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Uno spumante metodo classico da uve Piedirosso, nei Campi Flegrei

5 marzo 2019

Buono a sapersi che anche nelle piccole realtà resiste la voglia di cimentarsi in qualcosa di nuovo e diverso che suscita grande entusiasmo, come ad esempio provare a tirare fuori dal Piedirosso, nei Campi Flegrei, un sorprendente quanto delizioso vino spumante.

Invero le voci su prove, affinamenti e sboccature varie girano da diversi mesi, nel merito abbiamo raccolto più di qualche indiscrezione sulle quali però vige ovviamente il massimo riserbo. E’ doveroso invece riportare che non si va più rincorrendo (solo) il solito percorso che vede le cisterne di Falanghina, e già in qualche caso Piedirosso, raggiungere le autoclavi del trevigiano per poi ritornare, in bottiglia, sulle tavole flegree.

Stiamo parlando infatti di qualcosa forse meno ridondante ma proprio per questo, secondo noi, da valorizzare a prescindere dai numeri: si tratta di piccole produzioni di Metodo Classico che hanno come obiettivo da un lato soddisfare le tante richieste di mercato di bollicine (facili) da bere sopra tutto alle quali un po’ tutte le aziende si trovano a dover dare risposta negli ultimi anni, dall’altro poterle ricondurre ad un territorio di provenienza specifico dove, per quanto possibile, avvenga pure tutta la filiera. Più che di una rivoluzione diciamo che al momento si tratta di una piccola rivincita. 

Ci siamo così imbattuti in questo spumante unico nel suo genere  da queste parti, prodotto dai fratelli Nicola e Emilio Mirabella di Cantine dell’Averno¤ a Pozzuoli, cuore dei Campi Flegrei. Una manciata di bottiglie per il momento, un migliaio, non in commercio e destinate al solo consumo didattico che lasciano però presupporre una visione nuova e in qualche maniera stimolante per chi ama e si avvicina a questi territori, questi vini e ci spende del tempo camminandoci le vigne.

Si tratta di solo Piedirosso proveniente da alcuni filari di vigne vecchie a piede franco della collina di Cigliano che sovrasta il golfo di Pozzuoli, raccolto prematuramente e vinificato in bianco e che da un vino dal colore rosa pallido avviato alla seconda fermentazione in bottiglia dove vi rimane per circa 20 mesi. Non vi stiamo a spiegare il senso ancestrale di tutto questo ma il risultato è davvero una piacevole sorpresa: uno spumante dai gradevoli sentori floreali e fruttati, dal perlage essenziale, dal sorso vivace e di grande bevibilità. Non c’è da aspettarsi acidità spinte, né velleità particolari, bensì franchezza e il piacere di stare bevendo qualcosa di insolito, buono, magari affacciati su uno dei posti più belli al mondo, il lago d’Averno, al tepore di una splendida giornata di sole quasi primaverile!  

© L’Arcante – riproduzione riservata

Ancora una chicca dalla Valtellina, anzi, una vera perla: l’Extra Brut di Pignola di Marco Triacca

13 marzo 2014

Non è proprio nell’ordine delle cose pensare alla Valtellina e al contempo ad uno spumante, men che meno ad un Extra Brut Metodo Classico.

La Perla, Metodo Classico Extra Brut Marco Triacca - foto L'Arcante

L’azzardo appare ancor più fuori dal comune se aggiungiamo a questa particolarità l’utilizzo per la spumantizzazione di una delle varietà autoctone più antiche di queste parti, la pignola valtellinese¤. Una varietà rossa rara, di origine piemontese – trapiantata poi in Lombardia e in Valtellina in principal modo -, in questo caso vinificata in bianco ma che, generalmente, quando vinificata in purezza dà vini rossi austeri e terragni molto interessanti ma soprattutto capaci di invecchiare a lungo e strappare consensi dai palati più fini ed attenti.

La Perla, così si chiama lo spumante (e l’azienda) che Marco Triacca¤ ha dedicato alla memoria della madre, viene lasciato maturare circa 20 mesi prima della sboccatura, non dosato, proprio per mantenerne quanto più possibile inalterate le caratteristiche del varietale. È uno spumante fresco e scattante, ha un naso fragrante e dall’impronta olfattiva principalmente floreale, fine, con rimandi a prugna gialla e frutta secca, nocciola e mandorla. Ha una bolla sottile, il sorso è piacevole, vivace, particolarmente sapido. Saranno appena 3000 bottiglie, una chicca, anzi, una  vera perla.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Piccola Guida ragionata ai vini Asprinio d’Aversa

18 agosto 2013

Abbiamo avuto modo di ribadire più volte che di Asprinio d’Aversa se ne parla troppo poco. L’esperienza degli anni passati ci è servita per capirci ancor di più qualcosa e analizzando quanto questo vino particolare sia apprezzato dagli appassionanti provenienti da tutto il mondo proviamo a dare evidenza di alcune etichette imperdibili.

La vendemmia degli Uomini Ragno - foto Alessandro Manna

L’Asprinio ci piace, e piace un sacco, difficile confonderne il gusto così spiccato: ha una marcia in più, davvero originale, unico! Inebriante nelle versioni spumante resta degno compagno di tutto un pasto nella versione ferma.

Aversa, Carinaro, Casal di Principe, Casaluce, Casapesenna, Cesa, Frignano, Gricignano di Aversa, Lusciano, Orta di Atella, Parete, San Cipriano d’Aversa, San Marcellino, Sant’Arpino, Succivo, Teverola, Trentola – Ducenta, Villa di Briano, Villa Literno in provincia di Caserta e Giugliano, Qualiano e Sant’Antimo in provincia di Napoli. Sono i 22 comuni dove è possibile produrre l’Asprinio d’Aversa, doc istituita nel luglio ’93 per disciplinare la produzione di un bianco fermo e due tipologie di vino spumante, un metodo Martinotti (charmat lungo) e un Metodo Classico. In etichetta, quando le uve provengono esclusivamente da viti maritate, è ammessa la dicitura “alberata” o “da vigneti ad alberata”.

Se ne ottiene un bianco dal colore verdolino e dal profumo tenue, che sa di fiori gialli, di mela, note agrumate. Ma è in bocca che conquista l’appassionato, caratterizzato da un’elevata acidità fissa, dovuta dagli elevati livelli di acido malico che ne fa un’ottima base per la produzione di spumante di qualità: ha un sapore decisamente secco, asprigno appunto, fresco e caratterizzato da una certa profondità degustativa quando lavorato con sapiente attenzione in cantina.

Certo bisogna lavorarci un po’ su, soprattutto saperlo comunicare meglio di quanto venga fatto oggigiorno, visto che ai più è praticamente misconosciuto. Anche per questo auspichiamo una maggiore attenzione da parte di tutti, dal ristoratore che perde l’occasione di distinguersi a caccia del miglior prezzo per il peggiore dei spumantini all’indomito cameriere che sa tutto lui e continua a fare di tutte le bollicine un ‘bel prosecchino’.

Confidiamo poi nella critica di settore affinché si possa in qualche modo sostenere con maggiore entusiasmo un vitigno e vini così autentici¤ che oltre a far parte del patrimonio¤ vitivinicolo italiano rappresentano anche un bel pezzo della nostra storia da più o meno duemila anni.

Questi che seguono alcuni indirizzi utili cui fare riferimento per fare incetta di questi meravigliosi vini freschi, taglienti, minerali. Che nelle versioni Spumante, Metodo Martinotti e ancor più in quelle Metodo Classico¤, sanno essere a dir poco sorprendenti.

 
Salvatore Martusciello
Via spinelli, 4 80010 Quarto (Na) – Tel. 3483809880
info@salvatoremartusciello.it
www.salvatoremartusciello.it
Di particolare pregio: Asprinio d’Aversa Spumante Trentapìoli “Vigneti ad Alberata” (Metodo Martinotti).
 
I Borboni
Via E. De Nicola, 7 81030 Lusciano (Ce) – Tel. 081 814 13 86
info@iborboni.com
www.iborboni.it
Di particolare pregio: Asprinio d’Aversa Spumante Brut (Metodo Charmat),  Asprinio d’Aversa Vite Maritata, Asprinio d’Aversa Santa Patena.
 
Azienda Agricola Vestini Campagnano
Via Casilina, 81044 Conca della Campania (Ce) – Tel. 0823 679087
info@vestinicampagnano.it
http://www.vestinicampagnano.it
Di particolare pregio: Asprinio d’Aversa “da Viti Maritate”
 
Cantine Magliulo
Via G. Manna, 29 81030 Frignano (Ce) – Tel. 081 890 0928
info@vinimagliulo.it
www.vinimagliulo.com
Di particolare pregio: Asprinio d’Aversa.
 
Masseria Campito
Via Casolla, 55 81030 Gricignano di Aversa (Ce) – Tel. 0815027540 – Cell. 3348022297 – 3356641717
info@masseriacampito.it
http://www.masseriacampito.it
Di particolare pregio: Asprinio d’Aversa Atellanum, Asprinio d’Aversa Spumante Brut Priezza (Metodo Classico), Asprinio d’Aversa Spumante Brut (Metodo Martinotti).
 

Leggi anche L’Alberata aversana o di quell’uva sospesa nel tempo Qui.

La foto di copertina è opera dell’amico Alessandro Manna¤.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Campania, piccole bollicine crescono

18 novembre 2009

Nell’epoca in cui viviamo la comunicazione è divenuto un fattore fondante del successo di un prodotto, di un marchio, di una azienda; no, non scopriamo certo l’acqua calda, in effetti “la pubblicità – si è sempre detto – è l’anima del commercio” ed in ogni stagione negli ultimi cento anni si è fatta prima pudica, poi elegante persuasione sino a divenire insidiosa al punto di vestire troppo spesso l’arroganza dell’invadenza. Oggi più che di pubblicità, termine ormai relegato al linguaggio popolano si è sempre propensi a parlare di comunicazione, “perché con la comunicazione s’intende lanciare un messaggio che è molto più complesso, spesso originale, della banale pubblicità”. Non solo quindi manifestare la bontà di un prodotto, l’intuizione di una idea,  l’identità di un marchio da lanciare o consolidare e invitare al suo acquisto, ma rendere tutti questi, attraverso un linguaggio minuzioso, magari supportato da una proposizione anche visiva, una parte integrante di una esperienza unica del destinatario di turno, insomma un momento culminate del proprio vivere quotidiano, magari di una passione, di un piacere che potrà essere a lungo condizionato tanto da modificarne le abitudini.

Ecco come si può arrivare a pensare di stravolgere le abitudini di operatori professionali ed appassionati consumatori, come si possa pensare di proporre in alternativa al Prosecco di turno la Falanghina o l’Asprinio d’Aversa spumanti, come avviare una lenta conversione alla valorizzazione di progetti interessanti sul primo, diffusissimo vitigno che sembra trovare con la spumantizzazione un’anima intrigante, deliziosamente appagante, una espressione per niente banale e sul secondo che grazie all’impegno di pochi viene costantemente reso salvo dall’estinzione. Un lento progredire che possa condurre all’idea che sia il Prosecco a divenire una valida alternativa di Asprinio e Falanghina, non fosse altro per la soddisfazione di chi ama rallegrarsi con le bollicine autoctone campane e per la buona pace dei redattori delle varie guide ai ristoranti che proprio non ne possono più di ritrovarsi a Sorrento come a Pozzuoli, a Paestum come a Caserta o Ischia sempre costantemente serviti come “calice di benvenuto” il Prosecco (spesso uno dei più mesti) o magari un Oltrepò Pavese Pinot Nero vinificato in bianco e quando gli va bene una flute di Franciacorta: nessuno, o quasi (poiché le eccezioni vi sono sempre) che pensi che uno spumante di Falanghina (quindi Asprinio d’Aversa o Greco di Tufo) possa essere un buon viatico di accoglienza quantomeno in tono alla propria tavola spesso proposta come tradizione della enogastronomia campana.

Un percorso sicuramente non facile, che passa innanzitutto dalla qualità dei prodotti proposti dalle aziende, che non si può negare, ce la stanno mettendo tutta per migliorare i propri vini, raccogliendo e vinificando le uve con le caratteristiche più adatte alla tipologia e qualificando sempre di più la propria esperienza investendo in risorse umane avvalendosi di consulenti specialisti (quasi sempre proprio provenienti dalla scuola enologica di Conegliano, nda) ed in tecnologia di cantina, con gli spumanti quanto mai essenziali per proporre un vino di qualità e rispettoso delle caratteristiche organolettiche della tipologia. Investimenti onerosi che servono necessariamente per fare il salto di qualità e garantire una filiera inattaccabile.

Una buona dose di entusiasmo in questa direzione non guasterebbe, soprattutto da parte di chi come gli operatori del settore, sommeliers, enotecari, ristoratori, distributori spesso decidono le sorti di un vino piuttosto che di un altro; non senza le dovute osservanze: i parametri della qualità devono essere integerrimi, quelli dei costi discussi seriamente e serenamente al fine di trovare un giusto equilibrio (spesso ricarichi assurdi sino al 300% sulle bollicine allontanano da certe scelte) ma soprattutto l’intelligenza di non prendere per partito preso posizioni assolutistiche, i vini spumanti da vitigni autoctoni campani non vanno contrapposti ostinatamente ai vari modelli italiani e soprattutto d’oltralpe, Champagne in testa. Sono questi, vini la cui storia è inattaccabile, la cui origine di valore straordinario e di qualità certamente superiore da prendere per modello per valorizzazione dei terroirs espressi e non da scimmiottare con interpretazioni storpiate che hanno portato negli anni a vinificare di tutto purchè frizzante.

Il valore aggiunto per le nostre bollicine autoctone campane oltre al prezzo quasi sempre alla portata di tutti, risiede nella capacità di comunicare il nostro territorio con schiettezza e semplicità non senza rimanere affascinati dalla storia di una viticoltura eroica (penso ai vigneti di Asprinio ad alberata dell’aversano, ai terrazzamenti di Falanghina di Monte di Procida ecc…) capace solo qui, attraverso questi vini di imprimere un marchio indelebile di una terra unica e straordinaria. Valori, schiettezza e sincerità che non dovrebbero mai mancare anche nei comunicatori del vino. Prosit!


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