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Le 10 domande più “cool” da fare ai produttori per ravvivare l’atmosfera al prossimo Vinitaly

6 aprile 2011

Quest’anno passo la mano, ma solo perché ho ancora troppe cose da fare e troppo poco tempo a disposizione prima che inizi la nuova stagione; mi scuseranno i tantissimi, che per piacere o semplicemente per dovere, non m’hanno fatto mancare l’invito a passarli a trovare; ci saranno altre occasioni. Vinitaly quindi è alle porte, qualcuno lo aspetta sempre mi verrebbe da dire, c’è però chi lo snobba (non serve! dicono), altri lo ignorano proprio, altri ancora sanno che sta lì, prima o poi ci andranno. Forse.

Si accendano quindi le telecamere, le fotocamere, i tablets di ogni marca e generazione, notebooks, telefonini, caricatori di; per i più nostalgici, si sfoderino pure le vecchie penne e i taccuini in finta pelle nera! Poi i biglietti – oddio i biglietti! – la rubrica telefonica con tutti i numeri utili, l’invito. Con questi, masse di professionisti, enotecari, salumieri, ristoratori, trattori, rappresentanti, sommeliers, giornalisti (quelli veri), bloggers – da non confondersi con i giornalisti, anche quando si spacciano di esserne colleghi – e semplici appassionati si apprestano a partire alla volta di Verona per trascorrere uno, due o cinque giorni all’insegna di grandi rivelazioni, delusioni o nuove esaltanti esperienze e, faccenda non certo di secondaria importanza, bevute e mangiate irripetibili; o almeno si spera.

A tutti quanti dico: divertitevi, e bevete tutto quello che pensate vi possa appassionare! Fate esperienza, allenate il vostro palato, incontrate persone, stringete più mani che potrete; non fate i fighetti, portate pazienza se gli stands saranno affollati e non vi lamentate alla prima occasione perché non vi hanno riconosciuto; capita, forse nemmeno vi rendete conto cosa significa per un produttore stare lì cinque giorni ed essere assaliti (si spera) costantemente da orde di genti da ogniddove! Fate di questo evento una bella passeggiata tra persone, bottiglie e bicchieri, e non la vostra idea definitiva del mondo del vino; cogliete l’occasione magari per allacciare nuove conoscenze, chiedete magari quando e come sarà possibile poi fare un salto in cantina, a camminare le vigne.

Infine una dritta, aggratis: le dieci domande, secondo me, più cool da fare ai produttori ai loro banchi d’assaggio qualora intuite un calo di attenzione nei vostri confronti. Attenzione però, leggere attentamente le avvertenze prima dell’uso! N.B.: tra parentesi un suggerimento di alcuni passaggi utili da tenere, in prima istanza, solo come un pensiero.

1 – Sono sempre stato affascinato dai vostri vini, li preferisco da sempre, quel vostro Riserva poi… che annata è in commercio adesso? Assicuratevi di stare parlando della stessa azienda, e che frattanto non siano trascorsi vent’anni dall’ultima volta che avete assaggiato un loro vino!

2 – Barrique di primo, secondo o terzo passaggio? Un classico, un caposaldo si direbbe seppur un tantino inflazionato; però se beccate quel piccolo produttore alla sua prima esposizione, avete fatto centro!

3 – Quante ne fate di questo? Se non siete dei maghi non impelagatevi in numeri che mai più ricorderete appena girato le spalle.

4 – Questo vino non fa malolattica, (e se la fa, solo in parte) dico bene? Domanda ficcante, da vero esperto; girate però alla larga da quegli stands con coltri di amerrecani in fila :-).

5 – Avete rappresentanti nella mia zona (sa perché è da un po’ che vorrei inserirvi in carta)? Astenersi se pensate di farla franca, magari il Vostro ve lo propone almeno da un paio d’anni mentre voi ve ne siete convinti solo ora giusto perché qua e là un paio di articolini ne parlano bene.

6 – Davvero notevole (si sente però l’annata calda), duemilasette vero? Schiere di grandi vini vi attendono, fate attenzione però a non relegarli nell’accezione più morbida del significato “grande vino”.

7 – Che portainnesto utilizzate, 140 Ruggeri o 779 Paulsen? Questa è proprio figa, ma tenetevela just in case siete sicuri di poter strappare un appuntamento per il dopo cena. E solo se la produttrice vi ispira, naturalmente; e comunque, occhio, in nessun caso citare il Kober 5 BB.

8 – Lieviti indigeni o selezionati (no perché le spiego, ormai ho maturato una certa sensibilità)? Attenzione a non avvicinare il calice all’altezza degli occhi mentre vi scappa di farla (sta domanda), e fissate bene il vostro interlocutore mentre vi risponde. Se gli vibra l’orecchio destro, mente spudoratemente!

9 – Mica ha un biglietto d’ingresso omaggio in più da offrirmi per un amico? Confidenziale, a dirla tutta, la più sputtanata delle domande che vi possa venire in mente. Qui serve un sorriso immenso e/o una gran faccia tosta, fate voi!

10 – Quanti milligrammi per litro di solforosa ci mettete in questo vino? La più cool di tutte, la domanda con “D” maiuscola, la madre di tutte, quella da 10 e lode, la più gettonata e all’altezza del trend attuale; badate bene però a chi la rivolgete, astenersi da omaccioni bio naturalqualcosa, caschereste male!

E ricordatevi, comunque vada, sarà un successo! 🙂

Nusco, Locanda di Bu

11 dicembre 2009

Pompei, 7 novembre 2003, qui ci incontrammo la prima volta con Tonino Pisaniello. Era, tra le giornate del congresso internazionale Slow Food a Napoli, forse la più suggestiva ed affascinante che potesse andare in scena; Eravamo nella “Palestra Grande” degli scavi archeologici, illuminata a giorno dalle torcie e vissuta da oltre un migliaio di persone tra addetti ai lavori ed ospiti. Tonino era lì, tra le tante Osterie Slow Food della Campania, con il suo staff del Gastronomo di Montemarano, io con Lilly coordinavamo la gestione della cantina: un gesto sancì il nostro arrivederci, lui ci regalò a fine serata il suo grembiule “chiocciolato”, noi una delle ultime bottiglie di Taurasi Radici di Mastroberardino per festeggiare con i suoi ragazzi lo straordinario successo dei suoi piatti.

Antonio Pisaniello nel frattempo ne ha fatta di strada, ha lasciato il gastronomo per approdare con l’amata moglie Jenny in quel di Nusco per aprire la Locanda di Bu, dove “bu” sta’ per Umberto, nome del primogenito e dove Locanda sta’ a casa, perché quando si viene qui ci si può solo sentire a proprio agio come stare in casa propria. Il locale è molto carino, ci si arriva dalla piazzetta di Nusco dopo appena girato il vicoletto, i colori sono quelli della calma e della passione, il bianco della flemma aurica di Jenny Auriemma, che accoglie gli ospiti, li accompagna al tavolo e gli racconta i piatti ed i vini con un savoir faire dolce e disponibile, il rosso fuoco di Antonio, audace e socievole con i suoi ospiti come dinamico e creativo con i suoi piatti sempre sul filo di una originalità esemplare (territorio prima di tutto) e tecnica sopraffina (il confronto con il mondo intorno). Antonio ha camminato già tante vie nella sua storia, ha viaggiato in lungo ed in largo, non ha, e non ha mai ricercato un curriculum di peso con il quale impressionare gli avventori, ha cercato e fortemente voluto solo poche esperienze, per così dire “ante litteram”,che lo potessero far accrescere professionalmente e culturalmente prima di lanciarsi nella sua sfida più grande, proporre una cucina che fosse pura e semplice traduzione gustolfattiva della sua storia, della sua terra, dei suoi ingredienti.

A 17 anni apre il primo locale, il pub Babylon dove poi incontrerà la giovanissima Jenny e comincerà, per magia, forse tutto; Poco dopo nasce con la famiglia tutta “il Gastronomo”, a Montemarano, che da subito farà parlare di se e del puro talento di Tonino tanto da meritarsi immediatamente segnalazioni e riconoscimenti dalle principali guide ai ristoranti italiani; Verranno poi negli anni l’esperienza newyorkese con Rocco Dispirito, l’incontro con la giornalista Carla Capalbo che, mi dice Antonio, non smetterà mai di ringraziare soprattutto per la grande spinta motivazionale che gli ha dato negli anni e per l’appunto la Locanda di Bu a Nusco, dove tutto riparte, dove tutto si sarebbe potuto sintetizzare come punto di arrivo e dove invece tutto si è rinnovato, in uno dei borghi più belli dell’Irpinia e città natale della mamma, Pisaniello ha continuato a camminare la sua strada, con il suo talento, con la sua voglia di crescere sino a quella che è stata, notizia di questi giorni, la prima, sudata, strameritata stella Michelin.

Prima di passare alla tavola, Tonino ci accompagna in cantina che dista solo pochi metri dalla Locanda, piccola, costruita con le proprie mani nelle giornate meno intense di lavoro, raccoglie il meglio dell’enologia campana non senza le “grandi” bottiglie italiane per i clienti in vena di bere, tra gli altri, Barolo, Barbaresco piuttosto che Brunello o supertuscans.

I piatti sono come detto l’essenza di una territorialità eccezionale come solo questa terra sa regalare, magistralmente interpretati e condotti negli anni nell’albo Pisaniello, dal Gastronomo alla Locanda: si inizia con “la tartare di podolica con maionese agli agrumi” piatto del 2008 che coniuga creatività e sapore intensissimo (viene servito come amuse bouche a mo’ di mini-hamburgher), poi il piatto della memoria, quello di cui nessuno dei suoi clienti riesce a fare a meno di chiedergli sin dal 2002, “la ricotta fritta di Montella con broccoli e soppressa di Venticano”, avvolgente e succulento; Decisamente appassionante il “Baccalà in due modi con pomodoro, olive e capperi”, datato 2008, piatto ricco ed equilibrato; Tecnicamente fine invece ma ancora da affinare nella presentazione (tanti gli elementi nel piatto) il “Sottobosco Neonato 2009”, geniale interpretazione dei sapori e profumi irpini ma poco avvincente nella presentazione a substrati.

Da Applausi invece il “Raviolo di patate di Folloni con tartufo bianco irpino” che Tonino e Jenny propongono con successo dall’anno scorso, appena naturalmente riescono ad accaparrarsi i pochi grammi di preziose pepite del tubero più ricercato (anche dal secondogenito Filippo, ndr); Da lacrime, sinceramente, il “Maialino con la mela annurca, pistacchi ed olio alla vaniglia”(2005), scioglievolezza finissima e delicatissima. Buona l’idea del dessert, il “dolce di castagne con salsa all’aglianico”, rivisitazione del castagnaccio servito semifreddo con una stecca di carbone alimentare e scaglie di cioccolato tartufato. In sintesi, una grande esperienza gastronomica, che ho rincorso per tutta l’estate tra messaggini di prenotazione in chat su Facebook e sms di disdetta, che abbiamo alla fine fortemente voluto sin dal mio rientro da Capri, lo scorso 4 novembre; Qualcuno poi ha deciso di metterci la ciliegina sulla torta facendo cadere a Nusco, pochi giorni dopo, la prima stella Michelin per Antonio e Jenny: adesso, caro Tonino, meno viaggi e di nuovo notti insonni a cercare di dare sfogo al puro talento del geniale Pisaniè. Firmato Dicostà!!  

Locanda di Bu

Vicolo dello Spagnuolo,1
Tel. 0827.64619
http://www.lalocandadibu.com
Sempre aperto. Chiuso domenica sera e lunedì
Ferie: un mese tra gennaio e febbraio. Una settimana a luglio

Omaggio a Tonino Aversano e alla napoletanità a tavola che seppe amare e raccontare come pochi

9 dicembre 2009

Tonino Aversano è stato il patron del ristorante Don Salvatore a Mergellina di Napoli per oltre 25 anni prima di cedere il passo al figlio Francesco ed al nipote Vincenzo Esposito; E’ stato, a suo modo, antesignano della sommellerie napoletana e per oltre 30 anni specchiato promotore dell’Ais Napoli e Campania; Noi lo vogliamo ricordare con questo suo personalissimo trattato sulla cucina napoletana, ad un anno dalla sua scomparsa avvenuta proprio nel dicembre del 2008.

“Le cucine regionali non devono essere considerate come cucine inferiori. Sono, invece, serbatoi di un repertorio antico e nuovo che si concede abilmente al piacere della tavola, tenendo conto dei moderni orientamenti sulla salute e sull’armonia alimentare. Esse rappresentano i pilastri della cucina italiana!”

La gastronomia partenopea, in quanto mediterranea, è stata sicuramente influenzata dai vari popoli (Fenici, Greci, Arabi, Francesi, ecc.), che, dai tempi lontani ad epoche recenti, ebbero frequenti rapporti con le nostre regioni costiere. Ed infatti molti piatti della nostra cucina di oggi, ci vengono direttamente dal passato (pensate agli struffoli e il capretto con uova e piselli dalla Grecia, l’utilizzo dell’aglio, dell’olio e del basilico dalla Provenza, …). Il primo vero ricettario napoletano è il Cuoco Galante di Vincenzo Corrado del 1765. Trattasi di una raccolta di ricette di piatti “ricchi”, in quanto il Corrado aveva esperienze solo di case di facoltosi signori. Nella Cucina teorico pratica del Duca di Buonvicino di don Ippolito Cavalcanti invece già si intravede qualche esempio di “cucina povera” nel napoletano nonostante in prevalenza il Cavalcanti faccia riferimento soprattutto alla cucina francese di moda nelle famiglie patrizie e dell’alta borghesia.

Solo nel 1884, nel suo Ventre di Napoli, Matilde Serao ci informa sull’alimentazione della “plebe” e ci parla di alcune ricette popolari come la zuppa di maruzze e la zuppa di freselle con il brodo di polpo. Siamo convinti che le tradizioni enogastronomiche dei popoli siano legate strettamente al carattere e, naturalmente, alle condizioni economiche, sociali ed ambientali degli stessi. A Napoli ed in Campania le testimonianze del passato splendore di città europea e di capitale si manifestavano anche in cucina. L’influsso delle culture è stato adattato alle esigenze, al gusto, al carattere del popolo. ecco perchè la cucina regionale campana è a volte ricca e fastosa (timballo di maccheroni, sartù di riso, …) ed a volte fantasiosa e povera (caponata, pizza, …). In sostanza i napoletani sono stati sempre capaci di nutrirsi gustando anche una sola fetta di pane condita con un filo d’olio e un pizzico di sale, mentre era festa grande quando potevano dare fondo a ricchi piatti. Ecco perchè la pizza è nata a Napoli e non altrove. Oggi la pizza, ormai diffusa in tutto il mondo, è elevata a rango di stuzzichino, di “sfizio”. Fino a non molto tempo fa costituiva il pasto quotidiano per una grandissima parte di napoletani. Essa ha origini antichissime, un primo esempio ci viene certamente dai romani, anche se in realtà era una focaccia.

All’inizio del ‘600, nel suo Lo cunto de li cunti il Basile, nella novella intitolata Le due pizzelle, ci parla appunto di una specie di pizza, naturalmente si trattava sempre di qualcosa di diverso della nostra attuale pizza. Solo con la produzione del pomodoro in Campania, a partire dal 1700, si stabilì quel matrimonio fantastico che portò prima alla pizza al pomodoro e poi, nel 1889, alla regale Margherita inventata, come ormai tutti sanno, dal pizzaiolo napoletano Raffaele Esposito in onore alla Regina Margherita. Si dice che la cucina napoletana è povera, fatta per poveri. A mio avviso bisogna aggiungere che è ricca di fantasia ed estremamente varia, proprio come il carattere dei napoletani. Basta pensare ad un piatto di pomodori tagliati, una foglia di basilico, un po’ di origano, aglio ed olio ed avete a disposizione una cena stupenda per una serata di agosto. Ma anche quando è ricca e sontuosa non è mai complicata, poichè si basa su ricette semplici, su cibi schietti e dal sapore preciso, pieno di profumi ed umori. Il difficile sta proprio nella capacità di mantenere, dopo la cottura, la fragranza dei singoli ingredienti.

In sostanza nella cucina campana i sapori sono e restano quelli primari dei singoli ingredienti. Tra l’altro il motivo è semplice: le risorse alimentari di questa regione sono state sempre di carattere essenzialmente agricole, e l’appellativo di “Campania Felix” significa appunto la fertilità di una vastissima campagna. E naturalmente anche dei prodotti del mare. Ecco perchè dominano molti legumi, ortaggi, frutta, pesce, ma poca carne (in particolare ovina, famoso il castrato del cilento). Proprio per questo motivo fino al settecento i napoletani, o meglio i “cafoni”, venivano chiamati “mangiafoglie“. Con l’avvento dei maccheroni nella zona immediatamente vicina a Napoli (Torre del Greco, Gragnano, …) fiorirono numerose aziende dell’industria bianca, con maestri artigiani di alta professionalità. Nacque in quest’epoca l’uso di unire la pasta agli ortaggi e quindi quella grande varietà di piatti (pasta e zucchine, pasta e broccoli, pasta e fagioli, …), che ancora oggi sono molto ricercati. Il Cavalcanti, nella sua già citata opera, accenna ai ceci e laganelle.

Quando in seguito i maccheroni si sposarono allegramente con i pomodori, e da “mangiafoglie” i napoletani diventarono “mangiamaccheroni“, allora la fantasia si sbizzarrì con l’invenzione di salse e salsette. Ancora oggi si può dire che non si è esaurita la fantasia, la ricerca, tanto che si sente spesso di nuovi abbinamenti, nuove trovate e nuove esperienze. Ed è proprio questo il bello della gastronomia, non si esaurisce mai, anche perchè con i tempi variano anche i gusti. Si spiega così perchè oggi sono molto ricercati i piatti tipici regionali, naturalmente rivisitati ed adeguati alle nuove mode.

Oltre al cordoglio già espresso a suo tempo ed il felice ricordo di oggi, ci sentiamo di mandare un invito forte a non lasciar passare in sordina il ricordo di chi a Napoli ha contribuito alla valorizzazione, attraverso la propria opera, della nostra storia enogastronomica. Le radici, mai perderle di vista!

Nusco, i colori di Bu

8 dicembre 2009

Tartare di Podolica con maionese agli agrumi: da mangiare con le mani lasciando passare la tartare attraverso la maionese e poi farne un sol boccone, pura esplosione di sapori…

Uno dei must di Tonino Pisaniello, la ricotta di Montella fritta su passatina di broccoli e soppressa di Venticano, equilibrio e suggestione territoriale…

Raviolo di patate di Folloni con Tartufo bianco irpino, ribattezzato simpaticamente Tuber Magnatum Pisaniellum, piatto incontrovertibile, estasi della libidine gustativa…

Un piatto dalla forte cromaticità, i colori sembrano rincorrersi come i gusti accesi delle preparazioni di Antonio, mai banali, nulla qui in cucina avviene per caso…

Il castagnaccio, secondo Antonio Pisaniello, sinuosa rincorsa alla salsa di aglianico… 


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