . […] saresti capace, come forse nessuno, di vendere sabbia nel deserto, sei un grande!

Questa la recensione in oggetto che riprendo integralmente dal sito dell’amicoLuciano Pignataro per cui la scrissi circa un anno fa.

E’ domenica mattina, finalmente sono a casa, mi giro e mi rigiro nel lettone e tra un’esitazione e l’altra mi accorgo che il tempo è scivolato via tanto velocemente che è già mezzogiorno, rischio di rimanere senza pane fresco per il pranzo. Faccio un salto in centro, a Quarto, sulla strada mi fermo ed entro nel primo negozio a portata di mano, da Gabriellina Bulangerì”: infissi in alluminio verde, scaffali disorientati, generi alimentari e casse d’acqua messi un po’ alla meglio, poco più in la il detersivo, ancora merceria sparsa alla rinfusa e tutto intorno un profumo delizioso ma incipiente di ragù!

Dal fondo della stanza si apre una porta a vetri, uno sbuffo di vapore accompagna la sagoma di un’anziana signora che mi viene incontro, mi saluta e mi da il benvenuto. Le sorrido, stranito, la cucina che intravedo di là della porta è in fermento, due giovani si danno il cambio ad impanare qualcosa che mi pare pollo, una signora con un fazzoletto annodato tra i capelli è intenta a girare qualcosa faticosamente in un pentolone; adesso viene fuori anche l’odore acre di fritto, di melenzane e di friarielli. La situazione è davvero surreale, d’altri tempi come il conto scritto a penna sul foglio di carta del pane a sancire che il mondo ovunque andrà si sarà sempre perso qualcosa o qualcuno per strada: sorrido, stavolta di gran piacere, ringrazio e prendo la via dell’uscita. Ho pensato a lungo a questa scena, ritornatami alla mente appena aperte queste due bottiglie tirate fuori dal caveau del Capri Palace qualche giorno fa per gli amici rimasti a cena a L’Olivo dopo la degustazione I vini delle isole minori.

Perchè? Perchè ho pensato a cosa potesse essere Montemarano 21 anni fa, in una irpinia ancora lontana dal riprendersi dallo choc del terremoto dell’80, a cosa potesse somigliare allora la cantina di Salvatore Molettieri, alle sue giornate su e giù per le contrade Iampenne e Musanni nel vano tentativo di addomesticare le vecchie viti del vigneto Cinque Querce piuttosto che reimpiantarle per compiacere gli imbottigliatori a cui vendeva le uve. Ho pensato a tutto questo, immaginando un Taurasi d’altri tempi che il tempo ha sopraffatto, ad un profilo Molettieri che a questo punto non so se non abbiamo più ritrovato o se forse mai veramente conosciuto. Questo Taurasi ha un colore decisamente aranciato, abbastanza limpido per la presenza di alcune microparticelle di sedimenti in sospensione ma trasparente: la materia colorante ha avuto lungo corso ma ha raggiunto il suo capolinea. Il primo naso è essenzialmente terziario, non invitante ai primi passaggi olfattivi anche a causa di una prima nota di riduzione evidentemente pressante. Lasciato respirare a lungo manifesta spunti organolettici piuttosto particolari, lontani certamente dal “vino-frutto” con il quale la piccola azienda di Montemarano ci ha sconvolto con il 2001, il 2001 Riserva ed il 2003, nitidi i sentori di foglie secche si castagno, terra, polvere, non ultimo ruggine. In bocca è secco, abbastanza caldo, l’acidità ed il tannino appaiono dissolti pur rimanendo le uniche note gustative su cui fare leva in mancanza di una decisa profondità e di un frutto a questo punto magro, rimanendo gradevolmente lineare, certamente stanco, ma ancora bevibile concedendoci il tempo per costruire un utile critica storica. Particolare l’etichetta, francesizzante, con la denominazione Taurasi in rosso su carta bianca utilizzando diversi caratteri di scrittura che, come dicono oltralpe, esaltano l’immediata riconoscibilità del vino.

Avevo aperto qualche tempo fa un’altra bottiglia di questo ‘88, di cui conserviamo in cantina ancora una dozzina, e l’uniforme dissoluzione del frutto venuta fuori dalle degustazioni mi lascia pensare che non vi è null’altro da aspettarsi da questo vino se non la continua conferma che l’aglianico di Taurasi rimane un vitigno ed un vino, pur grande, dalle mille e una sfaccettature e sicuramente ancora lontano dall’essere pienamente longevo nonostante la straordinaria esperienza del ‘68 di Mastroberardino mi aveva aperto ad altre e più entusiasmanti considerazioni. Non so, a questo punto e sinceramente, se la sottile delusione sia maggiore del piacere di aver bevuto, tra i primi, un raro Taurasi di 21 anni di Salvatore Molettieri.

Un grazie di cuore a chi, quotidianamente ci legge e a chi, come Livio, che ringrazio pubblicamente, conoscendoci da tempo, apprezza tra le varie cose che cita nella mail, soprattutto la passione che ci mettiamo. Io mi permetto di aggiungere lo sforzo che sosteniamo per rendere questo blog quantomeno aggiornato e soprattutto fruibile a tutti… Grazie ancora! (A.D.).


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