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Irpinia Campi Taurasini Cretarossa 2012 I Favati

12 ottobre 2020

Una delle prime volte che ci siamo ritrovati davanti a una bottiglia di Campi Taurasini ci sono venute in mente non poche domande, tutto nasceva ovviamente da un pregiudizio che nonostante gli anni trascorsi, e le tante bottiglie aperte, continua ad aleggiare e ritornarci in mente di tanto in tanto: l’istituzione di questa sottozona, fu vero successo?

Proviamo a spiegarci meglio: in quel tempo, dopo il 2005, d’un colpo, ci ritrovammo sin da subito con il prezzo aumentato di molte bottiglie, sino ad allora degnissime seconde e terze etichette di produttori spesso riconosciuti sì per il loro Taurasi ma solo dopo l’entry level Aglianico, vero pass-partout per entrare nel cuore e sulle tavole di molti appassionati, in particolar modo in certi locali dove meglio funzionavano soprattutto al calice, cioè Winebar ed Osterie tout court con una cucina all’altezza; posti ben frequentati, magari da una clientela meno danarosa ma sempre molto disponibile a lasciarsi consigliare e ”scoprire” nuove proposte.

L’istituzione della Doc Irpinia, in data 13 settembre 2005, poneva le basi per una riorganizzazione delle produzioni di qualità in provincia di Avellino, nello specifico, per la Sottozona Campi Taurasini, nel territorio dei comuni di Taurasi, Bonito, Castelfranci, Castelvetere sul Calore, Fontanarosa, Lapio, Luogosano, Mirabella Eclano, Montefalcione, Montemarano, Montemiletto, Paternopoli, Pietradefusi, Sant’Angelo all’Esca, San Mango sul Calore, Torre le Nocelle, Venticano, Gesualdo, Villamaina, Torella dei Lombardi, Grottaminarda, Melito Irpino, Nusco e Chiusano San Domenico, cioè proprio là dove l’Aglianico esprime grandissime qualità organolettiche sin da giovane, vieppiù con la giusta maturazione.

Da questo momento, in molti, soprattutto tra i piccoli produttori di cui ci siamo innamorati in questi anni, hanno sistematicamente rinunciato a dare spazio a vini per così dire ”base”, puntando quasi esclusivamente a fare vini ”Premium o Top di gamma” o da lungo affinamento abbandonando un poco alla volta la produzione di Aglianico destinato ad un consumo più immediato che, tra l’altro, è sempre stato quel vino che maggiormente ha contribuito alla loro iniziale crescita nonché a conquistare appassionati e professionisti in molti casi fidelizzandoli proprio su certe etichette. Una scelta, quella di alzare l’asticella ovviamente legittima, un riconoscimento doveroso all’impresa, al lavoro e al sacrificio quello di spuntare prezzi più alti, ciononostante la domanda resta: a conti fatti, fu vero successo?  

È innegabile quanto avvenuto negli anni, l’omologazione verso il basso di molte etichette, talvolta proposte a prezzi ingiustificati, invero già palpabile laddove non c’era quell’esperienza necessaria per gestire il vitigno ed il vino per una produzione proiettata nel tempo, non ultimo lo smarrimento evidente che ci prendeva un po’ a tutti davanti a certi bicchieri dove a dominare avrebbe dovuto essere l’uva, semmai il territorio, la sua anima, pure la scienza e la bravura di chi le governa, ma non certo il tempo o più banalmente il prezzo.

Per contro, per fortuna, parallelamente a questa scia c’è traccia di chi ha continuato a lavorare duro per metterci un po’ più di concretezza dentro una bottiglia di Irpinia Campi Taurasini, non un piccolo Taurasi, il rischio resta dietro l’angolo, ma un Aglianico capace di esprimere anche a distanza di qualche anno sfaccettature di freschezza e vivacità gustative ancora molto interessanti.

Riflessioni queste sulle quali ci siamo ritrovati davanti a questo splendido vino, il Cretarossa duemiladodici di Rosanna, Giancarlo e Piersabino Favati. Un rosso, manco a dirlo dopo 8 anni, con ancora tanta strada da fare, dal colore esemplare, rubino appena granato sull’unghia del vino nel bicchiere, fruttato, certamente balsamico, speziato ma pienamente succoso, nerboruto, pieno di stoffa, il buon rosso che ci aspettavamo insomma, dall’Aglianico, da quel territorio di provenienza, qui siamo a Montemarano e Venticano, dalla passione e dal manico di chi li ha governati.

© L’Arcante – riproduzione riservata

E poi c’è Rosanna

10 settembre 2020

E’ lei, Rosanna Petrozziello della Cantina I Favati, donna caparbia, energica e solare, qualità che ritrovi pienamente nei suoi vini, in particolare nei suoi Fiano di Avellino, sia nella veste classica del Pietramara Etichetta Nera che quando imbottigliati con l’Etichetta Bianca riservata alle annate straordinarie.

Guai però a parlarle di ”specializzazione” sul Fiano, non ne vuole proprio sentir parlare, tanto per l’impegno che ci mette nel tirare fuori anche ottimi Greco di Tufo, Aglianico e Taurasi, sin dai suoi primi timidi passi mossi in cantina qui a Cesinali, nel 1996, quanto perché questa scelta, a suo tempo, l’ha letteralmente scaraventata nel mondo del vino, portandola a mollare tutto e dedicare tutta se stessa all’azienda di famiglia dei fratelli Favati, con suo marito Giancarlo e il cognato Piersabino al suo fianco. 

Tra vigne di proprietà e in conduzione, collocate in più aree Doc e Docg dello splendido territorio irpino, I Favati lavora oggi poco più di 16 ettari, con il Fiano di Avellino proveniente perlopiù dalle vigne di via Pietramara ad Atripalda – nella foto sotto, con Giancarlo Favati, ndr -, l’Aglianico da alcune parcelle provenienti dai comuni di Montemarano e Venticano, il Greco di Tufo da Santa Paolina.

Ciononostante per noi resta il Fiano di Avellino che emerge perentorio nella batteria dei buonissimi vini assaggiati. Il Pietramara di Rosanna, seguita da sempre nel lavoro di cantina dal bravo Vincenzo Mercurio, conserva in sé l’anima del grande vino, ha verticalità e spessore e il tempo ci continua a consegnare ampie conferme. Resta infatti una lettura varietale (e territoriale) capace di esprimere equilibrio ma anche e soprattutto opulenza ed eleganza; è un bianco vivace e invitante quando giovane, talvolta anche sopra le righe, ruffiano e per certi versi fuorviante, ma al contempo capace di offrire ampi spunti di profondità e complessità olfattive e gustative al pari dei migliori vini bianchi del mondo.

La vigna di Atripalda è a poche curve dalla cantina di Cesinali, conta circa 5 ettari, è un piccolo anfiteatro naturale che si apre da nord-est a nord ovest e arriva in certi punti a circa 450 metri s.l.m.. Ai piedi delle vigne insiste un piccolo insediamento boschivo, nelle vicinanze ci passa il fiume Sabato, a monte ancora querce, castagni, noccioleti e vegetazione sparsa lungo una dorsale costantemente spazzata dal vento, dove l’uva si avvantaggia, in certe annate, di una maturazione lenta e tardiva, giovandosi anche di particolari escursioni termiche notturne. Quello che ne viene fuori è uno spettacolo liquido per le papille gustative tutto da assaporare!

**** Fiano di Avellino Pietramara 2019. Millesimo fortunato, che sembra aver regalato vini in forma smagliante, dal colore paglierino intenso con accenni oro sull’unghia del vino nel bicchiere. Il calice sprizza fiori gialli, agrumi e frutta a polpa gialla, con note anche tropicali, ci trovi dentro caprifoglio e timo, pesca e susina, mango. Il sorso è fresco ed equilibrato, col tempo saprà ”allargarsi” ma resta un assaggio di notevole persistenza.

****/* Fiano di Avellino Pietramara 2018. Buono ogni oltre ogni ragionevole dubbio, di quelle bottiglie indimenticabili, dal colore luminoso paglia oro. Il naso è ampio e complesso, il ventaglio olfattivo dona tanti spunti, note floreali, macchia mediterranea, sentori che lasciano spazio a profumi più maturi di frutta a polpa gialla (pesca noce e mango) sostenuti da balsami e agrumi, accenni salmastri. Il sorso è carico di buona materia, polposo e fresco, succoso ed equilibrato, persistente da masticare, finemente intessuto.

I due ettari di Greco di Tufo, come dicevamo, sono invece in conduzione a Santa Paolina, collocati, per intenderci, nella parte alta che si alza sopra Cutizzi, più verso il centro del paese, nel cuore di una delle tre Denominazioni di Origine Controllata e Garantita irpine, e da qui proviene il Terrantica.

Del Greco ne abbiamo ampiamente raccontato  e non smetteremo mai di farlo, non è un vino “facile”, tutt’altro: è un bianco che va lasciato respirare e soprattutto servito ad una giusta temperatura (12°-14°) per non ghiacciare con le papille gustative anche i sottili ma persistenti profumi varietali e minerali, quella vivacità gustativa che sorso dopo sorso si tramuta in una profondità davvero encomiabile, che avvolge il palato e non lo lascia più, per molto, molto tempo.

**** Greco di Tufo Terrantica 2019. Il colore è giallo paglierino, appena un po’ più marcato oro sull’unghia del vino nel bicchiere. Ha un naso sottile, profuma di frutta a polpa bianca e di agrumi, di fiori e frutta secca. Il sorso è fresco e sapido, un poco statico in questo momento, però fresco e gradevolmente sapido. Sarà certamente una splendida rivelazione con qualche mese ancora di bottiglia, ne siamo sicuri!

**** Greco di Tufo Terrantica 2018. Già nel colore paglierino oro sembra voler raccontare qualcosa in più della sua sostanza, ha un naso complesso e invitante, tira fuori sensazioni agrumate e fruttate di pompelmo e albicocca, di mela cotogna e pesca matura. Il corollario regala anche note più sottili di balsami che richiamano gelsomino e zenzero, macchia mediterranea. Il sorso è fresco e gratificante, morbido e fine, con buon equilibrio e persistenza gustativa, dei tre Greco in batteria quello di maggiore efficacia.

***/* Greco di Tufo Terrantica 2016. E’ stato un millesimo complesso con alcuni giorni di pioggia proprio nel mese di ottobre ma in fin dei conti ci sembra venir fuori ancora un buon Greco, caratterizzato da piena maturità espressiva, forse una spanna sotto i precedenti anche se proprio qui emergono sin da subito la mineralità sulfurea e l’acidità che caratterizzano il Greco di Tufo nelle sue espressioni più tipiche. Il colore è oro, con un naso che sa di camomilla, malto ed erbe officinali, mela cotogna, zenzero e ancora qualche tono balsamico; il sorso è pieno, asciutto, ancora deciso e persistente ma nel complesso, forse, un po’ distante dalla piena e coinvolgente complessità olfattiva.

***** Eccellente **** Ottimo  *** Buono ** Suffic. * Mediocre 

Leggi anche Fiano di Avellino Pietramara Etichetta Bianca 2009 I Favati Qui.

Leggi anche Greco di Tufo Terrantica Etichetta Bianca 2009 I Favati Qui.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Cesinali, straordinario il riassaggio del Greco di Tufo Terrantica Etichetta Bianca ’09 de I Favati

9 febbraio 2014

La fierezza, la dignità dell’appartenenza, la sottile malinconia di valori tanto radicati quanto talvolta facilmente ignorati. Non si può produrre vino prescindendo dai primi due elementi appena citati, non ha senso invischiarsi nell’impresa di fare vino se non credi nel valore della tua terra, men che meno se la ignori in virtù del solo fine di produrre reddito.

Greco di Tufo Terrantica 2009 I Favati

Rosanna Petrozziello è una vera Signora del vino. No, il titolo di Clelia Romano¤, la ‘Signora del fiano’, non è assolutamente in discussione, non corre alcun pericolo nonostante oggi pare sgomitino in parecchie per raccoglierne il testimone. Rosanna no, non vive di queste velleità, a dire il vero un po’ come Clelia Romano appare molto poco in giro e quando lo fa sa essere garbata e dimessa, preferisce mettere avanti il suo lavoro, i suoi vini, sempre più dei piccoli capolavori.

Del Terrantica 2009 ne ho scritto già qualche tempo fa qui¤ su lucianopignataro.it – sembra ieri -, dopo una mia visita alla piccola cantina di Cesinali. Qualche giorno fa il riassaggio, davvero straordinario anche se non mi sorprende più tanto vivendo con un certo entusiasmo la crescita dell’azienda dei Favati ormai da quasi un decennio.

L’Etichetta Bianca¤ è un greco di Tufo fatto come Dio comanda, greco che si conferma impressionante per come riesce a sospendersi nel tempo. Il colore è oro puro, cristallino, il naso ha un’avvenente timbrica di camomilla ed erbe officinali, sa di mela cotogna con qualche tono appena balsamico; il sorso è notevole, asciutto, ancora sferzante, lungo, senza alcun cenno di cedimento, nessun ammiccamento. Fiero e autentico capolavoro: cavolo verrebbe da dire, una Signora del fiano che sa fare grande pure il greco!

© L’Arcante – riproduzione riservata

Cesinali, Pietramara Etichetta Bianca ’09 I Favati

26 gennaio 2012

Il fiano di Avellino conserva in sé l’anima del grande vino, e il tempo ci continua a dare, sempre più spesso, ampie conferme. Un grande vino, senz’altro, quando arriva da territori vocati e lavorato come si deve, capace di esprimere equilibrio ma anche e soprattutto opulenza ed eleganza; bianco vivace e sbarazzino da giovane, spesso anche sopra le righe, ma al contempo in grado di offrire, quando affinato, profondità e complessità gusto-olfattive al pari dei migliori vini bianchi del mondo.

Delle tre denominazioni di origine controllata e garantita irpine quella del fiano di Avellino copre senza dubbio l’areale più ampio attraversando ben 26 comuni sparsi qua e là sul territorio, dalla Valle del Calore sino al Vallo di Lauro. Un vigneto affatto omogeneo, di cinquecento ettari, piantati per lo più su terreni argilloso-calcarei con diverse variabili locali, ma che proprio grazie alla complessa eterogeneità dei territori che attraversa, alle profonde connotazioni di suoli e condizioni microclimatiche, riesce in punte di eccellenza di grande valore degustativo. Vini talvolta profondamente caratteristici, con aromi suggestivi di fiori e frutti e reminescenze dolci in gioventù e sentori invece tostati, marcatamente iodati, talvolta empireumatici quando affinati ed evoluti; insomma, espressioni multiformi di un grande varietale nonché del terroir di appartenenza, che sanno però maturare, mutare, migliorare nel tempo.

E quando bevi il Pietramara Etichetta Bianca 2009 di Rosanna Petrozziello, Giancarlo e Piersabino Favati, hai subito la certezza di ritrovarti dinanzi a un grande vino, mutevole e pregevole. Viene dai 5 ettari del vigneto omonimo di Cesinali, un piccolo “anfiteatro naturale” che si apre da nord-est a nord ovest a circa 450 metri di altezza. Ma Etichetta Bianca diviene solo il fiano raccolto nei filari collocati più a nord della vigna, laddove matura lentamente e più tardi, giovandosi anche di particolari escursioni termiche. La vinificazione avviene tutta in acciaio, poi finisce quasi un anno in bottiglia.

Il colore è luminoso, mentre il naso pare aver acquisito una impressionante intensità e complessità che va ben oltre la suggestione varietale; il sorso è asciutto, dinamico, sbarazzino, ma ricco di sfumature minerali, iodate. Insomma, un bianco dalla forte personalità, capace senza ombra di dubbio di attraversare il tempo con la stessa semplicità con la quale una lama calda affonda nel burro. Nemmeno ti accorgi che è un vino di quasi tre anni. Ma che stiamo a fare ancora a sottolinearlo! E lo bevi con tutto o niente, perché sin dal primo sorso ti accorgi che val la pena bere anche solo il vino, fregandotene altamente delle frottole che l’accompagnano. Un vino è grande quando sa raccontarsi anche da solo, si dice; bene, qui la storia è appena cominciata.

Questa recensione esce anche su www.lucianopignataro.it.


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