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E non chiamatelo più “prosecchino”…

14 novembre 2009

Nell’immaginario collettivo popolare “il prosecchino” rappresenta il vinello da servire senza pretese come aperitivo, spesso da anonima bottiglia e quanto più di rado nell’appropriata flute.

La Collina del cartizze

Ebbene, molto è stato fatto in questi anni per sensibilizzare anche i palati più effimeri alla buona conoscenza di certi vini che rappresentano indiscutibilmente un gran bel pezzo della produzione vinicola italiana e non soltanto per i volumi spaventosi che muovono in giro per il mondo ma anche per le eccelse qualità che sempre più si affermano come forte sostegno alle bollicine di qualità made in Italy e come validissima alternativa “economicamente sostenibile” alle più famose transalpine dello Champagne.

Confidando altresì in una opportuna e proverbiale competenza professionale di ogni buon sommelier mutuiamo e benediciamo la definitiva caduta del diminutivo “ino” (che tanto stà al Prosecco come ogni pittore tentasse di qualificarsi come Van Goghino) alla luce di ciò che abbiamo potuto vedere di quanto si stà facendo in questa meravigliosa terra per migliorare e qualificare questo straordinario vino. Si può pensare alla terra del Prosecco come una vasta e pianeggiante area viticola, con distese a perdita d’occhio di vigne anonime e scomposte ma appena si ha l’opportunità di giungere in queste terre ci si rende conto di quanto fascino e cultura enologica sprizzi dai suoi pori, generosa con i suoi nobili e generosi interpreti.

Il viaggio inizia a Rolle, piccola frazione di Cison Valmarino abbarbicato sù per le colline trevigiane in uno scenario verdeggiante e ventilato caratterizzato da giornate estive luminose e miti e da notti con forti escursioni termiche dove domina il paesaggio il Relais Duca di Dolle della famiglia Bisol, tutt’intorno le vigne di questa azienda che si stà rivelando soprattutto negli ultimi anni assai dinamica che produce una serie di Prosecco doc di grande eleganza e finezza caratterizzati da profonda freschezza che solo grazie a queste particolari condizioni pedoclimatiche si possono comprimere in un vino.

Qui giacciono le bottilgie della Riserva Amalia Moretti

Lungo la Strada del Prosecco che scende giù verso Valdobbiadene si incontrano i piccoli comuni che contornano l’areale maggiormente votato a questo eclettico vitigno, da Miane a Guia incastonati in un bellissimo bosco di castagni sino alla zona per elezione del Prosecco denominata “Cartizze“, nei comuni di Saccol, S. Stefano e S. Pietro di Barbozza, piccolo Grand Cru trevigiano con i suoi 100 ettari suddivisi per circa 140 viticoltori.

Qui il vigneto diviene giardino, le vigne si arrampicano lungo i terrazzamenti delle colline, con pendenze a tratti impensabili e l’ordine e la compostezza di come si inerpicano sui pendii sono gli unici elementi di discussione che ti viene da affrontare. Niente diradamenti, le uve hanno bisogno di protezione, per non cadere in surmaturazioni inattese e per difendersi dalle improvvise grandinate che qui, soprattutto in epoca di vendemmia sono il rischio numero uno. Queste vigne donano vini di una fragranza e piacevolezza sublimi, sentori floreali e fruttati intensi e persistenti con riconoscimenti nitidi di rosa, albicocca e mela ed un gusto asciutto, persistente su linee minerali ed un finale gradevole ed ammaliante, consigliamo a tal proposito di non perdere le versioni di Foss Marai, Còl de Salici, Val d’Oca, Bisol, Solìgo e Villa Sandi ed una raccomandazione generale: attenzione agli strafalcioni, il Prosecco Superiore di Cartizze può essere prodotto solo nella denominazione Prosecco di Valdobbiadene (comune di cui fanno parte i crù sopra citati) e non come qualcuno potrebbe desumere anche nella denominazione Prosecco di Conegliano.

Scendendo verso Valdobbiadene incontriamo per strada diversi contadini nel trasportare le prime uve raccolte nelle aziende di vinificazione, la grandezza di questi luoghi stà anche nella enorme capacità di partecipazione che i vignaioli sono stati in grado di portare avanti con i progetti di cooperazione, Cantine Cooperative che riuniscono nelle loro fila tutti i minuscoli viticoltori che da soli mai avrebbero potuto affrontare progetti di vinificazione e commercializzazione mirati all’alta qualità come il mercato oggi richiede.

Il nostro viaggio termina a Crocetta del Montello, presso l’azienda Villa Sandi di proprietà della famiglia Moretti Polegato, già imprenditori di successo nel campo dell’industria manufatturiera trevigiana (a qualcuno dirà qualcosa il marchio GEOX, nda) e da circa un trentennio sugli scudi per il gran lavoro di promozione che stanno portando avanti per il loro territorio. Qui si aprirebbe un’altro lungo ed articolato racconto da fare che preferiamo però conservare nella nostra memoria e raccontare attraverso le immagini postate, che parlano da sole e chiaramente di una realtà eccelsa della quale senza dubbio non si può tenere conto.

A guidarci Roberto, gran cerimoniere di cantina e nelle degustazioni tecniche l’enologo Luciano Vettori assieme a Cinzia Zocca ed il direttore commerciale dott. Campesan (quattro persone a nostra disposizione!) a cui vanno i nostri più sentiti ringraziamenti per l’ampia disponibilità manifestata. Se pensate di aver visto tutto è il momento di ricredersi, se pensate che certi luoghi non hanno poi molto da raccontare statene certi che qui vi smentiranno a mani basse, se ancora esitate per raggiungere queste terre, rompete gli indugi e non perdetevi questo passaggio a nordest e per favore, non chiamatelo mai più “prosecchino”!

Diario di una Bevuta, Faro 2005 di Palari

13 novembre 2009

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Non è certamente così facile dire “I love Sicilians” così come presentano spesso gli americani l’alto gradimento dei rossi siculi negli Stati Uniti, ed il dubbio diviene sempre più certezza quando si va alla ricerca di quella materia autoctona siciliana  che esula dal Nero d’Avola “cabernetizzato” e capace di spiazzare profondamente; “cabernetizzare” ma talvolta anche “merlotizzare”, parole eccentriche lo so ma che rendono bene l’idea del fenomeno che tanto ha impazzato nell’ultimo ventennio sino ad ammorbidire e deacidificare (manco si trattasse di olio) ogni vino “tipicamente” italiano ed appiattire ogni qualsivoglia proposta di winebar, che soprattutto dalle nostre parti non hanno mai reso bene l’idea del nome che portano in dote, sostituendosi man mano grazie ad un’alchimia tutta da decifrare ai Pub, con la sola differenza che di fianco al panino con i crauti anziché una deliziosa Lager tedesca offrono l’imbarazzo della scelta tra gli italianissimi Fragolino, Raboso e per l’appunto Nero d’Avola cabernetizzato. Minchia verrebbe da dire!

Il fenomeno si è di molto ridotto, è vero, e meno male mi verrebbe da dire, ma è importante rilanciare l’idea di una terra, la Sicilia che è ricca di un’anima ancora inespressa, di un’anima non ambìta dai grandi imprenditori venuti dal nord a piantare centinaia e centinaia di ettari a Merlot, Syrah e Cabernet, per’altro stupidamente seguiti da molti produttori locali che hanno continuato a spiantare vitigni autoctoni per fare posto alla globalizzazione, a quell’internazionalizzazione che ben presto li ha lasciati avvinghiati in un mercato in crisi ed in una profonda crisi d’identità. Faro ha un valore aggiunto solo per questo, fuori dagli schemi voluti da chi la terra non l’ama ma la sfrutta e basta.

Faro è una delle denominazioni siciliane più piccole, estesa su di un’area molto evocativa che guarda proprio al continente di là dello stretto di Messina, qui Salvatore Geraci con l’aiuto dell’enologo Donato Lanati ha tirato su questo piccolo gioiello agricolo, votato al recupero ed alla valorizzazione di vitigni siciliani come il Nerello Mascalese, il Nerello Cappuccio, il Nocera ed alcuni altri dai nomi quantomeno stravaganti: core ‘e palumba, acitana, galatena, tutti rientranti nel disciplinare di produzione locale. In questa dimensione nascono due vini, Il Faro doc e l’igt Rosso del Soprano, quest’ultimo volutamente fuori dalla denominazione per consentire la produzione di un vino doc assolutamente espressivo del territorio, pertanto consentendo di concentrare sul primo le migliori selezioni di vigna e le migliori attenzioni possibili pur garantendo col secondo, un vino di qualità ( in alcune annate superbo) ma soprattutto di maggiore fruibilità commerciale.

Ha un colore molto affascinante, rosso rubino con tendenza al granato ed una piacevole trasparenza, si pone di media consistenza nel bicchiere. Il primo naso è assai intenso su note terziarie, balsamiche, si percepisce incenso, grafite. Lasciandolo aprire per bene vengono poi fuori note di frutta in confettura, di cacao, di caffè tostato chiudendo su di una decisa voluttà minerale. Mi piace l’idea di avere dinanzi a me un vino fine, estremamente elegante, profondo; Al gusto è secco, abbastanza morbido, i 18 mesi di legno nuovo sono perfettamente integrati in un sapore gustoso ed avvolgente, avvincente, vibrante e senza sbavatura alcuna, sorretto da una acidità ben legata. Ecco come si possa internazionalizzare un autoctono siciliano, sdoganare senza stravolgere un vino che bevuto alla cieca non può non portare in terre borgognone, eppure siamo a sud, nel profondo sud di una terra meravigliosa e straordinaria qual è la Sicilia. Chapeau!

© L’Arcante – riproduzione riservata

Brunello di Montalcino, assaggi a tutto tondo

11 novembre 2009

Una recentissima degustazione trasversale di Brunello di Montalcino fatta lo scorso fine Ottobre, ha decisamente rafforzato secondo me il grande coraggio con il quale alcuni marchi storici ilcinesi stanno portando avanti ormai da tempo una progressiva modernizzazione del blasone toscano.

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Allo stesso tempo però ci duole sottolineare quanto alcune altre aziende per modernizzazione hanno ben inteso esclusivamente la sua “internazionalizzazione”; è noto ormai la storica appartenenza al mercato mondiale di questo stupendo vino italiano, il Brunello ha sempre (quasi) avuto un anima ed un corpo inconfondibile e le recenti (più o meno)  modifiche al disciplinare hanno consentito oltremodo di consolidare il mito nonostante un lungo e chiacchierato dibattito, adottando tra le altre anche misure concrete a difesa del marchio, sempre al centro di possibili contraffazioni in un mercato a volte non proprio sotto controllo. Alcune riflessioni però me le sono (ce le siamo) concesse lo stesso, al di là dei prezzi, in alcuni casi davvero discutibili e sempre meno accessibili ad un pubblico ampio, legati spesso soprattutto a costi più suscettibili di problematiche crude che l’economia ilcinese non riesce a metabolizzare piuttosto che alla ricercatezza del prodotto; ma veniamo ai vini degustati: il mito è sempre all’altezza? E quale etichetta per non sbagliare? E’ giusto aspettare tanto tempo prima di berlo? Ecco cosa ne è venuto fuori.

La premessa è che per trasversale abbiamo inteso l’assaggio in contemporanea di diversi Brunello di Montalcino di aziende differenti ed annate diverse ma vicine come qualità.

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Brunello di Montalcino riserva Poggio al Vento ’98 Tenuta Col d’Orcia, Loc S. Angelo in Colle, Montalcino (SI). Qui alla fine la standing ovation era d’obbligo, e qui che tutte le nostre domande e/o riflessioni hanno avuto le risposte più esaustive. Poggio al Vento è un gioiello dell’enologia toscana, uno di quelli da esibire con orgoglio, non facile da trovare in giro anche perchè non proprio papabilissimo con i suoi 55 euro a bottiglia, ma di certo di gran lunga superiore a diversi altri Brunello di costo al di sopra della media qui trattata. Il colore è segnato dal lungo invecchiamento, ma di una bellissima veste tendente all’aranciato, nel bicchiere la sua scorrevolezza lascia passare inosservata la sua consistenza sia alcolica che estrattiva, segnale di una riuscitissima fase evolutiva. Al naso è complesso, ricco e persistente naturalmente su profumi e sentori di gran lunga fini ed eleganti, scorza d’arancia candita, acacia, cuoio, cardamomo, in sequenza ordinata e ben definita. In bocca desta preoccupazione per l’impatto deciso e calorosamente avvolgente ma poi il tannino fa il suo dovere, dà spalla e non da protagonista, e ritornano piacevolmente note speziate sul finale di bocca. Un gran bel Brunello, prodotto con una lunga sosta in botte di rovere d’Alliers, in più o meno 18.000 unità e solo nelle annate maggiormente favorevoli.

Brunello di Montalcino ’99 Fattoria Poggio di Sotto, Loc. Castelnuovo dell’Abate, Montalcino (SI). Qui il rosso ha acquisito una tonalità aranciata con una bellissima trasparenza, segno del tempo che ha svolto per bene il suo lavoro anche in relazione alla consistenza nel bicchiere che non ha perso corpo. Al naso il vino è soprattutto terziario, ricco cioè di profumi dovuti proprio all’invecchiamento, con sentori di spezie, tabacco, pelliccia su tutti; dopotutto l’azienda è restìa a mettere in commercio questo vino prima dei 36-40 mesi di affinamento in botte, alla vecchia maniera. In bocca è deciso, persistente con un tannino ancora di nerbo ma ben equilibrato. Si è riconquistato fiducia dopo un assaggio precedente non proprio esaltante.

vpsbrunelloannata1999b[1]Brunello di Montalcino Villa Poggio Salvi ’99 Villa Poggio Salvi, Montalcino (Si). Biondi Santi è sicuramente un riferimento importante per tutta l’enologia italiana ed altrettanto lo è oggi, e la continua ricerca di confronto col presente è un valore aggiunto per una azienda che non si è mai posata sugli allori. Villa Poggio Salvi è un marchio che si è fatto strada sulle orme leggendarie del grande Franco Biondi Santi, di proprietà della nuora, moglie del figlio Jacopo. Questo Brunello può risultare (è risultato) abbastanza semplice nella sua totalità ma di certo non gli si può certo dire di domandare un prezzo impossibile. Di colore rubino netto, concentrato e poco trasparente nel bicchiere, al naso ripercorre una linearità rassicurante con profumi di frutti maturi, confettura di marasca, caffè. In bocca è secco, asciutto con un tannino presente ma non incalzante, decisamente “rotondo”.

Brunello di Montalcino ’99 Mastrojanni, Loc. Castelnuovo dell’Abate, Montalcino (SI). Ecco un taglio decisamente più moderno del Brunello di Montalcino, proposta da una azienda che seppur non proprio giovanissima ha virato decisamente verso uno stile più “morbido” rispetto alla tradizione montalcinese. Di colore rubino, si percepisce subito che la qualità della materia prima è altissima, concentrato con lievi nuances tendenti al granato. I profumi ricordano inizialmente il passaggio in legno, botti di media capacità di rovere francese che esaltano la sua freschezza gustativa nonostante la lunga sosta tra legno e bottiglia; poi anche qui saltano fuori sentori di frutta matura, quasi cotta, liquerizia e fini spezie. In bocca è caldo con un tannino ben domato, mi lascia perplesso solo nell’equilibrio, per il bellissimo colore, i concitati profumi ma una complessità non avallata da una lunga persistenza.

Brunello di Montalcino ’00 Mastrojanni, Loc. Castelnuovo dell’Abate, Montalcino (SI). A gran fatica alla fine è venuto fuori un gran bel vino. Quando si dice che per godere di un vino si ha la necessità di aspettarlo per certi versi sembra essere un eccesso di sacralità, ma necessaria. Il vino è rimasto aperto per almeno tre ore e mezza prima di manifestare “vagiti” squillanti. Il colore è apparso subito bello, concentrato, al naso dopo “l’attesa” si è concesso generoso su frutti maturi come prugna e ciliegia in confettura e sottospirito accompagnati da una nota fine ed elegante di erbe aromatiche, infine di tabacco. In bocca asciutto, di buona concentrazione, anche di tannino, ben presente ma non devastante come spesso accade in vini di questo estratto. Una nota a margine: l’azienda Mastrojanni propone una vinificazione estremamente tradizionale per i suoi Brunello, in vasche di cemento prima del lungo affinamento in botti di rovere d’Alliers.

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GrepponeBrunello di Montalcino Greppone Mazzi ’00 Tenimenti Ruffino, Pontassieve (FI). Se il diavolo veste Prada, il Greppone Mazzi potrebbe tranquillamente vestire Missoni. Questo passaggio per raccontarvi di un vino che davvero riconcilia col terroir di Montalcino. E’ pur vero che l’azienda è malinconicamente orbitante nella sfera anglo-australiana dopo la cessione a Constelletions brand (multinazionale del drink e non) ma se i risultati sono questi, tanto di cappello. Il vino è concentrato, polposo ed invitante già all’esame visivo, i profumi sono dapprima austeri, l’alcol inizialmente è sovrastante ma dopo un po’ questo Brunello sembra scoprire una verve eccezionale: sentori di confettura di frutta, di mirtillo, cassis, penetranti ed avvolgenti, poi ancora note di cardamomo e tabacco. In bocca è potente, 14 gradi a tutto tondo per un vino caldo, di corpo ma asciutto e perfettamente bilanciato nelle sue componenti di durezza e morbidezza. Sicuramente con un paio d’anni ancora alle spalle ci darà nuovamente soddisfazioni.

Brunello di Montalcino ’01 Castello Banfi, Loc. Poggio alle Mura, Montalcino (SI). Un paio di numeri per capirci. Castello Banfi è un colosso da 11.000.000 di bottiglie, circa 900 ettari di proprietà e tra le 22 referenze presenti in carta di questo Brunello se ne producono qualcosa come 660.000 bottiglie. La dimensione non proprio artigianale non vuole essere un pretesto per sparare a zero su questo vino, ma certamente dopo la degustazione non rimane nella memoria come per esempio Il Poggio Alloro riserva ’99 di recente assaggio o per esempio il cru Poggio alle Mura ’99 altrettanto eccezionale. Colore profondo, profumi molto evoluti, quasi pompati da una polposità che promette al naso ma in bocca rimane evanescente lasciandosi una scia di alcol che seppur non eccessivo non è supportato da un corredo acido-tannico all’altezza. Rimandato, alla prossima annata.

A378CDBCAXLOX1XCANC4W5TCAA74Q4BCARHLARKCAGGXZFPCAIL3GKGCA897ECFCAKXBNBZCACDD1DVCA5HDC61CAY3B380CA6DOGODCAAIIHL4CAZVI5Q2CAWNEFMVCA7IRRW0CAN3HKUXCA863PASBrunello di Montalcino  Castelgiocondo ’01 Marchesi Frescobaldi, Firenze (FI). Di ritorno sul marchio settecentenario siamo passati al 2001 del benemerito non certamente consapevoli della poco felice interpretazionbe del 2000. Qui ci siamo divertiti a dirne tanto su come sia fantastico il mondo del vino e dei suoi protagonisti, non prima di aver apprezzato come in un balzo di una sola annata abbiamo assaggiato due etichette che possono essere sintetizzate proprio come croce (la ’00) e delizia (la corrente ’01). Colore rosso rubino con lievi accenni aranciati ma ben corredati da una veste brillante. Al naso ci mette un po’ per esprimersi al meglio ma sembra eseguire alla perfezione “il mandato” con sensazioni che girano dalla frutta matura, al balsamico, al goudron fino a note di tostato e di caffè in particolare. In bocca è gradevolmente tannico, di buon corpo e con un frutto delizioso ed avvolgente; ma sa di Brunello? Insomma un vino estremamente corretto, senza particolari picchi di entusiasmo ma comunque piacevole.

Flòres 2007, la falanghina dei fratelli Spada

10 novembre 2009

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Nella memoria popolare esistono alcuni luoghi in Campania, per così dire comuni, intramontabili per fascino e storia. Scenari ideali per ogni momento dell’anno: l’inverno inoltrato, con le sue folate gelide è un momento della stagione fredda ideale per vivere, per esempio, l’irpinia, dove con l’aria impregnata dall’odore delle fescine che alimentano i camini accesi, ogni buon focolare da Ariano Irpino a Nusco offre una suggestione unica ed indimenticabile all’avventore di turno. In primavera, soprattutto quando si ha la fortuna di una Pasqua alta, Montesarchio ed i “Mafarielli” vengono presi letteralmente d’assalto da gente di ogniddove. Così in estate, che come sempre riempie le spiagge di un po’ tutta la costa lascia sempre alle spalle ricordi più o meno memorabili di almeno un’uscita a Pineta Mare o un bacio rubato a Baia Domizia piuttosto che a Marina di Camerota. Insomma, una regione per tutte le stagioni, ed una delle mete più suggestive in autunno, giusto per quadrare il cerchio, non può che essere il parco di Roccamonfina, che in questo tempo splende con i suoi meravigliosi colori bruni e quell’odore di terra bagnata che impregna l’aria da San Carlo di Sessa Aurunca sino a Roccamonfina e a Galluccio tra ciliegi, viti e castagni ormai in riposo vegetativo.

Su queste terre si estende il cuore della azienda Spada, con i suoi 30 ettari, di cui 22 a vigneto votati perlopiù a falanghina ed aglianico con ancora qualche vecchia vite di montepulciano, da sempre presente in questo areale sin dagli anni cinquanta e che per molti anni ha rappresentato manna dal cielo per alcuni commercianti di vino sciolto locali e forestieri. Proprio qui però i fratelli Vincenzo ed Ernesto Spada sin dalla prima metà degli anni novanta hanno avuto bene in mente quale potesse essere il migliore futuro per la loro tenuta e l’incontro con Riccardo Cotarella, nel 2001, ha contribuito a rinsaldare il fermo principio di puntare esclusivamente alla qualità ed alla valorizzazione del patrimonio viticolo autoctono, con il quale il sommo enologo umbro del resto già si stava cimentando con successo proprio in loco con la stretta collaborazione con la neonascente Galardi (Terra di Lavoro, ndr) e la storica famiglia Avallone di Villa Matilde che proprio nell’areale di Roccamonfina aveva focalizzato da tempo importanti investimenti nella tenuta Rocca dei Leoni votata proprio a falanghina ed aglianico.

logo_mini[1]Il Flòres è un vino che fa della piacevolezza un arma bestiale, è invitante, accattivante, suggestivo, avvenente e scorrevole nella beva sino all’eccesso. Inebriante! Ha un colore gradevole, giallo paglierino con nuances ancora gioviali, di buona consistenza nel bicchiere. Il primo naso, come detto è molto invitante, arrivano immediate note floreali e fruttate che richiamano la primavera e l’esoticità di tipici frutti a polpa bianca e rosa, papaya, carambola, mango, pompelmo. Qui ha gioco facile il fiano, che in questo areale esprime sempre gradevoli note aromatiche,  poi viene fuori la falanghina con le sue note erbacee, minerali, in fine agrumate. In bocca è secco, contenuto in uno spettro acido gradevole ed ammiccante che invita subito al secondo sorso prima di rivelare l’anima sapida ed equilibrata di un vino giovane ma pronto da bere, che strizza l’occhio al succulento flan di zucchine della mia Lilly ma che non manca di mostrare il giusto carattere sul tortino di scarola e gamberi con pinoli e noci secche di Antonio Lubrano del ristorante Il Rudere di Pozzuoli. Ecco una nuovo vino da cercare nelle carte dei ristoranti o sugli scaffali di una enoteca.

Terre del Principe, la favola del Pallagrello

10 novembre 2009

L’inverno quest’anno è stato assai rigido e ci ha consegnato tanta di quella pioggia che in certe giornate ci siamo sentiti quasi presi “a secchiate”; noi al sud, non siamo proprio abituati e nonostante tutti ci bombardano con il cambiamento climatico ormai in atto da anni proprio non riusciamo a farne a meno di lamentarci quando il sole non è lì, bello alto e caldo tanto da scaldarci dentro ed aprirci ai meravigliosi scenari fatti di mare e di terra che si stagliano lì all’orizzonte.

A. d. B. da TERRE DEL PRINCIPE 019

Oggi siamo stati fortunati, abbiamo beccato una giornata meravigliosa, non certo di solleone ma tanto bella e solatìa da consegnarci una decina di ore in aperta campagna in terra di lavoro come non capitavano da settimane, contornate dalla deliziosa ospitalità di Peppe Mancini e dalla straordinaria passione di Manuela Piancastelli profuse in quel di Terre del Principe .

Castel Campagnano è un luogo ameno, un angolo della provincia di Caserta che sembra lontano anni luce dalla calca senza freni del circondario della maestosa Reggia, chiuso come a proteggerlo dal Taburno da un lato, dal Matese dall’altro fatto di campi d’olivo e di vite e qua e là residenze di campagna che solo negli ultimi anni sembrano riprender vita. A camminar per queste stradine si respira subito la ruralità di questi luoghi, dai contadini quasi tutti ultrasessantenni che bazzicano sui trattori d’antan sù per i terreni ripidi e non manca di incontrare nel poco traffico tra un incrocio e l’altro vecchi carretti trainati da cavalli con carichi di verdure ed ortaggi diretti chissà dove.

Ci accoglie Manuela che assieme ai suoi due deliziosi cani Ortole e Pallagrella ci conduce all’atrio della bellissima cantina, contornato da vecchi tralci di viti interrotti qua e là dai vari riconoscimenti ricevuti dai vini aziendali in questo primo scorcio di vita e da una piccola teca dove troneggiano alcune bottiglie di “Vino Pallarello” e “Vino Spumante di Pallagrello” dei primi del Novecento: un segno tangibile del grande valore storico dell’ostinato lavoro di Peppe Mancini avviato nei primi anni novanta nella riscoperta e valorizzazione di questo vitigno ma anche del casavecchia, oggi espressioni altisonanti di un’altra viticoltura campana non più appannaggio, tra gli altri, solo di vitigni quali l’aglianico, il piedirosso, il fiano ed il greco.

Ci avviamo con Peppe in campagna a camminare le vigne, visitiamo dapprima vigna Piancastelli, appena 3 ettari rilevati da Manuela quasi come pegno d’amore appena dopo il loro incontro, impiantato a casavecchia e pallagrello nero con sistema guyot che confluiscono poi nel cru omonimo aziendale che esce solo nelle annate straordinarie e del quale ad oggi si annoverano solo le annate 2004 e 2005, quest’ultimo davvero di grande slancio interpretativo di una vendemmia non certo facile. Proprio di fronte vi è il vigneto Sèrole, un ettaro di pallagrello bianco destinato alla produzione del cru omonimo dove la polposità del frutto incontra il pregiato legno di rovere per un vino dal taglio ammaliante e coinvolgente.

Ci spostiamo in località Monticello dove vi è la parte più grande dei vigneti di proprietà, circa 7 ettari di filari questa volta impiantati con il sistema tradizionale della “pergola casertana” che contrariamente alle comuni convinzioni, ci dice Peppe Mancini, “se curato perbene in vigna e non sovraccaricato di frutti riesce a dare risultati addirittura superiori al guyot, almeno questi sono i riscontri che anno dopo anno cogliamo dalle vendemmie”. A guardare il panorama che si staglia dinanzi si apre uno scenario davvero suggestivo, siamo posti proprio di fronte dove sorge fisicamente, di là della vallata, la cantina maestosamente sovrastata in lontananza dal Matese con le cime innevate e con alle nostre spalle l’altrettanto maestoso monte Taburno, a poche centinaia di metri in linea d’aria dal fiume Volturno oltre il quale la provincia inizia ad essere Benevento. Che magnifica terra!

Ritorniamo in azienda dove ci attende “il pranzo di Carnevale” magistralmente preparato da Maurizio, fratello di Manuela, a suo tempo chef e patròn, siamo nella seconda metà degli anni novanta, de “La Vineria del Mare” a Pozzuoli, locale antesignano dei moderni winebar lasciato poi per approdare alla “Tavola del Principe” per deliziare gli ospiti dell’azienda con le sue preparazioni; qui ci lasciamo rapire dal racconto di questa favola d’amore, nata per caso mentre Peppe Mancini cercava suffragio alla sua riscoperta del Casavecchia e del Pallagrello e Manuela – forse la prima giornalista (Il Mattino) dedicatasi alla cronaca enogastronomica – era alla ricerca di nuovi slanci dell’agricoltura campana. Una storia moderna che racconta di come la terra ed i suoi frutti possano decidere l’avvenire di due persone che ad un certo punto della loro vita si impongono di lasciarsi tutto alle spalle per rinvigorire una storia antica e proiettarla nel futuro, ad oggi grazie ai loro vini, straordinariamente affascinante e che invito a non perdere mai di vista. Grazie di esistere!

Brusciano, Taverna Estia

10 novembre 2009

Basta poco, che ce vo’. Così il grande Giobbe Covatta avviò una grande campagna di sensibilizazzione qualche anno fa, potrebbe tranquillamente essere copiato e fatto proprio come slogan per lanciare i nuovi giovani chef campani alla conquista dall’alta ristorazione italiana: suvvia, un po’ di coraggio!

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Taverna Estia è a Brusciano, periferia napoletana all’ombra della più grande periferia vesuviana che compren©de tra gli altri l’areale di Pomigliano d’Arco, ma è senza ombra di dubbio uno degli indirizzi più centrati per chi desidera una gradevole esperienza gastronomica (a)tipicamente locale.

Il Ristorante ha una storia recente, è nato appena dieci anni fa, dalla passione e dalla caparbietà di papà Armando Sposito, ex insegnante di educazione fisica con il pallino dei fornelli e della condivisione, casa sua era letteralmente presa d’assalto da amici e parenti appena si spargeva in giro la voce che “Armando teneva genie e’cucinà” così l’idea di mettersi in gioco, di avviare quello che in appena dieci anni è divenuto un piccolo laboratorio d’avanguardia culinaria napoletana. Dal 2005, dopo una formazione attenta e mirata sul campo, in cucina il protagonista assoluto è Francesco, figlio di Armando e per tempo pupillo di Igles Corelli alla Locanda della Tamerice, coadiuvato in sala dal fratello Mario, sommelier professionista ed anfitrione garbato e presente. L’ambiente è curato, pochi tavoli ben distanziati, mis en place elegante ed essenziale (ma quanto pesano però le posate!), la cucina in vista lascia trasparire la voglia di spazio ma anche una accurata tempistica e coordinamento del servizio.

Scegliamo il menù degustazione di terra, 8 portate (compreso aperitivo e predessert) che sicuramente non passano inosservate: simpatico l’aperitivo “mangiamo con le mani”, verdure ed ortaggi disidratati e fritti, polpettina di broccoli e piccoli assaggi di conetti di sfoglia e palamita, come buono il bon bon di latte cagliato con acciuga cruda su passatina cruda (che preferisco al termine gazpacho, nda) di San Marzano; semplicemente strepitosa invece la creme brulèe di baccalà con divertenti consistenze e forme di fagioli cannellini e peperoni cruschi.

Non mi ha entusiasmato invece il primo piatto, ovvero “Il grano duro: quattro modi per rivisitare la pasta e le tradizioni”; piatto sicuramente concettuale, come lo definisce Mario, difficilissimo da gestire nel servizio aggiungo io, data la presenza di quattro paste fresche e quattro differenti condimenti, molto bello a vedersi ma poco “palatable”, che si dissolve cioè senza lasciare picchi di piacevolezze particolari. Decisamente eccelso, per concettualità e più ancora per sapore, il secondo, “coniglio al profumo di ginepro, cotto a bassa temperatura, con spiedino di finocchi gratinati e polpettina di coniglio”. Molto gradevole il mio predessert di “gelato vanigliato su confettura di arance”, meno “il parfait di liquirizia alla crema di zucca confit alla vaniglia e croccante di mandorle”, forse un po’ pesantino (anche per la porzione abbondante) prima del delizioso ed originale “Giòcolato”, variazione sul tema cioccolato. Bonus invece, per la buonissima millefoglie con crema alla vaniglia, una proposta must, mi dice Mario che in dieci anni difficilmente sbaglia di colpire dritto al cuore.

Buona la carta dei vini, ben articolata e scorrevole, molto buono il servizio, puntuale ed attento soprattutto da parte della garbata compagna di Mario che lo aiuta in sala, di cui pardòn, mi sfugge il nome nonostante si fosse presentata per tempo, ma della quale certamente non scorderemo le buone maniere con le quali ci ha condotto sino al caffè senza sbavatura alcuna. Conto sui 170 euro, in due, comprensivo delle bevande. Ho bevuto un buonissimo Lagrein 2006 (22 Eur) di Hofstatter, praticamente impossibile da trovare anche nelle carte più attente, perchè molti lo snobbano accecati dalla grandezza dei bianchi e del Pinot Nero di questo nobile produttore alto atesino, ecco perchè in ogni buon ristorante a fare gli acquisti dovrebbe essere il sommelier, e non come spesso capita il rappresentante, bravo Mario!

TAVERNA ESTIA
Via G. De Ruggiero, 108
80031 Brusciano (Napoli) Italy
Tel. +39  081.519.96.33
info@tavernaestia.it
chef@tavernaestia.it
Orari di apertura:
Martedì, aperto solo a cena.
Dal mercoledì al sabato, pranzo e cena Domenica aperto solo a pranzo.
Chiuso il lunedì e la domenica sera.
 

Il grano, il caffè e le lobbies dell’oro colato

9 novembre 2009

Proprio negli ultimi mesi si sta tanto discutendo delle problematiche degli aumenti dei prezzi di materie prime essenziali e vitali per le economie di alcuni paesi in via di sviluppo o di ampie aree geografiche legate economicamente a tali risorse. Perchè? Molte riflessioni sono riferite alle nuove destinazioni d’uso di molte risorse (carburanti biologici ecc…), altre su palesi speculazioni in atto sui mercati di tutto il mondo; basta digitare un paio di parole sui più importanti motori di ricerca per avere ben chiaro cosa stia accadendo sotto i nostri occhi. E’ tutto molto semplice, o quasi.

Il grano, il caffè come molte altre materie prime non possono “fallire”. Le aziende possono andare male e fallire, le materie prime come il grano ed il caffè non possono farlo. Avranno sempre un valore intrinseco proporzionale al loro utilizzo su scala mondiale. Le materie prime sono sensibili alla legge della domanda e dell’offerta perché di esse c’è il bisogno. Indispensabile. Nessuno ha invece veramente bisogno di possedere azioni di borsa, se non quello di effettuare una speculazione.

Nel campo delle merci, oltre alla speculazione, esiste in tutto il mondo un effettivo scambio di merci e denaro allo scopo di risolvere effettivi bisogni della popolazione. Questo crea un mercato molto più affidabile, spesso rapportato alle stagioni dell’anno, e molto più legato al mondo reale della produzione, commercio e consumo. Le semine e le raccolte si ripetono ogni anno senza interrompersi mai. Ci sarà sempre grano da vendere e da comprare e questo crea quello che gli operatori specializzati chiamano “il mercato delle commodities”.

Commodity (commodities al plurale) è un termine inglese entrato oramai nel gergo commerciale ed economico per la mancanza di un sinonimo equivalente italiano; deriva infatti dal francese commodité, che in italiano si può tradurre col significato di “ottenibile comodamente”, quindi “pratico”. Indica cioè materie prime o altri beni assolutamente standardizzati, tali da potere essere prodotti ovunque con standard qualitativi equivalenti e commercializzati senza che sia necessario l’apporto di ulteriore valore aggiunto. Una commodity deve essere facilmente stoccabile e conservabile nel tempo, cioè non perdere le caratteristiche originarie. 

L’elevata standardizzazione che caratterizza una commodity ne consente l’agevole negoziazione sui mercati internazionali. Le commodities possono costituire un’attività sottostante per vari tipi di strumenti derivati, in particolare per i future. Nonostante vengono commercialmente chiamate commodities quelle merci che il mercato richiede in ogni caso, poiché sono legate alla sopravvivenza di una popolazione, come i fertilizzanti ed i prodotti agricoli, o permettono il funzionamento dell’economia di una nazione, come l’energia o più spesso le fonti energetiche, il legname ed i metalli in genere, possono considerarsi tali anche gli acciai e i microprocessori.

Il prezzo di una commodity viene fissato in apposite borse merci o da ristretti club o gruppi di aziende o stati, denominati “lobbies”, che in qualche modo ne detengono il controllo sulla produzione (anche se questa pratica non è legale e verrà sempre e comunque smentita).

E sapete quali sono le principali commodities? Prodotti agricoli come avena, farina di soia, frumento, mais, olio di soia, soia; e ancora coloniali e tropicali come cacao, caffè, cotone, legname, succo d’arancia, tabacco, zucchero, metalli  come alluminio, argento, nickel, oro, palladio, platino, rame, zinco. Anche i prodotti energetici come benzina, etanolo, gas, naturale, nafta e petrolio in genere rientrano nel carnet, come anche carni tipo bovini, bovini da latte, maiali e pancetta di maiale.

Insomma la nostra vita è nelle loro mani, il nostro futuro rappresenta la commodity più garantita sulla quale investire e guadagnare. Almeno indigniamoci!

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Questo articolo è certamente tra i primi contenuti messi on line da questo blog; è stato pubblicato però la prima volta l’8 maggio 2008 su www.lucianopignataro.it.

Falanghina, radiografia di un vitigno

9 novembre 2009

“[…] Fiorisce ai principi di giugno, presto sfiora e manda via la corolla. Grappolo di mezzana grandezza, allungato, poco ramoso, raro. Bacca quasi rotonda, picciola, di un bel gialletto, ed a perfetta maturità più si colora; sugosa, molto dolce. Molto e costantemente fruttifero. Fa buon vino”.

Così Vincenzo Semmola, storico di ampelografia di metà ‘800 descriveva, affascinato, le varietà di Falanghina (dal greco falangos, dal latino phalange, legata al palo) delle quali ne arrivò a catalogare circa 112 incontrate di volta in volta nelle sue camminate su per le campagne del Monte Somma ed intorno a Napoli ed al suo circondario, dalla collina di Posillipo, ai Camaldoli sino ai cosiddetti campi ardenti, gli odierni Campi Flegrei.

Prima  e dopo questo periodo non sono mancate citazioni e lodi per questo vitigno tanto diffuso quanto poco conosciuto, e molti esperti ed autori hanno lasciato tracce interessanti sulle sue peculiarità tanto da farne dei capisaldi anche per i moderni studi di agronomia ed enologia: basti pensare alle opere di Columella Onorati (1804), dell’Acerbi (1825), di Federico Corrado Denhart (1829) che nel tempo si occuparono ampiamente, soprattutto quest’ultimo, di definire ampelograficamente le caratteristiche di questo vitigno tanto diffuso da non poterlo far mancare nel prestigioso patrimonio vivaistico del Real Ortobotanico di Napoli. Come non citare il Cavaliere Giuseppe Frojo che nel 1879 fu tra i primi a lasciare traccia di un intero processo produttivo del vino Falanghina, ripreso proprio alcuni anni fa dalla Famiglia Mustilli di Sant’Agata de’Goti che assieme ad Antonella Monaco, ricercatrice della Facoltà di Agraria dell’università Federico II di Napoli,  lo riproposero con una bella iniziativa culturale tesa alla valorizzazione storica di questo straordinario vitigno del quale l’ing. Leonardo, capostipite della famiglia, è stato primo promotore in assoluto nella nostra regione sin dal 1970.

La storia ci consegna quindi un panorama ricco di blasone ed un salto ai giorni nostri ci apre ad una visione sulla Falanghina (distinguibile oggi essenzialmente in due precisi cloni, uno beneventano ed uno tipicamente Flegreo) estremamente più complessa di quanto appare facile decifrare con non poche sfumature in chiaro-scuro, fatto di antiche considerazioni, ataviche convinzioni e come sempre di poca “memoria storica liquida” – come amo definirla io – cioè di bottiglie di vendemmie passate sulle quale realmente costruire anno dopo anno un profilo indentitario di questo vitigno e delle sue varie espressioni ed interpretazioni territoriali.

La sua ampia diffusione nella geografia vitivinicola campana ci induce a sostenere quanto la Falanghina sia stata capace nei decenni ad adattarsi a tutte le varianti morfologiche territoriali regionali quasi sempre con risultati di tutto rispetto tanto da divenire il bianco varietale più diffuso oggigiorno nella nostra regione e soprattutto capace di coprire un’ampia fascia di collocazione commerciale pari a pochi altri vini bianchi italiani con un forte indice di penetrazione sul mercato facendone un successo enologico che non ha riscontri pari per volumi e numeri negli ultimi anni in Campania: insomma un vitigno dal grande passato, un fiorente presente ed un futuro tutto da rivelare!

Proprio seguendo questo filo logico alcuni produttori campani, grandi e piccoli, sparsi qua e là in regione hanno deciso di puntare su questo vitigno lanciandosi in interpretazioni estremamente profonde consegnandoci vini dall’aspetto culturale ed organolettico più affascinante, decisamente complessi, termine quest’ultimo spesso abusato in degustazione ma quasi mai realmente riscontrabile nei vini Falanghina prima di allora, forzatamente e malinconicamente relegati ad una deontologia basata sul “giallo verdolino e sulle note olfattive erbacee, appena floreali”.

donna[1]Per fare questo era necessaria una profonda riflessione ed una piccola rivoluzione culturale, che a dire il vero non tutti si sono sentiti in grado (dovere) di fare ma chi ha imboccato questa strada certamente non ha avuto che riscontri positivi dal mercato e dalla critica. Un lavoro importante è stato avviato in campagna, la vigna prima di tutto, molti impianti erano assolutamente inadatti a perseguire questo nuovo orizzonte; come detto la Falanghina non ha particolari esigenze colturali, paradossalmente anche da rese alte, intorno ai 120 quintali per ettaro il vitigno esprime ottime peculiarità enologiche ma l’affaticamento dei ceppi, spesso con oltre 15 gemme per pianta non rendeva certamente semplice la gestione enologica del vino.

 Assieme all’intervento in vigna è stato necessario un forte, deciso, indefesso intervento culturale nei confronti dei contadini, soprattutto dei conferitori di piccole parcelle, penso per esempio ai Campi Flegrei, dove l’allevamento con il “sistema puteolano” ha reso per molti anni la vita difficilissima a chi si ritrovava poi in cantina uve buone solo per la distillazione ed è qui che è avvenuto il cambiamento più radicale, rifiutando questa atavica condizione passiva mutuando nuove prospettive, che come già affermato, vede una realtà non solo capace di affrancarsi dagli stereotipi ma indubbiamente già rivolta ad un futuro da protagonista del panorama enologico regionale ed italiano. Convertire questi impianti, dove possibile, a conduzioni più rigide con potature per esempio più efficaci non oltre le 7-8 gemme per pianta e pensare a nuovi impianti con sistemi più moderni, come per esempio il Guyot basso (anche bilaterale) ha di fatto creato i primi presupposti necessari per intraprendere il giusto cammino verso la qualità assoluta.

A questa rivoluzione in vigna è seguita anche una maggiore consapevolezza di profondere maggiore attenzione ai processi produttivi in cantina, mirando ad investimenti capaci di lasciare sviluppare una nuova coscienza enologica che ha aperto la strada anche a molti giovani enologi campani che stanno delineando le fila di una vitienologia di assoluta qualità: penso al lavoro di Antonio Pesce sul Vesuvio, di Fortunato Sebastiano nel Sannio, di Gerardo Vernazzaro e Francesco Martusciello Jr nei Campi Flegrei tanto per citarne alcuni; enologi capaci di seguire la scia di predecessori illustri, il prof. Luigi Moio in testa, senza mancare in personalità, quella personalità tangibile ad ogni sorso dei vini che firmano, valore questo entusiasmante ed inattaccabile nel tempo.

In conclusione è utile fissare bene in mente che proprio per tutto questo fermento, figlio di notevoli e radicali cambiamenti, è assolutamente importante approcciarsi alla Falanghina ed ai suoi vini con occhi, naso e palato nuovi. Via i vecchi stereotipi di un vino blando, verdolino, erbaceo ed acido, molti forse non lo sanno (ovvero sono erroneamente indotti a sapere) ma le componenti odorose “tipiche” della Falanghina, dal Garigliano a Sapri, fatte le dovute eccezioni per aree viticole sono tutt’altre e di tutt’altra prospettiva. Analisi sensoriali, ovvero l’individuazione dei descrittori aromatici e successive indagini strumentali (analisi olfattometrica e varie Gas-cromatografie) hanno tracciato un profilo dell’aroma e del gusto del vino Falanghina davvero sorprendente (Colori, odori ed enologia della Falanghina, A.A. Vari, a cura di Luigi Moio, 2004).

La Falanghina non è un uva particolarmente aromatica, per questo è difficile riconoscerne il varietale dall’assaggio del chicco o del mosto ma successivamente alla vinificazione si generano una serie di sensazioni olfattive che ne delineano efficacemente la riconoscibilità. I descrittori aromatici che intervengono dopo appena sei mesi dalla vendemmia (vino Falanghina vinificato in modo tradizionale, in acciaio) sono il fruttato di banana, di mela, di ananas, di pesca e via via note floreali, di agrumi, di miele ed infine di erba. Dopo circa 18 mesi dalla vendemmia il quadro organolettico muta verso l’albicocca secca, il miele, il floreale passito lasciando presagire sensazioni mentolate, ancora di anice, e di felce.

Insomma, un vino Falanghina di qualità e longevità è possibile; aggiungiamo a questi elementi le varianti del caso che intervengono area per area come l’incidenza dei suoli (minerali), dell’esposizione, dell’altitudine (escursioni termiche), delle tecniche di produzione ed abbiamo ben chiaro un quadro del tutto inaspettato. Il tempo poi come sempre è un grande interprete di ogni nostra convinzione, e di ogni nostro sogno.

© L’Arcante – riproduzione riservata   

Marina del Cantone, la Taverna del Capitano #1

9 novembre 2009

marinadelcantone[1]

“Ci sono scrigni in Campania che aspettano solo di essere rivelati, tesori celati dal clamore del tam tam voyeristico dei molti per rimanere appannaggio dei pochi in cerca di rifarsi con la propria anima.” Un tempo era certamente più facile fare di queste parole un messaggio intimo, una istigazione alla scoperta, una esortazione ad andare laddove difficilmente si sceglie di andare. Oggi tutto appare più scontato, la globalizzazione ha varcato, anche in tal senso, la sempre più sottile linea di demarcazione tra ciò che fa la storia e ciò che ne fa parte. Così questo fine settimana, in attesa di un aggiornamento più completo della nostra recente visita alla famiglia Caputo a Nerano, godetevi un pezzo di Costiera, di quella con la “C” maiuscola, così raccontato qualche tempo fa.

In gennaio i colori dei paesaggi sono tendenzialmente pastello con sfumature quasi mai lontane dal grigio e gli umori sembrano spesso seguire questi standard quasi a rimarcare stati d’animo alla ricerca della quiete e della solitudine dopo le caotiche seppur festose giornate natalizie. I virtuosismi però a cui ci stà troppo abituando questo clima impazzito ci ha consegnato, giovedì 4 gennaio, una giornata splendida, assolata e temperata al punto di tapezzare interi paesaggi con fiori di ogni colore. Così comincia la nostra giornata verso la penisola Sorrentina, seguendo un sole alto e splendente, alla ricerca di una tranquillità e di un’aria pulita che in queste giornate qui hanno un appeal unico e raro. In questi giorni una breve sosta presso La Tradizione a Vico Equense è quasi di norma per chi voglia conoscere anticipatamente cosa il Salvatore Di Gennaro stia programmando di far capitare sulle tavole dei risotranti gourmet della penisola per la prossima stagione, oltre ai formaggi e salumi selezionatissimi è stato molto istruttivo carpire riferimenti utili su particolari produzioni di zucchero di canna provenienti dai paesi più impensabili, alcune delizione confetture e marmellate di aristocratica provenienza provenzale, miscele pregiate di caffè centramericani e thè di particolare bontà rinfrancante, oltre che cioccolati dell’artigiano piemontese Gobino ed alcune chicche come il buonissimo torrone di mandorle brustolite del CaffèSicilia di Noto.

Positano non è poi così lontano ed in programma c’è una capatina giù in spiaggia per rinfrancare lo spirito di ricordi di una estate grandiosa quanto infinita di qualche tempo fà trascorsa in questo posto magico ed unico nel suo genere tra i vicoli coloratissimi, pieni di vita e talvolta affollatissimi da personaggi ed interpreti quasi tutti uguali. In piazzetta quasi nessuno è rimasto aperto, poche le persone in giro così senza pensarci due volte tiriamo dritto verso la nostra meta di giornata, Marina del Cantone a Nerano dove ci aspetta (crediamo) una bellissima esperienza gastronomica a La Taverna del Capitano della famiglia Caputo. Il sole qui è alto ed illumina uno scenario bellissimo all’orizzonte sul mare, il nostro tavolo è in terrazza proprio a ridosso del mare, la sala è semplice, un pò retrò, ma curata, luminosa, i tavoli arricchiti di preziose miniature scolpite in legno; Veniamo accolti con garbo cordialità e con Mariella decidiamo il da farsi: scegliamo il menù degustazione (€ 75,00) per avere un saggio della cucina di Alfonso Caputo fresco di seconda stella Michelin, dalla carta dei vini, abbastanza fornita, ben costruita, di facile lettura e con ricarichi onesti scegliamo il Fiano di Avellino di Marsella ’03 segnalato a €  30,00 (rivelatosi poi strepitoso!!, ndr) che ci accompagnerà per tutto il pasto.

Dopo lo stuzzichino, il primo antipasto è una variazione sul tema calamaro, è una bella preparazione, da vedere e da mangiare, assolutamente ineccepibile la zuppa di gamberi con uovo di gallina, per equilibrio, consistenza e piacevolezza. Sapori forti e tipicamenti mediterranei negli spaghetti con alici, capperi ed olive e foglia di fico. Più interessanti invece il filetto di cernia in porchetta con i funghi porcini e il manzo impanato con salsa alla pizzaiola e friarielli (eccellente!!) anche quest’ultimo bello da vedere e da mangiare. I dessert sono stati una giusta chiusura ad un menù del genere: Chupa chups alle noci su salsa allo strega per la signora ed un (a)tipico babà al rhum agricole per me, buoni entrambi. Un grande valore aggiunto un servizio impeccabile, per tempi e modi di esecuzione e la cantina visitata assieme a Mariella, bella, ricca di prestigiose etichette ma che guarda al sud ed alla campania con un buon occhio di riguardo conservando anche annate passate di vini bianchi, spesso fuori carta ma presenti.

Taverna del Capitano
Ristorante con camere
Piazza delle Sirene 10/11
Località Marina del Cantone
80061 Massalubrense (Na)
Telefono 081 808 10 28
Fax 081 80818 92

Aglianico del Taburno Fidelis 1999, Cantina del Taburno

9 novembre 2009

Il 1999 è un anno davvero ricco di accadimenti, storici, culturali, umanistici ma anche di grandi sofferenze, imprese, sorprese e delusioni. E’ ufficialmente l’anno di nascita dell’euro, la Polonia, l’Ungheria e la Repubblica Ceca entrano nella Nato superando del tutto quella cortina di ferro che sino a dieci anni prima li teneva uniti nel cosiddetto blocco sovietico, quella stessa Nato che il 24 Marzo inizierà i bombardamenti sulla Jugoslavia per fermare il visionario presidente nazionalista serbo Slobodan Milosevic. A Torino muore l’editore Giulio Einaudi, a Roma l’intramontabile Corrado, a Pantani viene scippata l’ultima maglia rosa mentre di lì a pochi giorni Lens Armstrong vincerà il primo dei suoi sette Tour De France.

Immagine9A volte trovo quasi inopportune certe perifrasi a delle belle bevute come questa, ma a guardare un millesimo così importante mi sono venuti in mente più che le elucubrazioni etiliche di autorevoli degustatori subito grandi ricordi che meritavano di essere spolverati e verificati. Adesso però spazio a questo stupendo vino, davvero una notevole e piacevole sorpresa, nella sua essenza, nella sua netta e schietta espressione gusto-olfattiva: invitante, avvolgente, sbalorditivo, pura esibizione di freschezza e godibilità quanto meno inaspettate. Certi vini riescono ad essere una grande esperienza, e non perchè rari o introvabili, ma perchè sorprendenti e come tali si guadagnano il loro spazio nel mio personale Diario di una Bevuta. Innanzitutto le premesse, tutto fuorchè appetibili: etichetta rovinata dal tempo e dall’umidità, capsula poco meno che ammuffita, sughero abbastanza malconcio con annesso rischio di rottura. Tutti elementi che mi insinuano forti dubbi sulla tenuta del vino e non ultimo sulla qualità della sua conservazione, direi non proprio da manuale e che rischiano di svilire anche le flebili aspettative di un delizioso amarcord. Superata questa fase, eccolo questo Fidelis ‘99 che scorre via nel calice imperante, lasciandogli il tempo necessario per dissipare le prime evidenti inibizioni, soprattutto olfattive: il colore è bellissimo, integro, un rosso rubino ancora vivace con nerbature granata appena accennate, di buona concentrazione materica, poco trasparente e molto invitante.

picturesIl primo naso è slanciato, dieci anni tra botte e bottiglia sembrano aver condensato solo il meglio di questo vino, che ricordiamo non essere 100% aglianico ma un vinaggio di quest’ultimo con sangiovese e merlot. Gli aromi, intensi, si aprono su note di amarena e lampone in confettura, prugna, un frutto maturo e compatto, costante, che fa posto successivamente a riconoscimenti terziari nient’affatto banali, lignite e tabacco. La sorpresa maggiore arriva in bocca, perchè superate le premesse di cui sopra ed una affascinante rivelazione olfattiva a questo punto mi aspetto il colpo ad effetto, che non tarda un attimo ad arrivare. L’attacco, se così si può dire, è lievemente tannico (!) ma assolutamente equilibrato, fuso compiutamente ad acidità e glicerina che gli rendono una beva esemplare, intensa, avvolgente, sinuosa, spudoratamente vellutata ed ammantata da un finale rotondo e deliziosamente fruttato di amarena. L’ho immaginato eccezionale sulla minestra maritata di Laura e Luisa Iodice di Fenesta Verde a Giugliano, di cui sento grande mancanza ma non solo per questa una delle prossime tappe autunnali da non far mancare nel personale calendario gourmet.