Archive for dicembre 2009

Terzigno, tutti i vini di Villa Dora ed un memorabile Lacryma Christi rosso Forgiato ’01

8 dicembre 2009

E’ il vino che non ti aspetti, ti sorprende a tal punto che a fatica credi di stare bevendo un Lacryma Christi! 

Diversi anni fa quando conobbi Vincenzo Ambrosio, il titolare di Villa Dora, ebbi subito l’impressione di stare stringendo la mano di una persona per bene, e che avrebbe sicuramente portato nella viticoltura vesuviana una sferzata di orgoglio ed entusiasmo sino a poterne rivalutare profondamente la stessa denominazione, secondo me, tra quelle campane, la più interessante ed eclettica che si possa annoverare tra i disciplinari regionali, per la particolare identità del territorio, per la diversità e l’autenticità dei vitigni coltivati e vinificati in più declinazioni e non da ultimo per il richiamo storico culturale inevitabilmente unico in questo lembo di terra strappato letteralmente al fuoco.

Eppure del Lacryma Christi del Vesuvio, oltre la storia ed i fiumi di vino venduti nel mondo rimane sempre l’alone di una denominazione vetusta, l’idea statica di un vino fine a se stesso, souvenir d’antàn senza pretese per le carovane di turisti con sandali e calzini bianchi della Penisola Sorrentina piuttosto che liquido emozionale per gli appassionati importatori nipponici che hanno proprio in Giappone costituito del nostro beneamato, un brand straordinario di “vino del vulcano”. Camminare le vigne di Villa Dora è appassionante, io l’ho fatto più di una volta, dapprima per curiosità, poi sempre per pura passione.

Siamo nel cuore del Parco del Vesuvio, a Terzigno, dove la terra è nera e dura come le pietre laviche dei muretti a secco che cingono le vigne e le difendono dal bosco, un percorso emozionale da vivere, su e giù per i saliscendi tutti intorno alla piccola cantina gioiello con annesso frantoio, tra le vigne di falanghina e coda di volpe, di aglianico e piedirosso, 13 ettari di uve ricche, sane che danno vita a vini straordinari che meriterebbero certamente migliore conoscenza e sorte da parte di un mercato e di un consumatore abituato, di inerzia, ad accontentarsi di bere una denominazione invece che ciò che di una terra è la vera espressione, oro puro, il nettare più prezioso.

Il Vigna del Vulcano, Lacryma Christi bianco è un vino che sfida il tempo, uvaggio di coda di volpe e falanghina di straordinaria complessità e mineralità, tra i migliori bianchi vesuviani mai assaggiati e riassaggiati nel tempo, il 2005 proprio in questi giorni mi ha regalato ancora una impressionante verve gustolfattiva, un vino portentoso e coraggiosamente consegnato al mercato dopo almeno due anni di affinamento tra acciaio e bottiglia, una scelta sicuramente inusuale per la consuetudine storica dell’areale.

Il Gelsonero, Lacryma Christi rosso è il connubio perfetto tra il piedirosso e l’ aglianico dell’areale, tra la leggerezza e l’immediato fruttato del primo e l’austera speziatura, la polposità del secondo, un vino proiezione reale di ciò che declinato per tante volte quante sono le bottiglie prodotte sul Vesuvio potrebbe essere la denominazione: un viaggio emozionale tra i diversi interpreti moderni di una storia antica, uno vino subito godibile al debutto sul mercato ma capace di evolvere e maturare nel tempo.

Questo lo spirito con il quale nasce anche il Forgiato, il rosso di punta dell’azienda, l’essenza forse di tutto il progetto di Vincenzo Ambrosio affidato sin dalla prima ora a Roberto Cipresso, l’enologo filosofo che certamente ha trovato sulle pendici del Vesuvio un laboratorio naturale di eccezionale vocazione dove sperimentare al meglio tutte le sue teorie. Il 2001 è un vino possente, da saper aspettare, incredibilmente longevo, fuori pertanto dai quei canoni di cui sopra che si ha necessità di superare per godere fino in fondo di ciò che questa terra sa veramente regalare al suo avventore. Selezione accurata delle migliori uve aglianico e piedirosso, elevato per circa 24 mesi tra legno e bottiglia, si presenta con un colore intrigante, rosso rubino con piccole nuances granata, poco trasparente, di buona consistenza nel bicchiere.

Il primo naso è intenso su sentori terziari, ma non stucchevole: vira dal tabacco alla liquerizia, dalla confettura di more selvatiche a rimandi di polvere di cacao; Il vino è aperto da parecchie ore, quindi riesce ad offrire di se un ventaglio olfattivo davvero complesso ed intrigante sino a sentori animali e di terra. In bocca è secco, caldo, conserva una discreta freschezza ed una piacevole profondità e polposità del frutto, in perfetto equilibrio. Un rosso davvero stupefacente, qui alla sua prima annata, aspettato pazientemente per 6 lunghi anni, utili a superare le iniziali riserve e certamente ad accrescere, magari sostanzialmente, la cultura e conoscenza del vino, di cui non si smette mai di aver bisogno!

© L’Arcante – riproduzione riservata

Pozzuoli, Osteria Abraxas

7 dicembre 2009

Nando Salemme è un caro amico, un ragazzone che a guardarlo bene ogni giorno va assomigliando più ad un intellettuale rivoluzionario degli anni settanta piuttosto che ad un giovanotto mio coetaneo di questi tempi. Ci lega un legame d’amicizia sincero, appena possiamo ci cerchiamo, ci riuniamo, ci confrontiamo per dare sostegno alle idee, agli ideali, alle intuizioni.

Pozzuoli, Abraxas. L'ingresso di una volta.

Abbiamo iniziato i nostri progetti paralleli (che però spessissimo si sono incrociati) diversi anni orsono, io con Lilly a L’Arcante e lui con la moglie Vanna al Wine Bar, con gli anni divenuta una delle poche Osterie sul territorio meritevoli di questo nome; un po’ per seguire un sogno, un po’ per liberarsi dai quei freni inibitori che spesso hanno caratterizzato la ristorazione flegrea con personaggi “vecchi” ed atavici assertori dell’ovvio, spesso sconfortando il talento di molte delle giovani leve.

Veniamo al dunque: l’Abraxas è situato in un luogo da cartolina, incastonato nella collina che sovrasta il Lago Fusaro da un lato, il lago d’Averno dall’altro, lungo via Scalandrone, spartiacque naturale tra i comuni di Pozzuoli e Bacoli.

Il locale è completamente rivestito di pietre di tufo incastonate a mò di reticolatum con sovrapposizione di mattoni e capitelli stile romano; le tre sale sono disposte una al piano terra, piccola, calda, che guarda a vista il banco dei formaggi e salumi mentre su per le scale c’è l’altra sala, con la fornitissima cantina a vista ed un piccolo dehor che in estate diviene un accogliente gazebo che si apre sul bellissimo giardino, curato (con che fatica!!), ricco di fiori e piccoli ceppi di vite falanghina sparsi qua e là che s’inerpicano su per il tetto.

Pozzuoli, Abraxas. Panorama.

La cucina è affidata nelle mani sapienti del giovane chef  Tommasino Di Meo, ma Nando è sempre lì a supervisionare, non ama interferire, ma le mani in pasta significano tanto per lui: le verdure, le carni, gli ortaggi, le conserve, le paste e molti altri prodotti sono tutti tracciabili e soprattutto hanno tutti una faccia, un nome e cognome: qui nulla è scontato.

Il menu non è ampissimo, ma la proposta è convincente ed adeguata al locale e poi l’intelligenza di non strafare gli sta concedendo tempo e modo di una crescita che negli ultimi dieci anni è stata concessa solo a pochi qui nei Campi Flegrei, del resto non è assolutamente vero che la cucina flegrea è scontata, quasi sempre lo sono gli interpreti! Piccoli assaggi di una superlativa verza con salsicce e castagne, morbide crepes con fonduta di formaggio e crema di noci, la parmigiana di patate, il tortino con bieta e formaggio, la polenta con salsiccia e provolone del Monaco.

Anche i primi piatti sono ricchi, saporiti, presentati bene: fiocchetti di pasta fresca con zucca e noci, tortino di riso con carne e funghi, gnocchi con crema di cavoli e finocchio. Ampia e curata la proposta dei secondi di carne, coniglio in porchetta, filetto di maiale con battuto alle erbe, entrecote di angus alla brace, poi ancora in carta la selezione di formaggi variamente assortita che non delude mai. Anche i dolci sono fatti in casa: abbiamo gustato un delicatissimo flan al cioccolato. Spesso si ospitano serate a tema con le varie associazioni presenti sul territorio, diverse con Slow Food ma anche con piccoli e grandi produttori di vino; il conto non supera quasi mai i 35 euro vini esclusi.

Nando Salemme

Nota del 19 Marzo 2010. Ci sediamo alla tavola di Nando e Vanna di venerdì sera, è la mia prima festa del papà, sarà banale, ma un po’ ci tenevo a trascorrerla in perfetta armonia con la mia famiglia. Così è stato, proprio una bella serata. Chiediamo, visto che siamo in quaresima, di evitarci portate con carni: si sussegono così deliziosi assaggi di antipasti giocati su verdure ed ortaggi, freschissimi. Stufati, Parmigiana di melanzane, millefoglie, poi la girella di pasta in salsa di noci e gorgonzola, che si merita quantomeno il riassaggio.

Scegliamo poi dalla carta un primo piatto dal profumo evocativo, Caserecce con friarielli e baccalà, sapori decisi ma ben equilibrati, aromaticità, grassezza e succulenza da baciare il palato, finale piacevolmente sapido che il Greco di Tufo 2007 di Peppino Di Prisco, devo dire, spalleggia alla grande. Affoghiamo la tristezza di non poter convenire con il Maialino cotto lungamente a bassa temperatura nell’ampia selezione di formaggi, serviti con miele e confettura di mandarino: su tutti una stupenda Toma di Podolica ed un Maiorchino sapidissimo, ed un piacevolissimo Taurasi ’05 di Contrade di Taurasi. E poi? E poi la zeppola di S. Giuseppe, se no che festa del papà è!

Cesinali, Taurasi Terzotratto 2004 I Favati

7 dicembre 2009

Quale futuro per il Taurasi? Molti vedono lustrini e paillettes, tanti ci sperano, qualcuno storce il naso e rimane a guardare. Continuare e bere l’aglianico di Taurasi ci servirà nel frattempo per capire quale strada si sta percorrendo e quali le difficoltà più ardue per la comprensione di un vino tanto importante nel panorama enologico italiano quanto incompreso soprattutto dal mercato internazionale.

Il Terzotratto 2004 sancisce il debutto dell’azienda di Piersabino e Giancarlo Favati nella denominazione di origine controllata e garantita più prestigiosa del sud Italia, la prima in assoluto, anche nella stessa Irpinia prima dell’avvento, solo nel 2003, del Fiano di Avellino e del Greco di Tufo; L’azienda, condotta in maniera eccellente anche dalla brava Rosanna Petrozziello, moglie di Giancarlo, era sino a qui conosciuta soprattutto per lo splendido Fiano di Avellino Pietramara, vino superbo che assieme a poche altre etichette possono vantare ancora oggi di essere un riferimento assoluto in materia bianchista nella nostra regione. Il Terzotratto nasce sotto una buona stella, il 2004 è millesimo di grande slancio evocatico, per molti addirittura l’anno zero della nouvelle vogue taurasina offrendo in generale vini eleganti, fini, risoluti nella loro trasparenza gustolfattiva di un frutto franco e caratterizzato da mineralità spinte capaci di garantirgli con molta probabilità longevità ed evoluzione per lungo tempo. Vincenzo Mercurio qui ha fatto il resto, raccogliendo la sfida ben sapendo come condensare con la sua opera in cantina tutti questi elementi.

Il colore è rosso rubino con accennate nuances tendenti al granato, vivace e poco trasparente, di buona consistenza nel bicchiere. Il primo naso mostra subito un interessante ventaglio olfattivo, è subito fruttato maturo, si percepisce nitidamente la  marasca e la prugna, poi diviene etereo, sottile, note delicatamente speziate e balsamiche, pepe nero e china. In bocca è intenso, profondo, il tannino viene rincorso da una sapidità spiccata ma che ancora fatica a compensarne la durezza, rimane vivido ed espressivo per tutta la beva, piacevole e confortante di un vino di carattere e di un potenziale ancora del tutto da svelare. Esecuzione lineare per un vino di grande qualità, mi ricorda per impronta, il Macchia de’Goti di Caggiano di qualche anno fa, stilisticamente improntato sulla finezza aromatica e sulla sottile nerbatura del frutto, ancora in divenire. Da aprire almeno un paio d’ore prima di servirlo, in calici mediamenti ampi, ha bisogno di piatti caratterizzati da buona aromaticità, succulenza e morbidezza innanzitutto, penso per esempio al  maialino cotto lungamente a bassa temperatura di Tonino Pisaniello della Locanda di Bu di Nusco.

Chiacchiere distintive, Luigi Moio

7 dicembre 2009

E’ una bella giornata, e nonostante le prime bizze facciano pensare al peggio, la macchina va e vuole arrivare lontano. Arriviamo a Mirabella Eclano in tarda mattinata, ci lasciamo alle spalle sulla statale il bellissimo Radici Resort dei Mastroberardino prima di imboccare la viuzza che in località Cerzito cia apre allo straordinario scenario del piccolo chateau di Luigi Moio e Laura Di Marzio nel cuore del Taurasi d.o.c.g..

Luigi Moio - foto A. Di Costanzo

Quintodecimo ci appare come un bellissimo giardino d’inverno con colori bruni e giallastri a rincorrersi come nel più ermetico dei quadri impressionisti, con in cima la sua bella e discreta casa colonica con il tetto rosso. Ci accoglie Laura e subito dopo arriva Luigi Moio, è dalla prima mattinata in giro per l’azienda a verificare i dettagli dei lavori ancora in corso su e giù nella cantina. L’approccio, devo dirlo, è un po’ contratto, pare quasi accademico, ma non poteva essere altrimenti, la riverenza nei confronti del professor Moio c’è, traspare, lo riconosciamo, eppure impareremo a scoprirlo sotto una veste diversa, piano piano durante questa mattinata d’un tratto avremo capito perchè qui si fa la storia mentre altrove solo chiacchiere, come grappoli censiti uno ad uno, come acini selezionati uno ad uno arriveremo al cuore di Quintodecimo, alla terra, al sogno, all’uomo, poi al vino, alle sensazioni ed alle emozioni che evocano, esplorano, regalano, all’esaltazione di quella parola di cui tanti abusano ma che pochi riescono a proporre con tale e tanta naturalezza: terroir.

“Quintodecimo nasce qui perchè qui c’è quello di cui avevo bisogno, così immaginavo un giorno la mia azienda, nel cuore dell’irpinia perchè l’irpinia la porto nel cuore; con l’aglianico, il fiano ed il greco in primis perchè sono, senza rischio di smentita, i vitigni più importanti della nostra regione e da questi nascono i vini di grande profilo organolettico. La Falanghina poi è senza dubbio il vitigno a cui sono maggiormente legato, era il momento di concedergli quel riscatto che merita ed il valore straordinario che ha ancora da conquistarsi sul mercato” . Un sogno inseguito e costruito negli anni a macinare chilometri in giro per il mondo a rincorrere conoscenza e tecnica da profondere poi qui, a Mirabella Eclano, in un’azienda con un vigneto giardino, una cantina che scopriremo poi essere stata pensata oltre trent’anni fa, sin dagli ultimi esami da perito agrario, prima di tutto quel percorso che avrebbe formato e forgiato il professore Luigi Moio, ordinario per professione straordinario per vocazione. “Ho nutrito tante passioni sin da piccolo, la chitarra, la pittura, l’arte, il simbolismo, oggi sono profondamente innamorato dei miei figli, della mia Laura e del mio lavoro in questa terra meravigliosa”.

Siamo in cima alla vigna, proprio ai piedi della cantina, mentre parla, mentre racconta la sua storia il clima accademico è già virato nella conversazione, nel confronto, quello concesso all’amico di ritorno da un viaggio straordinario che ha necessità di raccontare e che abbiamo sete di ascoltare. Ascoltare Luigi (a conferma di ciò, nel frattempo abbiamo deciso di darci del tu) è come il sottile piacere provocato dal cioccolato fondente sulla lingua, lentamente cede la sua austerità alla subliminazione della gola, e diviene piacere; ascoltarlo mentre parla senza perdere di vista nemmeno per un attimo il vigneto è come se stesse semplicemente ripetendo ciò che proprio quella vigna gli ha chiesto di fare: “raccontami!”

Cantina a Quintodecimo - foto A. Di Costanzo

Ci spostiamo in cantina, alcuni collaboratori stanno preparando le ultime (poche) casse di vino rimaste, colpisce subito la presenza di tanti piccoli tini d’acciaio¤, inizia proprio qui un’altro viaggio, l’applicazione di tanti accorgimenti profusi negli anni qua e la’ in giro soprattutto nel sud Italia nelle aziende che segue come consulente, ma che solo qui hanno acquisito corpo unico ed espressione oserei dire “totale”: “vengono vinificate uve di tante piccole parcelle dei vari vitigni che lavoriamo, pertanto osservare ognuna di queste peculiarità già dalla prima fase produttiva mi serve per capire, esaltare ogni singola caratterizzazione propria di questo o quel vigneto“.

Ci incamminiamo lungo la barricaia¤ accompagnati dal gradevole profumo di legni nuovi misto al vinoso dell’aglianico che in questi giorni sta subendo i primi travasi, arriviamo nel piccolo caveau dove Luigi ha iniziato a riporre il personale archivio storico liquido, dalle vecchie, vecchissime bottiglie di Michele Moio alle preziose ed alcune introvabili bottiglie di bordolesi e borgognoni (tra cui Hospice de Beune), alle numerose nate e cresciute sotto la sua guida tecnica, dal Taurasi di Antonio Caggiano ai cru di cantina del Taburno, agli ultimi di Manuela Piancastelli e Peppe Mancini¤: “hanno tutti un posto particolare nel mio cuore, questi come tutti gli altri indistintamente, a loro ho dato tanto impegno e serietà professionale, mi hanno ricambiato negli anni con profonda diligenza e stima, siamo riusciti assieme a dare nuovi impulsi alla viticultura campana, e queste bottiglie sono la testimonianza del mio e del loro lavoro innanzitutto, che voglio sempre tenere a portata di mano”.

Ci avviamo verso l’uscita della cantina, alcune curiose particolarità non potranno che rimanere nell’immaginario dell’avventore di turno, come quella di conservare le teste e le code¤ degli imbottigliamenti (materiale prezioso per le bevute personali) e di stoccare tutte le bottiglie avviate man mano alla commercializzazione in ampie casse di legno anzichè in anonime griglie di ferro. Chiudiamo qui il percorso tra vigna e cantina, ci spostiamo in casa di Laura (che adesso stringe al petto l’ultimo nato, quattro mesi fa) e Luigi, i vini sono lì pronti per la degustazione, ma questa è tutta un’altra storia che non mancherò di raccontare prossimamente…

P.S.: in tutta questa giornata, a parte gli occhi sgranati sul colpo d’occhio della Vigna¤ a Quintodecimo il ricordo più bello che portiamo via è il momento in cui Luigi, prendendoci per mano ci accompagna nel suo studio, dove tutto è nato e attorno al quale poi si è sviluppata l’azienda: ci ha mostrato il suo progetto di allora, datato 1975, presentato poi anche alla commissione d’esami da perito agrario: aveva appena quindici anni, tutto era già scritto!

Pozzuoli, a casa di mia suocera

6 dicembre 2009

Girovagando su internet ho scovato un interessante “manuale della buona suocera”; un almanacco a tratti esilarante, soprattutto per chi come me di certi problemi non ne ha mai avuti. Piuttosto, pescando poi tra i vecchi appunti di gola non ho resistito alla tentazione di riproporre suqueste pagine una vecchia, assai anomala, recensione: a casa di mia suocera. Non è, evidentemente, un ristorante, seppur potrebbe tranquillamente esserlo vista la fantasia che si innesca quando si decide il nome di un nuovo locale.
 
Pozzuoli, 10 Maggio 2008. Mangiare alla tavola di Partorina, questo il nome della diletta suocera è sempre un gran piacere, spesso sono ospite la domenica quando va in scena tutta l’opera tradizional-popolare della cucina flegrea-napoletana tramandata di madre in figlia da diverse generazioni. La casa è sempre affollata, figli e figlie di dimora ancora stabile e figli, figlie, generi e nuore prole dipendenti con un solo indirizzo sul loro navigatore satellitare settimanale: via Cicerone 29.

L’ambiente è semplice ma ben curato, i colori sono chiari e sovrapposti, mia suocera poi ama il verde fresco delle piante rampicanti che circondano il soffitto della sala da pranzo. Qui la tavola in certi giorni fatica ad essere accomodante per tutti ma regge sempre bene l’arrangiamento del momento, il servizio è semplice ma magnanimo. L’appetizer di benvenuto per taluni sono finocchi freschi all’insalata, per noi altri, di palato meno fine, crostini con zucchine arrosto sott’olio, con i quali decidiamo di “avvinare” con un Fiano di Avellino 2007 Colli di Lapio di Clelia Romano. La tradizione di casa vuole che s’inizi sempre con il primo, oggi sono Penne a rigatoni con ragu’ di tracchiolelle e polpettone, quest’ ultimo fungerà poi da primo secondo per i più piccoli e capricciosi degli avventori; primo contorno consigliato: involtini di melanzane fritte con provola affumicata.

Nel frattempo nei calici abbiamo già versato un rosso austero. Scegliamo di verificare le qualità della nuova sottozona Campi Taurasini del fido Salvatore Molettieri: un aglianico, il Cinque Querce 2005, profumato, intenso e di nerbo; opportuno però riassaggiarlo tra qualche mese per verificare le buone impressioni.Il secondo proposto è coniglio alla ciglianese, con la salsa di pomodorini tirata proprio come piace a me e, a làtere, friarielli verdi fritti in olio e peperoncino, chi opìna può sempre ripiegare su di una parmigiana di melanzane in versione “egg-free” (senz’uovo!) e carciofini impanati: ditemi voi se questo non è un gran piacere!! Chiudiamo con una Barbera d’Asti Chersì, azienda Ca’Bianca di Alice Belcolle, Piemonte, un rosso che amo particolarmente e che continua a stupirmi anno dopo anno sempre di più. Il predessert è un freschissimo sorbetto al limone e menta piperita preparato da Lilly, chiudiamo come sempre di domenica con piccoli pasticcini bignè e codine d’aragosta con panna e cioccolato. Io qui c’ho il contratto per due anni, naturalmente rinnovabili!

Malvagìa 2007, il passito da tenere… A Casa

5 dicembre 2009

Malvasia, ovvero Malvagìa, uva e vino bianco assai gentile così detto per acclamazione popolare di Monembasa, città greca e luogo di provenienza di queste uve allignate da tempo nell’areale del beneventano, perciò detto anche Grechetto.

Nasce così il primo vino dolce della nuova avventura di Enzo Ercolino con la giovane azienda irpinia A Casa, nata nel 2007 con Claudio Velardi e Tommaso Iavarone alla presidenza; Malvagìa ha fatto da apripista anche ad una interessante versione passita di aglianico, l’Aglaos di cui però parlerò in seguito. Nasce da vigne vecchie di malvasia dell’area del beneventano, in località Solopoca e viene fuori da un’attenta selezione di grappoli lasciati appassire nel fruttaio della nuova cantina di Pianodardine dove vengono attaccati dalla botrytis cynerea, meglio conosciuta come muffa nobile, sicchè si ottengono acini disidratati dall’acqua in eccesso e molto ricchi di zuccheri fermentescibili nonchè di caratteristiche organolettiche uniche e rare; Mi ha colpito innanzitutto per il suo equilibrio gustativo, dolce ma non stucchevole, rotondo ma non banale.

Il colore è di un bellissimo giallo oro, cristallino, vivace ed invitante, il primo naso è molto delicato, note di albiccocca matura e scorze di arancia e pera candite, intenso e complesso, lungo e persuasivo. In bocca è dolce, ha conservato però una buona struttura acida capace di concedergli bevibilità e piacevolezza senza mai stancare o stroncare il palato. Piacevolissime anche in bocca il ritorno di note candite e caramellate. Un vino complesso, di buona armonia ed equilibrio gustolfattivo, perfetto da abbinare a formaggi non stagionati a pasta molle o semidura o a dessert di pasta frolla e confettura o marmellata.

Vesuvio di paccheri, 2007

5 dicembre 2009

Ingredienti per 8 porzioni

  • 500 gr di paccheri tradizionali napoletani
  • 500gr di ricotta vaccina
  • 500gr di carne macinata
  • 3 bottiglie da 0,70cl passato di pomodoro San Marzano
  • 200gr parmigiano reggiano
  • 1 cipolla bianca
  • pepe, sale, olio extravergine di oliva
  • basilico fresco

Importante: 8 stampini in alluminio, di forma tronco-conica, buoni anche i monouso, risulteranno  indispensabili per definire la forma del Vesuvio.

Preparazione: innanzitutto preparare la salsa di pomodoro San Marzano; in una pentola lasciate soffriggere in olio extravergine d’oliva la cipolla bianca finemente tagliata, aggiungere il passato di pomodoro, sale e basilico e lasciare cuocere per circa due ore a fiamma bassa.

A parte preparare il ripieno dei paccheri: in una padella scottare la carne macinata con pepe e sale, non utilizzare in questa fase olio o altri condimenti per preservare la compattezza della carne, a cottura ultimata, lasciare raffreddare. Successivamente unirvi la ricotta, il pepe ed il parmigiano reggiano grattuggiato, rimestando sino ad ottenere un composto abbastanza uniforme.

A questo punto in una pentola con abbondante acqua preventivamente salata, lessate i paccheri (preferibilmente utile scegliere un prodotto trafilato al bronzo) per circa dieci minuti (la pasta risulterà appena al dente), scolarli e lasciarli asciugare su di un panno di stoffa facendo attenzione a non sovrapporli.

Adesso si può procedere alla composizione di quello che sarà un piatto dal sicuro effetto sui vostri commensali. Disporre sul fondo di ogni stampino un cucchiaio di passato di pomodoro; cinque paccheri sono un numero sufficiente per una porzione. Procedere a questo punto con l’imbottitura della pasta, con un sac-a-poche sarà molto semplice e veloce ed i paccheri prenderanno automaticamente la forma dello stampino. Coprire ogni singolo stampino con un piccolo foglio di alluminio e metterlo in frigo per un paio d’ore, aiuterà a compattare la preparazione prima di procedere alla cottura definitiva. Infornare a 200° per circa 30 minuti.

Servizio: eliminare il foglio di alluminio e disporre gli stampini sottosopra al centro di un piatto piano bianco, svelare il vesuvio di paccheri facendo attenzione a che la pasta non risulti attaccata alle sue pareti (ci si può aiutare preventivamente con un coltello), coprirne la parte alta con un cucchiaio di passato di pomodoro e completare la preparazione con una lieve manciata di parmigiano reggiano ed una foglia fresca di basilico. Napoli vi ringrazia!

Noi? Solo dei buoni Amici di Bevute

5 dicembre 2009

Guardatela bene questa foto, ve la presento: c’è un ristoratore, un sommelier, una giornalista, un’enologo, cinque produttori di vino; c’è, ma non si vede, l’entusiasmo di esserci, di raccontare, di stare tra le gente. Non l’entusiasmo di ognuno di questi sorrisi, quello può apparire scontato, dovuto, essenziale, ma quello che si respirava nell’area, da vivere in prima persona, da cavalcare senza paura come si fa con un’onda e con la propria tavola da surf, quello che si costruisce con anni di storia, di mani sporche di terra e camicie e mani imbrattate di vino, polpastrelli consumati dalla ricerca della migliore materia prima e dal lavoro ai fornelli¤.

Nessun professore tra noi, nessun sermone, nessuna degustazione tecnica da sfoggiare, solo tanta ma tanta voglia di raccontare, di essere tra la gente con la gente, con i nostri avventori, giammai clienti, amici di bevute che hanno voglia di scoprire e capire il vino (ed il cibo) e le sue origini attraverso persone che il vino ed il cibo lo fanno, lo sanno fare e raccontare. Ecco perchè con Giulia¤ abbiamo pensato a questo evento, perchè Vincenzo Mercurio¤ dopo tanti anni di duro lavoro ed esperienza da vendere ha saputo raccogliere la sfida di scoprire e capire altre realtà, di sondare i tanti, diversi, complessi terreni sui quali si muove il vino in Campania, dal Cilento al Massico, dai Campi Flegrei al Taburno sino all’amata e profondamente conosciuta Irpinia.

Questo è stato Viaggio al centro dell’autoctono¤, come l’abbiamo pensato, questo è quello che vogliamo intraprendere per lasciare alle persone, liberamente ispirate da ciò che hanno nel piatto e nel bicchiere, seguite appassionatamente, di decidere qual’è il proprio vino, quali le emozioni ed il piacere più vicino alle proprie aspettative. La scuola, la didattica, l’insegnamento lo lasciamo volentieri agli altri, noi? Noi siamo più semplicemente Amici di Bevute!!

P.S.: un ringraziamento particolare, accorato, sincero a Rosanna Petrozziello e Giancarlo Favati, Maria Felicia Brini, Paolo Cotroneo, Tommaso Babbo e Cantina Barone e non ultimo Vincenzo Mercurio per averci dato la possibilità di creare questa bellissima serata qui nei Campi Flegrei, qui raccontata da Marina Alaimo sul sito dell’amico Luciano Pignataro.

 

Aeclanum, Quintodecimo parte II: la cantina

4 dicembre 2009

Il primo particolare della piccola e suggestiva cantina di Quintodecimo a Mirabella Eclano che mi è saltato subito agli occhi. I tini di acciaio dove avvengono le vinificazioni sono di dimensioni piccole, a sottolineare la maniacale ricerca del prof. Moio nelle vinificazioni attente e parcellizzate da vigna a vigna se non addirittura  di filare in filare…

La barriccaia è composta da soli legni nuovi francesi per i diversi cru di aglianico atti a divenire Taurasi, così nasce per esempio il Vigna Quintodecimo. E’ molto affascinante seguire il percorso lungo i corridoi che porteranno negli anni i vini ad affinare di sala in sala sino a raggiungere l’area di imbottigliamento e confezionamento. 

Questa è una novità assoluta per me. Qui a Quintodecimo si eliminano dalla linea di imbottigliamento le “teste” e le “code” , sì proprio come si fa classicamente per i distillati di pregio. Vengono poi conservate privatamente dal prof. Moio come archivio storico.

Tutti i vini dell’azienda, la Falanghina Via del Campo, il Fiano di Avellino Extulet, il Greco di Tufo Giallo d’Arles, l’aglianico Terra d’Eclano ed il primo Taurasi commercializzato, il Riserva Vigna Quintodecimo prima di varcare la soglia della cantina vengono lasciati riposare in queste ampie casse di legno per smaltire lo stress da imbottigliamento.

Una cosa è certa, qui nulla è lasciato al caso…

Aeclanum, Quitodecimo parte I: la terra

3 dicembre 2009
 
Il bellissimo vigneto giardino dell’azienda Quitodecimo di Luigi Moio a Mirabella Eclano, qui inizia il viaggio di una giornata speciale a caccia di stelle, prima qui e poi a Nusco.
Esposizione nord, nord-ovest per il vigneto che discende dalla collinetta dove Luigi Moio ha deciso di realizzare il suo sogno di vigneron.I vigneti di Aglianico hanno circa 8 anni…
I protagonisti: a sinistra, l’argilla, compatta, caratteristica del vigneto Quintodecimo, a destra invece il terreno più sciolto, povero di scheletro, caratterizzante la vigna Cerzito, che diverrà in futuro il secondo cru di Taurasi dell’azienda. Il vigneto è esposto a sud…
Certi colori non si dimenticano mai, e mai si smettono di inseguire, tutto nasce qui, in vigna: La scoperta più grande sta nel ricercare e ritrovare nei bicchieri ciò che avviene perennemente qui, e a breve il report delle eccezionali bevute di questa mattinata…

Nusco, bed&breakfast Vittoria

3 dicembre 2009

Il B&B Vittoria è situato nel centro storico di Nusco, uno dei borghi irpini più belli e suggestivi, da qui, a oltre 990 metri sul livello del mare si ha una vista panoramica su tutta la valle del Calore sino ai Monti Picentini, un colpo d’occhio entusiasmante con il quale giocare a riconoscere le vigne di Montemarano piuttosto che quelle di Taurasi o della vicina Ariano Irpino.

La struttura è molto confortevole, colori caldi in una casa completamente tirata a nuovo, alcuni particolari possono risultare per i più un po kitsch, come per esempio certe cesellature in gesso al soffitto, ma chi viene da queste parti ed è alla ricerca di un caldo ritrovo questo b&b è il luogo ideale. Due soli appartamenti, con ingresso, cucina (una, deliziosa a legna ed anche una a gas) e frigo, una camera da letto confortevolissima, tv, riscaldamento autonomo e centralizzato, un ampio bagno e non ultima una tranquillità assoluta. Ci sono tutte le comodità per trascorrere un week-end in alta irpinia in assoluta auotonomia, c’è utensileria per la cucina fin nel minimo particolare ed una scorta infinita di dolcinerie ed attenzioni per la prima colazione, davvero curata.

Nelle foto l’ingresso in via Portamolino, dove è anche possibile parcheggiare l’auto, proprio alle spalle della piazzetta di Nusco e la cucina, calda, accogliente, confortevole con tutto ciò di cui si ha bisogno per un soggiorno in piena autonomia. Sui 50 euro.

VITTORIA B&B

Via Portamolino, 2
83051 Nusco (AV)
Tel.: 0827 604120
Cell.: 320 8879660
vittorianusco@libero.it

Torchiara, Cupersito 2008 Casebianche

1 dicembre 2009

Chi non ama il Cilento? Sfido chiunque ad alzare la mano. Era l’estate del 2006, una vacanza memorabile, spesa tra il mare splendente di Acciaroli e le sagre straordinarie di Montecorice, la frescura di Torchiara ed il mare calmo e salatissimo della spiaggia di Ficocelle a Palinuro.

La bellissima Torre di Velia, nell’omonimo parco archeologico cilentano

E tra una scarpinata nelle rovine del bellissimo parco archeologico di Velia e un’abbuffata mattutina di fresco yogurt da Vannulo, ogni tanto ci scappava pure la bevuta, indigena per così dire, di bottiglie già conosciute ed etichette praticamente “anonime”; iniziava proprio in quell’epoca, in Cilento, il fermento di tanti piccoli agricoltori/conferitori in procinto di diventare anch’essi produttori: la nomenclatura in voga era ancora ferma ai nomi storici di Maffini, De Conciliis e Alfonso Rotolo, ma di lì a poco avremmo aggiunto al taccuino, tra gli altri, nomi nuovi, qualcuno pure suggestivo, come Botti, I Vini del Cavaliere, Luna Rossa e, per l’appunto, Casebianche¤ di Torchiara. Un piacere del momento, alle primissime vendemmie, magari un arrivederci poi a domani.

Oggi è già domani, l’abbiamo imparato da sempre e Dustin Hoffman nel 2008 ci ha fatto pure un bel film, e a Battipaglia lo scorso 12 novembre ad Aglianico&Aglianico sembrava proprio di essere dentro un film, sino ad allora mai visto prima in Campania: oltre 70 produttori di aglianico e tanti altri numeri da sballo per gli appassionati di statistica e per i coglioni burocrati nemici del vino.

Casebianche di numeri, sulla carta, ne ha davvero pochi, talento nelle bottiglie, tanto: sono appena 9000 ma di estrema godibilità, un bianco davvero molto interessante, il Cumalè ed un’altro giusto per non restare fermi al palo col solo fiano, l’Iscadoro con il quale si gioca in vigna e soprattutto in cantina con le vecchie vigne di malvasia e trebbiano e maturazioni sur lies ed affinamento in legni di castagno; poi due rossi, il complesso (quantomeno nello blend) Dellemore, di cui scriverò in seguito, e il Cupersito, il rosso che mi ha immediatamente sorpreso e piacevolmente conquistato, bevuto in anteprima (quasi) assoluta nell’annata 2008 ancora in affinamento nelle botti. Da uve aglianico al 100%, è ricco, concentrato, succoso e pregnante come tante valide interpretazioni di questo vitigno che Fortunato Sebastiano¤ sta egregiamente orchestrando degli ultimi anni.

Il vino nasce da un’attenta cernita dei migliori grappoli e da vigne allevate con agricoltura biologica; una resa in uva bassissima ed una accurata pratica di cantina che prevede tra l’altro fermentazioni spontanee su lieviti endogeni e travasi solo manuali, nonché un bassissimo utilizzo di solforosa. Ne viene fuori un vino dal colore rubino gioviale, violaceo, impenetrabile (quasi inchiostro), consistente. Il timbro olfattivo è ficcante, naso pulito e complesso su note di frutta polposa e croccante: marasca, lampone e mora. Ha bisogno di ossigeno, lavorare col bicchiere, di sfuggire alla carica glicerica che ne rincorre la freschezza, accesa ed importante, che rende morbidezza ad un tannino di nerbo ma non invadente, che in bocca mostra le spalle, il carattere che ne forgia l’imprinting; davvero un gran vino, importante.

L’origine mi sorprende: un vino così materico, in Cilento lo facevo appannaggio solo del Naima di Bruno De Conciliis; la mano dell’enologo però no, quella ho imparato a riconoscerla nel Grifo di Rocca di Mustilli piuttosto che nel Rasott di Boccella¤ e non mi mordo la lingua nell’intravedere nella trama fitta di questo Cupersito il compagno di banco del Falerno Rampaniuci di Migliozzi¤; come dire “qual valore e merito” al provetto Sebastiano. L’ho bevuto con tanto piacere su di un Hamburger di marchigiana con provola e friarielli, e non esito a dire di aver peccato lungamente, fregandomi ampiamente dell’abbinamento; avevo solo voglia di bere un gran bel vino!

Altro che bollicine, Giulio Ferrari e basta!

1 dicembre 2009

L’Italia delle bollicine ha il suo manifesto, è il Giulio Ferrari della più nota azienda spumantistica italiana nel mondo assieme forse solo alla Guido Berlucchi di Borgonato.

Il suo vero nome è Trento Riserva del Fondatore Giulio Ferrari ma negli anni, come per l’amico più ambito e stimato, è divenuto più semplicemente “il Giulio”.  Un breve escursus storico è utile per capire dove e come nasce il mito, fortemente voluto da un uomo, Giulio Ferrari per l’appunto e dal suo sogno di creare in Italia un vino ispirato al migliore Champagne di Francia. Enologo capace e rigoroso, già allievo della prestigiosa Scuola di Viticoltura di Montpellier, nel 1902 Giulio diede il là all’opera Ferrari che lo porta sin da subito a concentrare la sua attenzione su poche, selezionatissime bottiglie e dal costo anche impegnativo. Nel 1952 Bruno Lunelli, titolare della mescita di vini più conosciuta di Trento, rilevò la Ferrari da Giulio, che continuò a lavorare in cantina fino alla sua morte. Nei decenni a seguire i figli di Bruno Lunelli Gino, Franco e Mauro, condurranno l’azienda Ferrari sino ai giorni d’oggi, sinonimo di soli Spumanti Metodo Classico con il lustro come detto di essere tra i marchi storici italiani più riconosciuti nel mondo ed in materia di bollicine il più famoso ed apprezzato assieme a pochissimi altri.

Il Giulio è prodotto da sole uve chardonnay allocate perlopiù nell’areale di Maso Pianizza dove si è deciso verso fine anni sessanta di avviare questo grande lavoro di valorizzazione territoriale con l’uscita della Riserva del Fondatore che vedrà la luce qualche anno più tardi con il millesimo 1972. Nasce così uno dei pochi vini spumanti italiani concretamente capace di resistere al carattere, spesso longevo e soprendente, dei migliori e prestigiosi Champagne. Almeno dieci anni il periodo di maturazione sui lieviti in bottiglia, un carattere distintivo comune a nessuna altra bollicina italiana, e già questo la dice lunga sulla qualità del terorir e della materia prima che arriva dalle vigne in cantina. Ma veniamo al vino, anzi ai vini, poichè è questa l’occasione per appuntare anche alcune impressionanti bevute che mi ha regalato questo meraviglioso vino durante tutto il 2009.

Giulio Ferrari 2000. Bellissimo il colore oro brillante, di buona consistenza e con un perlage finissimo ed intenso come la spuma davvero invitante. Le bollicine che si sprigionano dal fondo del calice sembrano sartoriali e diligenti, senza sbavatura alcuna, persistenti. Il primo naso è fragrante, delizioso, burroso, note di vaniglia e di cioccolato bianco su tutto, poi sentori fruttati dolci, marmellata di albicocca, miele di acacia. In bocca è secco, di buona struttura, acidità sorprendente ma per niente invadente, equilibrata da una materia eccelsa che profonde bevibilità e carattere sino all’ultimo sorso. Una compensazione gustolfattiva senza sbavature, naso invitante, palato armonico ed equilibrato, compagno di viaggio di abbinamenti eccelsi e piatti d’autore, penso alla Trippa di Baccalà di Oliver Glowig ma anche ad elementi più semplici ma di carattere come può essere un parmigiano reggiano stravecchio o un succulento Speck dell’Alto Adige.

Giulio Ferrari 1997. Grande millesimo, grande Giulio! Il colore è solo un po’ più pronunciato, il giallo oro tende lievemente all’antico ma la brillantezza è comunque eccellente, le bollicine sono estremamente fini seppur meno numerose e persistenti rispetto al 2000. Il primo naso anch’esso esprime subito note terziarie, il gioco olfattivo qui va dapprima su spezie orientali, ginger innanzitutto, poi di nuovo sentori vegetali e floreali disidratati, poi di nuovo vanigliati. In bocca è secco, abbastanza caldo, l’acidità presente è poco meno incisiva rispetto alla bevuta precedente, è equilibrato e nel complesso armonico in piena forma e godibilità. Va verso l’adolescenza con una maturità accentuata e perspicace. Appena una spanna sotto il 2000.

Giulio Ferrari 1994. Un’altro millesimo eccellente per tirare fuori la Riserva del Fondatore; il colore è giallo oro con nitidi riflessi oro antico, ciò che salta subito agli occhi è una minore espressività della trama delle bollicine pur fini e presenti, ma poco intense e persistenti, come la spuma. Il primo naso è evoluto, subito dolce, quasi tostato. Il ventaglio olfattivo non è ampissimo, rimane di qualità ma abbastanza risoluto su di una trama delicata, comunque apprezzabile. In bocca è secco, caldo, possiede una carica acida abbastanza contenuta ma che non manca di donare ancora carattere e verve gustativa. Il vino avvinghia il palato con una costante piacevolezza, una profonda mineralità concede una beva scorrevole, ancora a tratti impulsiva, lunga ed equilibrata. Finale quasi masticabile, scioglievolezza di burro di cacao, sensazione nitida di mandorla tostata. Viaggia verso la maggiore età con la consapevolezza di aver fatto già molta strada, nutre certamente poche ambizioni ma sa di essere un talento puro!

Qui¤ la recensione del Giulio Ferrari 2001.

Difficile, come detto, pensare alle bollicine italiane senza tirare in ballo Ferrari ed in particolare il suo Giulio, ma negli ultimi anni la crescita qualitativa degli spumanti italiani, penso in primis alla Franciacorta, nell’Oltrepò Pavese piuttosto che nella mia Campania, nella stessa denominazione Trento d.o.c. non può essere lasciata passare inosservata o banalizzata. Si sono fatti grandi passi in avanti che non si possono negare, profondere attenzione e rispetto verso aziende che in giro per l’Italia hanno investito seriamente nella ricerca e nello sviluppo di una possibile e migliore identità spumantistica non può essere negato, soprattutto, quando come molto spesso accade, si vanno a valorizzare espressione originali di un vitigno, di un territorio che non possono mancare nella cultura di ogni buona storia enologica.

L’annata 2000 di questo vino è il nostro vino spumante dell’anno.