Posts Tagged ‘vincenzo di meo’

Falanghina Domus Giulii 2011 La Sibilla

14 gennaio 2019

E’ un vino con il quale continuiamo ad avere una certa distanza emozionale, convinti l’uno dell’altro di non piacerci abbastanza. Non riuscendo a perderci di vista, le ragioni del cuore sono tante e profonde, ci rasserena l’idea, ad ogni nuovo assaggio, che qualche anno è passato ma non invano.


Cento per cento Falanghina dei Campi Flegrei. Per la verità il vitigno si sa è diffusissimo in Campania ma sembra avere proprio qui nei comuni a ridosso della provincia di Napoli il suo terroir migliore – suoli vulcanici, microclima temperato con sole a mezzogiorno, il mare dentro –, che unito alle basse rese contribuisce ad esaltarne la spiccata vivacità e l’antica sgraziata tipicità.

Domus Giulii viene fuori da una selezione dei migliori grappoli provenienti da alcune vigne vecchie coltivate tra i comuni di Bacoli e Pozzuoli dalla famiglia Di Meo. Vincenzo, enologo giovanissimo ma con merito sin da subito pienamente immerso nelle responsabilità produttive della realtà famigliare flegrea, ne volle “sperimentare” anni fa con la dumeilaotto una versione decisamente diversa dal solito, un bianco macerato ed affinato sulle fecce fini. Luigi, pur restìo all’idea, lo lasciò fare, così, tanto per capire.

L’originalità con la quale questi vini tendono ad esprimersi è spesso figlia di un lungo percorso di maturazione, le macerazioni sono più o meno lunghe sulle fecce fini a cui talvolta si susseguono particolari passaggi di affinamento (anfore ecc.) e/o invecchiamento; ciò naturalmente premette una grande qualità della materia prima, quindi la certezza di un gran lavoro in vigna, oltre che un’abile capacità di intelligere il terroir di provenienza, col rischio, talvolta accade, di passare come una trovata estemporanea.

Non di meno, certe particolarità come il tono ombroso del colore – qui spiazzante -, i profumi eterei, il gusto quantomeno lontano dal solito, necessitano di una certa esperienza da parte dell’appassionato di turno o quantomeno una certa predisposizione per esser colte come marcatori di autenticità e non come un mero esercizio di stile fine a se stesso, talvolta addirittura deleterio per la tipologia se non per il produttore. Non a caso sono spesso vini prodotti senza i lacci delle denominazioni in cui ricadono le vigne di provenienza.

Venendo a noi, questo duemilaundici ha un bel colore oro cangiante, tendente all’ambra, quasi fulvo. Si sta con un vino di sette anni nel bicchiere, non so se rendiamo l’idea. Il primo naso è buccioso, poi si fa speziato, e di frutta secca; sa di uvetta, tè e camomilla, di scorzette d’agrumi e albicocca candite, il tono è un po’ iodato ma pulito e franco. Il sorso è subito materico, sulle prime un po’ spiazzante ma di buon carattere e discreta acidità e persistenza, anche qui pulito e senza sbavature, anzi, intriga profondamente e lascia la bocca piacevolmente ammantata di vino e di sale. Inutile negarglielo ancora un passo avanti rispetto agli esordi, restiamo  ideologicamente ancora lontani, però, forse, finalmente equidistanti, Domus Giulii rimane una valida alternativa espressiva che continueremo senz’altro a scrutare con sufficiente interesse.

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© L’Arcante – riproduzione riservata

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La grande bellezza del Piedirosso dei Campi Flegrei 2017 di La Sibilla

8 gennaio 2019

Scrivere e raccontare di vino e dei suoi protagonisti non può essere mero esercizio di stile, né può limitarsi alla scarna lettura delle analisi dei numeri di questa o quell’annata prodotta. Vieppiù la tentazione di provarne alcuni e pensare così di saperne su tutti, l’inciampo è dietro l’angolo, ci si perde il meglio e si corre il rischio di farsi ridere dietro. 

Campi Flegrei Piedirosso 2017 La Sibilla - foto L'Arcante

Della 2017 si è detto praticamente tutto e il contrario di tutto: difficile, complessa, per qualcuno dannata per altri semplicemente da dimenticare. Vero è che l’annata è stata per molti particolarmente stressante, non solo nei Campi Flegrei, l’assenza prolungata di piogge unita al caldo torrido estivo ha rischiato di presentare in vendemmia un conto salatissimo, ma qui pare abbia creato meno problemi che altrove. Questo pezzo di terra sembrerebbe baciato da Dio oppure, più semplicemente, chi coltiva sapienza raccoglie saggezza.

Per la verità qualche passo falso lo abbiamo colto, eppure pare vi sia parecchio da salvare di questo millesimo che promette vini generosi e godibilissimi, che sia tanto o poco, magari anche autoreferenziale, ci basta. Questo Piedirosso duemiladiciassette riesce a rappresentare al meglio la distanza siderale che c’è tra chi fa vino e chi coltiva la terra e ne fa uva da vino, scoperchiando il vuoto da dove fuoriescono i fantasmi di chi si gratta il pancino tra una raccolta e l’altra e continua a credere che pure gli asini possano comunque volare. 

La grande bellezza di questo vino sta tutta nella sua disarmante armonia espressiva: il colore rubino è netto pur se un po’ ombroso. Al naso viene subito fuori con un profumo di piccoli frutti rossi e neri, di quelli ricchi di polpa, con la buccia spessa che quando schioccano in bocca infondono dolcezza ad ogni morso, quella sensazione piacevolissima che chiude con un sottofondo che sa lievemente di terra e sottobosco, tutto molto, molto coinvolgente. Il sapore è squillante, morbido e gustoso, con un ritorno di mora e amarena scura sul finale di bocca che conferma tutta la bontà del lavoro di Luigi in vigna e di suo figlio Vincenzo in cantina. Da qui, dai Campi Flegrei non poteva mancare ancora uno squillo d’amore imperdibile!

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© L’Arcante – riproduzione riservata

Bacoli, Per ‘e Palummo 2004 La Sibilla. Il sapore della storia e la scoperta del tempo

26 febbraio 2014

Quanto vale una bottiglia come questa? Non ha prezzo, ovvio. E ce ne sono ancora solo quattro e non sono su piazza. Reca in fondo all’etichetta ‘CrunaDeLago’, che a quel tempo distingueva entrambe le etichette doc di falanghina e piedirosso.

CrunaDeLago, vigneto La sibilla - foto A. Di Costanzo

Bastano poche parole per descrivere la splendida sorpresa di questa bottiglia. A quasi dieci anni di distanza mi sembra di ricordare proprio tutto di quell’anno, il 2004, forse per questo quando Vincenzo mi ha permesso di scegliere una bottiglia dalla piccola cantina storica non ci ho pensato su due volte. Lui, un po’ timoroso di andare così indietro nel tempo ha subito messo le mani avanti. L’ho immediatamente rassicurato: ‘guarda che di quell’anno ne ho vendute un sacco, gli ho detto, sta sicuro che papà fece un gran lavoro!’.

Campi Flegrei Per 'e Palummo 2004 La Sibilla - foto A. Di Costanzo

La grande bellezza di questo vino sta tutta nell’armonia: pure il colore lo è, un po’ ombroso, giustamente segnato dal tempo. Al naso invece viene fuori ancora tanto frutto, macerato e balsamico, dolce, con un sottofondo che sa di terra,  di china e sottobosco, ma molto latenti. Il sapore è ancora integro, affatto seduto, asciutto con un ritorno di prugna e liquirizia sul finale di bocca che conferma tutta la bontà del lavoro di Luigi sin dai suoi primi passi. E quell’anno, me lo ricordo come fosse ieri, ne vendemmo a secchiate!

1994-2014, 20 anni dalla doc Campi Flegrei

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Snapshot of a territory 2013|I Campi Flegrei

29 luglio 2013

Una vibrante, conviviale, interessante serata¤ in compagnia di vecchi e nuovi amici con nel bicchiere tante belle anime di una splendida terra. La mia.

I produttori - foto L'Arcante

Brava Karen Phillips¤ a pensare questa¤ bella iniziativa, a coinvolgere i quattro produttori presenti e, nonostante sia caduta a fine luglio quando in molti sono già con la valigia sulla porta, le tante persone appassionate che vi hanno preso parte.

Tralasciando il racconto di ognuna delle realtà che Luigi e Vincenzo Di Meo, Raffaele Moccia¤, Gerardo Vernazzaro e Francesco Jr Martusciello¤ rappresentano, di cui trovate su queste pagine già ampio riscontro e cronaca, queste che seguono sono le mie impressioni riguardo il senso compiuto di una inizativa del genere e i vini là in degustazione quella sera, non senza una doverosa puntualizzazione: a La Sibilla è andata in scena una suggestiva – speriamo definitiva – presa di coscienza di quanto valore abbia la risorsa agricola (vitivinicola) nei Campi Flegrei; al contempo, l’interessante rincorsa a ritroso nel tempo da un lato conferma quante sorprese riservino i vini di questa terra sospesa tra cielo e mare, grazie anche a bottiglie dalla solida impronta territoriale, ognuna con una propria precisa personalità, dall’altro non smette di ricordarci che certe ‘riletture’ vale sì la pena ‘sentirle’ ma non debbono divenire un dogma.

Karen Phillips, le sue foto, La Sibilla - foto L'Arcante

Mi spiego meglio: vini come il Domus Giulii 2009¤ di Vincenzino o il Vigna del Pino¤ 2003 di Raffaele, come pure il Coste di Cuma 2007 aperti l’altra sera sono stati, a loro modo, una piacevole e gradita sorpresa. Buccioso e profondo il primo, empireumatico e dannatamente sapido quello di Moccia, perfetto (!) – è proprio il caso di sottolinearlo – il cru dei Martusciello nonostante i cinque anni alle spalle.

Continuo però a pensare che la Falanghina dei Campi Flegrei debba rimanere un vino comprensibile già al primo naso, sin dal primo sorso, direi già solo a sentirne il nome: che quando lo bevi sia il cuore a richiamare adrenalina, piacere, divertimento e non la testa a doversi scervellare su cosa, perché, come.

Certo il tempo ci sta insegnando a non temerlo, il tempo. Va bene. E certi assaggi dicono che sì, si può osare, ma attenti però a non perdere la bussola e a non confondere oltremodo gli appassionati che già faticano tanto ad orientarsi davanti a uno scaffale o con una carta dei vini tra le mani. Quando la trovano la Falanghina dei Campi Flegrei sugli scaffali o in una carta dei vini. Insomma, godiamoci tutto il meglio possibile ma rimaniamo concentrati sul pezzo¤, please!

Luigi Di Meo, Raffaele Moccia, Gerardo Vernazzaro, Francesco Jr Martusciello - foto L'Arcante

Colle Imperatrice 2012 Cantine Astroni¤. Invitante e pieno di verve il bianco di Gerardo¤, è sgraziato e coinvolgente, non smette un attimo di stuzzicare le papille gustative. Si colgono sentori agrumati dolci e pietra focaia, il sorso è fresco e sapido.

Agnanum 2011 Raffaele Moccia. Non ne sbaglia una Raffaele di bottiglie, quella vigna è un gioiello e i suoi vini perle d’autore. Francamente sono rimasto rapito anche dalla duemiladodici portata in anteprima, che è ancora in vasca e uscirà solo in autunno. Naso sempre sugli scudi, sorso ‘verace’ e lungo, chiusura quasi salina. Una bella esperienza anche la 2003, un po’ monocorde al naso ma dal sorso ancora vibrante e ricco di sfumature.

Coste di Cuma 2007 e 2011 Grotta del Sole. Bello il regalo di portare in degustazione la 2007, la prima annata con bottiglia ed etichetta nuove, la prima a segnare il definitivo cambio di passo sull’uso dei legni con un convinto ritorno all’acciaio e bottiglia come valore aggiunto. Il vino perfetto l’altra sera, esempio lampante di quanto si sia continuato a lavorare duro e bene nonostante i successi¤ e i numeri. Il duemilaundici invece è appagante e minerale, assolutamente pronto da bere e l’estrema godibilità non fa che rassicurarti.

Cruna DeLago 2011 La Sibilla¤. E che dire ancora di questo meraviglioso bianco, che è buono? Che da solo vale il viaggio in cantina? Certo, anche. Vincenzo Di Meo sta lavorando duro per essere all’altezza, Luigi in campagna ha ripreso a fare quello che gli è sempre piaciuto fare, stare dietro ad ogni filare e portare in cantina la migliore uva possibile. E i risultati ci sono tutti!

Bacoli, Falanghina Domus Giulii 2009 La Sibilla

4 ottobre 2012

Un bianco? Certo. Territoriale? Nì, ma anche no (secco) o non necessariamente. Ciononostante, malgrado la mia riluttanza, si continua a tirare fuori dalle vigne flegree cose “diversamente” nuove ed interessanti…

Del Domus Giulii, al suo esordio, ne parlai già qui qualche tempo fa. Lo fa una delle più promettenti realtà della denominazione, con il cento per cento di falanghina dei Campi Flegrei, vitigno diffusissimo in Campania ma che sembra avere proprio nei comuni a ridosso della provincia di Napoli il suo terroir migliore – suoli vulcanici, basse rese, sole a mezzogiorno, il mare dentro –, che ne esalta al contempo la spiccata vivacità e l’antica sgraziata tipicità.

Viene da vigne più o meno vecchie coltivate tra i comuni di Bacoli e Pozzuoli dalla famiglia Di Meo. Vincenzo, enologo giovanissimo, ha voluto “sperimentare” un bianco lungamente macerato ed affinato sulle fecce fini. Luigi, il papà vignaiolo che sta invece in campagna, l’ha lasciato fare, così, tanto per capire. Ci regalano un bianco unico – poco più di 600 le bottiglie del 2009, che è solo il secondo passaggio ufficiale -, tanto raro e prezioso quanto imprevedibile.

Ha un bel colore oro, maturo, ricorda agli appassionati certi vini elevati in anfora, però è limpido, infatti la luce l’attraversa luminosa, calda. Il primo naso è subito buccioso, poi si fa speziato, un poco dolce, sa di scorzette d’arancia e pompelmo appena candite e un po’ salmastro, eppure pulito e franco. Il sorso è quasi materico, sulle prime spiazzante ma di buon carattere e discreta acidità e persistenza. Intriga il palato e lascia la bocca quasi ammantata, d’uva e di sale. Inutile negarglielo un passo avanti rispetto al debutto col duemilaotto, ancora uno solo però. Perché? Perché buono è buono ma il modello da seguire rimane per me il Cruna DeLago.

L’Astice con pomodori cuore di bue, rucola e cipollotti con Campania Pedirosa ’10 La Sibilla

10 giugno 2012


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