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Caldaro, Cassiano ’11 Manincor: il rosso morbido, esotico e biodinamico del Conte Goess-Enzenberg

3 gennaio 2014

Nonostante il grande successo commerciale i vini altoatesini sembrano avere ancora larghi margini di conquista del mercato. Soprattutto per quanto riguarda i vini rossi.

Cassiano 2011 Manincor - foto A. Di Costanzo

I bianchi si sa, da quando sono sbarcati perentori sul mercato italiano conquistandosi ampie quote perlopiù a discapito dei friulani, riscuotono successo quale che sia il varietale, dai già conosciuti pinot grigio bianco agli chardonnay e sauvignon, dall’impronunciabile gewurztraminer al gentile müller thurgau; sui rossi invece, fatte le dovute eccezioni su certi cabernet, si fa ancora una gran fatica ad andare oltre al pinot nero.

Certo esistono ottimi lagrein, gradevoli espressioni di schiava ma rimangono vini dal profilo più o meno basso che, fatto salvo qualche exploit sembrerebbero mancare di quel appeal necessario per consacrarsi pienamente. E col clima che cambia sembra ci sia una ragione in più perché, colturalmente, a queste uve nei nuovi impianti vengano sistematicamente preferite sempre più varietà ‘esotiche’.

Il Cassiano, chiarisco subito, non è certo il ‘mio’ vino preferito tra quelli di Manincor¤, però credo meriti attenzione poiché potrebbe piacere invece a molti. Ci si fa un gran lavoro sperimentale ma soprattutto è uno dei tanti vini che vedono trionfare una filosofia e un metodo di produzione sano e pulito tanto cari al Conte Goess-Enzenberg¤, produttore a Caldaro molto stimato e apprezzato trasversalmente sia da appassionati esperti che comuni bevitori.

Tornando al vino, è un merlot al 50% con un saldo importante di cabernet franc e piccole percentuali di cabernet sauvignon, syrah, petit verdot e tempranillo; uve coltivate in regime biodinamico (Demeter) così come tutto il processo realizzativo segue pari pari una ferrea disciplina di sostenibilità etica ed ambientale.

Vivace e luminoso il colore rubino porpora, scuro e profondo. Il naso è un trionfo di sentori e riconoscimenti di fiori, frutta e note balsamiche che ne amplificano il respiro e la complessità. Il sorso è ruffiano, tutto tondo e polposo con qualche piccola nerbatura – più acida che tannica – solo sul finale di bocca comunque saporito e ben bilanciato.

Sulle chiusure “alternative”, l’esperienza di Jean Pierre Frick, che non è proprio l’ultimo arrivato

27 ottobre 2012

Una delle prime cose capitate a tiro durante la splendida due giorni con Pepi Mongiardino è questo documento, ripreso tra l’altro sia sul catalogo cartaceo di Moon Import che sul loro sito on line qui. Si parla di chiusure alternative, dell’esperienza sul campo di uno dei pionieri della Biodinamica in Alsazia, Jean Pierre Frick da Pfaffenheim che, addirittura, chiude le sue bottiglie con un “innovativo” tappo a corona.

“L’eliminazione del tappo in sughero sconvolge l’immaginario quanto ravviva l’odorato e il gusto. Dalla nostra raccolta del 2002 la bottiglia non è piú tappata da sughero ma da capsule coronate in inox. Con un piccolo disco di polietilene che assicura l’impermeabilitá. L’aumento incessante delle deviazioni organolettiche (sapori e aromi) causato dal tappo in sughero, ci ha portati a questa scelta. La diversificazione dei nostri fornitori di tappi e l’acquisto di sughero di qualitá sempre migliore non ha portato a nessun risultato soddisfacente. Al 4-5% del gusto di tappo, facilmente identificabile, si aggiungono almeno altrettante bottiglie “deformate”, influenzate proprio dai tappi. Questa seconda categoria è molto piú sorniona, perché il degustatore attribuisce al vino l’opacità che deriva dal tappo. Il cambiamento del tipo di tappo ha poi altri vantaggi: permette anzitutto l’accrescimento della longevità delle mezze bottiglie; i vini trasportati a temperature troppo elevate, rischiano meno di avere dei disturbi proteici e, ancora, il passaggio dei polifenoli del tappo nel vino può non solamente comunicare un gusto, ma anche far precipitare le proteine del vino”. 

E alle domande che più di sovente vengono naturalmente sollevate quando si parla di questo cambiamento, Jean Pierre Frick risponde così. 

Il tappo ermetico non impedisce al vino di evolversi? “Già da trent’anni Emile Peynaud ha dimostrato che nella bottiglia nessun vino assorbe l’ossigeno dell’aria quando questo è tappato da un eccellente sughero; è proprio perché l’impermeabilità al gas è variabile da un tappo all’altro, che alcuni viticultori mettono della cera sul collo e sul tappo della bottiglia; le capsule di stagno non perforate, a copertura del tappo, assicurano una totale impermeabilità: dalle catene di imbottigliamento e di etichettatura escono qualche volta delle bottiglie con la capsula, ma senza tappo, che non lasciano uscire la minima goccia di vino; gli champagne e i crémant maturano sur latte per anni in bottiglie tappate da capsule. La maturazione del vino è un processo fisico-chimico che non necessita di ossigeno dall’esterno”.

Perché rimpiazzare un prodotto naturale con il polietilene? “Il sughero non viene utilizzato nel suo stato naturale: il lavaggio non si fa più nel cloro, ma con prodotti e procedimenti diversi a seconda del sugherificio e i tappi non pieni subiscono un trattamento di riempimento al silicone, alla paraffina o alla miscela dei due. Il solo fatto di far scivolare il vino sulle tracce di paraffina o di silicone lasciate dal tappo sul collo della bottiglia, modifica il vino in confronto a quello estratto dalla stessa bottiglia con una pipetta. Questo fatto è particolarmente considerevole per i vini che contengono dei residui di zuccheri”. 

Perché non provate a proporre una filiera di sughero biologico? “L’idea di una cultura in bio-dinamica di querce da sughero, non produttivistica, che potrebbe ridurre le influenze del sughero, è interessante, tuttavia noi non abbiamo, anche collettivamente, la forza di influenzare l’ambiente. La domanda di sughero è molto più forte che l’offerta, il giorno che si invertirà questa situazione, i cambiamenti potrebbero suggerire una filiera di quel tipo”. 

“Tra l’altro, per concludere, l’estetica della bottiglia non è assolutamente colpita, il collo della bottiglia aperta si presenta sulla tavola allo stesso modo di una bottiglia di Champagne o di Crémant. D’ora in avanti l’appassionato di vino, che ha diverse bottiglie della stessa cuvée, troverà ogni volta la vera espressione del vino”. Jean Pierre Frick.

Pierre Frick è distribuito in Italia da Moon Import.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Vittoria, Cerasuolo Grotte Alte 2006 Occhipinti

13 febbraio 2012

Premessa: Barbaresco ’82 Gaja, Barolo Riserva ’82 Borgogno, Hermitage La Chapelle ’88 Jaboulet Ainé, Barolo Riserva Gran Bussia ’99, Taurasi Riserva Centotrenta ’99 Mastroberardino, Chianti Classico Giorgio I ‘01 e ’09 La Massa, Barbaresco ’02 La Spinetta, Chianti Classico Le Trame ‘05 Giovanna Morganti. E’ chiaro che in qualche modo bisognava rinfrescare il palato, sollazzare le papille, avrà pensato Nando…

Ce lo siamo detti subito, l’ho detto appena nel bicchiere: è davvero un rosso sorprendente questo Grotte Alte 2006. Del resto il nero d’Avola e il frappato sanno parlare direttamente all’anima quando ben fusi, espressivi, puliti, chiari come in questo caso, beccati, alla cieca, praticamente al primo naso, al primo sorso. Non che sia così difficile, ma qui lo cogli subito il felice tratto olfattivo, il sottile piacere della beva; e poi, molto poi riesci anche a leggerne la sfera ideologica, intima quasi di chi l’ha pensato, cullato, messo in bottiglia. Certo si dovrebbe dire che questo Cerasuolo di Vittoria è anzitutto sano: sicuramente, ma conosciamo bene, sin dai suoi primi passi, la lettera-manifesto di Arianna Occhipinti a Gino Veronelli. Ma poi?Ecco, questo vino è soprattutto bello, e poi buono: bello nel vero senso della parola, vestito di porpora, luminoso, pieno di vivacità, quella che t’aspetti, desideri da una terra solare come la Sicilia. E poi, come detto, è buono, franco, e ha freschezza da vendere: è asciutto, saporito, mediterraneo, ci senti per esempio l’arancia rossa, e quell’acidità, quella sostanza che ricerchi da sempre nei vini di queste parti. Per troppo tempo vanamente. Una sostanza, detto fuori dai denti, mai colta prima d’ora così chiaramente in un vino di Arianna. Nulla o quasi a che vedere con le antiche velature, quelle fastidiosissime volatili alte, quelle variopinte ‘imprecisioni’ talvota sottolineate, maldestramente direi – e per la verità più da certi soloni che scrivono di vino che dalla stessa produttrice, precisiamo -, come ‘espressioni concettuali’ ma che in verità, più semplicemente, disvelavano svarioni tecnici e, se vogliamo, ancora una giovane fattiva esperienza sul campo.

Bene, e meglio quindi. Ma che la musica stesse davvero cambiando da queste parti era evidente già nelle ultime uscite dei cosiddetti secondi vini, l’SP68 e il Siccagno 2008 per esempio (ma anche Il Frappato 2009) ‘dicevano’ chiaramente che si cominciava a suonare con spartiti più chiari e, finalmente, leggibili; e l’uscita di questo splendido Cerasuolo non fa che confermarlo. Adesso però speriamo che certi ‘pipponi’ non se la prendano a male…

Novi Ligure, Filagnotti ’09 Cascina degli Ulivi

20 Maggio 2011

Qualcosa non andava, sarò stato io, o la sottile insistenza di quella volatile incipiente; al che mi son convinto nel prendere tempo. Lasciar andare su la temperatura, aspettare e profondere maggiore attenzione. Decisamente dovuta.

E’ chiaro che, al momento, non sarò mai un fan della biodinamica, o di quel dire “così è se vi piace, e non può essere altrimenti” intendo, rimangono troppi punti oscuri che il mio intelletto fa ancora fatica, e parecchio, a decifrare: su tutti, dove finisce “il pensiero filosofico” e dove invece comincia l’opportunità commerciale? Un classico insomma! Ciononostante non riesco a fare a meno di ritornarci su, di tanto in tanto, ed infilarci le mani in pasta, ovvero il naso nel bicchiere. Un po’ come dannarsi l’anima con il cubo di Rubik, senza perdere però il sottile piacere della sfida.

Poi c’è il Filagnotti duemilanove di Cascina degli Ulivi, un vino decisamente complesso, per non dire complicato; contorto e scomposto di primo acchito, ma che sa, pieno di sé, cosa vuole dire e come vuol farlo: è lui l’altro Gavi, o quello che non c’è più, dato che dalla vendemmia 2008 è fuori disciplinare docg: una scelta meditata, dicono, sofferta ma necessaria. Nasce da uve cortese coltivate in località Tassarolo, da vigne con esposizione a sud ovest, su terreni rossi e argillosi. La raccolta 2009 del cortese, “tra le migliori mai avute” – mi racconta Sonia Torretta, l’enologa, raggiunta al telefono per aver più chiaro il quadro produttivo -, è avvenuta quell’anno verso metà settembre, poco dopo aver tirato giù dalle piante il moscato, subito prima del dolcetto; E’ stato vinificato esclusivamente in botti di legno di acacia di 25 hl, in ognuna è stata lasciata una quantità pari a 25 kg di grappoli non diraspati. Così, dopo un primo (ed unico) travaso per eliminare le fecce più grossolane, è rimasto per tutto un anno sulle fecce fini, sur lies si direbbe, sempre in legno prima di finire in bottiglia.

Il colore è un giallo paglierino carico, tendente all’oro, naturalmente non limpidissimo ma consistente e pieno di fascino. Il primo naso, come detto, allontana, però merita attenzione; una volta superata una prima fase di evidente empasse comincia a tirare fuori carattere e franchezza, qualità tra l’altro confermate certamente al gusto. Naso buccioso, vinoso, con sottili note di erbe officinali e frutta passita che rincorrono sentori di fieno e foglie secche, nocciola e frumento.

Vino di carattere, nonostante i 12 gradi e mezzo, di buon corpo; offre una beva non certamente facile, a tratti ruvida e graffiante, eppure espressiva, oltretutto di una buona prospettiva di vita. Difficile accostarlo a tavola sui classici piatti di pesce, meglio su primi piatti sugosi, anche aromatizzati, o preparazioni a base di carni, non necessariamente bianche, o ancora su formaggi mediamente stagionati. Attenzione a non servirlo troppo fresco, bene sui 12°/14°. Utile segnalarvi che non v’è assolutamente aggiunta di solforosa. Importante ribadire che chi non ama questa tipologia di vini, me compreso, difficilmente se ne innamorerà anche dopo questo assaggio; ma mettiamola così, perché non concedersi, ogni tanto, una stravagante avventura?

Per saperne di più sull’azienda o il pensiero Biodinamico di Stefano Bellotti date pure un’occhiata qui al sito di Cascina degli Ulivi.

Bacoli, il 20 e 21 Marzo ritorna Parlano i Vignaioli

4 marzo 2011

Hanno detto “No!” alla chimica in vigna e in cantina e “Sì!” alla natura, per presentare agli appassionati e al pubblico i vini artigianali provenienti da una viticoltura naturale, biologica e biodinamica: prodotti rispettosi del territorio e dell’ambiente. Ritorna dopo il successo della scorsa edizione tenutasi ad Ercolano, Parlano i Vignaioli.

domenica 20 e lunedì 21 marzo 2011

Presso la sala dell’Ostrichina e nella vicina Casina Vanvitelliana sul lago Fusaro, a Bacoli, in provincia di Napoli; un programma piuttosto articolato che vedrà per due giorni, con numerose novità, laboratori di degustazione su temi cruciali del mondo dei vini naturali ed un ampio dibattito con l’obiettivo di far conoscere e comprendere gli sforzi delle aziende agricole alla continua ricerca di soluzioni che garantiscano alimenti di eccellenza in equilibrio con la natura.

In particolare Domenica 20 marzo dalle ore 10.00 alle 20.00, ci sarà un banco d’assaggio rivolto ai professionisti del settore,  agli enofili e semplici curiosi. Lunedì 21 marzo invece dalle ore 11.00 alle 18.00 coinvolgendo principalmente un pubblico di specialisti. Insomma, due giorni dedicati a una sana enogastronomia. Ingresso a 10 euro.


Questi tutti i laboratori di degustazione di domenica 20 marzo:

Dalle 11.00 alle 12.00 “Pensieri biodinamici” – conduce Fabio Cimmino:

  • Pigato Rucantù 2007, Tenuta Selvadolce (Liguria);
  • Dolcetto di Ovada 2007, Casa Wallace (Piemonte);
  • Biofiasco 2009, Orsi Vigneto San Vito (Emilia-Romagna);
  • Verdugo Primo 2007, Masiero (Veneto);

Dalle 13.00 alle 14.00 “Vini e formaggi: un incontro naturale”conducono Ugo Baldassarre e Rotolo Gregorio: Querciole 2007, Ca’ de Noci (Emilia-Romanga) con il Gregoriano Valpolicella Classico 2007, Villa Bellini (Veneto) con la ricotta scorzanera, Sciacchetrà 2006, Walter de Batté (Liguria) con il caciocavallo barrique.

Dalle 14.30 alle 15.30 “Naturalmente rosa”conducono Paolo De Cristofaro e Lello Del Franco:

  • Metodo Ancestrale 2010, Colombaia (Toscana);
  • Tintore 2009, Monte di Grazia (Campania);
  • Volpe Rosa 2009, Cantina Giardino (Campania);

 
Dalle 16.00 alle 17.00 “Le lunghe macerazioni” conducono Pino Savoia e Nicoletta Gargiulo:

  • Pecoranera 2003, Tenuta Grillo (Piemonte);
  • Bonarda La Picciona 2003, Lusenti (Emilia-Romagna);
  • Taurasi 2003, Contrade di Taurasi (Campania);
  • Amphora 2007, Cristiano Guttarolo (Puglia);

Dalle 18.00 alle 19.00 ” Solfiti? No grazie!” conduce Giovanni Bietti:

  • Drogone 2006, Cantina Giardino (Campania);
  • Senza Zolfo 2009, Antica Enotria (Puglia);
  • Barbera d’Asti Lia Vì 2010, Carussin (Piemonte);
  • Romangia 2007, Tenute Dettori (Sardegna);

Tutti i laboratori di degustazione sono gratuiti ma è obbligatoria l’iscrizione inviando una mail alla collega Michela Guadagno.

Lunedì inoltre si svolgerà una tavola rotonda centrata sul rapporto tra cucina di qualità e vini naturali, poiché le carte dei vini composte con questi prodotti cominciano a essere presenti anche nei migliori ristoranti italiani. Hanno già dato la loro adesione al dibattito alcuni chef di alto livello nonché autorevoli esperti dell’argomento.

La conferenza avrà il compito di affrontare il tema di una scelta rispettosa del consumatore, ecologica, etica e qualitativa, che mette al bando l’utilizzo di prodotti chimici di sintesi nel vino e negli altri alimenti. Si discuterà di approcci differenti a una materia che sta conoscendo una fase di grande attenzione mediatica e culturale.

Per qualsiasi nformazione:
www.parlanoivignaioli.it
Cantina Giardino Tel. 0825 87 30 84
Daniela De Gruttola Cell. 333 59 41 700
info@cantinagiardino.com
Pino Savoia Cell. 333 66 71 512
pino.savoia@hotmail.it
Giusy Romano Cell. 334 87 04 499
 
Ufficio Stampa:
samuel.cogliati@ekfaino.com

Giro di vite a Montalcino, Il Paradiso di Manfredi

28 febbraio 2011

L’indomani, è mattino presto quando arriviamo a Il Paradiso di Manfredi, in via Canalicchio; la mattinata è decisamente grigia, la luce fatica non poco a trapassare la spessa coltre di nubi e la nebbia, fitta, stenta nel diradarsi stagliando all’orizzonte un panorama sì fosco ma di affascinante suggestione.

Ci viene incontro Florio Guerrini, che assieme alla moglie Rosella e le due giovani figlie animano oggi questa splendida piccola realtà ilcinese, nata, poco più di cinquant’anni fa, per opera di Manfredi Martini, prematuramente scomparso e viticoltore a Montalcino della prima ora; tanto era l’entusiasmo che l’aveva coinvolto in questa grande avventura dall’essere proprio lui tra i primi, nel 1967, a credere e lavorare per la fondazione del Consorzio di Tutela del vino Brunello. E’ il 1950 quando con la moglie Fortunata, anche lei impegnata sin da piccola in campagna, acquistano il podere “Il Paradiso” in via Canalicchio avviandolo lentamente alla produzione di uve di qualità da conferire dapprima alla locale cantina sociale e pian piano, per dirla alla dolce maniera della sig.ra Fortunata, “da farne vino ‘bono ‘dda vendersi a’ signori”; così Manfredi, dopo anni tra le vigne della già famosa Tenuta Greppo della famiglia Biondi Santi, realizza il suo sogno. Oggi l’azienda conta una superficie vitata di poco più di due ettari e mezzo, perlopiù votati al sangiovese grosso. Le piante sono allevate a cordone doppio speronato con un sesto d’impianto di 90 cm per 2,7 m con circa 3.300 ceppi per ettaro esposti tutti a nord/est. L’età media della piantagione è di circa 30 anni.

Facciamo così un giro in vigna, per quello che ci è concesso visto il frescolino che pervade la collina in queste ore. Florio ci accompagna raccontandoci, devo dire con maniere estremamente gentili ed animo appassionato, il ciclo del lavoro che accompagna ogni anno la nascita di ognuna delle bottiglie di Rosso (poche) e Brunello di Montalcino che vengono fuori da questo piccolo angolo di paradiso. “Sulla vite si comincia a lavorare sin da gennaio con la potatura secca, durante la giusta fase lunare”. “Poi più o meno ai primi di maggio, poco prima dell’allegagione, facciamo una prima potatura verde: dalle viti togliamo le gemme superflue, i germogli e alcuni piccoli grappoli in modo da agevolare tra i filari ventilazione e quindi un’allegagione ottimale”. “Così nel corso dei mesi continuiamo, dove necessario, ad intervenire in vigna, sino all’invaiatura, contando così di portare a maturazione solo pochi grappoli per pianta che prima della raccolta vengono passati ulteriormente a selezione prima di raggiungere la cantina e quindi la vinificazione”.

Ci spostiamo a questo punto nella piccola cantina, dove – ci racconta sempre Florio, raggiunto frattanto da una delle due figlie – appena dopo una soffice pigiatura il mosto passa, per caduta, in vasche di cemento vetrificato di piccola e media dimensione. La fermentazione è generalmente prolungata a seconda delle caratteristiche dell’annata, avviene comunque lentamente e a basse temperature e con soli lieviti indigeni. Dopo la svinatura e con il passare dei giorni il vino illimpidisce decantando naturalmente, di qui le masse passano in botti di rovere dove vi rimangono per tutto il tempo necessario prima dall’esser pronti per l’immissione sul mercato. Dopo gli assaggi dalle botti – proviamo praticamente tutte le ultime annate dalla scorsa 2010 alla 2008 – raggiungiamo il caldo focolare di casa Martini dove ci attendono le bottiglie di Brunello di Montalcino 2004, 2005 e 2006; assaggi che ancora una volta confermano, semmai ce ne fosse stato ancora bisogno, quanto i cosiddetti vini da agricoltura biodinamica, e qui siamo – in maniera evidente – su posizioni abbastanza integraliste, siano profondamente ed inesorabilmente segnati dall’annata ed in quanto tale tanto vicino all’eccellenza in quelle per così dire “baciate dalla natura” quanto poco emozionali in caso di problematiche causate da millesimi meno lineari o quando condizionate da accadimenti imprevisti.

Così, in sintesi, siamo passati da un più che sufficiente duemilasei, ricco di frutto e di sfumature minerali, estremamente godibile nonostante i tannini un po’ disgiunti, ad un duemilacinque decisamente più diluito, qui dal tannino sopito e di estrema bevibilità mentre, infine, il duemilaquattro si è rivelato estremamente complicato, indecifrabile per buona parte del tempo, tanto che nonostante l’avessimo aspettato a lungo, ci ha fatto a lungo dibattere – sulla sua naturalità, sulla digeribilità, tipicità nonché sulla sua capacità di attraversare il tempo – ma in definitiva, sinceramente, ci ha lasciato discutere senza riuscirne a trovare, a coglierci, quel piacere di bere indubbiamente tanto espressivo nei primi due.

Qui il passaggio a Podere Sanlorenzo di Luciano Ciolfi;

Qui l’imprevista e l’imprevedibile visita a Cerbaiona;

Qui la visita da Gianfranco Soldera a Case Basse;

Qui la visita a Pian dell’Orino di Caroline Pobitzer e Jan Hendrik Erbach;

Qui la deliziosa mattinata in compagnia di Franco Biondi Santi e la visita a Casanova di Neri;

Giro di vite a Montalcino, Gianfranco Soldera e quell’insostituibile legge naturale dell’essere…

14 febbraio 2011

Mi è sempre risultato difficile pensare a chi produce vino – dei sublimi piaceri, quest’ultimo è se vogliamo, quello più effimero – come un idolo o un mito, ma allo stato dei fatti non posso negare che presentarmi dinanzi al cancelletto di Case Basse e ritrovarmi un attimo dopo il sorriso di Gianfranco Soldera lì di fronte, un certo effetto, debbo ammettere, me lo ha fatto eccome!

Di lui si dice che sia un tipaccio, dal carattere fumantino, che sia oltremodo schivo, alquanto solitario, poco socievole, presuntuoso: e direi che non è poco. Io credo di aver conosciuto una persona che sa molte cose di vino, e già prima di farlo a Montalcino, quando vi è arrivato nel ‘72 dopo aver vanamente cercato di stabilirsi in Piemonte, nelle Langhe; certamente è uno molto sicuro di se – e a parlarci francamente, tremendamente severo con gli altri – convinto del fatto che per raggiungere il massimo bisogna fare almeno un po’ meglio di quanto si abbia intenzione di fare. Personalmente ne sono rimasto sinceramente impressionato, dalla sua dotta franchezza più che dall’inutile presunzione che sì, su certe argomentazioni, traspira parecchio, ma in fin dei conti ciò che pensa Gianfranco Soldera del vino e di come si faccia il vino a Montalcino o come si possa fare un grande Brunello, lo pensano in tanti, il problema è che non tutti hanno il suo stesso coraggio nel farlo per davvero così!

Dicevo del suo arrivo a Montalcino, 39 anni fa, in questo pezzo di terra che mai aveva visto una vigna prima di allora, ma nemmeno del grano o altro, tanto era povero ed austero. “Ideale per piantarvi il Sangiovese Grosso!”ci dice sorridendo. Per almeno vent’anni, sino a metà anni ottanta ha fatto avanti e indietro per Milano dove ha continuato a curare i suoi affari prima di stabilirsi definitivamente a Case Basse. L’azienda agricola, di circa 23 ettari ha appena una manciata di questi, 8 per la precisione, a vigneto – suddiviso perlopiù tra Case Basse propriamente detto (6,5 ha), il primo impianto, e Intistieti (1,5 ha), più giovane di qualche anno – poi ulivi, un bel pezzo di bosco di querce ed un parco botanico immenso tanto quanto i dintorni della casa che si allungano sino ad un piccolo stagno artificiale (“il brodo primordiale”, ndr), a due passi dalla cantina, giardino di cui se ne occupa ancora oggi in prima persona la signora Graziella, grande appassionata; qui troviamo, proprio dietro la casa, l’antica fontana con al centro il delfino disegnato sulle etichette del Brunello di Montalcino Riserva Case Basse (finalmente!), poco più in la invece, a leggere alcuni cartelli sbiaditi dalle ultime ghiacciate e poggiati ai piedi delle aiuole, non si fa fatica a capire della enorme passione per la ricerca di piante e rose dal valore antico ed arbusti unici nel loro genere: ma oggi non riusciremo certo a goderne appieno delle bellezze, non fosse altro perché siamo in pieno inverno ed oltretutto ha da poco nevicato, ma da come è strutturato tutto il giardino non è difficile intuire come qui in primavera sia un festival di colori e profumi perfettamente calzante all’ideale naturale alla base del progetto Case Basse ed alle intenzioni dei Soldera di dare rifugio e nutrimento ad uccelli ed insetti e a i vari impollinatori notturni tanto indispensabili per ristabilire costantemente l’ecosistema circostante.

Le uve vengono vinificate solo in tini e botti di rovere che stando alle naturali condizioni di cantina non necessitano di controlli di temperatura o altro, ai mosti non si aggiungono lieviti, il processo fermentativo è assolutamente naturale e con lieviti indigeni. Vengono invece effettuati parecchi rimontaggi sino alla naturale saturazione della fermentazione. A guardarsi intorno è evidente come il volume della cantina, disegnata dallo stesso Soldera e realizzata dall’architetto Lambardi, costruita oltre i quattordici metri sotto terra e solo con materiali naturali, “senza nemmeno un spolverata di cemento”, sia particolarmente sproporzionato rispetto alle botti che contiene e soprattutto al numero di bottiglie che vengono fuori da queste, appena 15.000, ma evidentemente l’idea di grandezza che nutre Soldera per il Brunello passa anche dalla mastodonticità delle spesse mura di roccia naturale che circondano e proteggono le sole 12 grandi botti di rovere di Slavonia, talune da 65 ettolitri, altre da 75, incastonate tra le grosse travi in ferro Corten.

Sempre guidati dal buon Gianfranco assaggiamo a questo punto qualcosa ancora in elevazione nelle botti, scegliamo la Riserva Case Basse 2005, già straordinariamente fine ed elegante, nonché particolarmente sapida, e poi un suggestivo quanto incredibile 2010, che per quel che vale un assaggio del genere, già appare come materia viva finemente plasmata, e che se non fosse uno spreco del signore, ce ne saremmo volentieri scolato un paio di bottiglie, tanto succoso e ricco ci è apparso! Infine, è curioso sapere che Soldera mette in bottiglia il suo Brunello direttamente da ogni singola botte, senza fare quindi massa unica prima di passarle all’imbottigliamento; gli abbiamo chiesto, non si rischia così di avere sul mercato bottiglie della stessa annata con caratteristiche peculiari che possano differire tra loro? “E chi mai ci dice che facendo massa unica non accada lo stesso?” poi ancora, “Le dirò di più, trovo assolutamente insensato creare una omogeneità per vini che comunque evolveranno in bottiglia per almeno dieci o vent’anni, in maniera completamente autonoma e diversa le une dalle altre?”. Beh, come seconda giornata, credo possa bastare, non male direi…

Qui il passaggio a Podere Sanlorenzo di Luciano Ciolfi;

Qui la passeggiata tra le vigne de Il Paradiso di Manfredi;

Qui la spassosa ed indimenticabile visita a Diego e Nora Molinari a Cerbaiona;

Qui la visita a Pian dell’Orino di Caroline Pobitzer e Jan Hendrik Erbach;

Qui la straordinaria visita in Biondi Santi e l’incursione da Casanova di Neri;

Montalcino, Brunello 2003 Pian dell’Orino

1 settembre 2010

New YorkMontebello Restaurant, 19 p.m.. La midtown della grande mela conserva sempre un fascino unico, a quest’ora è in uso vestirsi elegante per la lunga notte eppure rimane sempre un luogo da vivere easy, nella maniera più rilassata possibile. Quella porta sotto la cappottina rossa sulla 56esima strada è da anni crocevia di stars e uomini dell’alta finanza newyorkese in cerca dell’italian style in tavola, e anche stasera il piccolo bancone in marmo del bar è già assediato mentre i tavoli, allestiti con sobria eleganza, vanno man mano occupandosi. Luke è intento a spiegare a un cliente la differenza tra il pomodoro San Marzano da quello cinese, Margareth innesta per l’ennesima volta il verme del suo cavatappi nel collo di una bottilgia di Brunello di Montalcino Pian dell’Orino 2003; Non ne sa ancora molto di quel vino, ma il suo wine merchant le ha fatto assaggiare una paio di dita la settimana scorsa e lei se n’è subito innamorata, a tal punto che non perde occasione nel proporlo, con molto successo; “it’s one of the best organic wine ever tested”: il frutto, la sua franchezza, il gusto rotondo eppure ricco di sfumature di carattere, impareggiabile per bevibilità.  

Londra, Apsleys del Lainsborough – St. Regis Hotel. A pochi metri da St. Jame’s park e dal maestoso Buckingham Palace sta per andare in scena l’ennesima rappresentazione culinaria d’autore di Massimiliano Blasone. Nemmeno il sofismo tutto anglosassone ha resistito alla grandeur del mitico Heinz Beck, che attraverso la sua longa manus in terra Elisabettiana è riuscito in un battibaleno a conquistare anche i palati più fini del Regno Unito coniugando all’immortale eleganza dei luoghi la profondità della sua cucina partorita e lungamente testata nel laboratorio tristellato de La Pergola in Roma. Scorre lentamente, scivola docilmente dal decanter in vetro e argento al prezioso calice di cristallo di boemia, il tavolo dei quattro abbottonati buisness men della city è già alla seconda bottiglia, e si è servito appena l’appetizer. Il Brunello di Caroline Pobitzer sembra non avere eguali per piacevolezza, nonostante l’annata 2003 sia stata delle più calde, il colore ha il timbro della tipicità con quel granato smagliante con appena accennate sfumature aranciate ed il gusto una freschezza da manuale. Il sommelier non perde un colpo, arriva appena in tempo sul servizo dell’agnello, ratatouille ed animelle e del filetto di manzo al vino con spinaci e funghi al balsamico…  

Tokyo, quartiere di Marunouchi, da poco passate le 11 e mezza. “Se cerchi un ristorante italiano chic a Tokyo, il Luxor è il posto per te”. Sembra essere questo il leit motiv che ogni guida, cartacea ed on line, dedica allo storico ristorante di Mario Frittoli nel cuore del paese del sol levante. E’ appena iniziato il servizio di colazione ed il ristorante è già brulicante di uomini d’affari, in una delle sale private del locale va in scena una trattativa molto accesa, giocata pare, sul fil di lana. Sono in discussione parecchi soldi ed il menu a dispetto della celerità richiesta dagli ospiti propone un gran misto di gastronomia tipica italiana, alla maniera di casa. Dalle grandi vetrate si scorge in lontananza l’avvicinarsi di un temporale, a tavola invece sembra aver prevalso il buon senso; Sorrisi, pacche sulle spalle ed il nuovo gusto magico di questo bel Brunello di Montalcino hanno sancito l’accordo raggiunto; Tokyo avrà ancora il suo riferimento per il made in Italy, Januchi, il sommelier, una lauta mancia per aver saputo scegliere il vino più giusto: “la Toscana è una terra magnifica, capace di conquistare chiunque; Pensate, questo vino nasce da persone arrivate da molto lontano Montalcino, eppure ne rappresenta appieno l’anima, nobile, colta, naturale ed internazionale!

Nota bene: I luoghi ed i personaggi (non tutti) di questo racconto sono reali, vogliano questi ultimi, scusarmi invece per i fatti, che sono di mia pura fantasia; Non la bontà del Brunello di Montalcino Pian dell’Orino 2003 di Caroline Pobitzer e Jan Hendrik Erbach, senza dubbi uno degli assaggi più buoni di questo 2010 dalla Toscana, una sorpresa di gran gusto, e da quello che ho potuto leggere qua e la, con una bella storia di persone e terroir alle spalle tutta da scoprire. Non perdetevelo, vi conquisterà!

Pozzuoli, metti una sera di luglio a cena…

8 luglio 2010

E’ accaduto ieri sera, e qualche tempo prima, un saluto accorato ci ha legati ad una promessa, di ripeterlo tra qualche giorno, e poi ancora dopo l’estate, ma non vi nascondo che c’è un altissima probabilità che ciò continui all’infinito, non un appuntamento fisso – le agende servono a poco quando a scriverle è chi ha solo l’interesse a riempirle quanto più gli è possibile – ma cadenzato dalle opportunità del momento, dal piacere di stare assieme.

E’ accaduto ieri sera, dicevo: c’era l’aria giusta, leggera, a dirla tutta anche un po frescolina, il buon umore si respirava a grasse boccate tanto che il nostro ritardo è passato (quasi) inosservato; le facce, belle seppur per niente abbronzate (!) non avevano fretta di sorridere, ma ne avrebbero colto l’occasione appena arrivato il momento del saluto. Le strette di mano? Solo il primo approccio a baci e abbracci appiccicosi: come si sa può sempre capitare di ritrovarsi a cena senza conoscersi tutti, e pur consapevole che ciò non sempre è una scelta vincente, il piacere di stare assieme, quello puro, per rimanere indelebile, pare rafforzarsi nella lieve attesa, con l’inaspettato incontro ravvicinato con “l’altro tipo”.

E’ bastato un sms, di poche righe, inviato quasi per gioco: “oh, ci vediamo mercoledì, alle nove. Porta una paio di bottiglie di Pinot Nero, celate, mi raccomando”.

Così nasce tutto, così è stato, è accaduto che ci siamo riuniti intorno ad un tavolo, nella casa di Nando e Wanna, come stare a casa propria: abbiamo mangiato purezza e semplicità, chiacchierato a lungo, (s)parlato quel poco che basta, sorriso moltissimo. Ah, quasi dimenticavo, abbiamo bevuto molto bene!

P.S.: giammai accettare ancora Sauvignon da Gerardo Vernazzaro 😉


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