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Brunello di Montalcino 2004 Pian dell’Orino

17 dicembre 2018

Ci sono storie, vini e persone che rimangono per sempre. Abbiamo a lungo raccontato di loro qui su queste pagine, Caroline e Jan Endrik ne hanno passate tante per strappare qui in Toscana quel minimo sindacale di credibilità che si deve a chi ha stravolto la propria vita pur di inseguire un sogno.

Forse anche per questo i loro vini, il loro Brunello anzitutto, sono diventati in pochi anni dei riferimenti assoluti di questo pezzo di storia del vino naturale italiano, vieppiú per chi va alla ricerca di piccole grandi storie dentro e fuori una bottiglia.

Pian dell’Orino è collocata in uno dei posti più suggestivi di Montalcino, praticamente con vista sulla Tenuta Greppo dei Biondi Santi¤ ma ciò che rende unica questa etichetta è quell’imprinting che Caroline e Jan hanno deciso di dare ai loro vini, definitivamente puri, vivi, inconfondibili. L’ideale li tiene strettamente confinati ai rigidi protocolli naturali, in vigna la cura biologica della piantagione è maniacale, assumendo un ruolo centrale, mentre in cantina, con una manualità essenziale e moderna al tempo stesso si riesce a garantire vini che oltre ad una loro spiccata autenticità riescono, tanto il Brunello quanto i loro vini cosiddetti minori come il Piandorino e il Rosso di Montalcino, ad esprimere una integrità di quelle che rimangono ben fisse nell’immaginario tanto da regalare bevute indimenticabili.

Solo per questo di tanto in tanto vale la pena tornarci su e lasciare traccia dei loro vini, un grande esercizio per chi ama queste terre e i rossi qui prodotti che consegnano sempre esperienze di grande valore emozionale. Per questo ci siamo privati dell’ultima bottiglia di Brunello di Montalcino 2004 in cantina ma senza alcun rimorso, questi vini continuano a tracciare un solco incredibile tra i pregiudizi sul biodinamico e la perfezione stilistica dipinta da molti come irraggiungibile per i cosiddetti vini naturali. Ad avercene per farne lezione.

Un Brunello questo duemilaquattro a dir poco straordinario, l’impronta è incredibilmente vivida ed espressiva, il colore rubino non ha alcun cedimento se non una limpida trasparenza appena aranciata sull’unghia del vino nel bicchiere. Il naso, a quasi tre lustri di distanza è rimasto profondamente varietale con note tostate appena accennate e terziari che vengono fuori solo alla distanza, tra l’altro senza incidere particolarmente, disegnandone così un quadro olfattivo chiaro e didascalico che gli rende fascino, suggestione, notevole complessità. Il frutto ha conservato tutta la sua polposità, il sorso impressiona per equilibrio e sapidità, lunghezza ed ampiezza, nel bicchiere ritroviamo insomma una bevuta di rara autenticità.

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© L’Arcante – riproduzione riservata

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Montalcino, Brunello Vigna Soccorso 2009 Tiezzi

20 gennaio 2015

Brunello di Montalcino Vigna Soccorso 2009 Tiezzi

Sento quasi il dovere di lasciare traccia su queste pagine di questo bellissimo vino, un grande sangiovese di quelli che lasciano il segno e riportano rinnovato entusiasmo davanti a una bottiglia di Brunello.

Bella la chiacchierata con Monica Tiezzi che affianca da qualche tempo papà Enzo nell’azienda di famiglia: tre poderi per circa 10 ettari, situati in punti diversi del territorio montalcinese con il cuore dell’azienda proprio nello storico podere Soccorso dove ha sede la cantina. In totale sono cinque ettari e mezzo dedicati al sangiovese, un poco di chardonnay destinato però alla denominazione di ricaduta Sant’Antimo, circa tre ettari ad olivi.

Enzo Tiezzi è un personaggio molto conosciuto da queste parti, agronomo ed enologo che a Montalcino si occupa di viticoltura e vini praticamente da sempre, per anni direttore e consulente di diverse aziende nonché già presidente del Consorzio del vino Brunello di Montalcino.

Il Vigna Soccorso 2009 è un Brunello di Montalcino di gran stoffa, sottile e puntuto, dal nitido profumo di viola, ciliegioso e agrumato, ha un sorso di grande freschezza acida con rimandi balsamici, terrosi, spiccata sapidità. Una bottiglia di gran soddisfazione, di quelle imperdibili.

L’Arcante – riproduzione riservata

Montalcino, il Consorzio del Vino Brunello approva le modifiche ai disciplinari di produzione

30 giugno 2014

Un’assemblea importante, quella a cui, ieri pomeriggio, hanno partecipato i soci del Consorzio del Brunello di Montalcino.

Brunello di Montalcino

In “ballo”, infatti, alcune modifiche sui disciplinari, da quello del Brunello¤ a quello del Rosso di Montalcino¤ e del Moscadello¤ fino ad arrivare al Sant’Antimo¤ e l’approvazione delle rese di uva relativamente alla vendemmia 2014.

Molte delle modifiche apportate su tutti i disciplinari di competenza del Consorzio del Brunello¤ sono strettamente di carattere formale ma ci sono anche dei cambiamenti che vanno a toccare molti aspetti che riguardano i vini di Montalcino.

Si parla di densità di impianto: per quelli già realizzati valgono le norme vigenti al momento dell’impianto, per quelli nuovi o per eventuali reimpianti, a partire dal 1 gennaio 2015, la densità minima, sia per viti iscritte a Brunello, sia per quelle a Rosso e Sant’Antimo si passa da una densità minima di 3.000 ad una di 4.000 piante per ettaro. Per il Moscadello, invece, la densità resta invariata a 3.000 unità.

Se per tutti e quattro i Disciplinari resta assolutamente vietata ogni pratica di forzatura, da oggi sarà invece consentita l’irrigazione di soccorso, fino a questo momento non prevista dai Disciplinari. Sono specificate, poi, norme dettagliate sulla produzione per i vigneti nei primi anni dall’impianto, ed anche per i Cru, ovvero le rivendicazioni per porzioni di produzione denominate in etichetta come “Vigna” o “Vigneto”.

Compaiono, poi, nei “nuovi” disciplinari, nuove norme sui tagli che è possibile effettuare in cantina. Sia per il Brunello che per il Rosso sono ammessi tra tutte le annate presenti in cantina per un quantitativo massimo che consenta di ottenere un prodotto finale che, dopo il taglio, contenga un minimo dell’85% dell’annata rivendicata.

Per il Rosso di Montalcino si parla anche di “arricchimento”. Nel caso in cui, infatti, particolari condizioni lo richiedessero, è consentito effettuarlo esclusivamente con mosto concentrato prodotto da uve provenienti dai vigneti destinati alla produzione di Brunello o Rosso di Montalcino, o attraverso Mosto Concentrato Rettificato.

Aggiunta importante – anche a seguito degli ultimi eventi che hanno visto il Consorzio truffato a seguito, lo scorso maggio, del sequestro condotto dai Carabinieri del reparto operativo di Siena, di 30.000 bottiglie di vino etichettato soprattutto come Brunello di Montalcino – è quella che riguarda la commercializzazione in zona di produzione di partite di uva o di vino nuovo ancora in fermentazione o in fase di affinamento destinato a divenire Brunello o Rosso di Montalcino. Sarà obbligatorio, infatti, darne comunicazione, almeno due giorni lavorativi prima del trasferimento, all’Organismo di controllo incaricato.

Piccole aggiunte, poi, riguardano sia il Disciplinare del Sant’Antimo – che da oggi ammette anche il Rosato e lo Spumante, con le relative normative e due vitigni in più (Pugnitello e Canaiolo) – sia quello del Moscadello di Montalcino, dove, al contrario di ciò che avveniva in precedenza, sono dettagliatamente specificati tutti i parametri, dalla vigna fino all’imbottigliamento che comprende anche le diciture riportate in etichetta.

Approvate, poi, dall’assemblea dei soci, anche le rese per il 2014. I produttori hanno ratificato che la quantità di uva rivendicabile per il primo ettaro di vigneto iscritto a Brunello di Montalcino potrà essere di un massimo di 75 quintali superati i quali, la restante quantità (fino al massimo producibile compreso il supero del 20% rispetto ala massimale di 80 quintali per ettaro di cui al Disciplinare corrispondente a 96 quintali per ettaro), potrà essere rivendicata come Igt Toscana. A partire, poi dal secondo ettaro di vigneto iscritto a Brunello potrà essere di un massimo di 65 quintali per ettaro di Brunello, più 10 quintali di Rosso di Montalcino e la restante quantità (fino al massimo producibile compreso il supero del 20% rispetto ala massimale di 80 quintali per ettaro di cui al Disciplinare corrispondente a 96 quintali per ettaro), potrà essere rivendicata come Igt Toscana.

Infine, la quantità di uva rivendicabile per ciascun ettaro di vigneto iscritto a Rosso di Montalcino potrà essere di un massimo di 80 quintali superati i quali, la restante quantità (fino al massimo producibile compreso il supero del 20% rispetto la massimale di 90 quintali per ettaro di cui al Disciplinare corrispondente a 108 quintali per ettaro), potrà essere rivendicata come Igt Toscana. Per definire il primo ettaro di vigneto iscritto a Brunello di Montalcino di ciascuna ditta, deve essere fatto riferimento alla situazione aziendale così come rilevabile alla data del 31 maggio 2014.

Fonte: Consorzio del Vino Brunello di Montalcino

Franco Biondi Santi, l’autentico gentiluomo

7 aprile 2013

Così oggi se ne va, a 91 anni suonati, ‘l’ultimo fedele guardiano intransigente della tradizione del Brunello’, quel Franco Biondi Santi¤ da tutti quanti riconosciuto qual vero e autentico gentiluomo d’altri tempi. Appena due anni fa ne raccontammo qua¤, fu un momento a dir poco indimenticabile! R.I.P..

Franco Biondi Santi - foto A. Di Costanzo

Montalcino, Brunello 2002 Pian dell’Orino

20 novembre 2012

Duemiladue, annus horribilis per il vino? Chissà, si, boh, però; fu sicuramente un anno con un andamento climatico estivo davvero pessimo, e che certamente ne io ne Lilly dimenticheremo mai, tanta era l’acqua che prendevamo ogni sera dopo il lavoro costretti a bordo della nostra Nuova Vespa Centoventicinque.

E a guardare i numeri c’è ben poco da dire; pensate che a Montalcino, con la ‘92, la 2002 è la peggiore annata degli ultimi vent’anni: solo Due Stelle, pollice verso! Eppure, nonostante in molti si dissero talmente poco disposti nel dargli credito tanto da decidere non solo di non produrre i loro cru ma addirittura non produrne affatto, qualcuno, vuoi per necessità vuoi per avventatezza volle comunque mettersi in gioco, provarci. 

A tal proposito mi ritornano in mente le parole di Franco Biondi Santi quando gli chiesi di quell’etichetta speciale di Rosso prodotto appunto nel 2002. “Beh, Potevamo vendemmiare in Agosto quell’anno, tanto era già maturo il sangiovese grosso, ma ebbe a piovere, e per tutto il mese: più o meno 100 millimetri di pioggia la settimana, sino a metà settembre, quando decisi di far cominciare a tirar via il salvabile.  Portammo in cantina quel poco di buono che potemmo, da cui ricavammo, appunto, pochissimo vino, atto a divenire poi proprio quel Rosso di Montalcino lì!”.

Ma proprio lì, a due passi dalla Tenuta Greppo c’è anche Pian dell’Orino, la splendida azienda di Caroline Pobitzer e Jan Erbach, che decisero invece di mettersi in gioco; magari per necessità visto che muovevano proprio in quegli anni i loro primi passi a Montalcino. Dei temerari quindi o forse, chissà, semplicemente degli avventati. Detto ciò, e tutto il male possibile dell’annata e delle possibili vie di fuga da quel millesimo così nero per il Brunello, ti capita poi un vino come questo nel bicchiere e pensi a quanto invece possano essere riviste verso l’alto certe classificazioni. Non di molto magari, perché diciamolo subito che l’impressione che si ha di questo vino, già al secondo sorso, è che non avrà certamente lunga vita – manca chiaramente di profondità, di spina dorsale -, ma ad oggi, dopo dieci anni, mostra al naso come in bocca tante belle sfumature forse impossibili da cogliere allora e quindi altrettanto difficili da immaginare in prospettiva. 

Il colore è luminoso, ha sicuramente retto bene gli anni, sono infatti solo accennate le sfumature aranciate, giusto un’ombra sull’unghia del vino nel bicchiere. Il naso è ben calibrato, pulito, si avvicendano, a chiare note terragne, di sottobosco e di frutta secca i più classici sentori di confettura di amarena e prugna, grafite, e ancora note di briciole di cacao, cuoio e tabacco bagnato. Un quadro olfattivo sufficientemente apprezzabile se si pensa anche alla discreta freschezza che si coglie poi al palato: il sorso è maturo ma ben teso, con un tannino risoluto ma ancora sollecitato da buona acidità. Potremmo dire di un Brunello di ottima beva e di alto gradimento, un fiore tra le macerie di un’annata dannata, forse anche troppo. O troppo in fretta.

Più di tutti, poté uno Sperss 2001

10 novembre 2012

Proprio una bella esperienza, senza dover necessariamente aggiungere dell’altro, soprattutto usando paroloni oltremodo reverenziali per un’azienda che non ha certo bisogno di salamelecchi e cose del genere. Gaja è e rimane un riferimento. Punto.

Poche ma significative parole invece vanno scritte per la notevole esperienza degustativa regalataci proprio da Angelo Gaja in una sala del castello lì a Barbaresco, proprio di fronte, a due passi dalla sede storica della cantina; un luogo che sarebbe dovuto diventare, in origine, un posto d’accoglienza a 360° ma che poi si è scelto far diventare una sorta di showroom/museo aziendale. Per adesso. 

Un incontro aperto naturalmente dal benvenuto del padrone di casa, arricchitosi via via di tanti argomenti messi in campo di volta in volta: il territorio anzitutto, la storia (non solo dell’azienda di famiglia), il presente e il futuro di un areale, l’albese in particolar modo, che sembra rimanere, sospeso, in uno stato di grazia perenne, tra i pochi in Italia a portare avanti uno sviluppo tipicamente industriale senza però stravolgere l’equilibrio rurale delle sue immediate periferie; anzi, a guardar la storia, contribuendo in maniera decisiva a valorizzarlo probabilmente oltre ogni aspettativa.

Degustazione che si è naturalmente dilatata poi nel tempo e, dopo un passaggio obbligato per le cantine, anche a pranzo, all’Antica Torre, posticino davvero delizioso, nel cuore del centro storico di Barbaresco, proprio sotto l’antica torre del paese, dove abbiamo bevuto ancora dell’altro ma questa volta in compagnia di Lucia e Rossana Gaja. 

Questi gli appunti sul mio carnet: teso e minerale il Gaja&Rey 2009, ancora non del tutto schiuso al naso e in costante distensione in bocca (l’ultimo mio assaggio è dello scorso luglio); sopra ogni aspettative invece l’ottimo Alteni di Brassica 1998. Poi un Barbaresco, il duemilaotto, che sembra anticipare quanto vadano ad incidere i cambiamenti climatici in vigna anche da queste parti, “un fenomeno cui bisogna dedicare in futuro sempre maggiore attenzione e sempre più ricerca e studi specifici”, dice chiaramente Angelo Gaja. E la conferma ci arriva da un Sorì Tildin 2010 – un campione da botte servitoci però alla cieca e in bottiglia – che, se non fosse stato per l’evidenza tannica un po’ sgraziata sarebbe tranquillamente passato, per l’opulenza e l’eleganza con la quale si presentava invece al naso e nel complesso in bocca, come un vino “pronto” almeno per il suo lancio sul mercato.

Breve ma circostanziato il passaggio in Toscana, col Magari 2010 di Ca’ Marcanda, dal timbro inconfondibilmente rotondo e grasso tipico del bolgherese, e il Brunello Rennina 2006 di Pieve Santa Restituta, dal naso maturo e dal sorso austero e quasi ferroso tanto è minerale. Prima di ritornare, due volte, in langa, col Costa Russi: con un duemilanove di grandissima levatura, sontuoso per quanto verticale e fitto e un novantotto da manifesto emozionale, di quelli che una volta letti vale spegnere le luci e andare tutti a casa. Senza esagerare.

E infine c’è lo Sperss 2001, uno sparo secco nel buio. Quel buio dove ancora armeggiano tradizionalisti e innovatori alle prese con manuali, libretti e sermoni, quando invero servirebbe solo ascoltarli certi vini, come attraversano il tempo, e quel muro di chiacchiere inutili ai primi quanto ai secondi. Qui c’è una idea precisa, magari diversa, nuova, ma estremamente precisa di un vino verticale, variopinto, nuovo ad ogni sorso, di spessore, nerboruto, opulento, avvenente. Appagante. E dopo più di dieci anni che si mostra come fossero passati appena dieci anni. Un nebbiolo (di Serralunga d’Alba) con un saldo del 5% di barbera, mica pizza e fichi.


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