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Napoli, verticale storica Muffato della Sala

23 aprile 2010

Slow Food Campania

in collaborazione con Luciano Pignataro wineblog

Giovedì 29 aprile alle ore 19,30

A Napoli presso il prestigioso Hotel Romeo di via Marina andrà in scena un evento dal sapore straordinario, protagonista uno dei vini più preziosi e ricercati dell’enologia italiana, tra i primi vini da meditazione nostrani a rincorrere il mito dei grandi bianchi muffati bordolesi: Il Muffato della Sala di casa Antinori, la leggenda dolce made in Italy prodotto nella suggestiva tenuta umbra di Castello della Sala.

Ospite illustre Renzo Cotarella ( qui una intervista di questo blog allo storico direttore generale di Antinori dello scorso febbraio) che condurrà la sessione di degustazione con Angelo Di Costanzo, Primo Sommelier Campania 2008, prima di lasciare la parola per le fasi conclusive sponsabile regionale vino Slow Food Campania, il giornalista Luciano Pignataro.

Queste le annate in degustazione: 1988, 1989, 1991, 1993, 1996, 2004 e 2006.

L’ingresso ha una quota di partecipazione di 35 euro (30 per i soci Slow Food, Ais e Fisar). I posti disponibili sono in totale 40, per prenotazioni ed ulteriori informazioni si prega di contattare Slow Food Campania inviando una mail a info@slowfoodcampania.com oppure a Novella Talamo a ntalamo@gmail.com.

I vini della Campania, qui tutti gli indirizzi utili

9 gennaio 2010

Ci sono arrivate numerose mail, soprattutto lo scorso fine settimana, evidentemente da fuori regione, che ci chiedevano dove e come cercare una valida guida ai vini della nostra regione Campania. Buona parte del merito di tante richieste è senz’altro imputabile alla straordinaria visibilità acquisita da questo blog grazie agli amici di Dissapore ed Intravino che hanno tenuto, nei primi giorni dell’anno, lungamente in home il nostro articolo sulle bollicine campane (circa 80 visite uniche al giorno per tutta la settimana a cavallo del capodanno). Ebbene, oltre che invitare tutte queste persone a continuare a seguirci con la speranza di dare loro sempre delle buone dritte sul nettare delle nostre terre, gli abbiamo segnalato, qualora riuscissero ancora a trovarne qualcuna in giro, un classico, ormai, dell’editoria nostrana a cura dell’amico Luciano Pignataro, edizioni l’Ippogrifo, uscita in libreria qualche tempo fa (2007) ma a tutt’oggi l’unica opera di riferimento per avere tra le mani tutti gli indirizzi utili.   

La Guida completa ai vini della Campania, aggiornata al 2006 contiene questi numeri: 58 aziende a Napoli, 68 in Irpinia, 60 nel Sannio, 30 nel Casertano e 30 del Salernitano. I vini più importanti sono descritti a più mani, alcune verticali storiche, come il Fiano di Vadiaperti, il Taurasi Macchia dei Goti di Caggiano, il Radici di Mastroberardino, il Montevertrano, il Fiano di Marsella,sono raccontate e fissate nella storia vitivinicola campana. Ogni azienda è stata visitata personalmente dall’autore prima di entrare nella guida. In appendice i ristoranti più importanti, i wine bar, l’elenco ufficiale dell’Ais e di Assoenologi. Infine le bottiglie dell’Arca: 142 etichette scelte per riporle nella cantina ideale del vino campano secondo il gusto e le suggestioni dll’autore. Elemento da non trascurare, la guida è sponsor free, cioè non basa il proprio budget editoriale su nessun contributo privato o pubblico, niente pubblicità dirette o indirette (vedi acquisto copie concordato prima della stesura). L’autonomia di giudizio è garantita dall’investimento editoriale perché questo lavoro è stato pensato per i lettori e gli operatori del settore in una fase in cui la critica enologica sta subendo un profondo ripensamento. Ogni scelta, ogni valutazione, ogni indicazione, è il frutto di una scelta consapevole dell’autore e dei giornalisti che hanno partecipato all’impresa.

Chi vuole acquistarla può provare, per spedizione, a trovarne ancora qualche volume scrivendo a info@edizionidellippogrifo.it o telefonando all’editore Franco Ciociano (347.0503455 e 081.5177000).

Noi? Solo dei buoni Amici di Bevute

5 dicembre 2009

Guardatela bene questa foto, ve la presento: c’è un ristoratore, un sommelier, una giornalista, un’enologo, cinque produttori di vino; c’è, ma non si vede, l’entusiasmo di esserci, di raccontare, di stare tra le gente. Non l’entusiasmo di ognuno di questi sorrisi, quello può apparire scontato, dovuto, essenziale, ma quello che si respirava nell’area, da vivere in prima persona, da cavalcare senza paura come si fa con un’onda e con la propria tavola da surf, quello che si costruisce con anni di storia, di mani sporche di terra e camicie e mani imbrattate di vino, polpastrelli consumati dalla ricerca della migliore materia prima e dal lavoro ai fornelli¤.

Nessun professore tra noi, nessun sermone, nessuna degustazione tecnica da sfoggiare, solo tanta ma tanta voglia di raccontare, di essere tra la gente con la gente, con i nostri avventori, giammai clienti, amici di bevute che hanno voglia di scoprire e capire il vino (ed il cibo) e le sue origini attraverso persone che il vino ed il cibo lo fanno, lo sanno fare e raccontare. Ecco perchè con Giulia¤ abbiamo pensato a questo evento, perchè Vincenzo Mercurio¤ dopo tanti anni di duro lavoro ed esperienza da vendere ha saputo raccogliere la sfida di scoprire e capire altre realtà, di sondare i tanti, diversi, complessi terreni sui quali si muove il vino in Campania, dal Cilento al Massico, dai Campi Flegrei al Taburno sino all’amata e profondamente conosciuta Irpinia.

Questo è stato Viaggio al centro dell’autoctono¤, come l’abbiamo pensato, questo è quello che vogliamo intraprendere per lasciare alle persone, liberamente ispirate da ciò che hanno nel piatto e nel bicchiere, seguite appassionatamente, di decidere qual’è il proprio vino, quali le emozioni ed il piacere più vicino alle proprie aspettative. La scuola, la didattica, l’insegnamento lo lasciamo volentieri agli altri, noi? Noi siamo più semplicemente Amici di Bevute!!

P.S.: un ringraziamento particolare, accorato, sincero a Rosanna Petrozziello e Giancarlo Favati, Maria Felicia Brini, Paolo Cotroneo, Tommaso Babbo e Cantina Barone e non ultimo Vincenzo Mercurio per averci dato la possibilità di creare questa bellissima serata qui nei Campi Flegrei, qui raccontata da Marina Alaimo sul sito dell’amico Luciano Pignataro.

 

Chiacchiere distintive, Nicola Venditti

15 novembre 2009

Una delle mie prime esperienze come “cronista on line” la debbo certamente all’amico Vito Trotta, fiduciario Slow Food dei Campi Flegrei che dopo una cena-degustazione, una delle prime, otto anni orsono, tenutasi a L’Arcante Enoteca mi invitò a scrivere per l’allora neonascente sito della condotta napoletana. Il progetto ebbe vita breve, a causa soprattutto della mancanza di una “struttura” che curasse il sito, ma lo slancio con il quale avevo intrapreso quel percorso non ebbe contraccolpi, forte soprattutto della continuata esperienza come “degustatore-lettore” del Gambero Rosso che nel frattempo dava sempre più spazio alle mie divagazioni enoiche. Avvenne poi l’incontro con il wineblog di Luciano Pignataro, che non esito a definire un “incubatore di bevitori responsabili”, il primo a credere nel valore della mia scrittura tanto da meritarsi ancora oggi ogni mia prima intuizione degustativa, nero su bianco, a seguito di esalazioni etiliche di qualità meritevoli di attenzioni.

Le Vigne di Villa Dora

Questa breve autocelebrazione per introdurre una piacevola chiacchierata con Nicola Venditti, enologo e patron dell’Antica Masseria Venditti di Castelvenere, persona perbene e di grande slancio evocativo di una viticoltura ed una enologia tanto semplice da attuare quando difficile e complessa da recepire. Suo infatti, fu il primo vino da me degustato e raccontato allora, il delizioso bianco Bacalat 2001, disarmante nella sua verve olfattiva e nella sua sapida beva tanto da confondermi le idee sulla sua origine certa nell’areale d.o.c. Solopaca. Con Nicola ci eravamo spesso incrociati in precedenza in manifestazioni delle più svariate, poi ultimamente anche su fb, pochi giorni fa ad AGLIANICO&AGLIANICO 2009, dove galeotto, se così si può dire è stato l’aglianico Marraioli 2003, di cui parlerò in seguito, estremamente esaustivo della sua idea di vino in vigna ed in cantina.  “La mia terra ha sempre prodotto vino, e l’ha sempre prodotto così, non si scopre nulla di nuovo, probabilmente qualcuno ha preferito addomesticarlo e renderlo più avvezzo al mercato moderno, ma questo qualcuno ha in qualche maniera tradito la sua origine…” così nasce una piacevole conversazione che non manca certo di altri spunti profondi di non difficile intelligibilità, su sistemi di allevamento, su uvaggi e soprattutto sulla cantina, che spesso diviene, senza meritarlo, l’unico protagonista di un’azienda, con le sue volte, le sue scenografie, le sue botti e le sue barriques di diversa provenienza: “l’unico legno presente nella mia cantina è quello del tetto”, mentre mi mostra orgoglioso le foto della sua azienda a Castelvenere.

Nicola vendittiL’azienda ha da sempre una condotta in vigna esemplare, tutti i vini sono certificati come prodotti da agricoltura biologica e la scelta di non usare legni per affinare e/o invecchiare il vino arriva a seguito di una riflessione, se vogliamo estremista, ma autentica e perseverante. “Ho voluto sempre garantire l’autencità dei miei vini, anche a discapito di rimanere incompreso da una certa parte del mercato; Le mie prove, le mie sperimentazioni le ho fatte, ma sinceramente il risultato era talmente divergente dalla mia idea di vino che ho preferito proseguire per la mia strada: non mi ha mai attirato l’idea di emulare altri, soprattutto quando per altri s’intendono i cugini francesi!” Qui si avanzano poi diverse riserve sul lavoro che si fa oltralpe di cui qualcuna, sinceramente, anche condivisibile, ma la conversazione giunge ad un apice che mi piace particolarmente quando si parla del vino che abbiamo nel bicchiere, sotto il nostro naso, il suo Marraioli 2003, aglianico in purezza di grande impulso olfattivo e gustativo, fitto di una trama acido-tannica sorprendente e lungamente invitante. Un vino per pochi sicuramente, per chi ama le durezze del vino e per chi sa apprezzare la lungimiranza di un viticoltore autentico. “Non mi piace particolarmente l’idea del vino monovarietale, la storia della mia terra, ma la storia del vino in generale ci insegna che i grandi vini sono quasi sempre figli di uvaggi e vinaggi, quindi della capacità dell’uomo di interpretare al meglio una vigna, un territorio, un’annata. Rimane però utilissimo capire il potenziale dei propri vitigni e dei propri vini, e quale migliore efficacia di aspettarli nel tempo facendoli interagire esclusivamente con acciaio e bottiglia? Naturalmente si potrebbero trascorrere ore a disquisire su questo concetto di purezza o integrazione vino-legno, ma il dato oggettivo è che c’è un vino nel nostro bicchiere profondamente integro, dopo 6 anni, che alla cieca non si discosterebbe tanto (forse per niente) da un vino appena messo in bottiglia: addirittura sono ancora nitide tracce olfattive di vinosità.

Ci salutiamo con Nicola con la promessa di rivederci in cantina, mi parla del suo vigneto didattico, delle vendemmie notturne, del lavoro che porta avanti con la moglie Lorenza per educare ed informare i loro avventori, clienti, che una viticoltura diversa c’è, basta conoscerla e seguirla per poter bere bene, forse meglio, senza poi svenarsi. Grazie Nicola, posso dire di aver avuto una delle più piacevoli conversazioni enoiche degli ultimi tempi. Ascoltare aiuta a capire, sentire, purtroppo, è forse il male peggiore dell’odierna incultura sociale.