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Sant’Agata dei Goti, Vigna Fontanella 2012 di Mustilli. Un’altro Greco è possibile (nel Sannio)!

12 giugno 2013

Aziende come Mustilli pare che te le trovi sempre lì, a portata di mano, nonostante ti perdi qualche passaggio o annata. Una di quelle che non fanno ‘rumore’, né cedono più di tanto alla mondanità o tendenze modaiole che pur stanno imperversando in regione in lungo e in largo da qualche tempo.

Mustilli

E’ là, a Sant’Agata dei Goti¤, uno dei borghi d’Italia più belli e imperdibili. Un vigneto, sparso tra il Sannio e il Beneventano, sempre troppo poco pubblicizzati e attenzionati nonostante oltre ai numeri siano ormai decine le aziende meritevoli di maggiore rispetto.

Una famiglia, quella dei Mustilli¤, che tanto ha fatto e fa per il vino campano. Si deve – forse in molti fanno presto a scordarlo -, proprio all’ing. Leonardo Mustilli l’invenzione della falanghina ‘in bottiglia’, nel 1979. Altri tempi. Gente che lavora sodo insomma e che, nonostante la crisi, toma toma, si permette il lusso, appena in giugno, di aver già esaurito buona parte delle nuove annate in carnet.

E poi c’è Fortunato Sebastiano¤, tra i più bravi e attenti enologi campani che con Anna Chiara Mustilli  stanno pian pianino rivoltando come un calzino le vigne e i processi di produzione in cantina. Un lavoro silenzioso, quasi sussurrato, ma che attraverso bottiglie sempre più ‘leggibili’ e fruibili, buone, varietali – in una parolona: tipiche! -, vengono via alla grande. Tra l’altro, se non lo avete ancora fatto, provate pure l’ultimo piedirosso loro: è un portento per rapporto prezzo-qualità!

Che poi non so se questo duemiladodici del Vigna Fontanella sia il più buono di sempre uscito dalla loro cantina, però certo è che viene di una franchezza e piacevolezza davvero uniche. E’ sottile, vivace, invitante al naso, secco ma lentamente scioglievole in bocca. Un bianco che poi si smarca nettamente dall’idea di copiaincollare ciò che si fa in Irpinia, dove il greco assume spesso caratteri sulfurei e terrosi molto marcati, particolari, talvolta inarrivabili per complessità e animosità.

Ecco quindi una versione di più facile approccio forse, immediata ma affatto banale, da spendere a più riprese su qualsivoglia piatto leggero, di mare, da mettere in tavola soprattutto in questo inizio estate.

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Chiacchiere sotto l’ombrellone, tra sconosciuti

2 agosto 2012

Capita una mattina di ritrovarsi sotto l’ombrellone a fare due chiacchiere sulla sera prima: l’aperitivo al tramonto, l’atmosfera unica al Faro di Anacapri, le grasse risate per quel vassoio rovesciato – l’imbarazzo della cameriera per aver rovinato quel vestito di Prada è impensabile! -, ma soprattutto l’ottima cena e, immancabili, le buone bottiglie bevute. Bottiglie per una volta sconosciute. E sorprendenti…

Quando si ha una idea precisa di cosa sia o cosa possa divenire nel tempo uno Champagne, anche un assaggio controverso può rivelarsi invece una bella scoperta da appuntare subito sul taccuino, ovvero mettere subito in rete. Sconosciuta e sorprendente era l’etichetta Prestige Brut 2003 di Jacques Picard, récoltantmanipulant a Berru, un paesino di poche anime appena fuori Reims; i protagonisti, ancor più sconosciuti, sono José Lievens e sua moglie Corinne Picard, che dalle loro migliori vigne tirano via uva per circa 8.000 bottiglie di questo ottimo haut de gamme, una piccolissima fetta di quella immensa torta che è il mercato dello Champagne, una fetta però dolcissima e imperdibile.

Ecco perché ci ritornerò su volentieri, non appena possibile; per adesso val bene segnalarvi che trattasi di una bella storia d’amore sbocciata tra le vigne, di agricoltura sostenibile e di uno stile champenois tagliente e implacabile – controverso, appunto – e di prezzi vivaddìo più che umani.

E sconosciuta era la bottiglia di Vita Menia 2011, rosato da piedirosso e aglianico prodotto nelle vigne a Raito, minuscola frazione sopra la costiera amalfitana, sopra il mare di Vietri per intenderci. Panorama mozzafiato, la vigna qui è tutta a conduzione biologica. Di questo sottile e profumato rosato se ne fanno appena seicento bottiglie l’anno, Patrizia Malanga ha voluto mandarmene qualcuna; un pensiero prezioso, almeno quanto il vino saggiato.

Bello e invitante il colore cerasuolo, il naso è ciliegioso ma anche un po’ marino, mentre il sorso è secco, leggiadro e sapido. Il frutto ritorna perentorio in bocca, aggraziando il palato sollazzato da una beva fresca e gradevole. Andatela a trovare Patrizia, siete ancora in tempo per sposare il mare alla vigna che lì, dalle quelle parti mi dicono essere entrambi bellissimi. 🙂

Montevetrano, Turandea 2007 Tiziana Marino

10 aprile 2012

L’anno scorso ne avevo comprato qualche bottiglia – duemilasette e duemilaotto -, lasciandole però in cantina a riposare, “en vieillissement” (o élevage) come dicono i francesi. Le avevo messe lì con la promessa di metterle in carta quest’altro anno; così è stato. Che bella rivelazione.

Poco più di due ettari di vigna sotto il Castello di Montevetrano, tutti ad aglianico. Sì, avete letto bene, siamo proprio lì a due passi da quella splendida azienda che tutto il mondo già conosce e ci invidia da tempo, Montevetrano di Silvia Imparato. E tutto cominciò un po’ così, seguendo proprio le tracce della “Silvia nazionale”, con l’idea però di rinunciare all’ormai noto blend internazional-regionale perseguendo invece la valorizzazione del solo autoctono aglianico.

Così le vigne sono state lentamente convertite: via la barbera, via il montepulciano, mentre la conduzione è rimasta sempre la stessa, fedele all’idea di una agricoltura sana e naturale già patrimonio della famiglia Marino da almeno un paio di generazioni. In cantina arriva Fortunato Sebastiano, l’enologo paladino della vigna viva che dopo la prima vinificazione del 2006 ha sin da subito la sensazione di trovarsi tra le mani qualcosa di veramente interessante; difficile che sia un caso con tanta cernita in pianta, vinificazione accorta, fermentazioni lunghe e legni grandi di 7 e 5 ettolitri. Niente filtrazioni e bassissimo contenuto di solfiti. Questo è Turandea 2007, il nuovo grande rosso campano da non perdere.

Bellissimo vino, già il colore ti conquista per vivacità e luminosità. Poi il naso: intenso, sferzante con quei sentori di visciola, mora di rovo e arancia rossa che si rafforzano con la sinuosità di sottili note balsamiche, pepe nero e nuances dolci di tostatura e legno di sandalo. Un tutt’uno di una freschezza e di una eleganza davvero ammirevoli. Il sorso è di rara piacevolezza, succoso, teso, deliziosamente fresco e gratificante, con un continuo ritorno di frutto che sospinge freneticamente a riprenderne il calice tra le dita. Un rosso, quello di Tiziana, appena sbocciato ma con ancora parecchio tempo davanti, che rifugge sovrastrutture e cose incomprensibili del genere e conferma l’enorme potenzialità di questo pezzo di terra continuamente da scoprire e raccontare.


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