Archive for the ‘Amici di Bevute’ Category

Diario di una Bevuta, tutte le date di Gennaio

6 gennaio 2010

 

DIARIO di una BEVUTA, ecco il programma settimanale di questo primo scorcio 2010 anch’esso da vivere all’insegna del grande vino da conversazione (come è stato per lo scorso mese di novembre), quel vino cioè capace di raccontare se stesso attraverso ogni singolo sorso. Luoghi, persone e memorie che fanno di alcuni vini grandi ed esclusivi nettari d’autore.
  • SABATO 9 GENNAIO ore 19.30 – 20.30
  • Contea di Sclafani Rosso del Conte 2003 Tasca d’Almerita
  • ticket di partecipazione di €ur 12,00
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  • LUNEDI’ 11 GENNAIO ore 19.30 – 21.30
  • Group Wine Taining  – blind panel test –
  • ticket di partecipazione: da definire 
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  • GIOVEDI’ 14 GENNAIO ore 19.30 – 20.30
  • Vino Nobile di Montepulciano Riserva 2004 Tenuta Lodola Nuova
  • ticket di partecipazione di €ur 12,00
  • SEGUE: AMICI DI BEVUTE – PerCorso di Degustazione
  • VENERDI’ 15 GENNAIO ore 20.30
  • Con GROTTA DEL SOLE al TIFF PizzaCaffè di Pozzuoli
  • ticket di partecipazione di €ur 40,00 
  • more info:  TIFF Pizza Caffè 081 855 54 95
  • oppure 081 804 25 66
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  • SABATO 16 GENNAIO ore 19.30 – 20.30
  • Aglianico del Vulture Don Anselmo 2005 Paternoster
  • ticket di partecipazione di €ur 12,00
  • GIOVEDI’ 21 GENNAIO ore 19.30 – 20.30
  • Brunello di Montalcino 2003 Tenute Silvio Nardi
  • ticket di partecipazione di €ur 14,00
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  • VENERDI’ 22 GENNAIO ore 19.30 – 20.30
  • Saint Estephe 2000 Chateau Phelan Segur 
  • ticket di partecipazione di €ur 16,00
  • SEGUE: AMICI DI BEVUTE – PerCorso di Degustazione
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  • SABATO 23 GENNAIO ore 19.30 – 20.30
  • Torgiano rosso Riserva Rubesco Vigna Monticchio 2003
  • ticket di partecipazione di €ur 14,00
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  • GIOVEDI’ 28 GENNAIO ore 19.30 – 20.30
  • Toscana rosso Giorgio I 2006 Fattoria La Massa
  • ticket di partecipazione di €ur 14,00
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  • VENERDI’ 29 GENNAIO ore 19.30 – 20.30
  • Roccamonfina rosso Gladius 2006 Tenute Adolfo Spada
  • ticket di partecipazione di €ur 10,00
  • SEGUE: AMICI DI BEVUTE – PerCorso di Degustazione
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  • SABATO 30 GENNAIO ore 19.30 – 20.30
  • Langhe rosso Darmagi 2001 Gaja
  • ticket di partecipazione di €ur 18,00
conduce le degustazioni Angelo Di Costanzo

Comunicare il vino, con tutto l’amore possibile.

Consigli per gli acquisti? Solo buoni suggerimenti!

17 dicembre 2009

Una piacevole conversazione con l’ostetrica, stamattina, mi ha lasciato riflettere su alcune questioni che spero di avere tempo di tracciare su questo blog.Nel frattempo però, così come ho fatto con lei, vorrei regalare alcuni consigli utili per scegliere bene il regalo da fare all’enoappassionato di turno. Spendere bene i pochi denari che si è deciso di investire per un regalo, soprattutto se materialmente “effimero” come una bevuta, non è mai male.

In tempo di Natale vanno a ruba i “marchi storici”, tanto velocemente quanto il loro riciclaggio; pertanto, se la persona a cui dovete fare un regalo non ha, secondo le vostre conoscenze, una particolare educazione a bere vini ricercati, avete scelto il giusto. Il “marchio storico” ha sempre il suo fascino, è immediatamente apprezzato, gradito e garantisce spesso anche una qualità media dei suoi vini abbastanza alta; pensate poi al fatto, da non trascurare mai, che per l’occasione, qualora risulti un regalo, per così dire, in eccesso, potrà essere anche facilmente riciclato; non avreste, quindi, potuto scegliere di meglio.

L’azienda famosa, quella presente in tutti i buchi e pertugi della distribuzione ha sempre gran mercato, ma anche il nome del vino: Barolo, Brunello, un po’ meno ma in grande recupero l’Amarone, il Taurasi sono vini da non mancare di prendere in considerazione se siete a secco di idee. E di questi, potete starne certi, in questi giorni troverete anche succulente offerte commerciali: fate attenzione però a che non siano svendite, perchè va bene che le aziende hanno bisogno di svuotare le cantine, ma anche i commercianti non scherzano, per l’occasione, nel rifilare il peggio delle denominazioni su citate.

Altra questione è quella legata al dove comprare i regali. E’ importante scegliere bene dove cercare le vostre preziose bottiglie che non necessariamente, sia ben inteso, deve avvenire esclusivamente nelle enoteche. Negli ultimi anni è cresciuta molto la sensibilità della grande distribuzione verso i vini di qualità, fattostà che si possono trovare tante diverse etichette disponibili anche nei più piccoli dei supermercati; state però attenti a che le bottiglie vengano conservate bene, spesso le luci forti utilizzate per illuminare i reparti possono causare in qualche modo surriscaldamento delle bottiglie (soprattutto quelle poste più in alto), ma questo è forse il male minore. Peggio avviene per quelle stoccate in depositi non giustamente condizionati, muffe e sbalzi di temperatura non fanno certo bene alla sanità di un vino. Attenti a quelle che vengono spesso utilizzate per fare esposizioni nei banchi salumeria (etichette opache, a volte ingiallite) e a quelle bottiglie, da bandire assolutamente, messe in bella mostra in vetrina. Quando comprate qui, sarebbe anche opportuno informarvi se in caso di difetti evidenti del vino o “sentore di tappo” vi sarà data l’opportunità di avere una nuova bottiglia o rimborsato l’importo pagato, questa è anche una delle ragioni che vi deve indirizzare a quei luoghi che sapete tra i vostri abituali.

Nelle enoteche, è prassi, ma non tutti la applicano, “cambiare” le bottiglie: che è cosa buona e giusta. Qui è importante precisare che oltre alle banali osservanze di cui sopra, ci si deve aspettare altri accorgimenti e servizi assolutamente indispensabili. Chi gestisce l’enoteca deve avere forte propensione alla professionalità, meglio se certificata (ma non è certo indispensabile) e deve essere  una persona con la quale ci si può confrontare apertamente sul vino, sul suo mondo, sul proprio gusto senza per questo essere tediati da termini tecnici o poetiche evasioni.

Disponibilità, affabilità vi potranno aiutare a scegliere meglio il vostro regalo ideale, la sua professionalità sarà quel valore aggiunto spesso disatteso in altri luoghi che vi potrà indirizzare oltre che a scegliere il giusto vino magari anche a capirci qualcosa in più: l’enoteca non è un luogo dove entrare avendo fretta di uscire, è anzi il posto giusto dove lasciare scorrere via le lancette dell’orologio seguendo, affascinati, il percorso fantastico tracciato dalle etichette e dai suoi protagonisti. Chi saprà accompagnarvi con racconti e storie di vini e persone incontrate vi avrà offerto un servizio impagabile. Oltre ai “marchi storici” è proprio qui che si possono scoprire realtà nuove e piccoli gioielli, piccole rappresentazioni liquide di una ruralità fondamentale, con poca “faccia” e tanta sostanza non senza piacevoli sorprese. Diffidate però dagli anarchici, quelli che spendono il piccolo per il bello ed il solo buono, questi, credetemi, non sono buoni nemmeno per il brodo della minestra maritata! 

In sintesi, regalate vino per il prossimo Natale, compratelo pure dove vi pare, ma che abbia una storia da raccontare, un’ideale a cui dare voce, e che soprattutto vi sia consegnato nelle mani da chi il vino lo vive con amore e professionalità e non solo come una qualunque altra battuta di cassa!

Supertuscan nel Chianti Classico, Cabreo il Borgo 2003 di Ambrogio&Giovanni Folonari

13 dicembre 2009

Chi ama impara a correre presto, ed io il vino l’ho imparato a rincorrere a lungo ed ovunque. Estate 2007, viaggio in Toscana con alcuni Amici di Bevute alla scoperta del sangiovese di Montalcino, poi del Chianti Classico, poi di Scansano, perchè camminare le vigne e sgranare gli occhi sono le cose che mi riescono meglio, per dirla, più o meno, con Luigi Veronelli.

Sarà pure un concetto, diciamo così, astratto, e se vogliamo pure banale, ma il vino – oibò – si fa in vigna. Fu quello un viaggio straordinario, per vigne e cantine, avremmo in quell’occasione bevuto un centinaio di vini, pochi tenuto conto dell’immenso patrimonio enologico del triangolo in questione, ma tanti se pensiamo ad una tre giorni di totale full immersion. Indimenticabile!

E Il Borgo non poteva certo mancare; nasce in un luogo da sogno, in località Cabreo di Zano, una posizione che domina la cittadina di Greve in Chianti, dove, in circa 46 ettari quasi in unico corpo, si coltivano il sangiovese ed il cabernet sauvignon che danno vita a questo bellissimo vino. Esce la prima volta nel 1985 con il millesimo 1982, “si fonda su una felice combinazione di uve sangiovese e cabernet sauvignon che insieme esaltano, da un lato, l’eleganza e la sapidità del sangiovese, dall’altro la rotondità e concentrazione del cabernet”, parole assolutamente non banali per descriverlo in maniera sintetica ed esaustiva.

Il duemilatre rispetto al duemilaquattro bevuto qualche tempo fa possiede una morbidezza ed un avvolgenza più espressiva, marcato forse da un’annata calda ma anche di una evoluzione più costante in un tempo comunque relativamente breve per un vino di questa portata. Il colore è rosso rubino vivace, limpido e di buona concentrazione, tanto da risultare assolutamente poco trasparente. Il primo naso è intenso e complesso, arrivano subito note mature,  frutta a polpa rossa in confettura, note vegetali e speziate, visciole, frutti sotto spirito, foglia di pomodoro, pepe. Fini ed eleganti, sopraggiungono poi note di caffè tostato e cioccolato. In bocca è ricco, intenso, frutto ancora in grande spolvero, tannino presente, sostenuto da una decisa carica glicerica, un vino robusto, quasi materico durante tutta la sua beva che chiude con una piacevole sensazione dolcemente balsamica. Un rosso super, da bere dopo averlo lasciato lungamente respirare su piatti importanti, strutturati, cacciaggione con spezie ed aromi, arrosti ricchi e succulenti, formaggi parecchio stagionati, anche erborinati. Un vino nel mio cuore, un Supertuscan nel cuore del Chianti Classico.

Pozzuoli, a casa di mia suocera

6 dicembre 2009

Girovagando su internet ho scovato un interessante “manuale della buona suocera”; un almanacco a tratti esilarante, soprattutto per chi come me di certi problemi non ne ha mai avuti. Piuttosto, pescando poi tra i vecchi appunti di gola non ho resistito alla tentazione di riproporre suqueste pagine una vecchia, assai anomala, recensione: a casa di mia suocera. Non è, evidentemente, un ristorante, seppur potrebbe tranquillamente esserlo vista la fantasia che si innesca quando si decide il nome di un nuovo locale.
 
Pozzuoli, 10 Maggio 2008. Mangiare alla tavola di Partorina, questo il nome della diletta suocera è sempre un gran piacere, spesso sono ospite la domenica quando va in scena tutta l’opera tradizional-popolare della cucina flegrea-napoletana tramandata di madre in figlia da diverse generazioni. La casa è sempre affollata, figli e figlie di dimora ancora stabile e figli, figlie, generi e nuore prole dipendenti con un solo indirizzo sul loro navigatore satellitare settimanale: via Cicerone 29.

L’ambiente è semplice ma ben curato, i colori sono chiari e sovrapposti, mia suocera poi ama il verde fresco delle piante rampicanti che circondano il soffitto della sala da pranzo. Qui la tavola in certi giorni fatica ad essere accomodante per tutti ma regge sempre bene l’arrangiamento del momento, il servizio è semplice ma magnanimo. L’appetizer di benvenuto per taluni sono finocchi freschi all’insalata, per noi altri, di palato meno fine, crostini con zucchine arrosto sott’olio, con i quali decidiamo di “avvinare” con un Fiano di Avellino 2007 Colli di Lapio di Clelia Romano. La tradizione di casa vuole che s’inizi sempre con il primo, oggi sono Penne a rigatoni con ragu’ di tracchiolelle e polpettone, quest’ ultimo fungerà poi da primo secondo per i più piccoli e capricciosi degli avventori; primo contorno consigliato: involtini di melanzane fritte con provola affumicata.

Nel frattempo nei calici abbiamo già versato un rosso austero. Scegliamo di verificare le qualità della nuova sottozona Campi Taurasini del fido Salvatore Molettieri: un aglianico, il Cinque Querce 2005, profumato, intenso e di nerbo; opportuno però riassaggiarlo tra qualche mese per verificare le buone impressioni.Il secondo proposto è coniglio alla ciglianese, con la salsa di pomodorini tirata proprio come piace a me e, a làtere, friarielli verdi fritti in olio e peperoncino, chi opìna può sempre ripiegare su di una parmigiana di melanzane in versione “egg-free” (senz’uovo!) e carciofini impanati: ditemi voi se questo non è un gran piacere!! Chiudiamo con una Barbera d’Asti Chersì, azienda Ca’Bianca di Alice Belcolle, Piemonte, un rosso che amo particolarmente e che continua a stupirmi anno dopo anno sempre di più. Il predessert è un freschissimo sorbetto al limone e menta piperita preparato da Lilly, chiudiamo come sempre di domenica con piccoli pasticcini bignè e codine d’aragosta con panna e cioccolato. Io qui c’ho il contratto per due anni, naturalmente rinnovabili!

Noi? Solo dei buoni Amici di Bevute

5 dicembre 2009

Guardatela bene questa foto, ve la presento: c’è un ristoratore, un sommelier, una giornalista, un’enologo, cinque produttori di vino; c’è, ma non si vede, l’entusiasmo di esserci, di raccontare, di stare tra le gente. Non l’entusiasmo di ognuno di questi sorrisi, quello può apparire scontato, dovuto, essenziale, ma quello che si respirava nell’area, da vivere in prima persona, da cavalcare senza paura come si fa con un’onda e con la propria tavola da surf, quello che si costruisce con anni di storia, di mani sporche di terra e camicie e mani imbrattate di vino, polpastrelli consumati dalla ricerca della migliore materia prima e dal lavoro ai fornelli¤.

Nessun professore tra noi, nessun sermone, nessuna degustazione tecnica da sfoggiare, solo tanta ma tanta voglia di raccontare, di essere tra la gente con la gente, con i nostri avventori, giammai clienti, amici di bevute che hanno voglia di scoprire e capire il vino (ed il cibo) e le sue origini attraverso persone che il vino ed il cibo lo fanno, lo sanno fare e raccontare. Ecco perchè con Giulia¤ abbiamo pensato a questo evento, perchè Vincenzo Mercurio¤ dopo tanti anni di duro lavoro ed esperienza da vendere ha saputo raccogliere la sfida di scoprire e capire altre realtà, di sondare i tanti, diversi, complessi terreni sui quali si muove il vino in Campania, dal Cilento al Massico, dai Campi Flegrei al Taburno sino all’amata e profondamente conosciuta Irpinia.

Questo è stato Viaggio al centro dell’autoctono¤, come l’abbiamo pensato, questo è quello che vogliamo intraprendere per lasciare alle persone, liberamente ispirate da ciò che hanno nel piatto e nel bicchiere, seguite appassionatamente, di decidere qual’è il proprio vino, quali le emozioni ed il piacere più vicino alle proprie aspettative. La scuola, la didattica, l’insegnamento lo lasciamo volentieri agli altri, noi? Noi siamo più semplicemente Amici di Bevute!!

P.S.: un ringraziamento particolare, accorato, sincero a Rosanna Petrozziello e Giancarlo Favati, Maria Felicia Brini, Paolo Cotroneo, Tommaso Babbo e Cantina Barone e non ultimo Vincenzo Mercurio per averci dato la possibilità di creare questa bellissima serata qui nei Campi Flegrei, qui raccontata da Marina Alaimo sul sito dell’amico Luciano Pignataro.

 

Terra di Lavoro 2006, appuntamento mancato

21 novembre 2009

Premessa: ho scoperto personalmente Galardi poco più di una decina di anni fa, ne avevo sentito parlare durante una bella serata di degustazione presso l’enoteca La Botte di Casagiove, dove, aspirante sommelier mi ero recato con alcuni amici di bevute. Poco dopo, incuriosito e convinto che ne valesse la pena organizzai con gli stessi amici una giornata fuoriporta a Roccamonfina, ufficialmente per raccogliere castagne e mangiare il casatiello ma in realtà avevo già fissato un appuntamento con la signora Maria Luisa Murena con la speranza di fare un giro in cantina a San Carlo di Sessa Aurunca alla scoperta di questo nuovo gioiello di cui si parlava un gran bene e si diceva lanciata alla conquista di un posto al sole nella enologia campana.

L’azienda era un cantiere aperto, si stava lavorando alacremente alla nuova piccola area di vinificazione dove c’erano già i primi macchinari tecnologicamente avanzati consigliati da Cotarella per salvaguardare la grande qualità della materia prima raccolta in vigna; ascoltare il racconto del progetto Galardi da Maria Luisa e poi le parole di Arturo Celentano che ci raggiunse più tardi giù nella barriccaia (scarna ma molto suggestiva) bastò a darmi la sensazione che di questo vino se ne sarebbe parlato a lungo e difficilmente con sufficienza: e così è stato.

Da allora sono passati diversi anni, tutti i Novanta dei “vini bianchi burrosi e vanigliati” e dei rossi merlotizzati e cabernetizzati, sta passando lentamente anche questo primo decennio del duemila che tra le tante ha visto passarci tra le mani vini di molti produttori improvvisati e di tanti affaristi sprovveduti che speravano in un’onda lunga infinita e che invece si sono ritrovati svuotati e decisamente “alla canna”: ecco, queste sono alcune deficienze di cui per fortuna non avremo certamente rimpianti. Ci rimangono però diverse certezze, soprattutto in Campania, seppur qualcuno ancora fatichi a comprenderlo, una delle quali è che il futuro del nostro vino è racchiuso in due aggettivi semplici e complementari, a volte talmente naturali da apparire banali, eppure mai scontati: autenticità ed originalità. Una originalità – sia chiaro – non dettata da chiusure antiche e vetuste ma bensì dall’intuito e dal pensiero moderno che si deve avere oggi della “tradizione”, ed una autenticità che solo chi ama la terra ed i suoi frutti sa esprimere a livelli altissimi.

 

Dell’annata 2006 me ne sono occupato già agli inizi di quest’anno (vedi qui) e in linea di massima non c’è granchè da aggiungere tranne che per una (mancata) evoluzione soprattutto gustativa che mi ha lasciato non poco perplesso. Il vino è spesso sinonimo di moto continuo, si spera in continua evoluzione e nonostante l’annata duemilasei sia stata definita da qualcuno minore, pare e mi aveva certamente convinto già al primo assaggio di aprile che ne fosse venuto fuori comunque un piccolo capolavoro di equilibrio e godibilità tra le componenti austere ed eleganti dell’aglianico e del piedirosso di cui è composto, nonostante il ricordo dell’eccellente 2004 rischi ogni volta di sopraffare le mie aspettative.

Il colore è rimasto di un bel rosso rubino integro e poco trasparente, mediamente consistente. Il primo naso è caratterizzato da sentori floreali secchi e fruttati in confettura, col tempo, nel bicchiere si distinguono nitidamente sentori rosa passita, amarena, poi mora e mirtillo sino a note di pepe nero, carruba ed una lieve sensazione balsamica. In bocca è secco, abbastanza caldo e di buon corpo, il tannino già evidente e pronunciato all’esordio qui è amplificato da una nota acida slegata che ne esalta in maniera inopportuna una durezza tanto inaspettata quanto pressante e per niente supportata dalla sapidità. Ne risente innanzitutto l’equilibrio gustativo oltre che l’armonia complessiva, un frutto così nitido e così avvincente al naso non può rivelarsi così risoluto ed in così poco tempo: è vero sono note di durezza che tendenzialmente dovrebbero assopirsi, ma appena pochi mesi fà questa durezza era più contenuta, meno evidente, non così invadente.

Insomma rimane quell’anima draconiana che affascina e che lascia davvero poco spazio all’ovvietà ma di certo mi conduce a rivedere, al momento, quell’apertura alle molte aspettative che in questo caso appaiono sfuggite ad una complessità non proprio esemplare ed avvincente come da manuale. A volte certi vini manifestano staticità, ma non per questo hanno finito il loro percorso evolutivo, così mi strappo una promessa, di riassaggiarlo almeno tra sei mesi, e vediamo cosa accade.

Gladius 2003 vs Gladius 2006, storie di cappa e di Spada

19 novembre 2009

La terra, l’uva, l’ambiente, l’uomo, di vigna, e l’enologo che gioca in cantina, l’uvaggio, l’invecchiamento, l’affinamento, la conservazione. Una serie di elementi che giungono ad una conclusione quasi mai scontata. Puoi avere la terra più importante del mondo ed il winemaker più illustre del momento, ma se non hai tra le mani uva vera hai voglia di perdere tempo e sbattere la testa. C’è chi crede che le cantine servono a fare il vino e chi invece giura che se ne può tranquillamente fare a meno, c’è il fan delle barriques ed il melanconico del cemento, c’è di tutto e di più, c’è chi gioca a fare il piccolo scout e chi alla fine, ma proprio alla fine di tutto si rende conto (ma và!) che oltre l’80% di una bottiglia di vino è composta perlopiù da acqua. E allora, a chi la vogliamo dare a bere?

Esistono però storie che spesso fanno da legante tra tutti questi elementi, storie di persone e storie di una terra, cronaca di passioni e di caparbia ricerca della sua esaltazione, del successo che fanno di un vino qualcosa in più di un liquido vivificante, un timbro, un marchio in rilievo tangibile e duraturo. Storie comuni a tante persone in Campania che strenuamente hanno maturato la propria ricerca personale affrancandosi da subito da stereotipi puramente “commerciali” e sommessamente, passo dopo passo, anche dopo riconoscimenti importanti non hanno mai smarrito la propria origine, mai perso di vista quel timbro, quel marchio originario con il quale sono nati e per il quale vivono.

Un vino, un nome, una terra: sintesi perfetta del Gladius di Ernesto e Vincenzo Spada made in Roccamonfina. Un nome da sobillatore che gioca il ruolo delle parti fino in fondo, un vino didattico da scoprire se si vuole capire sino in fondo cosa è capace di donare l’areale di Roccamonfina ma soprattutto due millesimi che come lame stagliano profili organolettici paralleli ma alla continua ricerca di una simmetria organolettica. Si pone come l’inchiostro il 2003, ricco, impenetrabile, consistente, quasi eccessivo; E’ decisamente più elegante la scorrevolezza del 2006, mediamente intenso, di buona concentrazione ma non sovraestratto: figlio di una vendemmia strenue il primo, sfoggio di materia di prim’ordine il secondo. Il primo naso del 2003 è surmaturo, intenso e persistente di piccoli frutti rossi, mirtillo e ribes neri, poi note balsamiche, ancora lignite. Di gradevole equilibrio il naso del 2006, dapprima austero, aglianico e piedirosso fusi magistralmente a contendersi le prime sensazioni olfattive: fiori secchi, amarena sottospirito, pepe nero, un po’ dell’uno qualcosa dell’altro. Velluto rosso la beva del primo, intenso e rotondo il frutto, quasi masticabile, sospinto da una carica glicerica importante, a tratti sovrastante. Ispido il 2006, intenso il nerbo tannico ma equilibrato e sostenuto da un frutto ricco e ben maturo, quasi materico, in combutta con una buona e sana acidità, profondo, corroborante. Fine di un viaggio, mi verrebbe da dire, apice di una evoluzione, godibile ma non inossidabile per il 2003; Di carattere, invitante, voluttuoso e generoso il 2006, equilibrato e dalle spalle larghe, il tempo ci svelerà tutta la sua anima. Nera l’etichetta del primo, bianca del secondo, un grappolo quasi metallico a rappresentare il 2003, una pennellata astratta per il 2006. Non è forse un caso che Gladius, la spada, avesse due lame affilatissime a cui erano affidate la storia ed il destino dei soldati che la impugnavano, fieri della propria storia, delle proprie origini e del proprio nome.

Venerdì 4 Dicembre, nuovo “viaggio al centro dell’autoctono”: la Campania nel bicchiere

18 novembre 2009

 

Venerdì 4 dicembre dalle dalle ore 18,00 a L’Arcante Enoteca ed al Ristorante Il Rudere di Pozzuoli, l’enologo Vincenzo Mercurio racconta il suo viaggio nella Campania degli autoctoni attraverso i vini di cinque aziende, una per ciascuna provincia: Falanghina Spumante prodotta nei Campi Flegrei per Napoli, il Fiano del Cilento per quella di Salerno, il Fiano del Sannio per la provincia di Benevento e a chiudere il Falerno del Massico per Caserta e il Taurasi per l’Irpinia .

Il viaggio al centro dell’autoctono inizia alle ore 18,00 presso L’Arcante Enoteca della sommelier Lilly Avallone, dove Angelo Di Costanzo, Primo Sommelier della Campania 2008 guiderà le degustazioni (gratuite) di Malazè Spumante di Falanghina dell’azienda flegrea Cantine Babbo ed il delizioso Piedirosso del Taburno di Fattoria La Rivolta.

Al termine della degustazione, alle 20,30 l’evento continua presso l’adicente Ristorante Il Rudere con una cena-degustazione dal percorso didattico e al tempo stesso conviviale, guidata da Vincenzo Mercurio, winemaker campano di successo e lo stesso Angelo Di Costanzo. I vini saranno abbinati alle creazioni dello chef Antonio Lubrano che per l’occasione costruirà dei piatti con richiami a prodotti territoriali locali per ciascuna provincia.

Sarà questa l’occasione per illustrare con brevi cenni il progetto di microzonazione aziendale n°1 in Campania dell’azienda irpina Sanpaolo, che tra l’altro sarà oggetto di uno speciale evento in programma per l’inizio del 2010. L’azienda, ubicata nel cuore dell’Irpinia, a 550 metri sul livello del mare su una fertile e dolce collina di vigneti di Greco di Tufo docg fa parte dell’ambizioso progetto “Magistravini” dell’imprenditore e biologo di fama mondiale Claudio Quarta: una rete di 12 cantine strutturate “a grappolo”, nelle quali si producono vini d’eccellenza, per restituire, insieme al sapore della terra, anche storia, identità, saperi di territori vocati da secoli alla produzione vitivinicola. In sintesi ecco tutte le aziende coinvolte sotto il segno del grande vitigno autoctono campano: Cantine Barone – Cilento, Cantine Babbo – Campi Flegrei, Fattoria La Rivolta– Sannio, I Favati– Irpinia, Masseria Felicia– Alto Casertano, Sanpaolo –Irpinia.

La degustazione delle ore 18.00 in enoteca, è gratuita.
La cena-degustazione delle ore 20.30 costa 38 euro per persona.
E’ gradita la prenotazione, impegnativa.
L’Arcante Enoteca
Via Pergolesi, 86  Pozzuoli
tel 081.303.10.39
larcante@libero.it
www.larcante.wordpress.com
 

contatti stampa: Giulia Cannada 339 8789602

si ringrazia: Le Officine Gourmet per il supporto e le aziende tutte per la disponibilità

Diario di una Bevuta, tutte le date di Novembre

18 novembre 2009
 

 

DIARIO di una BEVUTA, ecco programma settimanale del mese di novembre all’insegna del grande vino da conversazione, quel vino cioè capace di raccontare se stesso attraverso ogni singolo sorso. Luoghi, persone e memorie che fanno di alcuni vini grandi ed esclusivi nettari d’autore.
  • SABATO 28 NOVEMBRE ore 19.30 – 20.30
  • Franciacorta cuvèe brut s.a. Bellavista
  • ticket di partecipazione di €ur 12,00
  •  
  • VENERDI’ 27 NOVEMBRE ore 19.30 – 20.30
  • Taurasi Macchia de’Goti 2004 Antonio Caggiano
  • ticket di partecipazione di €ur 12,00
  •  
  • GIOVEDI’ 26 NOVEMBRE ore 19.30 – 20.30
  • Amarone della Valpolicella 2004 Tommasi
  • ticket di partecipazione di €ur 14,00
  •  
  • MERCOLEDI’ 25 NOVEMBRE ore 19.30 – 20.30
  • A.A. Pinot Nero Schweizer 2004 Franz Haas
  • ticket di partecipazione di €ur 14,00
  •  
  • MARTEDI’ 24 NOVEMBRE ore 19.30 – 20.30
  • Aglianico del Vulture Rotondo 2005 Paternoster
  • ticket di partecipazione di €ur 12,00
  • SABATO 21 NOVEMBRE ore 19.30 – 20.30
  • Champagne Cuvèe “D” n.m. Devaux
  • ticket di partecipazione di €ur 14,00
  •  
  • VENERDI’ 20 NOVEMBRE ore 19.30 – 20.30
  • Turriga 2000 Argiolas
  • ticket di partecipazione di €ur 14,00
  •  
  • GIOVEDI’ 19 NOVEMBRE ore 19.30 – 20.30
  • Terra di lavoro 2006 Galardi
  • ticket di partecipazione di €ur 14,00
  •  
  • MERCOLEDI’ 18 NOVEMBRE ore 19.30 – 20.30
  • Nuits S. Georges 2006 J. Drouhin
  • ticket di partecipazione di €ur 14,00
  •  
  • MARTEDI’ 17 NOVEMBRE ore 19.30 – 20.30
  • Chianti Classico La Selvanella 1995 Melini
  • ticket di partecipazione di €ur 14,00
  •  
  • SABATO 14 NOVEMBRE ore 19.30 – 20.30
  • Vino Nobile di Montepulciano Asinone 2006 Poliziano
  • ticket di partecipazione di €ur 14,00
  •  
  • VENERDI’ 13 NOVEMBRE ore 19.30 – 20.30
  • Degustazione gratuita dei vini della Tenuta Adolfo Spada, seguirà cena-Degustazione presso il Ristorante Il Rudere
  • ticket di partecipazione di €ur 38,00
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  • GIOVEDI’ 12 NOVEMBRE ore 19.30 – 20.30
  • Saremo a Battipaglia, alla “Fabbrica dei Sapori” Verticale Bocca di Lupo 2006 – 2004 – 2003 – 2001 Tormaresca per AGLIANICO&AGLIANICO 2009
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  • MERCOLEDI’ 11 NOVEMBRE ore 19.30 – 20.30
  • Faro Palari 2005 Palari
  • ticket di partecipazione di €ur 14,00 
  • MARTEDI’ 10 NOVEMBRE ore 19.30 – 20.30
  • Amarone della Valpolicella 2005 Zenato
  • ticket di partecipazione di €ur 14,00

conduce le degustazioni Angelo Di Costanzo

Comunicare il vino, con tutto l’amore possibile.

AMICI DI BEVUTE, perCorso di degustazione

13 novembre 2009

A tutti il meritato (non tanto) attestato goliardico di partecipazione

alcuni partecipanti ad uno dei perCorsi da noi promossi, con tanto di attestato goliardico.

“II vino” è un argomento ricchissimo di storia, di tradizione, soggetto a continue sperimentazioni e dunque in continua evoluzione: conoscerlo rappresenta un momento emozionante per la scoperta della cultura materiale e per il risveglio di gusto e olfatto, i nostri sensi più intorpiditi. Questo viaggio è rivolto ai tanti che di se stessi dicono “di vino non capisco nulla, ma vorrei conoscerlo meglio”, ed è un’introduzione teorico-pratica al mondo del vino: i processi produttivi, le nozioni essenziali della viticoltura, la vinificazione, e soprattutto il linguaggio e gli strumenti più semplici per apprezzarne la degustazione. Ogni incontro è finalizzato a trasferire a coloro che vi partecipano il maggior numero di informazioni a riguardo del vino e dei suoi luoghi di origine; segue una degustazione di prodotti di diverso stile e tipologia, strettamente collegati agli argomenti trattati nella serata.

La base di lancio è la bottiglia di vino, scoprire e capire ciò che si sta bevendo fino alla sua origine, la coltivazione, il processo produttivo, la commercializzazione, il servizio; L’apprezzamento del colore, del profumo e del gusto sino ad eventuali abbinamenti; insomma, un ciclo di appuntamenti per entrare con piacevole leggerezza e competenza nel mondo del vino.

L’ISCRIZIONE DA DIRITTO A:
• 6 appuntamenti  TEORICO-PRATICI
• 1 appuntament0 TEORICO-PRATICO in una azienda Vitivinicola Campana.
• TACCUINO PER GLI APPUNTI DI DEGUSTAZIONE
• 18 VINI DIDATTICI IN DEGUSTAZIONE.
• Il memorandum “IL VINO,IMPARIAMO A CONOSCERLO”.

Diario di una Bevuta, Faro 2005 di Palari

13 novembre 2009

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Non è certamente così facile dire “I love Sicilians” così come presentano spesso gli americani l’alto gradimento dei rossi siculi negli Stati Uniti, ed il dubbio diviene sempre più certezza quando si va alla ricerca di quella materia autoctona siciliana  che esula dal Nero d’Avola “cabernetizzato” e capace di spiazzare profondamente; “cabernetizzare” ma talvolta anche “merlotizzare”, parole eccentriche lo so ma che rendono bene l’idea del fenomeno che tanto ha impazzato nell’ultimo ventennio sino ad ammorbidire e deacidificare (manco si trattasse di olio) ogni vino “tipicamente” italiano ed appiattire ogni qualsivoglia proposta di winebar, che soprattutto dalle nostre parti non hanno mai reso bene l’idea del nome che portano in dote, sostituendosi man mano grazie ad un’alchimia tutta da decifrare ai Pub, con la sola differenza che di fianco al panino con i crauti anziché una deliziosa Lager tedesca offrono l’imbarazzo della scelta tra gli italianissimi Fragolino, Raboso e per l’appunto Nero d’Avola cabernetizzato. Minchia verrebbe da dire!

Il fenomeno si è di molto ridotto, è vero, e meno male mi verrebbe da dire, ma è importante rilanciare l’idea di una terra, la Sicilia che è ricca di un’anima ancora inespressa, di un’anima non ambìta dai grandi imprenditori venuti dal nord a piantare centinaia e centinaia di ettari a Merlot, Syrah e Cabernet, per’altro stupidamente seguiti da molti produttori locali che hanno continuato a spiantare vitigni autoctoni per fare posto alla globalizzazione, a quell’internazionalizzazione che ben presto li ha lasciati avvinghiati in un mercato in crisi ed in una profonda crisi d’identità. Faro ha un valore aggiunto solo per questo, fuori dagli schemi voluti da chi la terra non l’ama ma la sfrutta e basta.

Faro è una delle denominazioni siciliane più piccole, estesa su di un’area molto evocativa che guarda proprio al continente di là dello stretto di Messina, qui Salvatore Geraci con l’aiuto dell’enologo Donato Lanati ha tirato su questo piccolo gioiello agricolo, votato al recupero ed alla valorizzazione di vitigni siciliani come il Nerello Mascalese, il Nerello Cappuccio, il Nocera ed alcuni altri dai nomi quantomeno stravaganti: core ‘e palumba, acitana, galatena, tutti rientranti nel disciplinare di produzione locale. In questa dimensione nascono due vini, Il Faro doc e l’igt Rosso del Soprano, quest’ultimo volutamente fuori dalla denominazione per consentire la produzione di un vino doc assolutamente espressivo del territorio, pertanto consentendo di concentrare sul primo le migliori selezioni di vigna e le migliori attenzioni possibili pur garantendo col secondo, un vino di qualità ( in alcune annate superbo) ma soprattutto di maggiore fruibilità commerciale.

Ha un colore molto affascinante, rosso rubino con tendenza al granato ed una piacevole trasparenza, si pone di media consistenza nel bicchiere. Il primo naso è assai intenso su note terziarie, balsamiche, si percepisce incenso, grafite. Lasciandolo aprire per bene vengono poi fuori note di frutta in confettura, di cacao, di caffè tostato chiudendo su di una decisa voluttà minerale. Mi piace l’idea di avere dinanzi a me un vino fine, estremamente elegante, profondo; Al gusto è secco, abbastanza morbido, i 18 mesi di legno nuovo sono perfettamente integrati in un sapore gustoso ed avvolgente, avvincente, vibrante e senza sbavatura alcuna, sorretto da una acidità ben legata. Ecco come si possa internazionalizzare un autoctono siciliano, sdoganare senza stravolgere un vino che bevuto alla cieca non può non portare in terre borgognone, eppure siamo a sud, nel profondo sud di una terra meravigliosa e straordinaria qual è la Sicilia. Chapeau!

© L’Arcante – riproduzione riservata

Terre del Principe, la favola del Pallagrello

10 novembre 2009

L’inverno quest’anno è stato assai rigido e ci ha consegnato tanta di quella pioggia che in certe giornate ci siamo sentiti quasi presi “a secchiate”; noi al sud, non siamo proprio abituati e nonostante tutti ci bombardano con il cambiamento climatico ormai in atto da anni proprio non riusciamo a farne a meno di lamentarci quando il sole non è lì, bello alto e caldo tanto da scaldarci dentro ed aprirci ai meravigliosi scenari fatti di mare e di terra che si stagliano lì all’orizzonte.

A. d. B. da TERRE DEL PRINCIPE 019

Oggi siamo stati fortunati, abbiamo beccato una giornata meravigliosa, non certo di solleone ma tanto bella e solatìa da consegnarci una decina di ore in aperta campagna in terra di lavoro come non capitavano da settimane, contornate dalla deliziosa ospitalità di Peppe Mancini e dalla straordinaria passione di Manuela Piancastelli profuse in quel di Terre del Principe .

Castel Campagnano è un luogo ameno, un angolo della provincia di Caserta che sembra lontano anni luce dalla calca senza freni del circondario della maestosa Reggia, chiuso come a proteggerlo dal Taburno da un lato, dal Matese dall’altro fatto di campi d’olivo e di vite e qua e là residenze di campagna che solo negli ultimi anni sembrano riprender vita. A camminar per queste stradine si respira subito la ruralità di questi luoghi, dai contadini quasi tutti ultrasessantenni che bazzicano sui trattori d’antan sù per i terreni ripidi e non manca di incontrare nel poco traffico tra un incrocio e l’altro vecchi carretti trainati da cavalli con carichi di verdure ed ortaggi diretti chissà dove.

Ci accoglie Manuela che assieme ai suoi due deliziosi cani Ortole e Pallagrella ci conduce all’atrio della bellissima cantina, contornato da vecchi tralci di viti interrotti qua e là dai vari riconoscimenti ricevuti dai vini aziendali in questo primo scorcio di vita e da una piccola teca dove troneggiano alcune bottiglie di “Vino Pallarello” e “Vino Spumante di Pallagrello” dei primi del Novecento: un segno tangibile del grande valore storico dell’ostinato lavoro di Peppe Mancini avviato nei primi anni novanta nella riscoperta e valorizzazione di questo vitigno ma anche del casavecchia, oggi espressioni altisonanti di un’altra viticoltura campana non più appannaggio, tra gli altri, solo di vitigni quali l’aglianico, il piedirosso, il fiano ed il greco.

Ci avviamo con Peppe in campagna a camminare le vigne, visitiamo dapprima vigna Piancastelli, appena 3 ettari rilevati da Manuela quasi come pegno d’amore appena dopo il loro incontro, impiantato a casavecchia e pallagrello nero con sistema guyot che confluiscono poi nel cru omonimo aziendale che esce solo nelle annate straordinarie e del quale ad oggi si annoverano solo le annate 2004 e 2005, quest’ultimo davvero di grande slancio interpretativo di una vendemmia non certo facile. Proprio di fronte vi è il vigneto Sèrole, un ettaro di pallagrello bianco destinato alla produzione del cru omonimo dove la polposità del frutto incontra il pregiato legno di rovere per un vino dal taglio ammaliante e coinvolgente.

Ci spostiamo in località Monticello dove vi è la parte più grande dei vigneti di proprietà, circa 7 ettari di filari questa volta impiantati con il sistema tradizionale della “pergola casertana” che contrariamente alle comuni convinzioni, ci dice Peppe Mancini, “se curato perbene in vigna e non sovraccaricato di frutti riesce a dare risultati addirittura superiori al guyot, almeno questi sono i riscontri che anno dopo anno cogliamo dalle vendemmie”. A guardare il panorama che si staglia dinanzi si apre uno scenario davvero suggestivo, siamo posti proprio di fronte dove sorge fisicamente, di là della vallata, la cantina maestosamente sovrastata in lontananza dal Matese con le cime innevate e con alle nostre spalle l’altrettanto maestoso monte Taburno, a poche centinaia di metri in linea d’aria dal fiume Volturno oltre il quale la provincia inizia ad essere Benevento. Che magnifica terra!

Ritorniamo in azienda dove ci attende “il pranzo di Carnevale” magistralmente preparato da Maurizio, fratello di Manuela, a suo tempo chef e patròn, siamo nella seconda metà degli anni novanta, de “La Vineria del Mare” a Pozzuoli, locale antesignano dei moderni winebar lasciato poi per approdare alla “Tavola del Principe” per deliziare gli ospiti dell’azienda con le sue preparazioni; qui ci lasciamo rapire dal racconto di questa favola d’amore, nata per caso mentre Peppe Mancini cercava suffragio alla sua riscoperta del Casavecchia e del Pallagrello e Manuela – forse la prima giornalista (Il Mattino) dedicatasi alla cronaca enogastronomica – era alla ricerca di nuovi slanci dell’agricoltura campana. Una storia moderna che racconta di come la terra ed i suoi frutti possano decidere l’avvenire di due persone che ad un certo punto della loro vita si impongono di lasciarsi tutto alle spalle per rinvigorire una storia antica e proiettarla nel futuro, ad oggi grazie ai loro vini, straordinariamente affascinante e che invito a non perdere mai di vista. Grazie di esistere!