Archive for gennaio 2012

Reims, Champagne Cuvée Louise 1999 Pommery

30 gennaio 2012

Come scrivevo qualche post più in là, sarebbe stato opportuno ritornare sul breve ma intenso viaggio speso in terra di Champagne, alla scoperta del Domaine Vranken-Pommery di Reims. Così rieccoci qua con in mano gli appunti di quei giorni…

Invero, già essere accolti da Thierry Gasco è stato di per se un inizio piuttosto coinvolgente, non fosse altro che il personaggio, uomo chiave in Pommery, dove in qualità di chef de cave tiene in mano il destino di tutte le cuvée aziendali, è anche una figura di un certo spessore per tutta la Champagne ricoprendo, tra gli altri, un ruolo di prim’ordine nel civc nonché di presidente dell’Union des oenologues de France; ma nello specifico, vestito di grande disponibilità, ci ha tenuto a presentarci in prima persona alcune delle etichette che hanno contribuito definitivamente al rilancio di Pommery nel mondo in questi ultimi anni: il Grand Cru Millésimé, l’Apanage rosé, per dire, ma anche quello che in molti tra critici ed appassionati di settore dicono essere il suo personale capolavoro assoluto, la Cuvée Louise.

Dedicato alla figura leggendaria della fondatrice Madame Louise Pommery, tra le prime Grand Dames ad intuire il valore assoluto dell’arte come fine attrattore culturale – ne sono testimonianza viva le tante straordinarie opere fatte scolpire sin da inizio ‘800 nel gesso vivo delle caves del Domaine – questa cuvée nasce essenzialmente dalle vigne di tre Grand Cru di proprietà ad Avize e Cramant, da dove arriva lo chardonnay, e ad Ay, dove raccolgono le uve per la base pinot noir. Poi almeno otto anni, talvolta dieci, di affinamento nelle buie gallerie che si estendono per diciotto lunghi chilometri nel sottosuolo di Reims. E come ho avuto già modo di sottolinearvi in occasione della recensione del Grand Cru 2004, Thierry ci tiene a “dosare” sempre con molta attenzione e parsimonia le sue cuvée per conservare al massimo tutta l’espressività dei vini base.

Eccolo qua il vino, con questo suo colore paglierino carico e brillante, con spuma fine, densa e sostenuta. Il naso è subito molto invitante, verticale, anche se inizialmente un tantino pungente; offre indubbiamente un bel ventaglio olfattivo, diciamo pure di rara eleganza e compostezza: agrumi, ma anche burro fuso e frutta secca, canditi, con le prime note scandite nitidamente. Tenendolo però un poco nel bicchiere, in verità versandone ancora due dita dopo il primo assaggio, vengono fuori anche piacevoli rimandi di spezie dolci. Il sorso è asciutto e di buona intensità; si beve indubbiamente con una certa soddisfazione. Come accennato, della liquer nessuna traccia così evidente come talvolta può capitare in certi grandi Champagne, spesso volutamente “marcati” dallo chef de cave per firmarne lo stile; però è indubbio che risulti un vino sostanzialmente più adatto ad un approccio meditato piuttosto che per accompagnare aperitivi o tutto un pasto.

Tra qualche mese, in Italia, arriverà anche il 2000, che per la verità trovate già in giro ma solo in formato magnum. Generalmente non sono uno di quelli che ama raccomandare di stipare bottiglie di Champagne, pure quando si tratta di un Grand Cru o un Vintage particolare, però non mi farei troppi problemi nel dimenticarne qualcuna di queste in cantina per ritrovarle magari dopo ancora un po’ di stagioni di affinamento. Naturalmente senza esagerare.

Supplì

28 gennaio 2012

E’ notorio che per fare dei “supplì al telefono” come si deve ci vuole un po’ di tempo ed una certa dimestichezza ai fornelli (una perfetta tostatura del riso, ad esempio, non è proprio da tutti); così, tanto per farla breve, “agevoliamo” qualche passaggio, senza però nulla togliere alla bontà del risultato finale. Provare per credere! (Lilly Avallone) 

Ingredienti per 8/10 Supplì

Per la preparazione del riso

  • 250 gr riso
  • 500 gr passato di pomodoro
  • 200 gr carne macinata
  • 500 gr mozzarella di Bufala (asciugata)
  • 50 gr Parmigiano Reggiano
  • 1 cipolla
  • 1 carota
  • olio extravergine di oliva
  • sale, pepe macinato fresco
  • basilico fresco
  • 1 bicchiere di vino bianco

 Per l’impanatura e la frittura

  • 2 uova intere
  • farina “00”
  • pane grattuggiato
  • 1 litro di olio di semi di girasole

Preparazione. Il sugo lo avete fatto magari la domenica e ve lo ritrovate ancora il lunedì. Se no, rosolate la carne macinata con un filo d’olio extravergine di oliva, mezza cipolla affettata e una carota grattugiata. Sfumando magari con un poco di vino bianco. Unitevi il passato di pomodoro e poi le foglie di basilico; lasciate cuocere per un’ora. In una pentola a parte bollite il riso in abbondante acqua salata. Scolatelo al dente e conditelo con il sugo, il Parmigiano e il pepe macinato fresco. E lasciate raffreddare.

Quando è il momento, in una padella alta e capiente, portate a temperatura l’olio di semi di girasole per la frittura. Frattanto sbattete le uova aggiustando con un pizzico di sale e tagliate la mozzarella a cubetti grossolani; preparate poi due ciotole, una con la farina e l’altra con il pane grattugiato; con le uova serviranno per una impanatura impeccabile.

A questo punto riprendete il riso e lavorandolo con le mani formate delle “palle” di media grandezza, come nella foto, aggiungendo nel centro di ognuna, prima di rifinirle, due-tre cubetti di mozzarella. Passatele quindi prima nella farina, poi nell’uovo ed infine nel pane grattugiato. Dedicatevi quindi alla frittura: che non sia troppo prolungata ma ben dorata. Prima di servire i vostri supplì in tavola, ricordatevi di posarli per qualche istante su della carta assorbente. Buon appetito!    

Cesinali, Pietramara Etichetta Bianca ’09 I Favati

26 gennaio 2012

Il fiano di Avellino conserva in sé l’anima del grande vino, e il tempo ci continua a dare, sempre più spesso, ampie conferme. Un grande vino, senz’altro, quando arriva da territori vocati e lavorato come si deve, capace di esprimere equilibrio ma anche e soprattutto opulenza ed eleganza; bianco vivace e sbarazzino da giovane, spesso anche sopra le righe, ma al contempo in grado di offrire, quando affinato, profondità e complessità gusto-olfattive al pari dei migliori vini bianchi del mondo.

Delle tre denominazioni di origine controllata e garantita irpine quella del fiano di Avellino copre senza dubbio l’areale più ampio attraversando ben 26 comuni sparsi qua e là sul territorio, dalla Valle del Calore sino al Vallo di Lauro. Un vigneto affatto omogeneo, di cinquecento ettari, piantati per lo più su terreni argilloso-calcarei con diverse variabili locali, ma che proprio grazie alla complessa eterogeneità dei territori che attraversa, alle profonde connotazioni di suoli e condizioni microclimatiche, riesce in punte di eccellenza di grande valore degustativo. Vini talvolta profondamente caratteristici, con aromi suggestivi di fiori e frutti e reminescenze dolci in gioventù e sentori invece tostati, marcatamente iodati, talvolta empireumatici quando affinati ed evoluti; insomma, espressioni multiformi di un grande varietale nonché del terroir di appartenenza, che sanno però maturare, mutare, migliorare nel tempo.

E quando bevi il Pietramara Etichetta Bianca 2009 di Rosanna Petrozziello, Giancarlo e Piersabino Favati, hai subito la certezza di ritrovarti dinanzi a un grande vino, mutevole e pregevole. Viene dai 5 ettari del vigneto omonimo di Cesinali, un piccolo “anfiteatro naturale” che si apre da nord-est a nord ovest a circa 450 metri di altezza. Ma Etichetta Bianca diviene solo il fiano raccolto nei filari collocati più a nord della vigna, laddove matura lentamente e più tardi, giovandosi anche di particolari escursioni termiche. La vinificazione avviene tutta in acciaio, poi finisce quasi un anno in bottiglia.

Il colore è luminoso, mentre il naso pare aver acquisito una impressionante intensità e complessità che va ben oltre la suggestione varietale; il sorso è asciutto, dinamico, sbarazzino, ma ricco di sfumature minerali, iodate. Insomma, un bianco dalla forte personalità, capace senza ombra di dubbio di attraversare il tempo con la stessa semplicità con la quale una lama calda affonda nel burro. Nemmeno ti accorgi che è un vino di quasi tre anni. Ma che stiamo a fare ancora a sottolinearlo! E lo bevi con tutto o niente, perché sin dal primo sorso ti accorgi che val la pena bere anche solo il vino, fregandotene altamente delle frottole che l’accompagnano. Un vino è grande quando sa raccontarsi anche da solo, si dice; bene, qui la storia è appena cominciata.

Questa recensione esce anche su www.lucianopignataro.it.

Taurasi Vendemmia 2008| Anticipazioni…

22 gennaio 2012

Lo ammetto, sono a secco di argomenti per elogiare ancora una volta il prezioso lavoro svolto dai ragazzi di Miriade&Partners con questa ennesima interessante anteprima sul Taurasi; ma che bravi, che impegno, che dedizione. E che parterre di giornalisti, blogger, sommelier autorevoli!

Ma prima di tuffarci nel vivo delle degustazioni e delle impressioni a caldo offerte dall’interessante panel di quest’anno, è opportuno dedicare un po’ di attenzione ad alcuni nuovi spunti venuti fuori quest’oggi; un esercizio necessario per inquadrare meglio l’areale, la sua proposta sempre più articolata e le prospettive, certamente complesse ma non più di così difficile interpretazione.

Spesso ci siamo chiesti (e augurati) che si potesse guardare al vino Taurasi con gli stessi occhi con i quali un appassionato si approccia per esempio ad un Barolo, riferendosi cioè non più semplicemente al vitigno originario o alla mera definizione legislativa, ma bensì alla sua tipicità manifesta in un determinato microclima, in una particolare zona della denominazione quando non addirittura di una specifica vigna; insomma, se ai più viene naturale cogliere e raccontare dello stile, delle sfumature dei nebbiolo di Serralunga d’Alba e La Morra, perché non dovrebbe accadere lo stesso per esempio per gli aglianico di Lapìo o Mirabella Eclano o ancora quello di Montemarano?

Da dove cominciare? Bene, a guidarci per mano in questo nuovo scenario ci ha pensato Paolo De Cristofaro¤, con un lavoro certosino, millimetrico quasi, sulle macro-aree interessate alla coltivazione di aglianico e aglianico da Taurasi; un lavoro, per chi mastica vino, straordinariamente puntuale ed efficace, una guida indispensabile, per cominciare a chiarire quegli aspetti ormai ineludibili quando si racconta e si scrive di Taurasi o di aglianico di queste terre; perché, come sottolinea lo stesso autore, “come spesso accade, il disciplinare dice poco di un vino con una forte identità varietale e territoriale e che sempre più richiede di essere declinato al plurale, prendendo atto delle numerose variabili zonali, agronomiche, enologiche-stilistiche e del crescente numero di aziende produttrici, passate da meno di dieci (fine deglia nni ’80) alle 60 di oggi”.

Così con l’impegno di ritornare sull’argomento a breve, soprattutto perché questa lettura mi ha subito appassionato parecchio – ha tanto da insegnarci -, ecco come ci è stato presentato il panel d’assaggio di quest’anteprima che vi racconterò domani. I Taurasi degustati sono stati divisi in cinque gruppi territoriali:

  • Gli Assemblaggi, quei vini cioè provenienti da due o più distinte macro-aree;
  • Quadrante Nord – Riva Sinistra del fiume Calore, con le vigne in Venticano, Pietradefusi e Torre Le Nocelle;
  • Versante Ovest – Le Terre del Fiano, con vigne ubicate a Montemiletto, San Mango sul Calore, Montefalcione e Lapìo; con quest’ultimi due comuni gli unici ammessi alla produzione sia di Taurasi e che di fiano di Avellino);
  • Valle Centrale – Riva Destra del fiume Calore. Il territorio senz’altro più frammentato dell’areale con le vigne ubicate in Taurasi, Mirabella Eclano, Luogosano, Bonito, Sant’Angelo all’Esca e Fontanarosa;
  • Versante Sud – Alta Valle, dove il vigneto ad aglianico assume una quota di rilevanza notevole, talvolta esclusiva, distribuito nei comuni di Castelvetere sul Calore, Montemarano, Castelfranci e Paternopoli.

 Taurasi Vendemmia 2008, qui tutte le degustazioni all’anteprima.

Reims, Champagne Grand Cru 2004 Pommery

19 gennaio 2012

Seguiranno post più esaustivi su questa breve ma interessante esperienza in terra di Champagne. Il tempo come sempre non basta mai, corre veloce, velocissimo, e qui, credetemi, non basterebbe un anno intero (o forse sì, non so) di giri in giro e degustazioni per comprendere a pieno tutto il valore di questi luoghi.

Della storia del Domaine Pommery, ovvero Vranken Pommery (vrancaén-pommerì, pronuncia alla francese, ndr) avremo tempo di scriverne. C’è infatti molto da dire, e non solo sulle splendide monumentali cantine: 18 chilometri di gallerie, 120 cave di gesso di origine gallo-romana ed una imponente “macchina da guerra” dell’ospitalità, capace di accogliere centinaia di migliaia di visitatori ogni anno con la stessa tranquillità, precisione, piena soddisfazione, con la quale di solito ci si prende un caffè al gettonatissimo bar del centro; ma anche e soprattutto per aver ritrovato nei bicchieri – superato l’emozionante ricordo di quella sontuosa scalinata di 116 gradini che conduce alle suggestive caves -, quella qualità espressiva, quella sostanza, con la quale si ha certezza di non stare a darla da bere soltanto agli occhi ma che sì, Thierry Gasco, lo chef de cave, sta davvero facendo un grande lavoro di fino con le sue cuvée, tirando fuori grandi vini, animando così con forza perentoria quel sospirato rilancio del marchio, indubbiamente imponente, ma assolutamente da rivalutare dal punto di vista qualitativo.

E cominciamo a farlo con questo imperdibile Grand Cru millesimato 2004, da chardonnay e pinot noir al 50&50. Bellissimo il colore paglierino, decisamente brillante. La spuma, copiosa e delicatissima, anticipa tanta finezza e complessità. Il primo naso è entusiasmante, verticale e coinvolgente. E sorprende, conquistandolo, anche il più disattento dei degustatori, perché non ha nulla a che spartire con le classiche immediate note burrose e di lievito di certe cuvée. Qui vince una riconoscibilità immediata del frutto, e del millesimo, rivelatosi, ci dice Thierry, eccezionale e pregnante nei vigneti grand cru ad Ay come che nella Cote des Blancs.  E così la scelta di andarci piano anche col dosage, qui intorno ai 10 mg/litro, concedendogli quindi di distendersi nel tempo lentamente e sulle “proprie gambe”: soavi e assai affascinanti i richiami floreali, avvincenti invece le sfumature di camomilla, miele e agrumi canditi. Il sorso è voluminoso e vellutato, le bolle non aggrediscono il palato, così la beva risulta avvolgente e dissetante, con ancora un fresco richiamo agrumato sul finale di bocca, certamente secco e sostanzialmente sapido. Ecco, magari cercavate uno Champagne a tutto pasto… bene, l’avete trovato!

In poscritto: io sono fatto così, quando qualcosa non mi torna, metti un vino o un’azienda che non mi hanno convinto del tutto (leggi qui), non butto tutto alle ortiche, ma cerco di capire. Talvolta ci metto tempo, possono passare anche degli anni, del resto il vino non è tutto nella vita, e il fegato è uno solo; però so aspettare, e anche ricredermi (soprattutto quando ho avuto ragione).

Quarto, Campi Flegrei. Falanghina 2010 e Falanghina Macchia bianco 2007 de Il IV Miglio

18 gennaio 2012

Il nome dell’azienda deriva dalla pietra miliare che indicando la dicitura “ad quartum” ricorda il quarto miglio Romano tra la città di Pozzuoli e l’attuale Quarto, lungo quella che era l’antica via Consolare Campana che collegava Pozzuoli a Capua.

Ho conosciuto Ciro Verde lo scorso dicembre in occasione della degustazione che avevo pensato e organizzato in collaborazione con alcuni amici sommelier, anche se l’azienda l’avevo già intercettata da tempo in numerose altre degustazioni; ebbene, chiacchierandoci su però mi sono accorto che aveva proprio ragione lui: è vero, non ne avevo ancora mai scritto.

L’occasione è questa deliziosa falanghina, devo dire molto ben riuscita, che oltre a regalare piacevoli sensazioni degustative, un po’ mi rassicura sull’impegno in atto di riportare il territorio a quell’antica vocazione agricola, e vitivinicola, per troppo tempo scordata e, ahimè, sfuggita letteralmente di mano a molti da questi parti, a favore di una delle più forti ed invasive speculazioni edilizie in atto. Il vino di Ciro è davvero un bel bianco, dal colore paglierino carico, con un naso subito maturo, che offre sentori di frutta a polpa gialla, pesca e albicocca. Molto gradevole anche il lieve ritorno dolce di miele di millefiori. Al palato è asciutto, infonde buona tensione gustativa per tutta la bevuta. Solo sul finale di bocca ritorna appena troppo “caldo”, che se vogliamo confonde, ma in realtà non fa altro che confermare la discreta acidità della falanghina di queste terre sovrastata qui dall’ottimo frutto ben maturo.

E già che ci sono, mi prendo la libertà di segnalarvi anche un’altro vino, diciamo diversamente interessante, quale mi è parso Il Macchia bianco 2007; prodotto anch’esso con sole uve falanghina dei Campi Flegrei, è però figlio di un progetto particolare che, come abbiamo già avuto modo di raccontare su questo blog scrivendo di altri, volge a verificare tutto il potenziale espressivo di questo straordinario vitigno.

Nasce infatti anzitutto da una maniacale selezione addirittura di acini, poi subito dopo la tradizionale cernita e vinificazione, il vino base viene lasciato lungamente macerare con le bucce, quindi affinato tra acciaio e bottiglia per diversi mesi prima di essere commercializzato. Qui almeno tre anni. Ha un colore praticamente oro, con un naso buccioso e intriso di note balsamiche e speziate, di zenzero in particolar modo. Il sorso, nonostante l’evidente risolutezza, è ancora integro ed espressivo. Se vi va, fateci un salto in cantina, non è difficile da trovare, e Ciro Verde, ormai dedito completamente all’azienda di famiglia, sarà davvero felice di raccontarvi dal vivo quest’altro bel pezzo di viticoltura dei Campi Flegrei.

Questa recensione esce anche su www.lucianopignataro.it.

Aspettando “Taurasi Vendemmia 2008”, subito una buona notizia per tutti gli appassionati…

16 gennaio 2012

Per dirla con Raffaele Del Franco, noto sbevazzatore sommelier irpino di Aiello del Sabato formatosi – dicono insistenti voci – nel chiantigiano, “il più importante, preciso e completo approfondimento sulla storia reale e i territori del Taurasi Docg lo poteva fare solo Paolo De Cristofaro”.

Così, in attesa dell’anteprima 2008 in scena questo week-end prossimo, rilancio molto volentieri, per i fedelissimi seguaci di queste pagine, nonché per i grandi appassionati di vini campani sparsi in lungo e in largo nel mondo (ouch!), questo pregevole lavoro sul Taurasi, on-line da qualche giorno qui, grazie ai ragazzi di Miriade&Partners.

Giusto per darvi un’anticipazione, le ultime quattro annate in commercio per esempio, alle quali “anteprime” ebbi il piacere di parteciparvi e di raccontarle, qui come altrove, sono così magistralmente riassunte: la vendemmia 2007, valutata 16/20, viene descritta come un’annata “equilibrata, carnosa e accessibile, con un ottimo potenziale evolutivo”. La 2006 invece (rating: 15/20) come “un’annata “calda, capricciosa, eterogenea, con i migliori potenti e nervosi, da aspettare”. La vendemmia 2005, millesimo da 17,5/20, “fresca, articolata, elegante; da lungo invecchiamento”. Mentre la 2004 – non a caso, con l’88 e il ’90, ritenuta da molti addetti ai lavori un riferimento assoluto per gli ultimi vent’anni di Taurasi -, un’ annata da 18/20, di quelle, per dirla con la maniera toscana, a cinque stelle, “con un andamento regolare, tardiva, austera, da lungo invecchiamento”.

Insomma cari amici, un lavoro del genere, così prezioso e autorevole, oltretutto con moltissimi altri riferimenti imperdibili, non può assolutamente mancare nel vostro carniere da enostrippati.

Prepotto, C.O.F. Tazzelenghe 2007 La Viarte

16 gennaio 2012

Tra le le fortune che mi ritrovo, l’ho sempre detto, vi è senz’altro quella di avere stimate amicizie un po’ in giro ovunque. Il vino poi si sa, è un gran collante, un bene prezioso, così come certi “regali”!

Colgo al volo l’occasione per buttare giù due righe su questo assaggio quantomeno “particolare” e assai degno di nota, a parer mio; il tazzelenghe, per chi non ne sapesse, è un vitigno autoctono friulano, originario per lo più della zona collinare di Buttrio-Cividale in provincia di Udine. Non uno dei più conosciuti evidentemente, ma non per questo, laddove coltivato con coscienza, meno apprezzabile di altri; tra l’altro è notorio come in Friuli, forse più che altrove, si sia avuto in poco più di cinquant’anni una tale grande integrazione dei cosiddetti vitigni internazionali da caratterizzarne profondamente tutta la mappatura ampelografica regionale, e non senza un grande consenso, sia di critica che di appassionati. Tant’è però che dopo un periodo di oblìo piuttosto lungo, che ha caratterizzato un po’ tutta la storia della maggior parte dei vitigni a bacca rossa friulana, il tàce-lenghe, il taglia-lingua per dirla con il dialetto friulano (data l’elevata tannicità) è stato ripreso e coltivato con continuità e con ottimi risultati. E questo di La Viarte pare esserne sicuramente un buonissimo esempio.

Questo C.O.F. Tazzelenghe 2007 è sicuramente un rosso di grande impatto, di quelli senza “mezze misure” si potrebbe dire. Bello il colore rubino concentrato e vivace, come interessante e verticale il naso, subito espressivo e ricco di sentori e sfumature fruttate e balsamiche; dalle imminenti note di lampone e prugna si vira subito su sensazioni olfattive decisamente più “impegnative”, che rimandano all’inchiostro, alla terra bagnata e al sottobosco. L’annata – la ricorderete, una di quelle dichiarate tra le più calde del decennio 2000-2010 -, ne favorisce senz’altro una maggiore complessità olfattiva,  contribuendo anche ad arricchirne sensibilmente lo spessore e la “godibilità” del sorso, mascherando (ma non troppo) quella classica velleità acido-tannica di cui si racconta, senza però sminuirne minimamente l’austerità tipica che lo contraddistingue da altri vini.

Il taglio degustativo però, in definitiva, preso così com’è, non è sicuramente dei più facili, o quantomeno a misura di palati delicati: l’ingresso in bocca è asciutto e austero, non proprio tagliente come promette il nome, ma giù di lì senz’altro; ha gran carattere e un sapore succoso, affatto legnoso, chiaramente tutto da domare, di nerbo e con un tessuto tannico importante, di forte personalità. Ecco, è certamente uno di quei vini che o ami o odi, però a tavola, su certe pietanze (brasati, paste sugose, zuppe grasse) si lascia apprezzare divinamente.

Pozzuoli, Giovedì 2 Febbraio a l’Abraxas Osteria

13 gennaio 2012

Un appuntamento imperdibile per tutti i grandi appassionati del vino; l’abbiamo pensato in omaggio alla ricorrenza dei dieci anni di attività dello splendido locale flegreo di Nando Salemme.

E abbiamo deciso di cominciare questa particolare rassegna dedicata a “I Maestri del Vino” con una delle più belle realtà vitivinicole campane, l’azienda agricola Quintodecimo di Mirabella Eclano.

Mettete in agenda quindi, giovedì 2 febbraio, dalle ore 20,00, presso l’Abraxas Osteria di Pozzuoli, il prof. Luigi Moio ci racconta la sua terra e i suoi vini prodotti proprio lì a Quintodecimo, senza ombra di dubbio uno dei luoghi più suggestivi del vigneto irpino.

In degustazione, condotta dallo stesso Luigi Moio, con il sottoscritto, verrà proposto un percorso davvero interessante e trasversale di tutti i vini dell’azienda di Mirabella Eclano, con l’eccezionale anteprima assoluta del Taurasi Riserva Vigna Quintodecimo 2007.

Informazioni e prenotazioni:
OSTERIA ABRAXAS
Via Scalandrone 15, Pozzuoli (NA)
Tel. 081 8549347
Cell. 366 6868795

Gaiole in Chianti, Casalferro ’07 Barone Ricasoli

12 gennaio 2012

Non bevevo il Casalferro di Barone Ricasoli da alcuni anni; l’ho sempre amato questo vino, pur nella sua dichiarata veste internazional-chiantigiana non proprio irresistibile ai più. E dal ’94, praticamente al suo debutto, ad oggi – memorabile il ‘99, ma anche il 2000 – non me ne son persi poi così  tanti; però mi duole ammetterlo che  era da un bel po’ che mancava ai miei taccuini.

Così quando l’ho colto sulla carta di Palazzo Petrucci, l’altra sera a cena a Napoli, non ho avuto dubbi su cosa proporre ai mie commensali. Ero tuttavia indeciso fra il 2006 e il 2007, e il fatto che quest’ultimo fosse addirittura diventato nel frattempo 100% merlot ci ha incuriosito ancor di più: “eh si, il 2007 è giusto la prima annata tutta merlot”, ci confermava il bravo Ciro Potenza, sommelier del bel locale napoletano di Piazza S. Domenico Maggiore. Si sarà completato il percorso, mi sono detto. Proviamolo!

Si perché il Casalferro, nato che era sangiovese in purezza, è stato poi sempre “giocato” sul binomio sangiovese/merlot, con il primo varietale a farla da padrone per almeno ¾ dell’uvaggio. E proporlo come un merlot in purezza mi sa tanto di un segnale volto a grandi ambizioni, puntate decisamente in alto, all’inseguimento magari di certi miti consolidatissimi, come il Masseto de l’Ornellaia o il Redigaffi di Tua Rita (di quest’ultimo leggetene qui, se vi pare), tanto per citarne un paio. Leggo che le uve provengono sempre da quell’unica parcella di terreno caratterizzato per lo più da arenarie calcarifere ed alberese, situata intorno ai 400 metri sul livello del mare proprio a ridosso di Gaiole in Chianti.

Bello il colore, di un rubino porpora assai fitto, mentre il naso è subito un fiume in piena di sensazioni balsamiche che rincorrono aromi di frutta rossa polposa, sottobosco e spezie finissime; molto particolari – e caratterizzanti ovviamente, poteva essere altrimenti? – certe note “animali” e spunti iodati, quasi ferrosi. E se il ventaglio olfattivo è prorompente, ancor più lo è il palato: l’annata calda pare incidere più sulla complessità olfattiva che sulla risolutezza del sorso, per niente “rotondo” come ci si possa immaginare sulla carta; anzi, siamo dinanzi a un vino con un nerbo acido-tannnico impressionante, di gran spessore, con un frutto croccante e chiaramente disadorno di ammiccamenti inutili, sgraziato e pieno, e con un finale di bocca assai lungo e gratificante. E’ giovane sì, sicuramente, ma offre comunque un gran bel bere. Mi verrebbe da aggiungere “da non perdere di vista”, ma questo assaggio è una sberla di quelle che non si dimenticano certo facilmente!

Intervallo. Montalcino, Tenuta Greppo

11 gennaio 2012

Pasticcio di zucchine, funghi e… altro

8 gennaio 2012

Un modo fresco e vivace per mangiare zucchine, funghi e… altro! Un pasto completo, un lunch veloce o un contorno diverso. Tant’è che Lilly ci consegna una sua nuova preparazione che saggiata così, su due piedi, mi è sembrata assai appetitosa tanto da volervela raccontare… (A.D.)

Ingredienti:

  • 1 confezione di pasta sfoglia
  • 2 uova intere
  • 250 ml di panna da cucina
  • 200 gr di funghi champignon
  • 150 gr di zucchine
  • 100 gr di patate
  • 50 gr di Parmigiano Reggiano
  • 3 fette di formaggio filante (meglio dolce)
  • Olio extravergine d’oliva
  • Sale, pepe macinato fresco

Preparazione: mondate e lavate con cura i funghi, le zucchine, le patate. Dopo averli tagliati grossolanamente, stufate i funghi per qualche minuto aggiustando di sale. Aiutandovi con una grattugia invece, tagliuzzate a scaglie grosse le zucchine e le patate. Rosolatele quindi sul fuoco, in una padella antiaderente, con un filo d’olio extravergine e un pizzico di sale; giusto pochi minuti. Così facendo eliminerete dagli ingredienti l’acqua in eccesso senza perdere però le sane proprietà nutritive. Lasciate raffreddare.

Frattanto stendete in una teglia, su carta da forno, la pasta sfoglia; mentre in una scodella unite i funghi, le zucchine e le patate con tutta la panna, abbondante Parmigiano e una manciata di pepe macinato fresco; salate il tutto e dopo aver aggiunto 1 uovo per intero (l’altro, sbattuto, servirà per spennellare la sfoglia una volta chiusa) rimestate con cura sino ad ottenere un composto abbastanza omogeneo.

Versate il tutto nella teglia, e completate con le tre fette di formaggio filante; coprite quindi unendo sufficientemente i quattro lati della sfoglia. Spennellate e lasciate cuocere in forno già caldo a 200° per 30 minuti. Lasciate intiepidire prima di portarla in tavola; anzi, così com’è questo pasticcio risulta ancor più saporito se mangiato una o due ore dopo averlo sfornato. Se necessario riscaldandolo un poco.

Sclafani Bagni, Nozze d’Oro ’10 Tasca d’Almerita

6 gennaio 2012

Un claim che ha fatto storia recitava: “quante storie può raccontare un vino? Talvolta una storia d’amore lunga 50 anni…”. Beh, non fa una grinza.

Quella con in etichetta il 2010 è la ventiseiesima edizione di questo storico bianco siciliano, uno di quei vini con il quale sei sempre sicuro di fare centro. Più di un quarto di secolo di storia a testimonianza di una bontà lanciata sul mercato per celebrare le nozze d’oro, appunto, del conte Giuseppe Tasca d’Almerita con la sua signora; era il 1984, poteva sembrare una delle tante trovate estemporanee che talvolta, a certi livelli, accadono. Era invece l’inizio di un sodalizio forte, sempre più rappresentativo e che oggi racconta candidamente un piccolo pezzo di preziosa storia enologica isolana. E lo fa con la stessa grazia a tutto il mondo.

Ho la fortuna di conoscere piuttosto bene l’azienda, e di certo nonostante le tante referenze, non sono pochi i vini che si possono tranquillamente raccomandare. Il Nozze d’Oro però è una garanzia assoluta, e quando così ben interpretato, così espressivo, vale assolutamente la pena non perderselo. C’è spesso stata confusione sulla sua composizione varietale, nonostante l’azienda si ostinasse a definirne un profilo del tutto autoctono, pur se a molti di difficile lettura. Certo che con gli anni, ormai, si parla tranquillamente di varietà Tasca, quella originale selezione clonale di sauvignon blanc arrivata li a Regaleali nel dopoguerra e perfettamente adattatasi al terroir e al microclima della tenuta tanto da perdere alcune delle peculiarità tipiche del sauvignon originario per acquisire caratteristiche aromatiche del tutto particolari. Con essa, l’inzolia, altro vitigno da sempre considerato tipico dell’areale.

Il colore paglierino è molto invitante, direi luminosissimo. Il primo naso è pimpante di fiori di zagara, bosso e salvia, ma il corollario si arrichisce quasi subito anche di piacevoli rimandi agrumati. Poi vengono fuori note olfattive lievemente più dolci, di mela limoncella, frutto della passione e una discreta eco di macchia mediterranea. Il sorso è asciutto e sobrio, posato su buon nerbo acido che ne suggerisce una beva sottile ed efficace. E’ un vino che potremmo pure definire di facile lettura, ma assai franco e piacevole, e che ben si abbina a di tutto un po’ della classica cucina marinara; ha attraversato il tempo il Nozze d’Oro, le tendenze, le mode, trovando però sempre una sua dimensione ideale, e forse, proprio con questo fortunato millesimo, quei 12 gradi e mezzo giusti per colpire, ancora una volta, direttamente al cuore senza far male alla testa. Davvero un piacevole ritorno.

Il vino, il web, l’Ais al tempo di internet

5 gennaio 2012

Naturalmente non ho nessuna intenzione di sottoporvi un trattato a riguardo delle polemiche degli ultimi giorni sulle varie faccende che stanno scuotendo l’Ais e movimentando non poco il nostro piccolo mondo web di enostrippati (cit).Però non si può non notare, viste le frequentazioni, come si sia scatenato un bailamme assurdo su ciò che è o non è opportuno far passare in rete nell’era del 2.0, con al centro la beneamata Associazione Italiana Sommeliers e il “nostro” Antonello Maietta.

Così seppur apparisse controversa, una semplice scelta di non avvalersi più della collaborazione giornalistica di Franco Ziliani, pur valida e puntuale, ha rischiato di finire in uno scontro epico fra titani prima che, dopo aver smosso mari, monti e coscienze, l’animato confronto s’è presto rivelato chiarito e foriero di argomenti migliori.

Poi quelli di Intravino  – oh, sempre loro! – hanno colto in fallo una a dir poco scellerata campagna promozionale Ais rilanciata con una certa superficialità su fb, nonostante si trattasse, dicono, di vecchio materiale d’agenzia tra l’altro non autorizzato. Poi il Corsera, nel giorno del debutto del suo wineblog c’ha messo pure del suo, scatenando tra l’altro l’ira della stimata giornalista Laura Rangoni che in un suo successivo post non s’è fatta per niente saltare la mosca al naso. Così oggi, sul sito dell’Ais, a firma del presidente Maietta, è arrivato l’ennesimo colpo scena: “anche l’Ais si dissocia”, minacciando querele. Quelli di Intravino però – ancora loro! –  non ci stanno, e rilanciano. Come andrà a finire?

Di certo il cattivo gusto di certe uscite, e certe scelte comunicative, almeno quello, lasciatecelo sottolineare. Anche perché certe stravaganti idee alla fine vengono pagate anche grazie alla “nostra” quota familiare che ogni anno, più o meno puntualmente, facciamo recapitare alla beneamata di Viale Monza a Milano.

Un’altra cosa però è chiara, e qui mi permetto di aggiungere “condivisibile al cento per cento”: sarebbe bene, o quantomeno opportuno, che prima di prendere certe posizioni così nette, mal non farebbe verificarne attentamente le fonti direttamente con gli interessati. Compreso però ciò che l’Associazione Italiana Sommeliers consente di fare col proprio marchio, e ancor più, con il suo buon nome. Poi si sa, nell’era del 2.0 tutto corre velocemente. A volte, a quanto pare, troppo anche per gli aggiornatissimi organi collegiali dell’Ais.

Saracena, Donna Filomena 2010 Masseria Falvo

5 gennaio 2012

Che strano verrebbe da dire, proporre un bianco del genere in un momento di mercato come questo, dove un’attenta lettura dei gusti e delle tendenze consiglierebbe leggerezza e sobrietà; in particolar modo quando si tratta di vini bianchi.

Il Donna Filomena 2010 di Masseria Falvo è tutt’altro, per contrapposizione è un vino bianco corpulento e “grasso”, come verrebbe da dire saggiandone attentamente la gran materia prima. Un bianco assolutamente inaspettato, poderoso, dal colore luminoso e con un ventaglio olfattivo incredibile, fulgido, pimpante, profondo, dove ci puoi riconoscere di tutto un po’, laddove ficcandoci bene il naso un degustatore con un minimo di allenamento non la smetterebbe più di tesserne le lodi: per fittezza, intensità e variopinta descrizione organolettica, sino a perderci la testa. E poi carattere, tanto, da vendere, spalle larghe 14 gradi e mezzo ma ossute e calibrate da una tessitura da far invidia a un signor vino rosso, come in realtà parrebbe di bere alla cieca.

Un gran bel risultato, che arriva da un lento e attento recupero di un pezzo di viticoltura calabrese nel cuore del parco del Pollino, a Saracena, nel cosentino. Quella Saracena già conosciuta ai più grazie a quel moscato tanto amato quanto per troppo tempo misconosciuto. Così i fratelli Falvo, tra le mille risorse messe in campo sul territorio – è notoria la loro storia imprenditoriale -, si sono dati da fare per rimettere in moto anche questo piccolo ma fondamentale pezzo di storia agricola locale: 26 ettari piantati per lo più con varietali autoctoni senza però perdere di vista quel poco di buono che arriva dalle esperienze ampelografiche altrui. Così con i più classici rossi gaglioppo e greco nero e i bianchi guarnaccia e malvasia, si è piantato anche qualche filare di traminer che a queste latitudini, come avvenuto per esempio in Basilicata, ha già espresso risultati più che buoni.

In definitiva, Masseria Falvo è una bella realtà di cui sicuramente sarà bene non perdere traccia, tra l’altro è guidata in cantina dal “nostro” bravo Vincenzo Mercurio; i vini sin qui saggiati dicono chiaramente che si fa sul serio, e si guarda lontano; molto buono per esempio anche il loro bianco “base” Pircoca 2010, giocato più o meno sulla stessa composizione varietale ma con un timbro degustativo decisamente più immediato e leggero. Poi il Milirosu, delizioso Moscato di Saracena, quadrato e avvincente come solo certi vini da meditazione sanno essere; ma di questo val la pena attendere qualche tempo per leggerne.

Questa recensione esce anche su www.lucianopignataro.it.

Bolognano, Montepulciano d’Abruzzo Cerasuolo Myosotis 2010 Cantina Zaccagnini

4 gennaio 2012

Non è mai troppo tardi per godere di un fresco Cerasuolo d’Abruzzo, della sua franchezza e della sua sottile, infinita bevibilità; ancor più quando questa è accompagnata da un sorso ricco di frutto polposo e spigliato.

Ci appassionano ormai da sempre, profondamente, le immense e opulenti versioni di Valentini, che sembrano non avere assolutamente età, regalandoci anno dopo anno insistenti emozioni degustative, ogni volta diverse e più complesse. Talvolta tuttavia non è un male concedersi assaggi meno ragionati, complessi ed articolati come spesso capita dinanzi a uno qualsiasi dei bicchiere di vino della storica azienda di Loreto Aprutino, oggi egregiamente condotta da Francesco Paolo Valentini.

Tant’è, nelle scorse settimane ho avuto la possibilità, a più riprese, di saggiare praticamente tutti i vini di un’altro baluardo della produzione enologica abruzzese, la Cantina Zaccagnini di Bolognano, oggigiorno uno dei marchi italiani più solidi sul mercato del vino, soprattutto americano. Tra le venti e più referenze passatemi per mano, non sono certo mancate piacevoli esperienze e, al di là delle splendide versioni di montepulciano e trebbiano d’Abruzzo della linea San Clemente, di cui non farò mancare riscontro, ho molto apprezzato anche alcuni bianchi cosiddetti “base” e questo splendido cerasuolo, a conferma di quanto un’azienda per essere grande davvero, nonostante sia dedita a numeri importanti – sono circa 1.200.000 le bottiglie qui prodotte ogni anno -, debba conservare un altissimo profilo qualitativo sul primo come per l’ultimo prodotto che passa dalla sua cantina.

Il Myosotis 2010 è decisamente una bella versione di cerasuolo d’Abruzzo, franco e immediato com’è, pur nel tentativo, attraverso una più complessa esecuzione, di offrire una interpretazione un tantino più vivace e ampia del solito. Poco più di 6.000 le bottiglie prodotte ogni anno dalle sole vigne di Bolognano, in contrada Pozzo, su terreni argillosi calcarei con esposizione a sud. Le uve montepulciano, una volta giunte in cantina, vengono cernite e pigiate in maniera soffice; attraverso un veloce processo di criomacerazione e pressatura sottovuoto vengono preservati gli aromi varietali di rosa canina, lampone e melograno; quindi, con una breve fermentazione, fissato il bel colore ciliegia porpora; in gennaio, le masse finiscono in botti di rovere dove ci rimangono per non più di 3 mesi; è qui che il vino assume quel ricercato profilo di maggiore spessore, incisivo più sull’elegante espressione olfattiva che, come talvolta può accadere, sulla sobria rotondità del sorso, che invece risulta asciutto, polposo e, come sottolineato in apertura, spigliato. In definitiva, un bel vino fine e rotondo ma assolutamente non banale.

San Lorenzo Isontino, La Vila 2009 Lis Neris

3 gennaio 2012

Sarò sincero, il “friulano”, o “tocai friulano” che si ricordi, non ha mai avuto un grande ascendente su di me e, pur rispettando assolutamente la validissima tradizione di qualità, sono certo di aver raramente avuto tali grandi esperienze degustative da meritare particolare attenzione.

Va così che ti capita a tiro un La Vila 2009 di Lis Neris, ultimo nato dal genio indomabile di quel vigneron di nome Alvaro Pecorari; ci pensi un po’ sù e alla fine decidi: vabbé, questo friulano continua a non pigliarmi pe’ niente, però questo vino val la pena raccontarlo lo stesso. L’azienda, tanto per presentarla brevemente su queste pagine, si trova proprio nel cuore di una delle più suggestive aree viticole del Friuli, fra il confine sloveno a nord e la riva destra del fiume Isonzo a sud, in località San Lorenzo Isontino in provincia di Gorizia.

Le vigne, più o meno 60 ettari, si distendono lungo il fiume da nord a sud in tre ben distinte microzone: proprio intorno al comune di San Lorenzo dove, essendo il microclima più fresco, sono stati concentrati gran parte delle vigne a bacca bianca, mentre poco più a sud, tra Corona e Romans – dove l’areale di pertinenza viene considerato tendenzialmente più caldo -, si è optato per le varietà rosse. Tranne che per la vigna dalla quale viene fuori questo bianco, un sito dove la vicinanza al fiume gli garantisce una buona e costante ventilazione favorendo una lenta e piena maturazione del friulano.

Il varietale – quel tocai friulano divenuto poi per molti (ma non per tutti) friulano e basta – non tutti forse lo sanno, ma in realtà altro non è che sauvignonasse, come ben dimostrato dalle ricerche dell’Istituto Sperimentale di viticoltura di Conegliano. Sauvignonasse che in Francia, nella Loira per essere più precisi, laddove ancora viene coltivato è considerato addirittura un vitigno minore, quando non di basso profilo e spesso “spacciato” per sauvignon (come avviene per esempio anche in Cile, dove è largamente diffuso) nelle versioni meno pretenziose di certi vini che danno solo la parvenza dei più nobili Sancerre e/o Pouilly.

Non a caso, e forse non senza una buona ragione, lo stesso Mario Fregoni, non uno qualunque, a suo tempo, ancor prima della sentenza della corte europea che sanciva il divieto dell’utilizzo da parte dei produttori friulani del nome “tocai” in etichetta, si è sempre schierato a favore dell’utilizzo del riconosciuto varietale sauvignonasse in sua sostituzione, così dal liberare i produttori friulani una volta e per tutte anche dalle solite critiche internazionali oltre che da ulteriori confusioni ampelografiche e vivaistiche, vista la larga diffusione sul territorio e, soprattutto, l’impellenza di rilanciare, praticamente da zero, un vino che nonostante tutto continua a coprire una superficie vitata di circa 7.000 ettari nel solo nord est d’Italia.

Ma tant’è, ritornando a noi, che il 2009 da queste parti è stata una vendemmia abbastanza anticipata rispetto alle consuetudini, con temperature talvolta elevate che hanno accompagnato buona parte di tutta la vendemmia. Il risultato alla fine è comunque più che convincente, soprattutto per un vino praticamente all’esordio: nell’insieme esprime buona struttura, avvolgente e ben integrata, ed una palese freschezza congiunta a persistente e calibrata sapidità; la prolungata maturazione tra acciaio e legno sulle fecce fini poi ne definisce un bel colore paglierino carico ed un naso buccioso e varietale, intriso di note fruttate mature e dolci e continui rimandi salmastri. Il sorso è asciutto e compatto, di spessore, ci si potrebbe azzardare anche nel dire “grasso” per la gran materia espressa, pur sostenuto da vivida acidità. Complessivamente fa registrare una bella prova d’assaggio, e in soldoni nemmeno particolarmente impegnativa, quindi da raccomandare senz’altro. A chi piace il friulano naturalmente.

Saracena, Pircoca bianco ’10 Masseria Falvo 1727

1 gennaio 2012

Ci sono sempre piacevoli sorprese qui al sud, così quando meno te l’aspetti ecco un bel bianco calabrese a farti sgranare gli occhi e pensare che sì, non è mai troppo tardi per rinascere.

Cominciamo così il racconto di questo nuovo anno insieme con un bell’esempio di rilancio rurale, Masseria Falvo 1727, recuperata dall’abbandono e rimessa a nuovo con caparbietà dai fratelli Piergiorgio, Ermanno e Rosario Falvo dell’omonimo storico gruppo imprenditoriale calabrese, convinti che si potesse rinverdire una parte dell’antica tradizione di famiglia e recuperare con essa un suggestivo pezzo di viticoltura calabrese lì nel cuore del Parco del Pollino, nei dintorni di Saracena, nel cosentino: 26 ettari di vigneto coltivati in regime biologico su terreni tendenzialmente argillosi, a tratti di natura calcarea, alternati a terre rosse e coriacee. L’idea è stata sin da subito di puntare sui vitigni autoctoni calabresi, senza però tralasciare quelle valide opportunità offerte da alcuni varietali bianchi capaci di esprimere buoni vini anche da queste parti, avvalendosi tra l’altro delle sapienti mani di Vincenzo Mercurio in cantina. Così con il magliocco, qui detto lacrima del Pollino, il gaglioppo e il greco nero, oltre alla guarnaccia bianca e il moscatello di Saracena si è pensato di mettere giù qualche filare per esempio di traminer.

Pircoca è il nome di questo bel bianco duemiladieci  prodotto appunto con guarnaccia e un saldo di traminer, un uvaggio calabro-altoatesino che a molti può risultare un azzardo alquanto inusuale, e in verità lo è, ma che senz’altro ha colto nel segno: un esordio più che convincente per un vino invitante con un fragrante e avvincente corollario di profumi, vinosi, floreali e fruttati molto coinvolgenti; il naso è fulgido di note di gelsomino, agrumi, pesca e pera, con un timbro minerale decisamente persuasivo. In bocca è asciutto, il sorso stilla gradevolissimi rimandi fruttati, e infonde freschezza e gradevole sapidità. Decisamente a lungo.

Per quel che riguarda la guarnaccia bianca prometto di ritornarci a breve, il Donna Filomena, il loro cru, mi ha ancor più colpito tanto da convincermi in una più ampia e meditata attenzione; in merito al traminer invece, non lasciatevi spiazzare dalla consuetudine perché anche a queste latitudini, in particolar modo su questi terreni, pare esprimere risultati davvero eccellenti; soprattutto quando lavorato di fino e impiegato come varietale migliorativo. Non a caso anche in Basilicata (leggi qui) sta facendo registrare risultati assai interessanti. Frattanto godetevi questo primo delizioso consiglio per gli acquisti: un bianco insolito e gradito, dove un sorso chiama l’altro e i dodici gradi e mezzo sono calibratissimi; va via d’un soffio come aperitivo, mentre in tavola non fa nemmeno in tempo ad arrivarci. Potete fidarvi.