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Tramonti, Costa d’Amalfi bianco Per Eva 2009

26 agosto 2011

Ne abbiamo già raccontato qui¤; Tramonti è un luogo unico al mondo, suggestivo come pochi, da godere con occhi ben aperti e respirando a forza per portarsi via quanta più aria possibile. E’ vero, ti riempie il cuore!

Chi c’è stato¤ non ha potuto far altro che constatare che quanto dicevamo rappresentava solo in minima parte l’emozione, fortissima, che si prova nel camminare le vigne ultracentenarie immerse tra le montagne che sovrastano, imponenti, la costiera Amalfitana; quanto a noi, quello che abbiamo raccontato di Gigino Reale e Alfonso Arpino¤ per esempio, è già una testimonianza che ha fatto storia su questo blog: le verticali del Borgo di Gete¤ e del Monte di Grazia rosso¤ permangono due tracce indelebili continuamente appetite dai “pasionari” del tintore, mentre la recensione del primo Per Eva 2008¤ passatomi tra le mani, una delle più lette e assiduamente ricercate.

Luciano Pignataro¤, in questo¤ suo interessante post, parla addirittura di “miracolo del vino a Tramonti”; il fatto è che siamo indiscutibilemente di fronte ad un vero e proprio fenomeno enologico, tra i pochi così eclatanti registrati in regione nell’ultimo ventennio; e qui bisogna guardare, con sempre maggiore attenzione per godere del pieno successo del vino made in Campania senza scannarsi con l’annosa, dilaniante questione dei numeri. Certo, il territorio, la denominazione, vanno fermamente salvaguardati, oggi più che mai, per preservarne, unitamente al successo commerciale, l’enorme valore culturale, sociale, identitario, economico, che, come detto, qui rimane più unico che irripetibile.

Ciò che fa dei bianchi di qui veri “pezzi d’artiglieria” per la tavola sono anzitutto le vigne, alcune delle quali piuttosto vecchie e quindi caratterizzate da bassa produttività; starseti centenari allignati per lo più su terreni calcarei, di origine anzitutto vulcanica; poi vi è l’ambiente pedoclimatico che le circonda, particolarmente caratterizzante. In primis le forti escursioni termiche dovute all’altitudine, che in alcuni punti raggiunge i 500 metri sul livello del mare, e il triventum, i tre venti che rinfrescano costantemente tutto l’areale di Tramonti.

Se ne giovano in particolar modo anche le vigne di Gaetano Bove, non a caso i suoi vini bianchi risultano tra i più interessanti del circondario, giocati di sovente, come questo Per Eva, sull’uvaggio di falanghina, il vitigno bianco a maggiore diffusione in regione, ginestra e pepella (vedi foto), autoctoni a diffusione perlopiù locale; combinazioni tra l’altro interpretate in maniera impeccabile da Carmine Valentino. 

Il Costa d’Amalfi bianco Per Eva 2009 splende di un colore giallo paglierino netto con accennati riflessi dorati, vivo e cristallino. Il naso non è così ampio come il precedente duemilaotto, ma è solo questione di tempo; l’annata ha consegnato vini lievemente più austeri ed ermetici, ma di cui non si può non avere ottime aspettative; qui si colgono anzitutto note erbacee, seguite da sentori di frutta a polpa gialla come la pesca nonché continui ritorni agrumati, lievi ma decisivi. In bocca è fulgido, asciutto, fresco, balsamico, ci ritorni volentieri su a berne un secondo, poi un terzo bicchiere, ancor più saporito, minerale. Una bottiglia compagna ideale di certe sere di fine estate, affacciati al balcone a pensare, a contare le stelle e aspettare qualcuno che “…Angelo, è ora di andare”. E l’indomani partire. Ancora una volta.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Campi Flegrei Piedirosso Riserva Montegauro 2007 Grotta del Sole, la storia nel bicchiere…

6 febbraio 2011

La settimana scorsa per motivi di lavoro ho trascorso alcuni giorni a Montalcino, in provincia di Siena. A leggere alcuni numeri – il comune conta poco più di cinquemila abitanti per non più di 260 kmq di territorio – si penserebbe a nient’altro che a un piccolo punto sulle mappe stradali, mentre a parlar di vino, nescienti del fenomeno storico, a poco più di una goccia nel mare magnum dell’enologia italiana.

Eppure questi luoghi sono vissuti e riconosciuti da tutto il mondo, e qui, anche in pieno inverno, in gennaio e con le colline di neve imbiancate, non è difficile incontrare, pure in tempo di crisi, turisti e viaggiatori in cerca di scoprire e capire quel luogo che ha dato i natali ad uno dei vini più preziosi ed ambìti al mondo: il Brunello di Montalcino, appunto.

Così, ispirato anche dall’indimenticabile incontro con Franco Biondi Santi, erede della più antica famiglia di vignaioli in Montalcino e produttore di quello che oggi è considerato l’archetipo del vino Brunello, dopo l’esordio dedicato a Raffaele Moccia, tra i più validi interpreti moderni della viticultura flegrea, ho pensato per questa uscita che fosse opportuno, necessario mettere un punto fermo anche sulle origini e la storia della vitienologia flegrea, partendo col raccontarvi di un vino, il Montegauro di Grotta del Sole, ed una famiglia, i Martusciello, che senz’altro rappresentano ad oggi – fatte naturalmente le dovute proporzioni storico, culturali e sociali che ci separano anni luce dalla vitivinicoltura toscana – ciò che i Biondi Santi sono per Montalcino, ovvero la massima espressione tangibile della loro terra in giro per il mondo.

I Martusciello quindi iniziatori di quello che poco più di vent’anni fa, in piena epoca di cementificazione, appariva pura utopia per i Campi Flegrei, la valorizzazione delle risorse agricole, di quella terra, la vigna, i suoi frutti, visti non più come facili prede del calcestruzzo ma bensì come preziose opportunità di creare economia sul territorio, quel territorio, non dimentichiamocelo, a quel tempo ancora profondamente segnato socialmente dallo sgombero del Rione Terra dei primi anni settanta e moralmente devastato dal terremoto-bradisismo dei primi anni ottanta. Fu quella, fine intuizione commerciale o inguaribile follia di un generoso atto d’amore per i Campi Flegrei? Nell’uno o nell’altro caso, a guardare il risultato, vero e proprio rinascimento viticolo flegreo.

Il Montegauro, prodotto con uve per’ e’palummo in purezza, è vinificato e invecchiato con sapiente utilizzo di legno di rovere francese, e sin dai suoi esordi, a metà anni novanta, ha sempre impressionato per qualità e finezza; certo che le prime annate, soprattutto a distanza di anni, hanno mostrato qualche problema nel reggere il tempo, pur concedendosi in qualche gradita sorpresa. Ricordo infatti, a tal proposito, un 1997 bevuto poco più di un anno fa e ritrovato in grandissimo spolvero. Il millesimo 2007 invece ha un bel colore rubino a dir poco cristallino. L’annata, rivelatasi particolarmente calda e austera, ha condensato in questo vino tanta materia che si manifesta attraverso un bouquet ampio e complesso composto di sentori di fiori e frutti rossi ed un gusto alquanto deciso, ricco, profondo, di sontuosa bevibilità, lontano dalla più comune interpretazione del vitigno, che taluni vogliono scolorito, leggiadro e spesso senza nerbo; Il Montegauro è indiscutibilmente l’accezione più alta del piedirosso ascrivibile ai Campi Flegrei, da guardare come riferimento assoluto sul piano del suo massimo potenziale espressivo. Un vino eccellente, manifesto di questa splendida terra che vuole parlare al mondo, aspettando che si decida finalmente, e lo dico a viva voce ai nostri amministratori, che la finiscano di mercanteggiare utopie come se fossero sogni nostri e che comincino costoro a lavorare seriamente affinché il mondo possa finalmente parlarci da vicino, magari camminandola la nostra terra. E Montalcino in questo è di molto più grande!

Questa settimana su Pozzuolidice nella rubrica di enogastronomia dove troverete anche una deliziosa ricetta della nostra Ledichef oltre che nuovi spunti per imparare “a leggere” il vino.

Una giornata (bagnata) a Masseria Felicia: scoprire e capire il vino con gli Amici di Bevute

1 febbraio 2010

Niente e nessuno ci fermerà! non siamo certo dei sovversivi ma amiamo talmente tanto camminare le vigne che questo è il solo motto che conosciamo per non perderci davanti ad una giornata cupa e grigia e piovosa come non mai nelle ultime settimane. Ci stava aspettando!

Ci riuniamo di prima mattina, qualcuno ci raggiungerà strada facendo, direzione Sessa Aurunca alla scoperta della piccola e deliziosa azienda della famiglia Brini, Masseria Felicia, ai piedi del versante nord del monte Massico, quello, per intenderci, che guarda verso la provincia di Latina. Il cammino è un po’ a rilento, la pioggia, in certi tratti particolarmente incessante non ci aiuta a rimanere a vista, così qualcuno, più o meno inconsciamente arriva sino a Caianello prima di accorgersi di aver superato l’uscita autostradale di Capua da almeno 15 chilometri: e vabbuò, so cose che capitano.

Ci accoglie, sotto la pioggia, Maria Felicia e ci accompagna subito al tepore del camino acceso nel salotto di casa. Invadiamo, ma solo per qualche minuto lo spazio giochi della piccola Alice, che ci osserva con occhi vispi mentre tra una tirata di orecchie al dinosauro ed un bacio all’orsacchiotto del cuore aiuta la nonna Giuseppina a preparare la tavola per la ricca colazione che ci attende alla fine della visita in cantina, non prima però di una scarpinata tra le vigne. Sotto la pioggia, naturalmente. Ci raggiungono frattanto il papà di Maria Felicia, Sandro e l’enologo Vincenzo Mercurio che ci teneva particolarmente ad essere presente per darci ampia descrizione del particolare lavoro progettuale condotto qui a Terenzano con l’agianico ed il piedirosso dell’azienda della famiglia Brini. “Sono vini sorprendenti, l’aglianico qui acquisisce una forza capace di farlo sopravvivere per una intera generazione, e senza intervento alcuno in cantina se non quello di preservazione delle sue peculiarità”. 

Sandro Brini ci racconta dell’inizio, di quando, siamo nei primi anni novanta, con la moglie decisero di dare il via alla ristrutturazione del casale che oggi ospita la loro casa, la cantina e sotto la quale fu ritrovato un antico cellaio dove oggi riposano le vecchie annate destinate alla memoria liquida del falerno di Masseria Felicia. “Anni entusiasmanti, a tratti vissuti da incoscienti, ma il richiamo della propria terra, della propria storia, delle proprie radici diveniva ogni giorno sempre più forte. Così come forte è il legame che traspare dall’assaggio dei vini e la terra che interpretano, tra il Falerno Ariapetrina 2004 straordinariamente succoso di frutto e l’Etichetta Bronzo 2006, il cru di casa, duro e puro come le mani intrise di terra e calli di papà Sandro e la stessa Felicia, che mai si è sottratta alle fatiche della campagna. Un legame solidissimo come la longevità del Falerno ’99 regalatoci in degustazione prima del saluto, la prima annata, il principio di tutto,  mai commercializzata, eccezionalmente austero e destinato ancora a lunga vita. Assaggiamo, grazie al nulla osta del buon Mercurio, anche il Rosato di aglianico 2009 di prossima uscita del quale parlerò a breve, anch’esso fuori dagli schemi, tenue sì, ma dal carattere inconfondibile, lo stesso che appare delinerare costantemente il profilo dei vini di Masseria Felicia, vivacità e freschezza sui generis per vini non obbligati a concedersi immediatamente, ma sinceri e schietti come l’aria che tira alle pendici del monte Massico da questa parte del versante. Ci spostiamo in salotto, il focolare ci attende, scambiamo quattro chiacchiere, distintive come sempre, con Vincenzo, poi mamma Giuseppina ci guida nella degustazione degli oli extravergini, prodotti esclusivamente dagli olivi della masseria e franti per gentile concessione dalla rinomata Badevisco proprio qui a Sessa Aurunca, garanzia di qualità superiore: uno è composto da diverse cultivar, leccino e sessana su tutte,  l’altro invece è in purezza da varietà Itrana, quest’ultimo davvero buono, superlativo per fragranza ed equilibrio.

Fuori la pioggia continua a battere incessantemente, il vento pare rifuggire  i filari spogli che s’intravedono dalle grandi vetrate, dentro c’è solo il calore, c’è n’è ormai abbastanza da rimanerne succubi, le buone cose messe in tavola ci hanno dato il giusto sostegno morale e supporto, per così dire tecnico, ai deliziosi nettari bevuti. Grazie di cuore alla famiglia Brini, per averci regalato questa bellissima mattinata e lasciatoci immaginare come eravamo per continuare a sognare come dovremmo essere.

Qui tutte le foto a cura dell’amico Giovanni Lamberti.

Qui la resentazione del breve viaggio nell’Ager Falernus: la storia, la d.o.c., i vini.

Qui la passione di Antonio Papa nell’azienda di famiglia a Falciano del Massico.

Qui invece l’esperienza di Tony Rossetti, produttore a Casale di Carinola con l’azienda Bianchini Rossetti.


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