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Semplice non significa facile

1 agosto 2019

Lo sanno molto bene alcuni produttori di Biancolella, vitigno a bacca bianca tipico anzitutto di alcune aree della Campania che, secondo varie fonti, si ritiene sia di provenienza corsa dove ancora oggi viene allevato con il nome di Petite Blanche; da qui sarebbe poi stato introdotto nelle isole del basso Lazio e dell’arcipelago campano, in particolare sull’isola di Ischia, dove continua ad essere molto coltivato.

Bisogna riconoscere a certe bottiglie il merito di aiutarci a vivere un approccio più leggero con il mondo del vino e rendere giustamente conviviale la sosta a tavola pur senza sminuire minimamente il grande valore di ciò che abbiamo nel bicchiere. Allo stesso tempo però, a parlar di Biancolella, semplice non vuol dire affatto facile, poiché in certe circostanze questo vino viene fuori da situazioni estreme, luoghi e vigne di straordinaria unicità. Abbiamo così provato a riprendere le fila di qualcuna di sicuro affidamento da non far mancare a tavola questa estate!

Ischia Biancolella 2018 Casa D’Ambra. Non potevamo che cominciare proprio da qui, dalla famiglia D’Ambra, una istituzione ad Ischia che conta circa una dozzina di ettari di proprietà tra i più vocati dell’Isola e che acquista inoltre da più di 150 viticoltori isolani di cui 120 associati in Cooperativa. L’azienda coltiva e produce quasi esclusivamente varietà locali, dalla Biancolella alla Forastera e Uvarilla a bacca bianca e Per’ ‘e Palummo (piedirosso) e Guarnaccia a bacca rossa.

Il Biancolella di D’Ambra è un vino sempre luminoso, sottile e caratteristico, dal naso floreale e mediterraneo, asciutto al palato, brevilineo e dal finale di bocca piacevolmente ammandorlato. In certe annate, questa stessa tipologia, con le uve provenienti dalla Tenuta Frassitelli che in vendemmia arrivano in cantina in monorotaia, sa essere vieppiù profondo e di grande eleganza.

Ischia Biancolella 2018 Antonio Mazzella. Della stessa annata, altro nome sicuro sull’isola verde è quello delle Cantine Antonio Mazzella¤. L’azienda, oggi nelle mani dei bravissimi Nicola e sua sorella Vera, sta facendo davvero un grande lavoro di valorizzazione del piccolo patrimonio vitivinicolo familiare, in certi posti le vigne sono raggiungibili addirittura esclusivamente via mare. I vini di Nicola, che ha studiato e conosce ogni palmo di terra dell’isola e segue con grande attenzione tutta la parte enologica, possiedono sempre una grande personalità.

Nel bicchiere arriva infatti un bianco particolarmente ‘identitario’ e assolutamente godibile. Il colore paglierino, è luminosissimo e invitante, il sorso è asciutto, essenziale e fresco, ad occhi chiusi pare riportare alla mente subito quei paesaggi luminosi e assolati delle parracine ischitane rinfrescate dalla brezza marina. Di particolare pregio anche il Vigna del Lume, una selezione di Biancolella prodotta solo nelle migliori annate e vino bianco capace di giocarsela per ampiezza e profondità con i migliori bianchi del mediterraneo!

Ischia Biancolella 2017 Tommasone Vini. Una delle aziende con vigne tra le più suggestivi dell’isola d’Ischia che proprio negli ultimi anni ha saputo con merito e tenacia ritagliarsi uno spazio di prim’ordine negli annali. Stiamo parlando di una delle realtà più promettenti dell’isola con i suoi 13 ettari e mezzo di vigneto sparsi in 11 piccole tenute tra i comuni di Lacco Ameno, Forio e Sant’Angelo, dove i terreni possiedono una forte connotazione vulcanica e il varietale, di per sé unico, unito delle particolari condizioni pedoclimatiche rendono questo pezzo di territorio particolarmente adatto alla produzione di vini di qualità.

Pochissime le bottiglie ancora in giro di questo duemiladiciassette, un vino dal colore giallo paglierino con ancora riflessi verdognoli e dal naso intriso di fiori e frutta a polpa gialla, pera e profumo di mandorla. Il sorso è piacevole, secco e morbido, non rifugge da una certa personalità con un finale di bocca pieno e lievemente amaro.

Lazio Biancolella 2017 Antiche Cantine Migliaccio. Sono passati quasi dieci anni dai primi sorsi di Fieno bianco¤ che raccontammo, tra i primi, proprio su queste pagine enoiche. Abbiamo poi continuato a seguire con grande attenzione il lavoro di Luciana Sabino che con il marito Emanuele Vittorio ha avviato questa minuscola azienda sull’Isola di Ponza nei primi anni del duemila; parliamo di poco più di 2 ettari di vigna lungo la piccola collina che unisce Chiaia di Luna al Faro, sino a punta Fieno, luoghi raggiungibili esclusivamente attraverso una stretta mulattiera e che in alcuni anni, a causa di straordinarie condizioni climatiche ha richiesto addirittura interventi ”aerei” con elicottero per far fronte a lavori in cantina e in vigna.

Qui, con al fianco Vincenzo Mercurio¤, dopo diversi anni di duro lavoro spesi per la giusta valorizzazione del progetto e del bianco di punta si riesce finalmente a godere anche di una versione di solo Biancolella proveniente da vecchie viti, un vino caratterizzato da un particolare corredo aromatico incentrato su sentori tenui ma tipicamente mediterranei e un sorso sottile, dal sapore immediato e godibilissimo. Non è certo un bianco propriamente economico, ma a dirla tutta ci sentiamo di definirlo davvero unico oltre che particolarmente originale, da provare almeno una volta questa estate.

Infine, non da meno, ci sentiamo di aggiungere a questi piccoli capolavori lo straordinario Furore bianco 2018 di Marisa Cuomo¤, vino bianco della Costa d’Amalfi dove il varietale fa la sua parte di sovente in uvaggio con la Falanghina, caratterizzandone pienamente la bevuta, lo cogli sin dal primo approccio, appena ci metti il naso nel bicchiere, non appena ti bagni le labbra. Un bianco sempre evocativo questo di Marisa e Andrea, che si fa apprezzare ancora di più se si pensa a quei luoghi, a quelle vigne patrimonio inestimabile letteralmente strappate alla montagna che si affacciano sugli strapiombi sul mare di Furore, visione questa che da sola vale una suggestione unica e rara, che ha pochi pari nel mondo e per questo menzionato tra i Vini Estremi¤ del mondo.

© L’Arcante – riproduzione riservata

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Il rifiuto del legno, la lezione che non abbiamo ancora imparato

8 aprile 2019

Senza voler riaprire una disquisizione tecnica sul mezzo¤, ne ritornare sull’opportunità o meno del suo utilizzo, ci sembra però che in molti, anche tra i degustatori più attenti, in buona fede s’intende, continuano a preferire di schierarsi a favore o contrari a prescindere, senza considerare un elemento sempre troppo poco discusso quando si parla dell’utilizzo del legno: l’inesperienza.

Con buona pace di molti è bene ricordare che chi si è lanciato nel fare vino quindici/vent’anni fa qui in Campania non sapeva affatto bene da dove cominciare, dove mettere le mani: “talvolta ahimè non conosce nemmeno dove sta il pulsantino per accendere la luce in cantina”, ci confidò una volta un caro amico enologo consulente. Solo quando il ‘dopolavoro’ si era fatto necessariamente primaria attività, la faccenda cominciava ad assumere via via connotazioni un po’ più verosimili, con maggiori buoni auspici all’orizzonte ed un impegno, sul lungo termine, quasi a tempo pieno. E’ forse un’amara constatazione, ma val bene tenerne conto perché in molti casi così è stato.

Va da se che una tale complessa esperienza è molto difficile trovarla in un panorama produttivo come quello campano che, da un certo punto di vista, fatte le dovute eccezioni, rimane estremamente giovane. Una mancanza talvolta compensata solo in parte con consulenze di valore ma che pure hanno avuto per un certo tempo il grande limite di proporre spesso protocolli standard per tutte le salse, incapaci di tenere conto talvolta di realtà in alcuni casi difformi tra loro in uno stesso comprensorio vitivinicolo, se non nell’azienda stessa.

Ecco perché lo spauracchio del burro e marmellata degli anni novanta e duemila non può, non deve essere dimenticato, men che meno ripercorso. Ci permettiamo però di aggiungere che non va nemmeno demonizzato chi ne ha saputo trarre la giusta esperienza ed oggi sa bene il fatto suo. L’utilizzo dei legni in cantina necessita di una certa abilità, conoscenze specifiche, studio, sperimentazioni, verifiche, attenzioni almeno decennali. Da questa parte quindi non si può essere tutti a favore e poi tutti contro, per partito preso. Troppo facile, fuorviante, inconcludente nell’uno e nell’altro caso.

Terre del Volturno Casavecchia Centomoggia 2015 Terre del Principe - foto A. Di Costanzo

Gli assaggi degli ultimi mesi ci vengono in soccorso consegnandoci due grandi esempi, il primo è il Furore bianco Fiorduva di Marisa Cuomo, uno tra i più apprezzati bianchi campani a livello internazionale, capace ogni anno di spostare in alto l’asticella pur mantenendo una certa integrità espressiva dove i tre varietali Fenile, Ripoli e Ginestra, l’ambiente pedoclimatico, l’uso misurato del legno contribuiscono alla produzione di un bianco profodamente coinvolgente. Il duemiladiciassette è un vino dal colore giallo paglierino intenso e luminoso, che profuma di fiori di ginestra ed erbe mediterranee, con un intenso rimando ad albicocca matura e frutta esotica. Il sorso è ben definito, pieno e caratterizzato da persistente sapidità.

Il secondo è il Casavecchia Centomoggia di Terre del Principe, Peppe Mancini e Manuela Piancastelli con il duemilaquindici ne hanno tirato fuori forse uno tra i migliori di sempre, capace di lasciare a bocca aperta tanto fragoroso è il frutto esaltato in maniera ineccepibile (anche) dal legno, dalla misura del suo impiego, capace di esaltare e affinare una grande materia viva. Ha un colore rubino-porpora e al naso è intenso, avvolgente, profuma anzitutto di more e mirtilli cui s’aggiungo per distacco spezie e balsami. Il sorso è pronunciato, fitto e saporito, tredici gradi di assoluto piacere per le papille gustative.

Semmai ve ne fosse ancora bisogno, lo ribadiamo ancora una volta: non è la barrique il problema, ma chi e come la usa.

Leggi anche Ravello Rosso Riserva 2007 di Marisa Cuomo Qui.

Leggi anche Centomoggia, il Casavecchia di Terre del principe Qui.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Gran Furor Divina Costiera!

2 maggio 2013

Il successo del succoso Fiorduva di Andrea e Marisa ha pochi eguali in Campania, tra l’altro ormai universalmente riconosciuto tra i grandi bianchi italiani ogni anno sempre più applaudito.

Costa d'Amalfi Furore bianco 2012 Marisa Cuomo - foto A. Di Costanzo

Un riconoscimento che si fa ancor più grande se si pensa a quei luoghi, a quelle vigne strappate letteralmente alla montagna che ricadono a strapiombo sul mare, visione questa di una suggestione unica e rara che ha pochi equivalenti. Sono gli stessi luoghi dove nasce pure quest’altro piccolo capolavoro di falanghina e biancolella che, opinione del tutto personale, sempre più spesso mi viene addirittura naturale mettere davanti al Fiorduva stesso.

Possiede una straordinaria franchezza espressiva il Furore bianco 2012, lo cogli sin dal primo approccio, appena ci metti il naso nel bicchiere, non appena ti bagni le labbra. Passeremmo ore a discutere davanti ad una vecchia bottiglia di fiano di Avellino di Vadiaperti o di Lacryma Christi bianco di Villa Dora, magari dello stesso Fiorduva se ne trovassimo qualcuna in giro ben conservata.

Sono bianchi questi ultimi capaci di sovvertire luoghi comuni e convinzioni vetuste: profondità, larghezza, spessore sarebbero le parole più gettonate, ne sono convinto, come infinite ritornerebbero le disquisizioni emozionali dinanzi a bottiglie sorprendenti finalmente proiettate nel tempo con la stessa apertura di credito riconosciuta sino a pochi anni fa solo a certune d’oltralpe (Borgogna, Alsazia ecc…).

Talvolta, certe volte, c’è però bisogno di altro: di un sospiro, un piacere, una voluttà immediatamente leggibile, non necessariamente ancestrale, bensì immediata, da stappare al volo e da godere adesso, subito. E’ pure di questo che si ha bisogno, no? Cogliere l’attimo, quel glicine appena in fiore, la mela appena matura, un respiro a ‘pieni polmoni’ affacciati su una terrazza qualsiasi di Furore, ‘il paese dipinto’; la macchia mediterranea, il sale appena accennato, il sole là appena al tramonto. Una goccia in mezzo al mare sì, ma sempre più unica!


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