Archive for the ‘DEGUSTAZIONI VINI’ Category

Montevetrano, Silvia c’è!

14 novembre 2009

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Tutto nasce per gioco ma non per caso; la storia dell’azienda agricola Montevetrano ha origine nell’entusiasmo di poter sperimentare con un gruppo di amici la passione condivisa per il vino, laddove i riferimenti mitici del momento erano i vini bordolesi. Era il 1985 quando nei dintorni del Castello di Montevetrano, nelle Colline Salernitane in una vigna di appena due ettari di proprietà della famiglia Imparato sin dal 1940, dove si produceva frutta, nocciole, vino ed olio per uso familiare si reinnestano marze di aglianico di Taurasi, cabernet sauvignon e merlot su barbera, per’è palummo (piedirosso) e uva di Troia. Il 1991 è l’anno delle primissime  bottiglie di Montevetrano, davvero pochissime e solo per gli amici più stretti con il cabernet al 70% e l’ aglianico al 30%.

E’ una festa, un gioco per l’appunto che Silvia ha voluto innescare, ma sorprendentemente entusiasmante perché il Montevetrano è molto superiore alle aspettative cosicchè bando alle ciance e s’iniziò a fare sul serio. L’incontro con Riccardo Cotarella fa il resto della storia che ormai è patrimonio della vitienologia campana e se vogliamo dell’Italia intera. Si perfeziona il taglio con una percentuale più bassa di aglianico e l’introduzione del merlot ed infatti il vino risulta acquisire immediatamente grande godibilità seppur senza mancare in personalità e carattere da smussare con attenta evoluzione in bottiglia. 

Nasce un vino che in pochi anni, appena un quinquennio, divenne una icona di come un terroir assolutamente sconosciuto potesse assurgere a fasti illustri grazie ad iniziative coraggiose ed indirizzate a produrre solo e sempre qualità. Montevetrano oggi non è un semplice vino, è un simbolo, per alcuni è stato “la moda del momento” un po’ come accadde un decennio prima al Sassicaia, questi ben presto hanno dovuto ricredersi e guardare a questo piccolo gioiello proprio come hanno dovuto rivedere la loro posizione nei confronti dell’antesignano dei SuperTuscan in quel di Bolgheri. Forse il paragone è azzardato ma le vicende sembrano somigliarsi abbastanza, vedi Bolgheri oggi ed ammiri un’area vocatissima ed una denominazione prestigiosissima, ma in quanti avrebbero scommesso ciecamente sull’opera degli Incisa della Rocchetta? Montevetrano ha percorso vicende avverse e tanti pregiudizi proprio come il Sassicaia, facendo suo un terroir che prima non esisteva ed esaltandolo al suo massimo splendore; additato dai più per la mancanza di originalità, di una tipicità che in realtà in questa zona non è mai seriamente sopravvissuta ai vini modesti e venduti alla buona sul mercato locale è oggi forse la massima espressione territoriale che un vino possa rappresentare.

Pensare alla Campania fuori dagli schemi comuni dell’areale Irpino sempiterno apprezzato e dei vini della provincia di Napoli venduti in tutto il mondo ma sempre recepiti come vini di basso profilo poteva essere un grande affanno alla ricerca di una o due realtà capaci di esprimersi a livelli qualitativi eccelsi, oggi tutto questo fortunatamente è ampiamente superato, dire Campania è dire tanto ma non è più difficile pensare a questa terra come espressione di grandi cru e Montevetrano è a tutti gli effetti uno di questi. Per avere una idea chiara di cosa possa esprimere nel tempo questo vino, segue una breve verticale di quattro annate.

139b[1]Montevetrano 2006. Il Montevetrano è prodotto esclusivamente con uve di proprietà, cabernet sauvignon, merlot ed Aglianico nella selezione clonale vicino all’aglianico di Taurasi. Viene vinificato ed imbottigliato nella tenuta, a garanzia del controllo totale di tutto il ciclo produttivo. Il 2006 si presenta con un colore rosso rubino, di bella vivacità caratterizzato da poca trasparenza, segnale questo di grande estrazione che si evince anche dalla consistenza nel bicchiere che  manifesta lungo le sue pareti una certa presenza glicerica con “lacrime” ricche e lente nello scivolare. Il primo naso è intenso su note vegetali, immediatamente un riconoscimento peperone, poi si apre su note di piccoli frutti surmaturi, ribes e mirtillo, accentua la sua complessità su lievi sensazioni balsamiche che ne esaltano la vinostà. In bocca è secco, la spalla acida ne accentua la giovine età ma non nasconde una struttura ampia e complessa. La profondità di questo vino solo il tempo potrà esaltarla, dona già segni tangibili di buona longevità; da servire alla temperatura di 16 gradi in calici ampi ma non eccessivamente, risulterebbero accentuare la sua attuale esuberanza olfattiva sulle note vegetali. Lo abbiamo abbinato ad un gattò di patate con provola e mortadella e salsa di funghi porcini, tendenza dolce, succulenza ed aromaticità da contraltare a sensazioni olfattive intense, acidità e lunga persistenza del vino.

139b[1]Montevetrano 2005. Il colore è di un rosso rubino, carico e caratterizzato da una impenetrabile veste cromatica. Di buona consistenza nel bicchiere. Il naso manifesta note olfattive molto interessanti ed eterogenee, iniziano su sensazioni fruttate dolci accompagnate da eleganti esalazioni balsamiche; poi confettura di susina, mirtilli e ribes neri, note di spezie sottili ed eleganti, pepe nero in primis. In bocca manifesta la sua giovane tannicità, senza esagerare, sorretta da un frutto estremamente ricco e voluttuoso che gli conferisce un gusto eccezionalmente persuasivo. E’ intenso, persistente e molto lungo anche nel finale di bocca. Da servire in calici mediamente ampi dopo aver lasciato per tempo debito ossigenare la bottiglia aperta magari qualche ora prima di servirla, noi l’abbiamo accostato, giocando con un abbinamento del cuore alla zuppetta di fagioli e scarola riccia con Mozzariello, un piatto povero che trova la sua nobiltà in abbinamento a cotanto vino.

139b[1]Montevetrano 2004. L’annata è stata essenzialmente regolare dal punto di vista climatico, l’areale di San Cipriano Picentino sempra baciato dagli dei in questo, la vendemmia ha avuto il suo inizio a metà settembre.Il colore è rosso rubino, appena meno accentuato rispetto all’annata precedente, comunque vivace ed invitante. Di buona consistenza nel bicchiere. Qui il naso, il primo naso è di floreale passito, poi un fruttato intenso, maturo quasi marmellatoso di grande finezza e persistenza; vengono fuori note balsamiche, tabacco e note di cacao in polvere. In bocca quasi a sorprendere ritorna una spalla acida sincera ed efficace da non confondere con il tannino che risulta attenuato e ridimensionato dall’evoluzione in bottiglia di questo blend sempre più affascinante quanto esaltante. Da servire, soprattutto per la sua verve in calici mediamente ampi ad una temperatura di 16/18 gradi, noi l’abbiamo accostato per l’occasione con un primo piatto tradizionale rielaborato alla nostra maniera, Vesuvio di Paccheri ripieni con passata di pomodori San Marzano di Colle Spadaro.

139b[1]Montevetrano 2001. L’annata è stata caratterizzata da un inverno molto freddo e da un germogliamento tardivo che ha concesso una minore quantità di uva. Le piogge ben dosate però hanno consentito un ciclo vegetativo costante e senza stress particolari sino alla raccolta avvenuta in pieno settembre. Innanzitutto alcuni dati tecnici a sostegno della grande impressione che ho ricevuto da questo vino in questa annata: le uve vengono lasciate a macerare con la buccia per circa 20 giorni in acciaio inox previo salasso del 15%, vengono effettuate durante questo processo numerose follature per rendere omogenea tutta la massa. Successivamente il vino rimane per 8/12 mesi in barriques nuove da 225 lt. di rovere di Nevers, Allier e Tronçais. L’ alcool è di 13% vol. sorretto da un pH di 3,65 e da un’acidità totale pari a  5,10 gr/lt. L’estratto secco è di 33. Si presenta nel bicchiere con un colore rosso rubino con appena delle sfumature sull’unghia del vino tendenti al granato, rimane vivace e poco trasparente. Il primo naso è evoluto ed etereo su note balsamiche e di spezie, avvolgente nelle sue senzazioni di frutti in confettura. In bocca è secco e caldo, avvolgente nella sua trama gustativa che non lascia spazio ad asperità o sensazioni di durezza. Impressionante a parer mio l’armonia che caratterizza questo vino in questo millesimo bevuto oggi, prova tangibile che il Montevetrano può tranquillamente essere aspettato negli anni, senza indugi. Da servire ad una temperatura intorno ai 16/17 gradi in calici panciuti, noi lo abbiamo abbinato al filetto di maiale con spezie, erbe ed aceto balsamico e servito con salsa ridotta di Montevetrano.

Diario di una Bevuta, Faro 2005 di Palari

13 novembre 2009

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Non è certamente così facile dire “I love Sicilians” così come presentano spesso gli americani l’alto gradimento dei rossi siculi negli Stati Uniti, ed il dubbio diviene sempre più certezza quando si va alla ricerca di quella materia autoctona siciliana  che esula dal Nero d’Avola “cabernetizzato” e capace di spiazzare profondamente; “cabernetizzare” ma talvolta anche “merlotizzare”, parole eccentriche lo so ma che rendono bene l’idea del fenomeno che tanto ha impazzato nell’ultimo ventennio sino ad ammorbidire e deacidificare (manco si trattasse di olio) ogni vino “tipicamente” italiano ed appiattire ogni qualsivoglia proposta di winebar, che soprattutto dalle nostre parti non hanno mai reso bene l’idea del nome che portano in dote, sostituendosi man mano grazie ad un’alchimia tutta da decifrare ai Pub, con la sola differenza che di fianco al panino con i crauti anziché una deliziosa Lager tedesca offrono l’imbarazzo della scelta tra gli italianissimi Fragolino, Raboso e per l’appunto Nero d’Avola cabernetizzato. Minchia verrebbe da dire!

Il fenomeno si è di molto ridotto, è vero, e meno male mi verrebbe da dire, ma è importante rilanciare l’idea di una terra, la Sicilia che è ricca di un’anima ancora inespressa, di un’anima non ambìta dai grandi imprenditori venuti dal nord a piantare centinaia e centinaia di ettari a Merlot, Syrah e Cabernet, per’altro stupidamente seguiti da molti produttori locali che hanno continuato a spiantare vitigni autoctoni per fare posto alla globalizzazione, a quell’internazionalizzazione che ben presto li ha lasciati avvinghiati in un mercato in crisi ed in una profonda crisi d’identità. Faro ha un valore aggiunto solo per questo, fuori dagli schemi voluti da chi la terra non l’ama ma la sfrutta e basta.

Faro è una delle denominazioni siciliane più piccole, estesa su di un’area molto evocativa che guarda proprio al continente di là dello stretto di Messina, qui Salvatore Geraci con l’aiuto dell’enologo Donato Lanati ha tirato su questo piccolo gioiello agricolo, votato al recupero ed alla valorizzazione di vitigni siciliani come il Nerello Mascalese, il Nerello Cappuccio, il Nocera ed alcuni altri dai nomi quantomeno stravaganti: core ‘e palumba, acitana, galatena, tutti rientranti nel disciplinare di produzione locale. In questa dimensione nascono due vini, Il Faro doc e l’igt Rosso del Soprano, quest’ultimo volutamente fuori dalla denominazione per consentire la produzione di un vino doc assolutamente espressivo del territorio, pertanto consentendo di concentrare sul primo le migliori selezioni di vigna e le migliori attenzioni possibili pur garantendo col secondo, un vino di qualità ( in alcune annate superbo) ma soprattutto di maggiore fruibilità commerciale.

Ha un colore molto affascinante, rosso rubino con tendenza al granato ed una piacevole trasparenza, si pone di media consistenza nel bicchiere. Il primo naso è assai intenso su note terziarie, balsamiche, si percepisce incenso, grafite. Lasciandolo aprire per bene vengono poi fuori note di frutta in confettura, di cacao, di caffè tostato chiudendo su di una decisa voluttà minerale. Mi piace l’idea di avere dinanzi a me un vino fine, estremamente elegante, profondo; Al gusto è secco, abbastanza morbido, i 18 mesi di legno nuovo sono perfettamente integrati in un sapore gustoso ed avvolgente, avvincente, vibrante e senza sbavatura alcuna, sorretto da una acidità ben legata. Ecco come si possa internazionalizzare un autoctono siciliano, sdoganare senza stravolgere un vino che bevuto alla cieca non può non portare in terre borgognone, eppure siamo a sud, nel profondo sud di una terra meravigliosa e straordinaria qual è la Sicilia. Chapeau!

© L’Arcante – riproduzione riservata

Diario di una bevuta, l’Amarone 2005 di Zenato

11 novembre 2009

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Il primo appuntamento non si scorda mai ovvero tutti ci vogliono essere, forse per questo che diversi amici hanno fortemente voluto partecipare al primo appuntamento settimanale di “Diario di una Bevuta”, percorso di degustazione che vuole aprire una interessante finestra su buoni e grandi vini da conversazione lasciando spazio anche alla scoperta di alcune realtà interessanti fuori dalle scelte quotidiane. Ma il primo passaggio è stato volutamente “rotondo”, anche per tastare il polso ad un momento del quale tutto si può dire tranne che vorace di esperienze particolarmente complesse da articolare e non di meno recepire.

Amarone [7]Eccoci dunque di fronte a questa bella bottiglia che negli anni è divenuta sempre più pesante ma al contempo sempre più elegante con questa sua etichetta minimalista, color sabbia, essenziale nella descrizione della denominazione del vino e degli elementi utili e richiesti per legge.

Un vino dal bel colore rubino con piccole sfumature granata, di buona vivacità e poco trasparente, consistente nel bicchiere. Il primo naso ha bisogno di tempo per manifestare tutta la sua elegante verve, coperta inizialmente da una nota alcolica particolarmente persistente. Lasciato debitamente respirare inizia ad aprirsi su di un ventaglio molto gradevole di frutta matura, in confettura, di prugna e poi di ciliegia sottospirito; il leit motiv rimane questo per molto tempo prima di proporre altre interessanti sfumature, senza però eccedere, come sentori di polvere di cacao e spezie nere, china calissaia.

Questo Amarone come pochi altri in Valpolilcella viene prodotto da corvina, rondinella e sangiovese, uve lasciate lungamente appassire nei fruttai, sulle arèle, sino a gennaio inoltrato prima di essere vinificate e passate per il legno (Tonneau) per almeno 36 mesi.

La struttura alcolica è forse l’aspetto più preponderante, robusto, per qualcuno sino all’ecceso, ma che regala ai meno pretenziosi una gradevole e morbida beva, e con essa probabilmente l’opportunità di avvicinarsi ad una tipologia di rosso italiano quasi sempre adatto ad ogni occasione. Da servire in ampi calici svasati, perfetto su braciole di maiale nero casertano con purea di castagne e riduzione di vincotto.

Brunello di Montalcino, assaggi a tutto tondo

11 novembre 2009

Una recentissima degustazione trasversale di Brunello di Montalcino fatta lo scorso fine Ottobre, ha decisamente rafforzato secondo me il grande coraggio con il quale alcuni marchi storici ilcinesi stanno portando avanti ormai da tempo una progressiva modernizzazione del blasone toscano.

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Allo stesso tempo però ci duole sottolineare quanto alcune altre aziende per modernizzazione hanno ben inteso esclusivamente la sua “internazionalizzazione”; è noto ormai la storica appartenenza al mercato mondiale di questo stupendo vino italiano, il Brunello ha sempre (quasi) avuto un anima ed un corpo inconfondibile e le recenti (più o meno)  modifiche al disciplinare hanno consentito oltremodo di consolidare il mito nonostante un lungo e chiacchierato dibattito, adottando tra le altre anche misure concrete a difesa del marchio, sempre al centro di possibili contraffazioni in un mercato a volte non proprio sotto controllo. Alcune riflessioni però me le sono (ce le siamo) concesse lo stesso, al di là dei prezzi, in alcuni casi davvero discutibili e sempre meno accessibili ad un pubblico ampio, legati spesso soprattutto a costi più suscettibili di problematiche crude che l’economia ilcinese non riesce a metabolizzare piuttosto che alla ricercatezza del prodotto; ma veniamo ai vini degustati: il mito è sempre all’altezza? E quale etichetta per non sbagliare? E’ giusto aspettare tanto tempo prima di berlo? Ecco cosa ne è venuto fuori.

La premessa è che per trasversale abbiamo inteso l’assaggio in contemporanea di diversi Brunello di Montalcino di aziende differenti ed annate diverse ma vicine come qualità.

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Brunello di Montalcino riserva Poggio al Vento ’98 Tenuta Col d’Orcia, Loc S. Angelo in Colle, Montalcino (SI). Qui alla fine la standing ovation era d’obbligo, e qui che tutte le nostre domande e/o riflessioni hanno avuto le risposte più esaustive. Poggio al Vento è un gioiello dell’enologia toscana, uno di quelli da esibire con orgoglio, non facile da trovare in giro anche perchè non proprio papabilissimo con i suoi 55 euro a bottiglia, ma di certo di gran lunga superiore a diversi altri Brunello di costo al di sopra della media qui trattata. Il colore è segnato dal lungo invecchiamento, ma di una bellissima veste tendente all’aranciato, nel bicchiere la sua scorrevolezza lascia passare inosservata la sua consistenza sia alcolica che estrattiva, segnale di una riuscitissima fase evolutiva. Al naso è complesso, ricco e persistente naturalmente su profumi e sentori di gran lunga fini ed eleganti, scorza d’arancia candita, acacia, cuoio, cardamomo, in sequenza ordinata e ben definita. In bocca desta preoccupazione per l’impatto deciso e calorosamente avvolgente ma poi il tannino fa il suo dovere, dà spalla e non da protagonista, e ritornano piacevolmente note speziate sul finale di bocca. Un gran bel Brunello, prodotto con una lunga sosta in botte di rovere d’Alliers, in più o meno 18.000 unità e solo nelle annate maggiormente favorevoli.

Brunello di Montalcino ’99 Fattoria Poggio di Sotto, Loc. Castelnuovo dell’Abate, Montalcino (SI). Qui il rosso ha acquisito una tonalità aranciata con una bellissima trasparenza, segno del tempo che ha svolto per bene il suo lavoro anche in relazione alla consistenza nel bicchiere che non ha perso corpo. Al naso il vino è soprattutto terziario, ricco cioè di profumi dovuti proprio all’invecchiamento, con sentori di spezie, tabacco, pelliccia su tutti; dopotutto l’azienda è restìa a mettere in commercio questo vino prima dei 36-40 mesi di affinamento in botte, alla vecchia maniera. In bocca è deciso, persistente con un tannino ancora di nerbo ma ben equilibrato. Si è riconquistato fiducia dopo un assaggio precedente non proprio esaltante.

vpsbrunelloannata1999b[1]Brunello di Montalcino Villa Poggio Salvi ’99 Villa Poggio Salvi, Montalcino (Si). Biondi Santi è sicuramente un riferimento importante per tutta l’enologia italiana ed altrettanto lo è oggi, e la continua ricerca di confronto col presente è un valore aggiunto per una azienda che non si è mai posata sugli allori. Villa Poggio Salvi è un marchio che si è fatto strada sulle orme leggendarie del grande Franco Biondi Santi, di proprietà della nuora, moglie del figlio Jacopo. Questo Brunello può risultare (è risultato) abbastanza semplice nella sua totalità ma di certo non gli si può certo dire di domandare un prezzo impossibile. Di colore rubino netto, concentrato e poco trasparente nel bicchiere, al naso ripercorre una linearità rassicurante con profumi di frutti maturi, confettura di marasca, caffè. In bocca è secco, asciutto con un tannino presente ma non incalzante, decisamente “rotondo”.

Brunello di Montalcino ’99 Mastrojanni, Loc. Castelnuovo dell’Abate, Montalcino (SI). Ecco un taglio decisamente più moderno del Brunello di Montalcino, proposta da una azienda che seppur non proprio giovanissima ha virato decisamente verso uno stile più “morbido” rispetto alla tradizione montalcinese. Di colore rubino, si percepisce subito che la qualità della materia prima è altissima, concentrato con lievi nuances tendenti al granato. I profumi ricordano inizialmente il passaggio in legno, botti di media capacità di rovere francese che esaltano la sua freschezza gustativa nonostante la lunga sosta tra legno e bottiglia; poi anche qui saltano fuori sentori di frutta matura, quasi cotta, liquerizia e fini spezie. In bocca è caldo con un tannino ben domato, mi lascia perplesso solo nell’equilibrio, per il bellissimo colore, i concitati profumi ma una complessità non avallata da una lunga persistenza.

Brunello di Montalcino ’00 Mastrojanni, Loc. Castelnuovo dell’Abate, Montalcino (SI). A gran fatica alla fine è venuto fuori un gran bel vino. Quando si dice che per godere di un vino si ha la necessità di aspettarlo per certi versi sembra essere un eccesso di sacralità, ma necessaria. Il vino è rimasto aperto per almeno tre ore e mezza prima di manifestare “vagiti” squillanti. Il colore è apparso subito bello, concentrato, al naso dopo “l’attesa” si è concesso generoso su frutti maturi come prugna e ciliegia in confettura e sottospirito accompagnati da una nota fine ed elegante di erbe aromatiche, infine di tabacco. In bocca asciutto, di buona concentrazione, anche di tannino, ben presente ma non devastante come spesso accade in vini di questo estratto. Una nota a margine: l’azienda Mastrojanni propone una vinificazione estremamente tradizionale per i suoi Brunello, in vasche di cemento prima del lungo affinamento in botti di rovere d’Alliers.

A378CDBCAXLOX1XCANC4W5TCAA74Q4BCARHLARKCAGGXZFPCAIL3GKGCA897ECFCAKXBNBZCACDD1DVCA5HDC61CAY3B380CA6DOGODCAAIIHL4CAZVI5Q2CAWNEFMVCA7IRRW0CAN3HKUXCA863PASBrunello di Montalcino Castelgiocondo ’00 Marchesi Frescobaldi, Firenze (FI). Un marchio con oltre settecento anni di esperienza è difficile che smentisca le attese, ma quando si inizia a legare la qualità alla quantità qualche passo falso può accadere (o no?) . Produrre 250,000 bottiglie di Brunello non è da molti, soprattutto se è il Brunello di punta dell’azienda che solo nelle migliori annate viene affiancato dalla riserva. La forgia non è male, il colore è di buona concentrazione, il naso offre una franchezza immediata su note di ciliegia, di prugna in confettura e cassis ed in bocca il vino rivela un buon corpo ed un tannino non invadente. E’ un vino però che manca di personalità, manca di quella mascolinità che al Brunello serve per non disperdersi negli anni, in una parola un vino certamente corretto anche nel prezzo ma senza armonia e, credo, in una fase già discendente della sua parabola evolutiva.

GrepponeBrunello di Montalcino Greppone Mazzi ’00 Tenimenti Ruffino, Pontassieve (FI). Se il diavolo veste Prada, il Greppone Mazzi potrebbe tranquillamente vestire Missoni. Questo passaggio per raccontarvi di un vino che davvero riconcilia col terroir di Montalcino. E’ pur vero che l’azienda è malinconicamente orbitante nella sfera anglo-australiana dopo la cessione a Constelletions brand (multinazionale del drink e non) ma se i risultati sono questi, tanto di cappello. Il vino è concentrato, polposo ed invitante già all’esame visivo, i profumi sono dapprima austeri, l’alcol inizialmente è sovrastante ma dopo un po’ questo Brunello sembra scoprire una verve eccezionale: sentori di confettura di frutta, di mirtillo, cassis, penetranti ed avvolgenti, poi ancora note di cardamomo e tabacco. In bocca è potente, 14 gradi a tutto tondo per un vino caldo, di corpo ma asciutto e perfettamente bilanciato nelle sue componenti di durezza e morbidezza. Sicuramente con un paio d’anni ancora alle spalle ci darà nuovamente soddisfazioni.

Brunello di Montalcino ’01 Castello Banfi, Loc. Poggio alle Mura, Montalcino (SI). Un paio di numeri per capirci. Castello Banfi è un colosso da 11.000.000 di bottiglie, circa 900 ettari di proprietà e tra le 22 referenze presenti in carta di questo Brunello se ne producono qualcosa come 660.000 bottiglie. La dimensione non proprio artigianale non vuole essere un pretesto per sparare a zero su questo vino, ma certamente dopo la degustazione non rimane nella memoria come per esempio Il Poggio Alloro riserva ’99 di recente assaggio o per esempio il cru Poggio alle Mura ’99 altrettanto eccezionale. Colore profondo, profumi molto evoluti, quasi pompati da una polposità che promette al naso ma in bocca rimane evanescente lasciandosi una scia di alcol che seppur non eccessivo non è supportato da un corredo acido-tannico all’altezza. Rimandato, alla prossima annata.

A378CDBCAXLOX1XCANC4W5TCAA74Q4BCARHLARKCAGGXZFPCAIL3GKGCA897ECFCAKXBNBZCACDD1DVCA5HDC61CAY3B380CA6DOGODCAAIIHL4CAZVI5Q2CAWNEFMVCA7IRRW0CAN3HKUXCA863PASBrunello di Montalcino  Castelgiocondo ’01 Marchesi Frescobaldi, Firenze (FI). Di ritorno sul marchio settecentenario siamo passati al 2001 del benemerito non certamente consapevoli della poco felice interpretazionbe del 2000. Qui ci siamo divertiti a dirne tanto su come sia fantastico il mondo del vino e dei suoi protagonisti, non prima di aver apprezzato come in un balzo di una sola annata abbiamo assaggiato due etichette che possono essere sintetizzate proprio come croce (la ’00) e delizia (la corrente ’01). Colore rosso rubino con lievi accenni aranciati ma ben corredati da una veste brillante. Al naso ci mette un po’ per esprimersi al meglio ma sembra eseguire alla perfezione “il mandato” con sensazioni che girano dalla frutta matura, al balsamico, al goudron fino a note di tostato e di caffè in particolare. In bocca è gradevolmente tannico, di buon corpo e con un frutto delizioso ed avvolgente; ma sa di Brunello? Insomma un vino estremamente corretto, senza particolari picchi di entusiasmo ma comunque piacevole.

Flòres 2007, la falanghina dei fratelli Spada

10 novembre 2009

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Nella memoria popolare esistono alcuni luoghi in Campania, per così dire comuni, intramontabili per fascino e storia. Scenari ideali per ogni momento dell’anno: l’inverno inoltrato, con le sue folate gelide è un momento della stagione fredda ideale per vivere, per esempio, l’irpinia, dove con l’aria impregnata dall’odore delle fescine che alimentano i camini accesi, ogni buon focolare da Ariano Irpino a Nusco offre una suggestione unica ed indimenticabile all’avventore di turno. In primavera, soprattutto quando si ha la fortuna di una Pasqua alta, Montesarchio ed i “Mafarielli” vengono presi letteralmente d’assalto da gente di ogniddove. Così in estate, che come sempre riempie le spiagge di un po’ tutta la costa lascia sempre alle spalle ricordi più o meno memorabili di almeno un’uscita a Pineta Mare o un bacio rubato a Baia Domizia piuttosto che a Marina di Camerota. Insomma, una regione per tutte le stagioni, ed una delle mete più suggestive in autunno, giusto per quadrare il cerchio, non può che essere il parco di Roccamonfina, che in questo tempo splende con i suoi meravigliosi colori bruni e quell’odore di terra bagnata che impregna l’aria da San Carlo di Sessa Aurunca sino a Roccamonfina e a Galluccio tra ciliegi, viti e castagni ormai in riposo vegetativo.

Su queste terre si estende il cuore della azienda Spada, con i suoi 30 ettari, di cui 22 a vigneto votati perlopiù a falanghina ed aglianico con ancora qualche vecchia vite di montepulciano, da sempre presente in questo areale sin dagli anni cinquanta e che per molti anni ha rappresentato manna dal cielo per alcuni commercianti di vino sciolto locali e forestieri. Proprio qui però i fratelli Vincenzo ed Ernesto Spada sin dalla prima metà degli anni novanta hanno avuto bene in mente quale potesse essere il migliore futuro per la loro tenuta e l’incontro con Riccardo Cotarella, nel 2001, ha contribuito a rinsaldare il fermo principio di puntare esclusivamente alla qualità ed alla valorizzazione del patrimonio viticolo autoctono, con il quale il sommo enologo umbro del resto già si stava cimentando con successo proprio in loco con la stretta collaborazione con la neonascente Galardi (Terra di Lavoro, ndr) e la storica famiglia Avallone di Villa Matilde che proprio nell’areale di Roccamonfina aveva focalizzato da tempo importanti investimenti nella tenuta Rocca dei Leoni votata proprio a falanghina ed aglianico.

logo_mini[1]Il Flòres è un vino che fa della piacevolezza un arma bestiale, è invitante, accattivante, suggestivo, avvenente e scorrevole nella beva sino all’eccesso. Inebriante! Ha un colore gradevole, giallo paglierino con nuances ancora gioviali, di buona consistenza nel bicchiere. Il primo naso, come detto è molto invitante, arrivano immediate note floreali e fruttate che richiamano la primavera e l’esoticità di tipici frutti a polpa bianca e rosa, papaya, carambola, mango, pompelmo. Qui ha gioco facile il fiano, che in questo areale esprime sempre gradevoli note aromatiche,  poi viene fuori la falanghina con le sue note erbacee, minerali, in fine agrumate. In bocca è secco, contenuto in uno spettro acido gradevole ed ammiccante che invita subito al secondo sorso prima di rivelare l’anima sapida ed equilibrata di un vino giovane ma pronto da bere, che strizza l’occhio al succulento flan di zucchine della mia Lilly ma che non manca di mostrare il giusto carattere sul tortino di scarola e gamberi con pinoli e noci secche di Antonio Lubrano del ristorante Il Rudere di Pozzuoli. Ecco una nuovo vino da cercare nelle carte dei ristoranti o sugli scaffali di una enoteca.

Aglianico del Taburno Fidelis 1999, Cantina del Taburno

9 novembre 2009

Il 1999 è un anno davvero ricco di accadimenti, storici, culturali, umanistici ma anche di grandi sofferenze, imprese, sorprese e delusioni. E’ ufficialmente l’anno di nascita dell’euro, la Polonia, l’Ungheria e la Repubblica Ceca entrano nella Nato superando del tutto quella cortina di ferro che sino a dieci anni prima li teneva uniti nel cosiddetto blocco sovietico, quella stessa Nato che il 24 Marzo inizierà i bombardamenti sulla Jugoslavia per fermare il visionario presidente nazionalista serbo Slobodan Milosevic. A Torino muore l’editore Giulio Einaudi, a Roma l’intramontabile Corrado, a Pantani viene scippata l’ultima maglia rosa mentre di lì a pochi giorni Lens Armstrong vincerà il primo dei suoi sette Tour De France.

Immagine9A volte trovo quasi inopportune certe perifrasi a delle belle bevute come questa, ma a guardare un millesimo così importante mi sono venuti in mente più che le elucubrazioni etiliche di autorevoli degustatori subito grandi ricordi che meritavano di essere spolverati e verificati. Adesso però spazio a questo stupendo vino, davvero una notevole e piacevole sorpresa, nella sua essenza, nella sua netta e schietta espressione gusto-olfattiva: invitante, avvolgente, sbalorditivo, pura esibizione di freschezza e godibilità quanto meno inaspettate. Certi vini riescono ad essere una grande esperienza, e non perchè rari o introvabili, ma perchè sorprendenti e come tali si guadagnano il loro spazio nel mio personale Diario di una Bevuta. Innanzitutto le premesse, tutto fuorchè appetibili: etichetta rovinata dal tempo e dall’umidità, capsula poco meno che ammuffita, sughero abbastanza malconcio con annesso rischio di rottura. Tutti elementi che mi insinuano forti dubbi sulla tenuta del vino e non ultimo sulla qualità della sua conservazione, direi non proprio da manuale e che rischiano di svilire anche le flebili aspettative di un delizioso amarcord. Superata questa fase, eccolo questo Fidelis ‘99 che scorre via nel calice imperante, lasciandogli il tempo necessario per dissipare le prime evidenti inibizioni, soprattutto olfattive: il colore è bellissimo, integro, un rosso rubino ancora vivace con nerbature granata appena accennate, di buona concentrazione materica, poco trasparente e molto invitante.

picturesIl primo naso è slanciato, dieci anni tra botte e bottiglia sembrano aver condensato solo il meglio di questo vino, che ricordiamo non essere 100% aglianico ma un vinaggio di quest’ultimo con sangiovese e merlot. Gli aromi, intensi, si aprono su note di amarena e lampone in confettura, prugna, un frutto maturo e compatto, costante, che fa posto successivamente a riconoscimenti terziari nient’affatto banali, lignite e tabacco. La sorpresa maggiore arriva in bocca, perchè superate le premesse di cui sopra ed una affascinante rivelazione olfattiva a questo punto mi aspetto il colpo ad effetto, che non tarda un attimo ad arrivare. L’attacco, se così si può dire, è lievemente tannico (!) ma assolutamente equilibrato, fuso compiutamente ad acidità e glicerina che gli rendono una beva esemplare, intensa, avvolgente, sinuosa, spudoratamente vellutata ed ammantata da un finale rotondo e deliziosamente fruttato di amarena. L’ho immaginato eccezionale sulla minestra maritata di Laura e Luisa Iodice di Fenesta Verde a Giugliano, di cui sento grande mancanza ma non solo per questa una delle prossime tappe autunnali da non far mancare nel personale calendario gourmet.