E’ dolce, forte e vera, come il pensiero di un amore, profondo, il solo, vissuto tutta una vita. Benvenuta…
Una piacevole conversazione con l’ostetrica, stamattina, mi ha lasciato riflettere su alcune questioni che spero di avere tempo di tracciare su questo blog.
Nel frattempo però, così come ho fatto con lei, vorrei regalare alcuni consigli utili per scegliere bene il regalo da fare all’enoappassionato di turno. Spendere bene i pochi denari che si è deciso di investire per un regalo, soprattutto se materialmente “effimero” come una bevuta, non è mai male.
In tempo di Natale vanno a ruba i “marchi storici”, tanto velocemente quanto il loro riciclaggio; pertanto, se la persona a cui dovete fare un regalo non ha, secondo le vostre conoscenze, una particolare educazione a bere vini ricercati, avete scelto il giusto. Il “marchio storico” ha sempre il suo fascino, è immediatamente apprezzato, gradito e garantisce spesso anche una qualità media dei suoi vini abbastanza alta; pensate poi al fatto, da non trascurare mai, che per l’occasione, qualora risulti un regalo, per così dire, in eccesso, potrà essere anche facilmente riciclato; non avreste, quindi, potuto scegliere di meglio.
L’azienda famosa, quella presente in tutti i buchi e pertugi della distribuzione ha sempre gran mercato, ma anche il nome del vino: Barolo, Brunello, un po’ meno ma in grande recupero l’Amarone, il Taurasi sono vini da non mancare di prendere in considerazione se siete a secco di idee. E di questi, potete starne certi, in questi giorni troverete anche succulente offerte commerciali: fate attenzione però a che non siano svendite, perchè va bene che le aziende hanno bisogno di svuotare le cantine, ma anche i commercianti non scherzano, per l’occasione, nel rifilare il peggio delle denominazioni su citate.
Altra questione è quella legata al dove comprare i regali. E’ importante scegliere bene dove cercare le vostre preziose bottiglie che non necessariamente, sia ben inteso, deve avvenire esclusivamente nelle enoteche. Negli ultimi anni è cresciuta molto la sensibilità della grande distribuzione verso i vini di qualità, fattostà che si possono trovare tante diverse etichette disponibili anche nei più piccoli dei supermercati; state però attenti a che le bottiglie vengano conservate bene, spesso le luci forti utilizzate per illuminare i reparti possono causare in qualche modo surriscaldamento delle bottiglie (soprattutto quelle poste più in alto), ma questo è forse il male minore. Peggio avviene per quelle stoccate in depositi non giustamente condizionati, muffe e sbalzi di temperatura non fanno certo bene alla sanità di un vino. Attenti a quelle che vengono spesso utilizzate per fare esposizioni nei banchi salumeria (etichette opache, a volte ingiallite) e a quelle bottiglie, da bandire assolutamente, messe in bella mostra in vetrina. Quando comprate qui, sarebbe anche opportuno informarvi se in caso di difetti evidenti del vino o “sentore di tappo” vi sarà data l’opportunità di avere una nuova bottiglia o rimborsato l’importo pagato, questa è anche una delle ragioni che vi deve indirizzare a quei luoghi che sapete tra i vostri abituali.
Nelle enoteche, è prassi, ma non tutti la applicano, “cambiare” le bottiglie: che è cosa buona e giusta. Qui è importante precisare che oltre alle banali osservanze di cui sopra, ci si deve aspettare altri accorgimenti e servizi assolutamente indispensabili. Chi gestisce l’enoteca deve avere forte propensione alla professionalità, meglio se certificata (ma non è certo indispensabile) e deve essere una persona con la quale ci si può confrontare apertamente sul vino, sul suo mondo, sul proprio gusto senza per questo essere tediati da termini tecnici o poetiche evasioni.
Disponibilità, affabilità vi potranno aiutare a scegliere meglio il vostro regalo ideale, la sua professionalità sarà quel valore aggiunto spesso disatteso in altri luoghi che vi potrà indirizzare oltre che a scegliere il giusto vino magari anche a capirci qualcosa in più: l’enoteca non è un luogo dove entrare avendo fretta di uscire, è anzi il posto giusto dove lasciare scorrere via le lancette dell’orologio seguendo, affascinati, il percorso fantastico tracciato dalle etichette e dai suoi protagonisti. Chi saprà accompagnarvi con racconti e storie di vini e persone incontrate vi avrà offerto un servizio impagabile. Oltre ai “marchi storici” è proprio qui che si possono scoprire realtà nuove e piccoli gioielli, piccole rappresentazioni liquide di una ruralità fondamentale, con poca “faccia” e tanta sostanza non senza piacevoli sorprese. Diffidate però dagli anarchici, quelli che spendono il piccolo per il bello ed il solo buono, questi, credetemi, non sono buoni nemmeno per il brodo della minestra maritata!
In sintesi, regalate vino per il prossimo Natale, compratelo pure dove vi pare, ma che abbia una storia da raccontare, un’ideale a cui dare voce, e che soprattutto vi sia consegnato nelle mani da chi il vino lo vive con amore e professionalità e non solo come una qualunque altra battuta di cassa!
Tonino Aversano è stato il patron del ristorante Don Salvatore a Mergellina di Napoli per oltre 25 anni prima di cedere il passo al figlio Francesco ed al nipote Vincenzo Esposito; E’ stato, a suo modo, antesignano della sommellerie napoletana e per oltre 30 anni specchiato promotore dell’Ais Napoli e Campania; Noi lo vogliamo ricordare con questo suo personalissimo trattato sulla cucina napoletana, ad un anno dalla sua scomparsa avvenuta proprio nel dicembre del 2008.
“Le cucine regionali non devono essere considerate come cucine inferiori. Sono, invece, serbatoi di un repertorio antico e nuovo che si concede abilmente al piacere della tavola, tenendo conto dei moderni orientamenti sulla salute e sull’armonia alimentare. Esse rappresentano i pilastri della cucina italiana!”
La gastronomia partenopea, in quanto mediterranea, è stata sicuramente influenzata dai vari popoli (Fenici, Greci, Arabi, Francesi, ecc.), che, dai tempi lontani ad epoche recenti, ebbero frequenti rapporti con le nostre regioni costiere. Ed infatti molti piatti della nostra cucina di oggi, ci vengono direttamente dal passato (pensate agli struffoli e il capretto con uova e piselli dalla Grecia, l’utilizzo dell’aglio, dell’olio e del basilico dalla Provenza, …). Il primo vero ricettario napoletano è il Cuoco Galante di Vincenzo Corrado del 1765. Trattasi di una raccolta di ricette di piatti “ricchi”, in quanto il Corrado aveva esperienze solo di case di facoltosi signori. Nella Cucina teorico pratica del Duca di Buonvicino di don Ippolito Cavalcanti invece già si intravede qualche esempio di “cucina povera” nel napoletano nonostante in prevalenza il Cavalcanti faccia riferimento soprattutto alla cucina francese di moda nelle famiglie patrizie e dell’alta borghesia.
Solo nel 1884, nel suo Ventre di Napoli, Matilde Serao ci informa sull’alimentazione della “plebe” e ci parla di alcune ricette popolari come la zuppa di maruzze e la zuppa di freselle con il brodo di polpo. Siamo convinti che le tradizioni enogastronomiche dei popoli siano legate strettamente al carattere e, naturalmente, alle condizioni economiche, sociali ed ambientali degli stessi. A Napoli ed in Campania le testimonianze del passato splendore di città europea e di capitale si manifestavano anche in cucina. L’influsso delle culture è stato adattato alle esigenze, al gusto, al carattere del popolo. ecco perchè la cucina regionale campana è a volte ricca e fastosa (timballo di maccheroni, sartù di riso, …) ed a volte fantasiosa e povera (caponata, pizza, …). In sostanza i napoletani sono stati sempre capaci di nutrirsi gustando anche una sola fetta di pane condita con un filo d’olio e un pizzico di sale, mentre era festa grande quando potevano dare fondo a ricchi piatti. Ecco perchè la pizza è nata a Napoli e non altrove. Oggi la pizza, ormai diffusa in tutto il mondo, è elevata a rango di stuzzichino, di “sfizio”. Fino a non molto tempo fa costituiva il pasto quotidiano per una grandissima parte di napoletani. Essa ha origini antichissime, un primo esempio ci viene certamente dai romani, anche se in realtà era una focaccia.
All’inizio del ‘600, nel suo Lo cunto de li cunti il Basile, nella novella intitolata Le due pizzelle, ci parla appunto di una specie di pizza, naturalmente si trattava sempre di qualcosa di diverso della nostra attuale pizza. Solo con la produzione del pomodoro in Campania, a partire dal 1700, si stabilì quel matrimonio fantastico che portò prima alla pizza al pomodoro e poi, nel 1889, alla regale Margherita inventata, come ormai tutti sanno, dal pizzaiolo napoletano Raffaele Esposito in onore alla Regina Margherita. Si dice che la cucina napoletana è povera, fatta per poveri. A mio avviso bisogna aggiungere che è ricca di fantasia ed estremamente varia, proprio come il carattere dei napoletani. Basta pensare ad un piatto di pomodori tagliati, una foglia di basilico, un po’ di origano, aglio ed olio ed avete a disposizione una cena stupenda per una serata di agosto. Ma anche quando è ricca e sontuosa non è mai complicata, poichè si basa su ricette semplici, su cibi schietti e dal sapore preciso, pieno di profumi ed umori. Il difficile sta proprio nella capacità di mantenere, dopo la cottura, la fragranza dei singoli ingredienti.![napoli_donsalvatore1[1]](https://larcante.com/wp-content/uploads/2009/11/napoli_donsalvatore11.jpg?w=450)
In sostanza nella cucina campana i sapori sono e restano quelli primari dei singoli ingredienti. Tra l’altro il motivo è semplice: le risorse alimentari di questa regione sono state sempre di carattere essenzialmente agricole, e l’appellativo di “Campania Felix” significa appunto la fertilità di una vastissima campagna. E naturalmente anche dei prodotti del mare. Ecco perchè dominano molti legumi, ortaggi, frutta, pesce, ma poca carne (in particolare ovina, famoso il castrato del cilento). Proprio per questo motivo fino al settecento i napoletani, o meglio i “cafoni”, venivano chiamati “mangiafoglie“. Con l’avvento dei maccheroni nella zona immediatamente vicina a Napoli (Torre del Greco, Gragnano, …) fiorirono numerose aziende dell’industria bianca, con maestri artigiani di alta professionalità. Nacque in quest’epoca l’uso di unire la pasta agli ortaggi e quindi quella grande varietà di piatti (pasta e zucchine, pasta e broccoli, pasta e fagioli, …), che ancora oggi sono molto ricercati. Il Cavalcanti, nella sua già citata opera, accenna ai ceci e laganelle.
Quando in seguito i maccheroni si sposarono allegramente con i pomodori, e da “mangiafoglie” i napoletani diventarono “mangiamaccheroni“, allora la fantasia si sbizzarrì con l’invenzione di salse e salsette. Ancora oggi si può dire che non si è esaurita la fantasia, la ricerca, tanto che si sente spesso di nuovi abbinamenti, nuove trovate e nuove esperienze. Ed è proprio questo il bello della gastronomia, non si esaurisce mai, anche perchè con i tempi variano anche i gusti. Si spiega così perchè oggi sono molto ricercati i piatti tipici regionali, naturalmente rivisitati ed adeguati alle nuove mode.
Oltre al cordoglio già espresso a suo tempo ed il felice ricordo di oggi, ci sentiamo di mandare un invito forte a non lasciar passare in sordina il ricordo di chi a Napoli ha contribuito alla valorizzazione, attraverso la propria opera, della nostra storia enogastronomica. Le radici, mai perderle di vista!
Proprio negli ultimi mesi si sta tanto discutendo delle problematiche degli aumenti dei prezzi di materie prime essenziali e vitali per le economie di alcuni paesi in via di sviluppo o di ampie aree geografiche legate economicamente a tali risorse. Perchè? Molte riflessioni sono riferite alle nuove destinazioni d’uso di molte risorse (carburanti biologici ecc…), altre su palesi speculazioni in atto sui mercati di tutto il mondo; basta digitare un paio di parole sui più importanti motori di ricerca per avere ben chiaro cosa stia accadendo sotto i nostri occhi. E’ tutto molto semplice, o quasi.
Il grano, il caffè come molte altre materie prime non possono “fallire”. Le aziende possono andare male e fallire, le materie prime come il grano ed il caffè non possono farlo. Avranno sempre un valore intrinseco proporzionale al loro utilizzo su scala mondiale. Le materie prime sono sensibili alla legge della domanda e dell’offerta perché di esse c’è il bisogno. Indispensabile. Nessuno ha invece veramente bisogno di possedere azioni di borsa, se non quello di effettuare una speculazione.
Nel campo delle merci, oltre alla speculazione, esiste in tutto il mondo un effettivo scambio di merci e denaro allo scopo di risolvere effettivi bisogni della popolazione. Questo crea un mercato molto più affidabile, spesso rapportato alle stagioni dell’anno, e molto più legato al mondo reale della produzione, commercio e consumo. Le semine e le raccolte si ripetono ogni anno senza interrompersi mai. Ci sarà sempre grano da vendere e da comprare e questo crea quello che gli operatori specializzati chiamano “il mercato delle commodities”.
Commodity (commodities al plurale) è un termine inglese entrato oramai nel gergo commerciale ed economico per la mancanza di un sinonimo equivalente italiano; deriva infatti dal francese commodité, che in italiano si può tradurre col significato di “ottenibile comodamente”, quindi “pratico”. Indica cioè materie prime o altri beni assolutamente standardizzati, tali da potere essere prodotti ovunque con standard qualitativi equivalenti e commercializzati senza che sia necessario l’apporto di ulteriore valore aggiunto. Una commodity deve essere facilmente stoccabile e conservabile nel tempo, cioè non perdere le caratteristiche originarie.
L’elevata standardizzazione che caratterizza una commodity ne consente l’agevole negoziazione sui mercati internazionali. Le commodities possono costituire un’attività sottostante per vari tipi di strumenti derivati, in particolare per i future. Nonostante vengono commercialmente chiamate commodities quelle merci che il mercato richiede in ogni caso, poiché sono legate alla sopravvivenza di una popolazione, come i fertilizzanti ed i prodotti agricoli, o permettono il funzionamento dell’economia di una nazione, come l’energia o più spesso le fonti energetiche, il legname ed i metalli in genere, possono considerarsi tali anche gli acciai e i microprocessori.
Il prezzo di una commodity viene fissato in apposite borse merci o da ristretti club o gruppi di aziende o stati, denominati “lobbies”, che in qualche modo ne detengono il controllo sulla produzione (anche se questa pratica non è legale e verrà sempre e comunque smentita).
E sapete quali sono le principali commodities? Prodotti agricoli come avena, farina di soia, frumento, mais, olio di soia, soia; e ancora coloniali e tropicali come cacao, caffè, cotone, legname, succo d’arancia, tabacco, zucchero, metalli come alluminio, argento, nickel, oro, palladio, platino, rame, zinco. Anche i prodotti energetici come benzina, etanolo, gas, naturale, nafta e petrolio in genere rientrano nel carnet, come anche carni tipo bovini, bovini da latte, maiali e pancetta di maiale.
Insomma la nostra vita è nelle loro mani, il nostro futuro rappresenta la commodity più garantita sulla quale investire e guadagnare. Almeno indigniamoci!
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Questo articolo è certamente tra i primi contenuti messi on line da questo blog; è stato pubblicato però la prima volta l’8 maggio 2008 su www.lucianopignataro.it.