Posts Tagged ‘bolgheri’

Andare avanti, ma non troppo

7 gennaio 2015

Nelle ultime settimane ho avuto modo di assaggiare diversi grandi rossi perlopiù 2010 del Bolgherese e della Valpolicella (non solo Amarone). Il lato più bordolese del vino italiano pare stia riscoprendo un po’ se stesso con il cabernet franc: frutto sempre in primo piano ma con maggiore attenzione all’equilibrio, l’estrazione, la potenza, il legno. Vini che conservano comunque grande opulenza e profondità ma al contempo esprimono buon equilibrio. Piccoli passi insomma non più così indifferenti anche ai palati più ostili.

Per quanto riguarda invece la Valpolicella pare che il ruolo di Premium Wine a cui è sempre più destinato l’Amarone stia rilanciando più di una perplessità. Le vendite vanno bene, il mercato (estero) tira forte, molti vini però appaiono sovraestratti, poco bilanciati, qualcuno addirittura un tantino legnoso come si fosse ancora alle prime armi con l’appassimento o col maneggiare botti e barriques; il risultato nel bicchiere sono vini talvolta oltremodo alcolici se non pesanti. Troppo. Temo si corra tanto e ahimè non tutti nella stessa direzione.

Mi domando se in tutto questo work in progress che muove poco l’asticella dei consumi interni ma assesta ancor più gli equilibri del mercato del vino italiano agli occhi del mondo, il silenzio che gira intorno al nostro Taurasi negli ultimi tempi non sia da intendere come l’ennesima occasione sciupata per sparigliare (almeno un pochino) le carte in tavola. Vabbe’, non allarghiamoci troppo dai...

© L’Arcante – riproduzione riservata

Le belle promesse del Messorio ’99 Le Macchiole

18 novembre 2013

Il Messorio di Le Macchiole, 100% Merlot di Bolgheri, viene lanciato spedito sin da subito nell’olimpo dei grandi vini italiani con un percorso quasi netto tra le varie maglie della critica prima italiana poi internazionale; una grandeur ogni anno più ridondante che ha raggiunto il suo apice massimo col 2008 premiato da Parker – udite udite – con ben 100/100.

Bolgheri rosso Messorio 1999 Le Macchiole - foto L'Arcante

Bella esperienza bere oggi il Messorio 1999*, con quasi quindici anni sul groppone appare ancora in tutto il suo splendore. il vino è tutto merlot, a quel tempo della vigna Puntone, piantata nel 1993 (Vignone arriverà solo nel ’99), con 18 mesi spesi in rovere francese. Tre lustri dopo arriva nel bicchiere un vino dal colore  rubino maturo ma ancora pieno ed invitante. Il naso ha bisogno del suo tempo, ha da stare in caraffa e fare i suoi bei giri nel calice, necessita di attenzione e della calma dei forti. Nitidi i sentori di china e caffè, poi liquirizia, more confettate, amarena sottospirito e tutta una serie di nuances terragne e tabaccose; il sorso  è ben espresso, possente ma preciso, caldo e fitto, teso e lungo, un merlottone con ancora il giusto piglio e la profondità utile per guardare avanti col petto in fuori.

Non ne farei l’assaggio dell’anno ma quando si stappano certe bottiglie ad anticiparle c’è tutta una serie di deja-vù e luoghi comuni sempre un tantino complicati da soppesare con giustezza. Ecco perché la sfrontata bellezza di questo assaggio ha un sapore ancor più pregnante. 

*98/100 per Parker, Tre Bicchieri Gambero Rosso, 17/20 L’Espresso.

Più di tutti, poté uno Sperss 2001

10 novembre 2012

Proprio una bella esperienza, senza dover necessariamente aggiungere dell’altro, soprattutto usando paroloni oltremodo reverenziali per un’azienda che non ha certo bisogno di salamelecchi e cose del genere. Gaja è e rimane un riferimento. Punto.

Poche ma significative parole invece vanno scritte per la notevole esperienza degustativa regalataci proprio da Angelo Gaja in una sala del castello lì a Barbaresco, proprio di fronte, a due passi dalla sede storica della cantina; un luogo che sarebbe dovuto diventare, in origine, un posto d’accoglienza a 360° ma che poi si è scelto far diventare una sorta di showroom/museo aziendale. Per adesso. 

Un incontro aperto naturalmente dal benvenuto del padrone di casa, arricchitosi via via di tanti argomenti messi in campo di volta in volta: il territorio anzitutto, la storia (non solo dell’azienda di famiglia), il presente e il futuro di un areale, l’albese in particolar modo, che sembra rimanere, sospeso, in uno stato di grazia perenne, tra i pochi in Italia a portare avanti uno sviluppo tipicamente industriale senza però stravolgere l’equilibrio rurale delle sue immediate periferie; anzi, a guardar la storia, contribuendo in maniera decisiva a valorizzarlo probabilmente oltre ogni aspettativa.

Degustazione che si è naturalmente dilatata poi nel tempo e, dopo un passaggio obbligato per le cantine, anche a pranzo, all’Antica Torre, posticino davvero delizioso, nel cuore del centro storico di Barbaresco, proprio sotto l’antica torre del paese, dove abbiamo bevuto ancora dell’altro ma questa volta in compagnia di Lucia e Rossana Gaja. 

Questi gli appunti sul mio carnet: teso e minerale il Gaja&Rey 2009, ancora non del tutto schiuso al naso e in costante distensione in bocca (l’ultimo mio assaggio è dello scorso luglio); sopra ogni aspettative invece l’ottimo Alteni di Brassica 1998. Poi un Barbaresco, il duemilaotto, che sembra anticipare quanto vadano ad incidere i cambiamenti climatici in vigna anche da queste parti, “un fenomeno cui bisogna dedicare in futuro sempre maggiore attenzione e sempre più ricerca e studi specifici”, dice chiaramente Angelo Gaja. E la conferma ci arriva da un Sorì Tildin 2010 – un campione da botte servitoci però alla cieca e in bottiglia – che, se non fosse stato per l’evidenza tannica un po’ sgraziata sarebbe tranquillamente passato, per l’opulenza e l’eleganza con la quale si presentava invece al naso e nel complesso in bocca, come un vino “pronto” almeno per il suo lancio sul mercato.

Breve ma circostanziato il passaggio in Toscana, col Magari 2010 di Ca’ Marcanda, dal timbro inconfondibilmente rotondo e grasso tipico del bolgherese, e il Brunello Rennina 2006 di Pieve Santa Restituta, dal naso maturo e dal sorso austero e quasi ferroso tanto è minerale. Prima di ritornare, due volte, in langa, col Costa Russi: con un duemilanove di grandissima levatura, sontuoso per quanto verticale e fitto e un novantotto da manifesto emozionale, di quelli che una volta letti vale spegnere le luci e andare tutti a casa. Senza esagerare.

E infine c’è lo Sperss 2001, uno sparo secco nel buio. Quel buio dove ancora armeggiano tradizionalisti e innovatori alle prese con manuali, libretti e sermoni, quando invero servirebbe solo ascoltarli certi vini, come attraversano il tempo, e quel muro di chiacchiere inutili ai primi quanto ai secondi. Qui c’è una idea precisa, magari diversa, nuova, ma estremamente precisa di un vino verticale, variopinto, nuovo ad ogni sorso, di spessore, nerboruto, opulento, avvenente. Appagante. E dopo più di dieci anni che si mostra come fossero passati appena dieci anni. Un nebbiolo (di Serralunga d’Alba) con un saldo del 5% di barbera, mica pizza e fichi.

Supertuscan tra passato, presente e (poco) futuro

9 aprile 2012

Non che siano mancati argomenti, anzi, come inizio non poteva andare meglio. Più degli altri anni però durante questa “apertura” di stagione m’è mancato quel poco di tempo in più per potervi raccontare subito le prime bottiglie passatemi per mano: priorità all’attenzione a certi dettagli, alcune novità, gli ingranaggi da oliare e un programma di eventi enogastronomici decisamente coi fiocchi¤. Poi… l’abiocco! 🙂

Insomma, uno start up di gran soddisfazione ma parecchio impegnativo. Ancora qualche giorno di pazienza quindi e L’Arcante riprenderà a consegnarvi cose buone (nuove) dal mondo del vino con la solita frequenza; frattanto “copioincollo” dai primi appunti e vi consegno un paio di assaggi notevoli di cui vale la pena scrivere almeno qualche riga; il primo è l’Acciaiolo ’97 di Castello d’Albola¤: gran rosso, una garanzia, dal colore ancora vivace e dal naso estremamente fitto e verticale, in splendida forma. Si certo, annata fortunata quella, verrebbe da dire “impressionante”, ma giuro che non me l’aspettavo ancora così profonda: il sorso è integro, ancora vibrante e ricco, puntuto e avvolgente, decisamente “fresco” ed invitante, sorprendente!

Di proprietà della famiglia Zonin¤, Castello d’Albola è a Radda in Chianti, su per le splendide colline chiantigiane; 850 ettari di cui circa 160 a vigneto frazionato in tanti piccoli cru tra cui spiccano Montevertine, Crognole, Solatio, Ellere e Acciaiolo, appunto. Quasi il 90% delle superficie vitata è occupata dal sangiovese, poi cabernet sauvignon, chardonnay e canaiolo.

Rimanendo da queste parti, intendo in Toscana, due facce della stessa medaglia  e convincenti per metà: Le Serre Nuove 2004 e Ornellaia 2008 di Tenute dell’Ornellaia¤. Il primo, second-vin dell’azienda-mito bolgherese è nato nel ’97 per dare manforte al più blasonato Bolgheri Superiore: vi finisce infatti, solitamente come prima ricaduta, tutta l’uva ritenuta non adatta per l’Ornellaia. Sin dal colore è evidente che vive ancora una splendida stagione, è in perfetto equilibrio degustativo e laddove necessario non avrei dubbi che sarebbe il meglio da offrire a coloro i quali vanno in cerca di un bordolese toscano da cogliere a pieno e nell’immediato: al naso è fulgido, soave, asciutto in bocca. Il sorso è risoluto, composto ma con un ritorno felice e ancora pimpante, di buona stoffa e profondità. Non sarà magari il vino della vita ma ne mette parecchi in fila, anche di più blasonati, pure volendo fare due conti in casa propria.

Il secondo, dal curriculum certamente invidiabile, m’è parso invece in questa versione un tantino troppo sovraestratto, e pur vestito da uno splendido colore e da un naso incalzante – amaroneggiante – ne ho colto un sorso sostanzialmente eccessivo, surmaturo e debordante; non vorrei dirlo ma già al secondo sorso fa registrare un attacco piuttosto invadente, monocorde, quasi stancante. Paga probabilmente ognuno dei 15 gradi d’alcol (onestamente troppi).


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