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Falanghina dei Campi Flegrei Coste di Cuma 2011

13 gennaio 2014

Coste di Cuma è una piccola stradina di campagna in parte asfaltata in parte sterrata che, a poche centinaia di metri dal popoloso quartiere Monterusciello, taglia dritto in media collina e spunta verso Cuma, sulla costa flegrea, nel comune di Pozzuoli.

Coste di Cuma 2011 Grotta del Sole - foto L'Arcante

Qui la terra ha una chiara impronta vulcanica e si giova anche della vicinanza del mare lontano in linea d’aria appena qualche centinaia di metri. Proprio qui, nel 1994, all’apice dell’urbanizzazione dell’area cominciata qualche anno prima causa anche il secondo massivo piano di evacuazione dell’antico centro storico di Pozzuoli, nei primi anni ’80 nuovamente alle prese con il Bradisismo, la famiglia Martusciello ci piantò una piccola vigna a falanghina che nel tempo è stata destinata a dare uva per il vino di punta dell’azienda Grotta del Sole¤, il Coste di Cuma¤ appunto; 2 ettari circa condotti con una certa attenzione colturale – praticamente in regime biologico seppur mai ostentato – da cui si è riusciti sempre ad ottenere mosti di qualità almeno una spanna sopra alle altre tante vigne vocate di proprietà o ‘gestite’ in giro per i Campi Flegrei.

Che non confondano però i numeri dell’azienda, che certo sono importanti, ma continuano a riguardare una molteplicità di impegni che ormai da 20 anni la vedono impegnata su più fronti, dai Campi Flegrei all’Irpinia, dall’Agro aversano¤ al Vesuvio e alla Penisola Sorrentina, sempre con grande impegno e successo. Ma è qui¤, in terra flegrea, che ci sono le radici più forti e dove, senza nulla togliere agli altri ottimi prodotti sembrano venir fuori i vini di maggiore spessore.

Come questo, che rimane un fiore all’occhiello e che ‘cresce’ ogni anno di più. E continua ad esprimersi a grandi livelli questo duemilaundici: fragrante, sostenuto, sottile e di grande piacevolezza. Preciso il colore paglierino, subito invitante il primo naso di ginestra e pesca, caratterizzato in questo momento anche da una discreta nuance salmastra, come preciso è il sorso, di gran lunga fresco e giustamente sapido. Regala proprio un bel bere. Coste di Cuma ha trovato la sua strada.

1994-2014, 20 anni di doc Campi Flegrei

Snapshot of a territory 2013|I Campi Flegrei

29 luglio 2013

Una vibrante, conviviale, interessante serata¤ in compagnia di vecchi e nuovi amici con nel bicchiere tante belle anime di una splendida terra. La mia.

I produttori - foto L'Arcante

Brava Karen Phillips¤ a pensare questa¤ bella iniziativa, a coinvolgere i quattro produttori presenti e, nonostante sia caduta a fine luglio quando in molti sono già con la valigia sulla porta, le tante persone appassionate che vi hanno preso parte.

Tralasciando il racconto di ognuna delle realtà che Luigi e Vincenzo Di Meo, Raffaele Moccia¤, Gerardo Vernazzaro e Francesco Jr Martusciello¤ rappresentano, di cui trovate su queste pagine già ampio riscontro e cronaca, queste che seguono sono le mie impressioni riguardo il senso compiuto di una inizativa del genere e i vini là in degustazione quella sera, non senza una doverosa puntualizzazione: a La Sibilla è andata in scena una suggestiva – speriamo definitiva – presa di coscienza di quanto valore abbia la risorsa agricola (vitivinicola) nei Campi Flegrei; al contempo, l’interessante rincorsa a ritroso nel tempo da un lato conferma quante sorprese riservino i vini di questa terra sospesa tra cielo e mare, grazie anche a bottiglie dalla solida impronta territoriale, ognuna con una propria precisa personalità, dall’altro non smette di ricordarci che certe ‘riletture’ vale sì la pena ‘sentirle’ ma non debbono divenire un dogma.

Karen Phillips, le sue foto, La Sibilla - foto L'Arcante

Mi spiego meglio: vini come il Domus Giulii 2009¤ di Vincenzino o il Vigna del Pino¤ 2003 di Raffaele, come pure il Coste di Cuma 2007 aperti l’altra sera sono stati, a loro modo, una piacevole e gradita sorpresa. Buccioso e profondo il primo, empireumatico e dannatamente sapido quello di Moccia, perfetto (!) – è proprio il caso di sottolinearlo – il cru dei Martusciello nonostante i cinque anni alle spalle.

Continuo però a pensare che la Falanghina dei Campi Flegrei debba rimanere un vino comprensibile già al primo naso, sin dal primo sorso, direi già solo a sentirne il nome: che quando lo bevi sia il cuore a richiamare adrenalina, piacere, divertimento e non la testa a doversi scervellare su cosa, perché, come.

Certo il tempo ci sta insegnando a non temerlo, il tempo. Va bene. E certi assaggi dicono che sì, si può osare, ma attenti però a non perdere la bussola e a non confondere oltremodo gli appassionati che già faticano tanto ad orientarsi davanti a uno scaffale o con una carta dei vini tra le mani. Quando la trovano la Falanghina dei Campi Flegrei sugli scaffali o in una carta dei vini. Insomma, godiamoci tutto il meglio possibile ma rimaniamo concentrati sul pezzo¤, please!

Luigi Di Meo, Raffaele Moccia, Gerardo Vernazzaro, Francesco Jr Martusciello - foto L'Arcante

Colle Imperatrice 2012 Cantine Astroni¤. Invitante e pieno di verve il bianco di Gerardo¤, è sgraziato e coinvolgente, non smette un attimo di stuzzicare le papille gustative. Si colgono sentori agrumati dolci e pietra focaia, il sorso è fresco e sapido.

Agnanum 2011 Raffaele Moccia. Non ne sbaglia una Raffaele di bottiglie, quella vigna è un gioiello e i suoi vini perle d’autore. Francamente sono rimasto rapito anche dalla duemiladodici portata in anteprima, che è ancora in vasca e uscirà solo in autunno. Naso sempre sugli scudi, sorso ‘verace’ e lungo, chiusura quasi salina. Una bella esperienza anche la 2003, un po’ monocorde al naso ma dal sorso ancora vibrante e ricco di sfumature.

Coste di Cuma 2007 e 2011 Grotta del Sole. Bello il regalo di portare in degustazione la 2007, la prima annata con bottiglia ed etichetta nuove, la prima a segnare il definitivo cambio di passo sull’uso dei legni con un convinto ritorno all’acciaio e bottiglia come valore aggiunto. Il vino perfetto l’altra sera, esempio lampante di quanto si sia continuato a lavorare duro e bene nonostante i successi¤ e i numeri. Il duemilaundici invece è appagante e minerale, assolutamente pronto da bere e l’estrema godibilità non fa che rassicurarti.

Cruna DeLago 2011 La Sibilla¤. E che dire ancora di questo meraviglioso bianco, che è buono? Che da solo vale il viaggio in cantina? Certo, anche. Vincenzo Di Meo sta lavorando duro per essere all’altezza, Luigi in campagna ha ripreso a fare quello che gli è sempre piaciuto fare, stare dietro ad ogni filare e portare in cantina la migliore uva possibile. E i risultati ci sono tutti!

Un ricordo di Gennaro Martusciello, e un sorso di Falanghina Coste di Cuma 2010 Grotta del Sole

27 febbraio 2012

Avevo un nodo in gola, e come non potevo: dispiaciuto, commosso, rattristito per la scomparsa di una persona così cara e stimata. Avevo però necessità di rifletterci un po’ su, capire se fosse realmente importante ch’io scrivessi due righe, un pensiero. Così quasi senza pensarci mi son ritrovato a bere nuovamente questo splendido bianco flegreo.

Bene ha fatto qui Luciano Pignataro a riprenderne, in poche chiare righe, la specchiata figura umana e professionale; aggiungo che con la scomparsa di Gennaro Martusciello si chiude dalle nostri parti davvero un’epoca: quella dei pionieri, di coloro i quali avevano come riferimento del mestiere praticamente solo se stessi, il più delle volte costretti, loro malgrado, solo a sognarlo ciò che avrebbero veramente desiderato fare in cantina, dei loro vini; più semplicemente, era necessario fare ciò che andava fatto e nel miglior modo possibile, senza troppi grilli per la testa.

Eh sì, perché quando più o meno vent’anni fa, fuori dai confini regionali, a malapena si era affacciato il greco di Tufo di Mastroberardino, qualche volta il Taurasi, a Quarto si cominciava a ragionare anche sulla falanghina e il piedirosso dei Campi Flegrei: “poveri, ma belli” venivano chiamati (e forse lo sono tutt’ora). Senza contare i primi, incontenibili successi commerciali del rilanciato Gragnano della Penisola Sorrentina o dell’Asprinio d’Aversa fermo e spumante. L’avrete letto centinaia di volte, qui come altrove, un leit motiv pedissequo, quasi stancante, che però pare non bastare mai: “la famiglia Martusciello, che tanto ha contribuito al rilancio vitivinicolo regionale e alla valorizzazione dei vitigni autoctoni campani”. Certo, nei fatti però, non a chiacchiere. E senza dover rincorrere etichette evocative, battaglie bioqualchecosa, sintomatologie naturali. E Gennaro Martusciello in tutto questo, e in molto altro, ha avuto un ruolo cruciale, fondamentale.

Una persona, prima che enologo, stimatissima dall’ambiente; e pur non potendo andare oltre, non ho l’età per maggiori elogi personali – c’ho parlato troppe poche volte, molto di più coi suoi vini -, ho sempre avuto la sensazione come fosse un uomo in tutto e per tutto calato ostinatamente nella sua dimensione: un grande talento, finissimo tecnico e profondo conoscitore della materia, imbrigliato però da una realtà produttiva difficilissima e complicata, misconosciuta, sin da subito dura, talvolta talmente cruda che solo la malattia che l’affliggeva riusciva ad essere più desolante. Un uomo vulcanico don Gennaro, come la sua terra, costretto nella morsa di un malessere che l’ha accompagnato praticamente tutta la vita, segnandolo profondamente nel fisico ma non nell’intelletto, nell’invidiabile talento professionale; un uomo del sud che proprio come la sua terra ha dovuto faticare il doppio, anzi il triplo per emergere, affermarsi. Sì, perché Gennaro Martusciello un riferimento lo è diventato lo stesso, lui con tutta l’azienda di famiglia Grotta del Sole; un esempio per tanti, seguito, emulato, contrastato addirittura, ma un riferimento assoluto, per giovani e vecchie leve di enologi, ma anche di produttori, e non solo in Campania.

E così che saggiando questo Coste di Cuma 2010, oltre a saltarmi al naso bellissimi toni primaverili, con ricordi di macchia mediterranea e poi un sapore asciutto e lungamente sapido, mi ritornano perentorie le parole di Salvatore Martusciello che, lo scorso dicembre, quando mi ha dato questa bottiglia per sapere cosa ne pensassi mi fa: “siamo convinti che sia l’inizio di una nuova epoca in Grotta del Sole, questo duemiladieci del Coste pare condensare tanti degli sforzi che abbiamo fatto sulla falanghina dei Campi Flegrei negli ultimi vent’anni”. E bicchiere alla mano ne sono convinto anch’io, con poco o nulla da aggiungere se non che mi piace, con questa convinzione, pensare a quanto potesse essere felice zio Gennaro di sapere finalmente compiuto un percorso così duro lungo quasi vent’anni, grazie al quale, oltre a lui e ai suoi fratelli, nei vini dei Campi Flegrei hanno imparato a crederci in tanti, e a saggiarli, con attenzione e rispetto, in molti di più.

Questo articolo esce anche su www.lucianopignataro.it.

Napoli, Falanghina dei Campi Flegrei Colle Imperatrice 2009 Cantine Astroni

12 novembre 2010

Di ritorno da Capri, vado spulciando in questi giorni tra gli appunti di degustazione della scorsa estate, una impresa a dire il vero nemmeno così tanto impossibile visto che qualcuno ha pensato bene di “donarci” un abile strumento chiamato Office Word. L’intenzione è quella di rivedere, magari riprendere, stralci di recensioni lasciate per una qualche ragione – di tempo innanzitutto – a metà strada tra un labile e sfuggente pensiero positivo e una vera e propria analisi tecnica. Più semplicemente però mi accorgo di ritrovare con piacere tante tessere, alcune più ingombranti di altre, di un puzzle bello grande ed un tantino complesso, ma forse proprio per questo molto interessante. Le tracce più eloquenti conducono ad una sfilza di vini bianchi, molti dei quali campani, che per una ragione o per un’altra mi hanno lasciato sensazioni particolari e interessanti, indizi, se così li vogliamo chiamare, spesso divergenti tra loro ma che evidenziano una prova di maturità da parte di molti produttori nostrani a riguardo di alcune tipologie di vino, sulla falanghina in particolar modo. 

Non più tardi di una decina di anni fa questo vitigno sembrava destinato a fare la stessa fine di molti chardonnay della marca trevigiana o peggio ancora di quelli pugliesi, terre di conquista dove quando non fosse esistito affatto il territorio si metteva avanti la ragion di mercato e, come invece nel caso della Puglia, ove il territorio rispondesse con discreti risultati si è andato ad oltranza giocando con burro e marmellata sino alla totale saturazione della tipologia con conseguenze sull’agricoltura locale – leggi prezzi delle uve – a dir poco disastrose.

Così infatti, seguendo questo modello tanto internazionale quanto poco confacente alla nostra cultura enoica, anche in Campania si è corso il rischio di annientare quel poco di credibilità colturale, Luigi Moio docet, sul varietale bianco più diffuso in regione. Appunti alla mano, ho constatato come sia oggi evidente un netto ritorno sui propri passi anche di coloro che parevano rimasti letteralmente folgorati sulla via di Allier. Molti di questi ad esempio, non hanno perso tempo, soprattutto nel leggere l’evidente variazione del mercato che subito hanno riportato – in alcuni casi drasticamente – certe loro etichette, in passato sempre in bilico tra l’ovvio e l’omologato, verso una maggiore sottigliezza di palato, sgrassando i vini e puntando parecchio su un naso meno cotto e soprattutto rivalutando il senso dell’acidità del vino, sino ad allora strenuamente combattuto a favore della morbidezza. Altri, coerentemente mi sento di aggiungere, pur non rinnegando mai le loro scelte passate hanno prodotto invece un netto salto di qualità verso quella che è la ricerca di un proprio stile sempre più riconoscibile piuttosto che figlio di un modello prestampato. Alcuni esempi lampanti, quelli se vogliamo più facilmente riscontrabili da chi ci legge, sono nel primo caso la Falanghina Serrocielo 2009 dei Feudi di San Gregorio, dal naso finissimo e dal palato fresco, quasi citrino mentre nel secondo, un sempre più convincente Coste di Cuma di Grotta del Sole, col 2008 davvero in grande spolvero, incentrato tutto su frutto e mineralità da un lato, sulla pulizia olfattiva e l’integrità gustativa dall’altro: come dire, figlio di una ineguagliabile terra flegrea e di esecuzione tecnica ineccepibile!

C’è poi chi continua a rincorrere un ideale di un vino, per dirlo alla sua maniera, alternativo, certamente possibile, ma indubbiamente diverso, se non spiazzante; E’ Gerardo Vernazzaro di Cantine Astroni, convinto come pochi in regione a fare sul serio sulla falanghina tanto da spingerlo a continuare strenuamente nella sua personale ricerca di un bianco autoctono flegreo macerato e capace di sfidare il tempo: il 2008 dello Strione, dai primi assaggi promette buone aspettative, staremo a vedere cosa saprà raccontare tra qualche tempo ancora. Frattanto però, io gli continuo a preferire il Colle Imperatrice, l’altro cru aziendale, che di sfide non ne vuole lanciare, e nemmeno ambisce a grandi traguardi se non quelli di confermare, ove mai ce ne fosse stato bisogno, un vino perfettamente calato nella sua dimensione territoriale nonché nel suo ruolo commerciale, pura esibizione di carattere ad un prezzo piccolo piccolo.

Le uve provengono in buona parte da una vigna di circa dodici anni allocata a circa 230 m/slm sulla collina degli Spadari a Pianura, in cantina il vino si lavora solo in acciaio e dopo circa tre mesi di affinamento sulle fecce fini finisce in bottiglia. Di colore giallo paglierino, mostra una bella mise limpida e cristallina, il primo naso è erbaceo e lievemente floreale, foriero di un più gradevole bouquet che pian piano va mutuando note fruttate di mela e nuances di albicocca matura. In bocca è secco, entra con leggerezza e diffonde subito una piacevole sensazione di freschezza, inizialmente grazie anche ad una vivacità quasi citrina che coinvolge tutto il palato;  La beva è asciutta e rimane costantemente gradevole dal primo all’ultimo sorso, l’acidità che si porta dietro viene subito smorzata dalla giustezza sapida, il che ne fa un vino da spendere in ogni occasione, a tutto pasto o come intrattenimento in attesa che arrivi l’ultimo, sempre in ritardo, ospite a cena. Cercatelo nelle migliori enoteche, ma se avete un paio d’ore da investire, andate pure in cantina, non ve ne pentirete assolutamente! 


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