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Napoli, Falanghina Strione di Cantine Astroni ovvero come un bianco si distenda in verticale

17 febbraio 2011

Raccolgo l’invito di Gerardo: “dai che domani sarà una bella giornata, ti porto a vedere la vigna del Colonnello ai Camaldoli, e poi, giusto a titolo d’informazione – quando al telefono pronuncia questa frase pare “vederlo” sorridere – François ed Emanuela hanno già messo sul fuoco il ragù…”. Ecco, non si può dire di no ad una carezza del genere, io che tra l’altro, di camminare le vigne non mi stancherei mai!

Invero mi si era detto anche che a fare da sfondo c’era oltretutto l’opportunità di trascorrere una piacevole domenica all’aria aperta con alcuni amici vecchi e nuovi; sapevo infatti che Luciano (Pignataro, ndr) desiderava da tempo ritornare in Cantina Astroni, tre anni dopo aver battezzato proprio lui l’esordio dello Strione (leggi qui), così l’opportunità di riunire intorno a un tavolo i giornalisti dell’Arga Campania e l’Ais Napoli si è resa propizia per saggiarne una breve verticale discutendo sul reale potenziale del vitigno falanghina e della fine intuizione della famiglia Varchetta, lontana ormai più di un lustro, che ha portato alla consapevolezza di produrre nei Campi Flegrei un vino bianco macerato che esuli dagli acclarati canoni estetici e degustativi che vogliono il varietale di queste terre ancorato a parametri di esile bevibilità e stringata complessità.

Lo Strione nasce dalla piccola vigna coltivata sulle pendici del cratere del Parco degli Astroni dove sorge tra l’altro la bella e funzionale cantina, qui la falanghina viene allevata con un impianto guyot bilaterale e rende in vendemmia più o meno 60 quintali per ettaro. La macerazione con le bucce è generalmente – fatte salve le stringenti peculiarità dell’annata – prolungata per tutta o quasi la durata della fermentazione alcolica, l’affinamento e l’elevazione del vino avviene in diverse fasi in serbatoi d’acciaio e in legno nonché in bottiglia per un periodo minimo mai al di sotto dei tre anni. Uscirà infatti solo il prossimo giugno il millesimo 2008 che al momento dell’assaggio risulta imbottigliato da poco più di un mese.

La mia lunga frequentazione con Gerardo Vernazzaro ed Emanuela Russo negli ultimi due anni non mi lascia certamente granché spazio a manifestazioni di sbandierata imparzialità o asettica critica enologica, tant’é che a detta di molti amici, e loro in particolar modo, continuo ad essere – e confesso di credere fermamente di rimanerlo ancora a lungo – la persona meno indicata a scrivere un “redazionale” su un vino del genere, vista la mia contradditoria naturale avversità ai vini bianchi macerati. Risulta curioso oltretutto come al netto delle copiose bevute di Astro spumante condivise, non ricordi di aver mai bevuto lo Strione se non in fugaci assaggi dalle vasche in cantina e comunque mai in un percorso di confronto così interessante come questa mini-verticale. Pertanto con la stessa (o forse ancor più) curiosità dei convenuti, queste sono le mie impressioni che a ragion del vero credo collimino in buona parte con quelle manifestate da Tommaso Luongo, delegato Ais Napoli, e dallo stesso Luciano Pignataro, che ringrazio per avermi invitato a farlo, con i quali ho avuto il piacere di condurre la breve ma intensa sessione di degustazione.

Campi Flegrei Falanghina Strione 2006 La matrice, ad occhi chiusi, condurrebbe senza mezze misure alla recensione di un buon vino rosso adeguatamente affinato, dai tratti caratteriali certamente risoluti ma in buono stato di grazia. Il primo naso è volto a sensazioni terziarie ed in continua evoluzione, le marcate sensazioni volatili iniziali non faticano a lasciare spazio a note molto particolari che virano dai fiori di camomilla disidratati a concentriche sbuffate idrocarburiche nonché nuances speziate di impronta orientale. E’ molto interessante notare come questo vino più venga lasciato ossigenare nel bicchiere più pare tornare indietro; mi spiego meglio: superata la complessa fase olfattiva iniziale incentrata come dicevo su caratterizzazioni molto marcate, comincia invece a giocare di fino su sottili e gradevolissime note balsamiche, mentuccia e salvia in particolar modo. Palato asciutto, debitamente morbido con solo una sottile reminescenza acida sul finale di bocca. Non ultimo il colore, oro pallido di buona limpidezza, segnato dal tempo ma non ancora del tutto superato. Tutta la massa ha fatto macerazione sulle bucce e per tutta la durata della fermentazione alcolica.

Campania bianco Strione 2007 Annata complessa, vino complicato ma non troppo, pur evidente uno stato di forma smagliante e certamente una maggiore consapevolezza da parte di Gerardo di ciò che andava plasmando. Il colore è luminoso perlopiù giocato su un giallo con evidenti sfumature oro; Il primo naso è più ricco del precedente, seppur paghi una fase iniziale maggiormente scomposta, poi, man mano sorprendente; qui si fanno inizialmente spazio un forte sentore di camomilla e mimosa passita ed evidenti note di frutta candita, albicocca in particolar modo. Alla lunga riprende poi, in maniera ancor più elegante, il quadro empireumatico del precedente, rimanendo su una caratterizzazione piuttosto incisiva. In bocca è ricco, prevale certamente la sfrontata morbidezza sulla carica acida, estremamente evidente, in questo millesimo più del precedente, così anche la sapidità, che diviene dopo una lunga ossigenazione, palpabile salinità. La macerazione sulle bucce in questo caso è stata protratta sino ai ¾ della fermentazione alcolica.

Campania bianco Strione 2008 Dei tre l’espressione meno fedele forse all’idea originaria, lontano al momento dalle caratterizzazioni dei primi due, ma senza alcun dubbio quella più elegante, nonché, alla lunga – con tutte le riserve del caso – il vino che si lascerà apprezzare di più per la sua evidente finezza. Di certo, bevuto oggi, con i parametri appena descritti del duemilasei e del duemilasette si lascia, per l’appassionato alla tipologia, ad una non facile interpretazione, poiché all’evidenza nel bicchiere di un deciso salto di qualità verso l’eleganza e la finezza non corrisponde al momento la voluttuosità dei precedenti; E’ chiaro che paga una annata non particolarmente felice, pertanto tanta cautela profusa in fase di vinificazione e quindi di macerazione; per qualche convenuto è un chiaro segnale di reinterpretazione, io credo più semplicemente il manifesto di un’annata fresca o quantomeno poco confacente alla lunga macerazione. Il colore è paglierino tenue, il naso è ancora troppo compìto per offrirsi a divagazioni sul tema, ma la spiccata matrice minerale lascia ben sperare, non mancano comunque interessanti note floreali e fruttate di agrumi. In bocca è secco, bello fresco e di prolungata persistenza gustativa, corroborante quasi. Anche qui è chiara l’essenziale sapidità che rimane per questo vino un marcatore ineludibile. In questo caso la macerazione sulle bucce è stata protratta al 50% della fermentazione alcolica, anche per questo sono proprio curioso di attenderlo per almeno tutto un anno ancora.

Leggi questo articolo anche su www.lucianopignataro.it.

Giro di vite a Montalcino, alla scoperta del mito Brunello da Biondi Santi a Casanova di Neri…

8 febbraio 2011

E’ notte fonda quando arriviamo a Montalcino, sulla strada, sin dalle prime curve che da Chiusi-Chianciano ci hanno condotto qui, la neve, copiosa, riveste i tetti e le mura di cinta delle piccole case in pietra che scorrono ai lati lungo la via. Troviamo riposo nella piccola area di sosta comunale, giusto ad un tiro di schioppo dalla Fortezza; l’aria lì fuori è gelida, il termometro sfiora lo zero, ma il camper è a dir poco confortevole ed il nostro entusiasmo arriva praticamente alle stelle, a guardar fuori, da qui luccicanti e splendenti come non mai.

L’indomani, il giorno uno, ci incamminiamo sulla strada per il Greppo, la storica dimora della famiglia Biondi Santi, 25 ettari di giardino sotto al cielo, a pensarci bene la casa del Brunello, nato tra l’altro proprio qui, tra queste vigne e queste mura verso metà ‘800, per opera di Clemente Santi, nonno di quel Ferruccio – frattanto divenuto già Biondi Santi – che proprio sul finire di quel secolo faceva muovere i primi, importanti passi in giro per il mondo a quel “vino brunello” consacrato poi alle grandi tavole dal figlio Tancredi, e che oggi continua a vivere per mano di suo figlio, Franco, classe 1922 e maniere da galantuomo da vendere: insomma, in definitiva un mito, non più classificabile semplicemente come un vino! Con me pochi amici, uno imperdibile, tal Nando Salemme e poi Dino e Alessandro, con i quali cammineremo nei prossimi giorni le vigne più suggestive di Montalcino alla ricerca di quel Santo Graal tanto prezioso ed ambìto – pur vituperato dall’ignobile scandalo di brunellopoli che è inutile nasconderlo, aleggia ancora nell’aria – quanto praticamente introvabile.

Arriviamo al Greppo a metà mattinata, sono passate da poco le dieci, il lungo viale di cipressi che dalla strada statale conduce alla tenuta pare accompagnarti nella storia, ed in verità lo fa; ai lati, s’intravedono giù per la collina le vigne spoglie, alcune già potate e rilegate, tutte tinte di un bianco candido come se stessimo in paradiso. Bussiamo ad una piccola porticina, ad aprirci lui, Franco Biondi Santi in persona: che emozione! Si può pensare ai successivi dieci/quindici minuti come un tuffo nella più comune delle situazioni del genere, dove l’imbarazzante atmosfera accademica rischia sempre di prendere il sopravvento, un classico dovuto insomma; saranno invece più di due ore di appassionante storia di vita vissuta, cominciate con una piacevolissima chiacchierata intorno al focolare di casa, vis à vis con almeno cento anni di storia sociale e culturale di Montalcino e non solo, e terminate, dopo una accurata e particolareggiata visita in cantina (che suggestiva!) – accompagnati stavolta da una brava e cordiale collaboratrice – con la degustazione di tutti i vini prodotti al Greppo: il Rosato, annata 2007, nato come omaggio all’amata moglie del dottor Franco, stufa – si dice – di veder macchiate di rosso le tovaglie di casa ed oggi vino particolarmente amato dai francesi; il Rosso 2008, austero e risoluto come pochi altri della denominazione, e per finire, il superbo Tenuta Greppo Annata 2006, un Brunello di Montalcino manifesto di un territorio, di questa vigna, e a guardarci in faccia, con molta probabilità la migliore delle porte che potevamo imbroccare per vivere poi con il giusto piglio le esperienze dei giorni a venire; non a caso, è questo, a detta di molti appassionati storici alla tipologia, quell’archetipo del Brunello da molti ricercato e (quasi) impossibile, a quanto pare, da replicare altrove!

Il sole inizia a farsi tiepido, è già primo pomeriggio, lasciamo il Greppo e riprendiamo la strada statale verso Montalcino, ci attende a pochi chilometri, sulla strada per Torrenieri, Giacomo Neri; il suo vino è da molti considerato l’altro Brunello, la sua azienda, Casanova di Neri, indubbiamente capace in poco più di un ventennio di stravolgere letteralmente gli equilibri locali, affermandosi in tutto il mondo come un nuovo riferimento assoluto, certamente di slancio moderno, diciamolo pure, con vini dai tratti caratteriali palesemente internazionali – l’uso della barrique, e qualche legno di poco più grande, qui hanno praticamente sostituito in toto le grandi botti – ma senza alcun dubbio ognuna delle bottiglie che viene fuori da questa cantina non si può certo additare per mancanza di carattere, tutt’altro, magari ci si potrebbe interrogare su quanto risultino marcate dal manico più che dal terroir, ma stilisticamente rimangono ineccepibili e, avendo avuto la fortuna di bere dei suoi Brunello, del Cerretalto in particolare, più di un millesimo, chiaramente riconducibili all’autore.

L’azienda, nata a fine anni settanta, vanta oggi poco più di 36 ettari di vigneto suddivisi in quattro appezzamenti collocati nel circondario ilcinese in posizioni diverse e ben distinte: Le Cetine a Sant’Angelo in Colle, il Cerretalto ed il Fiesole nei pressi dell’omonimo casolare di fronte a Montalcino (sede della cantina) ed il Pietradonice, a Castelnuovo dell’Abate, destinato però alla piantagione delle varietà internazionali lavorate secondo la d.o.c. Sant’Antimo. La cantina è di quelle belle grosse, delle più moderne, l’acciaio, tanto, reso fondamentale nelle fasi di vinificazioni; camminando i locali, distribuiti su più livelli sottoterra, sono certamente differenti le sensazioni provate alla Tenuta Greppo, piccola e suggestiva com’è, ma come si è detto, qui siamo ad un approccio più moderno, figlio senz’altro di quell’espansione sui mercati esteri tanto discussa, e discutibile per certi versi, ma assolutamente indispensabile per dare continuità e vigore ad un territorio, diciamolo pure fuori dai denti, ritrovatosi nel dopoguerra praticamente abbandonato a se stesso ed in poco più di vent’anni, siamo negli anni settanta, pietra miliare ricercata da tutti nel mondo.  E Giacomo Neri di questo ne ha saputo fare tesoro, e di quanto sia stato bravo nel vestire i suoi vini di carattere e personalità te ne accorgi non appena metti il naso nei calici colmi dei suoi vini; dalla coscritta ruvidezza del suo Rosso di Montalcino, all’immediata espressività del suo BrunelloEtichetta Bianca”, rimasto, ci dice, “tal quale a come lo amava papà Giovanni”. I fuoriclasse però rimangono il Cerretalto, prodotto solo nelle annate eccezionali, con quella sua spiccata mineralità e quell’inconfondibile timbro ferroso ed il Tenuta Nuova: di quest’ultimo, il 2006 è a dir poco spettacolare, di una compostezza fuori dal tempo, succoso e potente ma di rara, rarissima eleganza.

Ci concediamo da Giacomo e la splendida cordiale moglie Enrichetta, ci mettiamo alle spalle questa prima giornata a Montalcino; il mito, Franco Biondi Santi, ci ha donato con le sue parole, la sua esperienza, l’essenza di questa terra; Giacomo Neri, come noi figlio del nostro tempo, ci ha mostrato, forse, il futuro. Noi crediamo di aver colto un sacco di cose in più, un mare di sensazioni, palpabili, che ci lasciano pensare che a volerlo solo immaginare quanto sia esaltante un tour per le terre montalcinesi, solo una prima tappa del genere può riuscire ad azzerare tutto quello che credi di aver imparato, che sei convinto di sapere, su questi luoghi, su queste persone, questo vino, per poi capire e comprendere, sino in fondo, tutto quello che verrà nei prossimi giorni.

Qui il passaggio a Podere Sanlorenzo di Luciano Ciolfi;

Qui la passeggiata tra le vigne de Il Paradiso di Manfredi;

Qui la spassosa ed indimenticabile visita a Diego e Nora Molinari a Cerbaiona;

Qui la visita a Case Basse di Gianfranco Soldera;

Qui la piacevole scoperta di Pian dell’Orino di Caroline Pobitzer e Jan Hendrik Erbach;


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