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Segnalazioni| Vette di San Leonardo 2018, quel bianco insolito

17 maggio 2020

Non c’è che dire, abbiamo trovato davvero imperdibili le ”stories” che il Marchese Anselmo Guerrieri Gonzaga¤ ci ha regalato in queste ultime settimane dal suo profilo Social Facebook per accompagnare gli appassionati del mondo del vino alla scoperta dei suoi vini e del territorio dentro e fuori Tenuta San Leonardo.

Una narrazione periodica precisa, particolareggiata e condotta brillantemente con un linguaggio immediato, contornata da tante piccole pillole di storia antica e contemporanea che hanno reso ogni racconto un nuovo tassello prezioso di cui appropriarsi come tessere di un puzzle da conservare con cura in attesa di metterle assieme nel prossimo bicchiere da condividere.

Tenuta San Leonardo è certamente una delle aziende del vino italiano più conosciute e apprezzate in tutto il mondo, il suo San Leonardo, un rosso composto da Cabernet Sauvignon, Carmenère e Merlot, è un vino di raffinata eleganza ed è senza dubbio, da oltre trent’anni, tra i migliori vini italiani a taglio bordolese in circolazione, capace di giocarsela ad armi pari con diversi dei grandi vini di Bordeaux senza alcuna riserva.

E’ questo il risultato di un lungo cammino imprenditoriale con radici solide che Carlo Guerrieri Gonzaga ha saputo condurre con passione e determinazione per quasi cinquant’anni sino ai giorni nostri, un solco che il figlio Anselmo sembra tratteggiare con passo altrettanto deciso e in piena sintonia con la storia famigliare e quella di un territorio straordinario particolarmente suggestivo. Oggi sono oltre 40 gli ettari di proprietà a vigneto, tutti a regime biologico, mentre la produzione conta circa 270.000 bottiglie di vino l’anno.

Del Vette di San Leonardo ne raccontammo, tra i primi, già nel Giugno 2013 proprio Qui, alla sua prima uscita con l’annata duemiladodici. Deve il suo nome alle imponenti cime che circondano le vigne da cui proviene il Sauvignon blanc di cui è composto al 100%, un vino nuovo per questo territorio ma che rivela tutta la grande freschezza e mineralità di cui è capace questo terroir davvero unico.

Ci siamo tornati su con il duemiladiciotto e ci è nuovamente piaciuto tanto: è un vino insolito ma davvero originale, viene lasciato affinare in acciaio sulle fecce fini per circa 5 mesi prima di finire in bottiglia, uno di quei bianchi da bersi giovane, magari servito ben fresco, capace di regalare tante piacevoli sensazioni varietali ma senza quegli eccessi di personalità del vitigno di origine francese che talvolta possono risultare stucchevoli. Un modo leggero, nuovo e diverso di raccontare in un bicchiere un pezzo di storia e di territorio del Trentino.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Vallagarina Poiema 2012, il rosso autentico di Eugenio Rosi viticoltore di montagna a Volano

10 ottobre 2015

Eugenio Rosi è un viticoltore di montagna, uno di quelli che difficilmente va in copertina o vince premi a ripetizione, e comunque i suoi non sono vini patinati, capaci cioè di convincerci tutti, anzi, il suo è uno stile unico, più che tradizionale varrebbe definirlo originale, forse per questo talvolta divide, a cominciare dal fatto che sta in Vallagarina e fa, per esempio, marzemino. Sì, avete letto bene marzemino.

Eugenio Rosi - foto archivio famiglia

‘Avevo dieci anni, spesso da solo mi incamminavo per la campagna, nessuno mi obbligava, mi piaceva punto e basta. Credo che la passione, questo tipo di legame ancestrale, sia stato fondamentale, se non ci fosse, se non si avvertisse dentro uno non farebbe questo lavoro. Io ho sempre lavorato in Vallagarina e questa mia terra non è solo terra ma è anche le persone che ci vivono. Mi sento un viticoltore artigiano, l’artigianalità ti consente di vivere per interpretazioni personali, di vivere personalmente, senza protocolli, sulla corda delle sensazioni.’

‘Fare il contadino è un lavoro che bisogna imparare a fare, che bisogna essere capaci di fare ma che in dono ti porta la possibilità di interpretare ciò che fai. Quel che più conta, però, è il rapporto con le persone, a volte si trascurano proprio quelle a noi più vicine perché si è presi da mille impegni.’

Vallagarina Poiema 2012 Eugenio Rosi - foto L'Arcante

Il marzemino, dicevamo, questa varietà dal carattere particolare tipica proprio di queste terre, tanto diffusa quanto del tutto ignorata sino all’abbandono, oppure utilizzata perlopiù per farne base di vini frizzantini e dolcini, invero come molti la ricordavamo ancorché vagamente retrò. Eugenio Rosi¤ c’ha lavorato per anni, riprendendo la strada dei vecchi, ripercorrendo a ritroso le origini, lavorando duro in campagna, in vigna, sull’uva, poi in cantina sull’affinamento.

Ha ripreso a sistemare le pergole trentine, a vendemmiarne una parte da far appassire in cantina per 30-40 giorni lasciando l’altra ancora in vigna a maturare sin quando fosse possibile. Ha poi ritrovato, manco a dirlo in Irpinia, quell’antico castagno perfetto per le sue botti da 700 e 500 litri da alternare al ciliegio e al rovere durante il periodo di affinamento.

Il risultato è un gran bel rosso autentico ed originale, luminoso e fragrante, succoso e avvolgente, asciutto e caldo. Il Poiema 2012 è giovane e graffiante, in questa fase anche un poco esuberante ma la spiccata vivacità di questo momento non copre affatto il bel frutto croccante e ricco di polpa, anzi, ne accentua semmai l’anima molto originale da godere sin da subito. Appena una manciata di bottiglie, dalle seimila alle ottomila bottiglie nelle annate migliori.

Poiema 2007, L’Arcante Wine Award 2010¤.

Trento, Osteria Due Spade¤.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Rovereto, Pinot Nero 2010 Elisabetta Dalzocchio

3 giugno 2014

A dirla con tutta sincerità ultimamente faccio uno sforzo enorme anche solo a tirare le fila di una recensione degna di questo nome. La testa è altrove, un giorno per una ragione un giorno per un’altra.

Vigneti delle Dolomiti Pinot Nero 2010 - Elisabetta Dalzocchio, foto A. Di Costanzo

Fortuna che c’è il pinot nero, mi verrebbe da dire, un bene di rifugio non certo per stipare grana – ad avercela quella! – ma quantomeno utilissimo a rilassare i nervi tesi e rasserenare l’animo.

I vini di Elisabetta Dalzocchio mi sono sempre piaciuti, certo sono difficili da raggiungere, non sempre disponibili quantomeno per me che sono costretto a programmare i miei acquisti talvolta con largo anticipo altre con colpevole ritardo, il suo pinot nero però è sempre degno di attenzione ed ammirazione che merita di essere rincorso.

Un piccolo gioiello per grandi appassionati. Chi l’ha veduta dice che l’azienda è di una suggestione notevole, circondata da montagne, boschi di querce e piante di conifere, immersa in un ambiente unico. Poco più di due ettari, una manciata di bottiglie, quattro, forse cinque sorsi e via, finito.

Il naso quasi mai dice tutto subito, anzi, qui su questo 2010 pare giocare a nascondino, dispettoso e frugale. Si smarca continuamente, almeno però ti lascia cogliere il meglio delle sue innumerevoli sfumature, un po’ varietali ma soprattutto dall’impronta fortemente identitaria: sa di queste terre, di sottobosco, erbe officinali, té nero, di mandorla. Il sorso ha spessore e grande matrice, spiega un lunghissimo tempo avanti e chiede pazienza, il che rende questo assaggio solo un primo piccolo consiglio per gli acquisti. Di certo non ve ne pentirete!

© L’Arcante – riproduzione riservata

La sfida del tempo, nasce il Trentodoc Riserva del Fondatore Giulio Ferrari Collezione 1995

21 novembre 2013

Il numero uno, non v’è dubbio. Il numero uno che si lancia nella sfida del tempo e un po’ anche a se stesso. Giulio Ferrari, la Riserva del Fondatore¤, la famiglia Lunelli, il Trentodoc, il metodo classico italiano che portano il cuore oltre l’ostacolo.

Ferrari a LARTE Milano - foto A. Di Costanzo

Mai un vino italiano aveva osato sfidare il tempo in maniera così sfrontata. E forse mai sarebbe accaduto se Mauro Lunelli dinanzi a quell’annata così formidabile come quella del ’95 non avesse pensato (bene) di mettere via queste 1500 bottiglie, così, tanto per capire se oltre i soliti 7/8 anni di sosta in bottiglia – poi diventati via via 10, in ultimo 11, ndr – si potesse ottenere dal Giulio¤ qualcosina in più. 

Dicono, i fratelli Gino e Franco, che di questa ‘pensata’ di Mauro non ne sapevano nulla. E Franco lo giura con lo slancio piccato e sornione che da sempre lo contraddistingue: lui, ragioniere e contabile dell’azienda, non nasconde che se l’avesse saputo a quel tempo sarebbe andato su tutte le furie visto che proprio in quegli anni la Riserva del Fondatore prendeva sempre più mercato e non si riusciva a stargli dietro perché, ahilui, mancava puntualmente.

Franco Lunelli e Giulio Collezione 1995 - foto L'Arcante

Vaglielo a spiegare 18 anni dopo il segno che lascia questo vino oggi nella storia del vino italiano. Ma invero Franco lo sa, sa bene chi e cosa rappresentano oggi lui e la famiglia Lunelli¤ in Italia e nel mondo; e sa bene che tutto il lustro di cui godono se lo sono guadagnato anche grazie a scelte importanti, coraggiose, lungimiranti come quella fatta da Mauro quell’anno. Chapeau! 

Il Collezione 1995? E’ quello scatto in avanti che ti aspetti da uno dei più grandi vini italiani. Pensatelo così, non semplicemente un Trentodoc o uno spumante, il Giulio Ferrari non lo è mai stato per la verità, tant’è che questo ha tutto per essere la Pietra Miliare dell’evoluzione massima dello chardonnay di quel pezzo di terra così unico di Maso Pianizza¤, l’espressione italiana più alta del cosiddetto terroir tanto caro ai cugini d’oltralpe. Altro riferimento questo non buttato lì a caso: se al Dom Perignon viene concesso di sfidare il tempo con l’oenoteque al Giulio viene naturale, a quanto pare, farlo con questo straordinario vino!

Giulio Ferrari 1995, particolare del Collezione - foto L'Arcante

18 anni dicevamo, sboccato a febbraio 2012 e solo adesso sul mercato. Il colore è di un giallo oro intenso, ricco e luminoso. La spuma è densa e cremosa, le bollicine finissime. Il naso non ha la pungenza del Giulio¤ a cui siamo abituati e questo è un primo segnale di compostezza ed equilibrio di cui dobbiamo sempre tener conto da qui in avanti, tant’è che oltre a stapparlo tranquillamente qualche minuto prima di servirlo consiglio anche di caraffarlo, pur potendolo rinfrescare in acqua e ghiaccio di tanto in tanto. 

Il naso è ampio e vivace, sentori e riconoscimenti si avvicendano lievi e fini, accenni di humus e mandorla tostata e agrumi canditi, su tutti una dolcissima nota di mela confit sul finale. Ma è in bocca che conquista: il sorso è lungo, ampio, cremoso come solo i migliori chardonnay d’annata (di Borgogna) sanno essere. Ecco, magari sarò sfrontato anch’io, ma in attesa di un’altro Giulio Collezione cui rifarsi viene difficile paragonare il quadro organolettico di questo vino, l’integrità della sostanza, la sua profondità ad altre ‘bollicine’ in circolazione. Unico, verrebbe da dire.    


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