Archive for ottobre 2010

Etica ed estetica al tempo di fine stagione…

27 ottobre 2010

In principio fu leggere, poi studiare, lavorare; Fermarsi, quindi capire. Avere poi l’opportunità di maturare, grazie al proprio lavoro, esperienze umane e professionali atte a favorire una crescita è fortuna per pochi, e per ognuno di questi, un patrimonio personale da conservare gelosamente.

Sono questi giorni di improvvisa frescura, imperversano vento gelido e scrosci di fredda pioggia, le stanze rimbombano dell’assenza di vita, gli spazi si allargano, si allungano, i corridoi appaiono interminabili, il silenzio, rotto solo dalle grasse risate strappate da una battuta insolente, quasi fastidioso. Così volge al termine questa mia seconda stagione al ristorante L’Olivo del Capri Palace e tra qualche giorno, quando, con giusto distacco fisico e relax mentale potrò farlo, non mancherà un pensiero di fondo, a memoria di una delle più belle stagioni lavorative di sempre: grazie mille Oliver!

A caldo, mi sovviene di lasciare volentieri traccia di una breve, personale, osservazione su ciò che per molti è un dogma, per qualcuno un mero esercizio di stile, per altri più semplicemente la solita fuffa da salotto buono: l’etica e l’estetica in un albergo di lusso e/o ristorante gourmet.

L’architettura, le forme, possono suscitare un eccesso di aspettative, l’arte della raffigurazione della materia è palesemente di altissimo profilo, ed esprimere con essa la sostanza che ci si aspetta, attraverso linee esuberanti, lussuose, non è per tutti: il lavoro è tanto, l’impegno incalcolabile, il risultato già da qualche anno sotto gli occhi di tutti. Un luogo a dimensione umana, ideale per crescere e maturare.

Il dono artistico e la bontà sono due cose distinte? Chissà. Ad un ottimo pittore si possono commisionare tante opere, ma questi, se in gamba, dipingerà solo ciò che rappresenta la sua folgorazione. Alla stessa maniera costruire piatti per colpire l’immaginario può insinuare la mente del palato più fine, non le sue papille gustative. La rappresentazione delle proprie idee, della propria terra non può piegarsi alla sola esibizione estetica, gli ingredienti sono tutto, i colori, i profumi ed i sapori prima  di tutto: un falso – seppur d’autore – non ha implicazioni di valore morale da salvaguardare, uno chef si: in bocca al lupo ad Andrea Migliaccio, il nuovo* manico ai nostri fornelli!

“Se non c’è talento, non c’è arte, e se non c’è anima retta, l’arte è inferiore, per quanto abile”. (John Ruskin, 1819-1900). Con queste poche parole, apparirà banale, autoreferenziale, va raccontato uno spaccato di gioventù motivatissima che insegue il sogno di essere invece che apparire; Giovani senza confini, partiti a 15 o 16 anni per scappare da realtà poco attente alle loro esigenze per conoscere il mondo, con la curiosità di chi guarda al futuro ed ambisce ad essere, imparare, crescere. Arrivano da ogni dove, partono per ogni dove, poi ritornano. Fermarsi sarebbe come delegare ad un ammortizzatore dell’originalità il proprio valore, il maggiore distruttore del proprio talento. Più forte ragazzi, liberi di sognare il proprio futuro, costruito pezzo per pezzo con il gran lavoro!

*già delfino di Oliver Glowig da oltre un lustro.

Castello di Buronzo, alla scoperta di Terre di Vite

24 ottobre 2010

Riceviamo e volentieri pubblichiamo l’invito alla prossima manifestazione Terre di Vite organizzata da Barbara Brandoli Elena Conti che si terrà al Castello di Buronzo – Vercelli il prossimo 13 e 14 novembre. Un modo interessante per vivere un territorio particolarmente suggestivo, assaggiando un pezzo del mondo del vino fuori dai tradizionali percorsi enoici.

sabato 13 e domenica 14 Novembre 2010

Castello di BuronzoVercelli

Vino, arte e multicultura. Degustazioni di vini di alcuni tra i migliori produttori italiani, due lezioni sull’imprevedibilità del vino e sulla sua comprensione – sensazioni, parole e suoni a cura di Sandro Sangiorgi di Porthos – una mostra sulla vita di Mario Soldati, un’emozionante installazione multimediale visivo – sonora denominata “Calici d’arte”. Sono questi gli ingredienti della terza edizione di Terre di vite.

Il filo conduttore di questa manifestazione enologico-culturale itinerante è la multicultura intesa come modello di vita, di espressione e condivisione tra persone e culture di territori differenti. Un’occasione per conoscere realtà produttive d’eccellenza che hanno scelto un approccio di natura etica con il vino, privilegiando la naturalità e il rispetto di ambiente e territorio. Così, nei suggestivi saloni del Castello di Buronzo, restituiti all’antico splendore da un recente restauro, si potranno degustare tra gli altri vini come Barolo, Gattinara, Ghemme, Boca e Dolcetto di Dogliani (Piemonte), Brunello di Montalcino, Nobile di Montepulciano e Chianti (Toscana), Valtellina Superiore (Lombardia), Lambrusco e Pignoletto (Emilia Romagna), Sciacchetrà (Liguria) Verdicchio dei Castelli di Jesi (Marche), Aglianico del Vulture (Basilicata), Cirò (Calabria).

Il pubblico avrà inoltre la possibilità di approfondire la conoscenza dei gioielli enologici di regioni come Campania e Sicilia e dei vitigni autoctoni di Valle d’Aosta e Friuli Venezia Giulia. Saranno presenti 24 aziende produttrici con 70 vini in degustazione. Non mancheranno, naturalmente, le chicche enogastronomiche del Piemonte, dal tipico Riso di Baraggia Dop fino ai formaggi e ai salumi di piccoli produttori provenienti dal vercellese e da altre zone d’Italia. Fra le cantine presenti molti nomi di prestigio ma anche alcuni giovani emergenti che si stanno distinguendo per talento e passione.

Terre di Vite è anche l’occasione per prenotare un week-end a due passi dal Lago D’Orta e dal Lago Maggiore, dalle montagne della Valsesia e a poca distanza da Torino e Milano.

Riferimenti:
Castello di Buronzo
Via Castello 13040 Buronzo (VC)
Sabato 13 Novembre dalle 11 alle 20.
Domenica 14 Novembre dalle 11.00 alle 18.00
Contributo di ingresso: 15 euro + 5 euro cauzione calice
Maggiori info:
www.terredivite.it
info@divinoscrivere.it

Giugliano in Campania, si ritorna a Parlare di Vino

20 ottobre 2010

Con l’arrivo dell’autunno mettiamo subito in campo tutte le vecchie buone intenzioni per continuare a tessere quel filo diretto con la terra, i luoghi, le persone, che ci consentono, quotidianamente, di comunicare il vino con tutto l’amore possibile! Molte le iniziative in pentola, con Amici di Bevute riprenderemo presto a camminare le vigne e mettere su incontri conviviali da non perdere, da raccontare e ripetere all’infinito. Giovedì 11 novembre invece parte un nuovo progetto, itinerante, si chiama “Parlare di Vino”, ci porterà in giro a raccontare i grandi vini con parole semplici, perchè in un momento in cui si sente come non mai, nel mondo del vino in particolare, la necessità di scoprire, conoscere, capire pensiamo che tra i tanti un modo utile per farlo al meglio sia proprio quello di aprire – a tutti – quello scrigno meraviglioso che custodisce i grandi vini!

Questo il primo appuntamento in programma

Napoli, il 31 ottobre va in scena il Galà del vino

19 ottobre 2010

Galà del vino campano

Seminari tematici sulle cinque province 

Grande banco di assaggio con 43 etichette e 34 produttori campani

Domenica 31 ottobre alle ore 16 incontro-presentazione dell’evento, poi l’apertura del grande banco d’assaggio con 43 etichette in degustazione per 34 aziende. Dalle ore 18.30 ogni ora un salotto tecnico con brevi seminari tematici per fare il punto sulle cinque province campane.

Un filo rosso di qualità che ha pochi eguali in altre zone d’Italia, come sottolinea Eleonora Guerini, curatrice della Guida insieme a Marco Sabellico e a Gianni Fabrizio: Per quanto sia innegabile che in tutto il sud, da diversi anni, sia in atto nel mondo del vino una vera e propria rivoluzione culturale, e di conseguenza qualitativa, è da sottolineare come la Campania svetti per la capacità di raggiungere livelli di eccellenza assoluta. Questo credo dipenda fortemente dalla presenza di terroir di valore, che solo una mentalità legata alla quantità aveva tenuto sopiti. Ora, grazie anche a produttori seri, capaci e appassionati, le potenzialità iniziano a esprimersi compiutamente e danno voce a caratteri decisi e inimitabili, forti di vitigni, che da sempre albergano in regione, unici e di grande fascino. Il Fiano diventa sempre più appuntito, il Greco ha virilità più snella, gli Aglianico non guardano più all’eccesso come a un fine da perseguire. C’è ancora molta strada da fare ma le possibilità sono evidenti, come dimostrano alcuni fari enologici, esempi perfetti cui far riferimento.

Parallelamente al banco d’assaggio verrà predisposto un salotto tecnico che ospiterà ogni ora brevi seminari tematici, con il coinvolgimento dei produttori.  Sono programmati quattro incontri, uno ogni ora dalle 18:30 alle 21:30, e in ciascun appuntamento i principali collaboratori di Gambero Rosso faranno il punto della situazione su quanto emerso, fra punti di forza e di debolezza, nelle cinque province campane. In ogni incontro, inoltre, saranno proposti in degustazione guidata tutti i due bicchieri colorati di Vini d’Italia 2011, raggruppati secondo i seguenti spunti:

Ore 18:30

  • Il punto della situazione in provincia di Caserta
  • In degustazione
  • “Gli esordienti: le etichette per la prima volta in finale Gambero Rosso”

Ore 19:30

  • Il punto della situazione in provincia di Napoli e Salerno
  • In degustazione
  • “Gli under 15: i due bicchieri colorati sotto i 15 euro in enoteca”

Ore 20:30

  • Il punto della situazione in provincia di Benevento
  • In degustazione
  • “Peccati di gioventù: i finalisti con prospettive di felice evoluzione nel tempo”

Ore 21:30

  • Il punto della situazione in provincia di Avellino
  • In degustazione
  • “I veterani, classici dell’eccellenza campana”

La partecipazione ai seminari tematici è libera  e gratuita, previa prenotazione, fino ad esaurimento posti. Per le prenotazioni rivolgersi alla Segreteria Organizzativa di Miriade & Partners (Tel. 392/9866587 – email: info@galavinocampano.it)

Ecco i 43 vini in rappresentanza di 34 aziende in degustazione presso il grande banco d’assaggio aperto al pubblico di appassionati, giornalisti ed operatori, predisposto a partire dai vini valutati con due bicchieri colorati e Tre Bicchieri sulla guida Vini d’Italia 2011 di Gambero Rosso.

Amarano di Montemarano (Avellino) con il Taurasi Principe Lagonessa ’06, Boccella di Castelfranci (Avellino) con il Taurasi Sant’Eustachio ’06, Cantina dei Monaci di Santa Paolina (Avellino) con il Greco di Tufo ’09, Cantine dell’Angelo di Tufo (Avellino) con il Greco di Tufo ’09, Colli di Lapio di Lapio (Avellino) con il Fiano di Avellino ’09, Contrade di Taurasi di Taurasi (Avellino) con il Taurasi Riserva ’05, Di Prisco di Fontanarosa (Avellino) con il Greco di Tufo ’09 e il Taurasi ’06, Ferrara Benito di Tufo (Avellino) con il Greco di Tufo ’09 e il Greco di Tufo Vigna Cicogna ’09, Feudi di San Gregorio di Sorbo Serpico (Avellino) con il Fiano di Avellino Pietracalda ’09, il Greco di Tufo Cutizzi ’09 e l’Aglianico del Vulture ’07, Galardi di Sessa Aurunca (Caserta) con il Terra di Lavoro ’08, Grotta del Sole di Quarto (Napoli) con il Campi Flegrei Piedirosso Montegauro Riserva ’07, Guastaferro di Taurasi (Avellino) con il Taurasi Primum Riserva ’06, I Favati di Cesinali (Avellino) con il Greco di Tufo Terrantica Etichetta Bianca ’09, Il Cancelliere di Montemarano (Avellino) con il Taurasi Nero Né Riserva ’05, La Rivolta di Torrecuso (Benevento) con l’Aglianico del Taburno Terra di Rivolta Riserva ’07, Marisa Cuomo di Ravello (Salerno) con il Costa d’Amalfi Ravello Bianco ’09 e il Costa d’Amalfi Furore Bianco Fiorduva ’09, Masseria Felicia di Sessa Aurunca (Caserta) con il Falerno del Massico Rosso Etichetta Bronzo ’07, Mastroberardino di Atripalda (Avellino) con il Taurasi Radici ’06 e il Taurasi Radici Riserva ’04, Molettieri Salvatore di Montemarano (Avellino) con il Taurasi Vigna Cinque Querce Riserva ’05, Montevetrano di San Cipriano Picentino (Salerno) con il Montevetrano ’08, Nanni Copè di Vitulazio (Caserta) con il Sabbie di Sopra il Bosco ’08, Perillo di Castelfranci (Avellino) con il Taurasi ’05, Picariello Ciro di Summonte (Avellino) con il Fiano di Avellino ’08, Pietracupa di Montefredane (Avellino) con il Fiano di Avellino ’09, il Greco di Tufo ’09 e il Cupo ’08, Rocca del Principe di Lapio (Avellino) con il Fiano di Avellino ’09, San Francesco di Tramonti (Salerno) con il Costa d’Amalfi Bianco Pereva ’09, Sanpaolo di Torrioni (Avellino) con il Fiano di Avellino Montefredane ’09, Terre del Principe di Castel Campagnano (Caserta) con il Casavecchia Centomoggia ’08, Urciuolo di Forino (Avellino) con il Taurasi ’06, Vadiaperti di Montefredane (Avellino) con il Fiano di Avellino Aipierti ’08 e il Greco di Tufo Tornante ’09, Villa Diamante di Montefredane (Avellino) con il Fiano di Avellino Vigna della Congregazione ’08, Villa Matilde di Cellole (Caserta) con il Falerno del Massico Bianco Caracci ’08, Villa Raiano di San Michele di Serino (Avellino) con il Fiano di Avellino Ventidue ’09 e Volpara di Sessa Aurunca (Caserta) con il Falerno del Massico Rosso Ri Sassi ’07.

Appuntamento quindi, a tutti gli amici del Diario Enogastronomico di un Sommelier, domenica 31 ottobre alla Città del gusto di Napoli, Via Coroglio 104/57. Noi ci saremo!

Maggiorni info
Ufficio Stampa: 320/4332561
stampa@galavinocampano.it
www.galavinocampano.it

 

Città del gusto Napoli
Via Coroglio 104/57 – Napoli (Zona Bagnoli)
Telefono: 081/198 08 900-902
Fax 081/ 198 08 911
Sito Internet: www.cittadelgusto.it
Email: napoli@cittadelgusto.it

Barbara, Passerina 2009 di Stefano Antonucci

17 ottobre 2010

Non ho grandi esperienze in merito, ma non credo che in giro ne esistano di così saporite…! Silenzio, poi…risata generale!

Inizia così – invero si sancisce – una piacevole bevuta tra amici-colleghi appena dopo il lavoro; La notte per chi fa il nostro mestiere ha sempre un sapore particolare, netto. Il tempo, contrariamente ai diuturni impegni, certe volte inverosimilmente frenetici,  sembra scivolare via molto più lentamente, in maniera quasi indolente.

Tra una chiacchiera e l’altra passano distrattamente sul tavolo birra ed analcolici vari, mentre, ancora intento a sfogliar la carta dei vini, mi accorgo tra una riga e l’altra, di qualche buona referenza inesplorata, quantomeno non di recente asaggio. “Ecco, la Passerina“. Passa uno sfottò, qualcuno si lancia in una battuta, così giusto per insaporire il tempo necessario a stappare questa benedetta bottiglia di Passerina 2009 di Stefano Antonucci.

Il vitigno ha una storia, come tanti autoctoni italiani, piuttosto controversa, sembra abbia attraversato parecchie crisi d’identità, spesso confuso o più semplicemente considerato tal quale un Bombino bianco o come un Trebbiano con il quale condivide parecchi fattori genetici; Nulla però di più sbagliato. La Passerina, il vitigno, ha una sua specifica identità, qua e là viene chiamata da sempre con nomi a dir poco folcloristici (cacciadebiti, cacchione, uva passera, uva d’oro, uva Fermana) e seppur non vanti nobili origini certe del suo nome, grazie alla sua abbondante produttività ha saputo garantirsi una certa riconoscenza che gli ha consentito di arrivare sino ai tempi moderni, dove, grazie all’impegno, soprattutto di produttori del frusinate e delle Marche, si sta proponendo come utile e fresca novità di mercato in quanto a vino di invidiabile leggerezza, bevibilità e quindi gradevolezza.

Da un punto di vista ampelografico, il vitigno si presenta con un grappolo piuttosto grande e di media compattezza, solo a volte provvisto di ali. L’acino è generalmente di medie dimensioni (nel caso specifico invece è di poco più piccolo) in piena maturazione esprime un colore teso al giallo oro con buccia spessa, consistente e soprattutto pruinosa; Il vino che ne viene fuori ha di solito un carattere piuttosto acido, anche per questo  lo si ritiene ottima base per vini spumanti. Come detto è ben predisposto ad una costante ed elevata produttività.

Il vino di Stefano Antonucci, indicato come un Marche igt, si proprone con un bel colore giallo paglierino con evidenti riflessi verdognoli, nel bicchiere pare quasi scappare via. Il primo naso è un po chiuso, chiede venia, ma si rifà appena subito dopo con una bella sprizzata erbacea, poi fruttata, ancora balsamica. Giocando con la temperatura si percepiscono, a vari strati, fresche note agrumate di cedro, mentina, poi si apre a piacevolissime nuances di susina e camomilla. Il naso, per capirci, è certamente più complesso, cioè variegato, che persistente, ma essenzialmente il bouquet risulta comunque molto avvincente. In bocca è secco, appena passato sulle papille lascia solo piacevoli sensazioni, i gradi alcolici sono appena 12, quindi per niente incisivi, la beva è fresca, lineare, corroborante, l’acidità trova una discreta trama di sapidità che gli rende un finale di ineguagliabile giustezza. In definitiva, un bell’esempio di easy to drink all’italiana da non farsi mancare al prossimo assaggio, da spendere come aperitivo o su piatti semplici, persino su di una magra insalata di lattuga e pomodorini condita con un filo d’olio extravergine. “…and you, do you like passerina?

Greco di Tufo Contrada Marotta 2009 Villa Raiano

16 ottobre 2010

Non c’è che dire, il territorio irpino continua ad essere, meritatamente, l’epicentro indiscusso della vivace nouvelle vague della vitienologia campana; Invero, in regione si assiste già da tempo – almeno da che me ne ricordi io – ad uno slancio notevole della viticultura di qualità, che di fatto ne fa una delle regioni italiane la cui crescita propositiva viene maggiormente apprezzata dalla critica tutta; La costante maturità, in termini di qualità oggettiva dei vini ed espressione territoriale, di denominazioni come Fiano di Avellino, Greco di Tufo e Taurasi pare faccia da traino ad aree certamente meno conosciute ma non di meno vocate: il Cilento per esempio continua a far registrare ottimi passi in avanti, indirizzati soprattutto ad una marcata specializzazione che va consegnando al fiano il testimone per i bianchi e all’aglianico, con vini sempre più integri e longevi, lo scettro per i rossi; Al di là di conferme, performance sempre più convincenti in quel delle Terre del Volturno e di Roccamonfina, uno spaccato di rilievo, particolarmente vivace, lo offre l’areale del Falerno: proprio qui non può passare inosservato  tutto il fermento in atto, con ottimi produttori, molti dei quali a dimensione artigianale ma soprattutto fedeli a modelli agricoli ampiamente condivisibili come la “lotta integrata”, che prevede cioè una drastica riduzione dell’uso di fitofarmaci in vigna; Piccole realtà che mettono a segno anno dopo anno ottimi millesimi, che li vedono indubbiamente impegnati a ritagliarsi un posto in primo piano di fianco alla storica coppia d’assi Villa Matilde-Moio.

Tra le maglie di queste terre, dall’Irpinia al Sannio, dal Cilento al casertano ha deciso di muoversi Fortunato Sebastiano, giovane enologo dal profilo basso e dalle brillanti prestazioni, che ha saputo raccogliere – e vincere! – sfide impegnative (leggi Mustilli) senza però trascurare le piccole intuizioni, vedi Calafè, oggi affidata nelle mani di Gennaro Reale piuttosto che Boccella ad Avellino o Viticoltori Migliozzi a Casale di Carinola: un fil rouge sembra caratterizzare ognuno dei vini di queste aziende, l’integrità del frutto, che attraversa un areale piuttosto che un altro della nostra regione con trame identitarie davvero suggestive e con una ricetta, mai fine a se stessa, scritta dalla vigna prima che dalla mano dell’enologo, che offre dei vini una chiave di lettura scorrevole e di una polposità a dir poco invidiabile.

Così nasce forse l’intuizione, in Villa Raiano, di portarlo a lavorare le vigne aziendali nella nuova e funzionale cantina di San Michele di Serino: “avevamo necessità, con questo progetto, soprattutto di una maggiore attenzione agronomica; Luigi Moio ha lasciato una traccia indelebile nella nostra pur giovane storia aziendale, a lui va il merito di aver saputo raccogliere le nostre idee, il nostro progetto-vino e renderli tecnicamente perfetti, era arrivato però il tempo di camminare una nuova strada”; così Paolo Sibillo suggella il passato e presenta il debutto dei due nuovi cru di Fiano di Avellino 2009 (Alimata e “22”) e questo interessante Greco di Tufo Contrada Marotta 2009.

Il vino nasce integralmente dalle uve allocate in Contrada Marotta, nel comune di Montefusco, ad una altitudine vicina ai 650 mt. Slm, il sesto d’impianto è di 2,20 metri x 1 metro con allevamento a guyot, la produzione annua per ettaro non supera i 60 quintali. La vendemmia 2009 è stata svolta nella prima decade di ottobre ma nulla vieta, vedi questa vendemmia 2010 di prolungare oltremodo la maturazione in pianta. Le uve, successivamente alla diraspapigiatura con pressatura soffice sono vinificate solo in acciaio e soggette ad una leggera macerazione pellicolare, poi lungamente affinate sulle fecce fini sino all’imbottigliamento che è avvenuto a circa sei mesi dalla vendemmia. Il colore offre una bella veste cromatica giallo paglierino abbastanza carica, il naso, come spesso accade per il Greco, non offre un ventaglio olfattivo particolarmente verticale, però è molto interessante notare come la pur sottile insistenza delle sensazioni floreali, erbacee e fruttate sia in continuo divenire con l’ossigenazione nel bicchiere. In bocca l’ingresso è bello ampio, il vino mostra subito una marcia in più, ammanta il palato, baldanzoso, scandisce sensazioni “acido-quasi-tanniche” davvero notevoli che ne fanno un bianco dalla beva particolarmente interessante, rinfrescante e piuttosto persistente. Il frutto è ineccepibile e con buona pace del tempo non è azzardato aspettarsi una promettente evoluzione in bottiglia. Un vino da bere adesso per averne coscienza, da riprovare di qui ad un anno per cercare conferme, da segnare in agenda e da tenere d’occhio per meglio apprezzare l’idea che Villa Raiano ha deciso di lanciare con questi crus, una sfida al territorio ed un invito al mercato: Il greco di Tufo, come il fiano di Avellino hanno nomi propri ed identità precise da valorizzare e quindi, saper cogliere. Buona secondo me, anche l’idea, su questi vini, di un ritorno alla più tradizionale bottiglia borgognona alta invece che della solita – inflazionata – tronco-conica e di etichette dal sapore antico che strizzano l’occhio ai cugini francesi!

La critica gastronomica oggi, Marco Bolasco (Slow Food Editore) ci racconta il suo punto di vista…

15 ottobre 2010

Ricordo come fosse ieri ognuno dei suoi “superpanini” firmati Gambero Rosso Channel, dell’omonimo editore, il racconto appassionato di tante birre, artigianali o meno, da ogni dove, sulla rivista più trendy degli anni novanta; Indimenticabili poi i suoi reportage delle passeggiate per i vicoli e le piazze d’Italia alla riscoperta della cucina di strada prima, del miglior caffè poi. Marco Bolasco ha saputo come pochi guadagnarsi spazio e dare l’esempio, ai giovani cronisti, di come il talento e la voglia di fare possano affermarsi nel variegato mondo della critica enogastronomica. Da poco più di anno, dopo i tanti trascorsi al Gambero, è approdato a Slow Food in qualità di direttore editoriale: appena uscita la guida ai vini Slow wine, si attende quella delle Osterie d’Italia. 

Chi è oggi il critico gastronomico? Una persona che ha vissuto esperienze importanti che l’hanno formato, uno che ha girato, scoperto, conosciuto, non per forza capito. Le conoscenze tecniche, l’arte di cucinare possono essere relative, non l’onestà con la quale lo si racconta.

Quali secondo te i principi da non mancare mai per operare al meglio nel settore? L’umiltà è il centro di tutto, senza umiltà chi scrive non ha ragioni da esprimere.

Quali sono i parametri fondamentali con i quali costruire una recensione gastronomica? Il rispetto per il lettore innanzitutto; Esistono tante qualità, tecniche, morali che fanno di una penna un mezzo di enorme efficacia, ma il tutto deve essere finalizzato al rispetto del lettore.

In questi giorni usciranno le nuove guide edite da Slow Food Editore, sarà vera rivoluzione? Su Osterie d’Italia c’era ben poco da fare, il format è ben consolidato, abbiamo però voluto integrarla con alcuni accorgimenti che la renderanno certamente più fruibile: la mappatura geografica per esempio e l’inserto dei 50 ristoranti “di territorio”. Sul vino, al di là delle incomprensioni legate soprattutto alla comunicazione – dove ognuno ha voluto leggere solo ciò che gli faceva comodo leggere – si può dire che abbiamo prodotto una guida sicuramente innovativa, incentrata, come non capitava da tempo, sulle aziende, il territorio che rappresentano più che sui singoli vini prodotti. 

Guide e Classifiche: Marchesi asserisce che ne farebbe davvero a meno, molti giovani invece sembrano lavorare duro per entrarvi al più presto. Chi ha ragione? Certamente il rispetto verso certi esponenti della nostra cucina imporrebbe maggiore attenzione nel giudicare alcune esperienze, ma chi fa ciritica gastronomica non può astenersi dal raccontare, ed ove previsto, esprimere un giudizio. In alcuni casi ci si potrebbe anche astenere dall’esprimere un giudizio, ma si tratterebbe di una cortesia, nulla di più.

E’ risaputo della tua profonda ammirazione per la Spagna e per Barcellona in particolare, come spiegheresti una tale rivincita di una cucina, quella spagnola, definita da sempre “minore” rispetto a quella francese e italiana? Non ho mai voluto imporre un modello piuttosto che un altro, era invece opportuno invitare a guardare con maggiore attenzione ad una realtà, quella spagnola, in forte ascesa; Il duopolio Italia-Francia, per quanto solido, ha mostrato tanti punti deboli e tutti a vantaggio della dinamicità del fenomeno Spagna. Se un tempo poteva ritenersi una tendenza, oggi è una realtà incontrovertibile. 

Una domanda che forse senti girare spesso visto che oggi anche tu curi un blog-diario: si dice che sia “guerra” aperta tra il cartaceo ed il web, chi vincerà? Il mezzo ha una importanza relativa, i contenuti invece sono fondamentali. Nell’uno e nell’altro caso esistono riferimenti utili e validi.

Qual è l’ingrediente che non dovrebbe mai mancare in un piatto, e quello invece di cui si potrebbe fare volentieri a meno? La pulizia, la capacità di lasciarne apprezzare l’integrità. Non amo invece le salse.

Se c’è, qual è il piatto che più ti ha entusiasmato sino ad oggi? Beh, la Ribollita della mia vicina di casa, insuperabile!

Il pranzo (o la cena) indimenticabile? Alla Certosa di Maggiano, indimenticabile!

Già da tempo anche i grandi ristoranti ”gourmet” offrono menu in versione “light” da un punto di vista economico, ha senso o è solo una trovata pubblicitaria? Il fatto stesso di essere proposti è un buona trovata pubblicitaria. L’importante è che siano in tutto e per tutto espressione della propria cucina: proporre un menu con uno o due piatti di alta gastronomia a prezzi contenuti può solo giovare a chi si avvicina a certe realtà per la prima volta. Altrimenti, sarebbe decisamente inspiegabile.

La cucina di strada, ingredienti poveri, di cui spesso ti sei occupato in passato: è possibile replicarli efficacemente nei ristoranti cosiddetti gourmet? Non credo o almeno non in quei luoghi che non ne hanno piena percezione della tradizione storica. 

C’è un ristorante che secondo te vale la pena visitare almeno una volta nella vita? La Certosa di Maggiano, da Paolo Lopriore.

Se c’è invece, mi dai il nome di uno chef (se possibile italiano) che consiglieresti vivamente ai giovani di guardare con maggiore riferimento? Nessun dubbio, Gennaro Esposito!

 

Qui le interessanti risposte di Clara Barra, curatrice con Giancarlo Perrotta della guida ai ristoranti d’Italia del Gambero Rosso.

Qui invece la bella intervista rilasciataci da Francesco Aiello.

Qui l’intervento di Luciano Pignataro, winewriter della prima ora e da oltre dieci anni collaboratore della guida ai ristoranti d’Italia de L’Espresso.

Pomerol, Chateau La Conseillante 2005

14 ottobre 2010

Un vino incomprensibile! Con un evidente difetto enologico! Davvero strano, si avvia ad una evoluzione inaspettata. Cavolo! Un vino davvero incredibile, eccezionale!

Vi siete mai chiesti perchè Bordeaux è, nell’immaginario collettivo, un luogo culto per il vino nel mondo? La risposta è banalmente semplice, ma purtroppo non così scontata come appare: qui si fanno grandi vini, ma soprattutto si costruiscono grandissime leggende. E’ vero, i francesi in questo ci sono andati a nozze alla grande, furbetti come sono hanno creato ad hoc storie e storielle varie mettendoci di mezzo ora la nobiltà dei terreni, la preziosità delle uve locali, poi la nobile arte dei vignerons, la maestria dei negotiants: insomma, dei gran commercianti!

Ma i vini? Ehmbè, non tutto quello che ci arriva da bordò è da prendere per oro colato, ma certi vini hanno la capacità di entrarti dentro alla grande, ficcarti bene in mente che 150 vendemmie hanno pur un significato superiore all’ultimo coglione arrivato, che una terra seppur sia baciata da Dio ha avuto la fortuna, sfacciata, di essere camminata e vissuta da uomini capaci di valorizzarla e non solo di depredarla, e soprattutto, che i vini qui partoriti sono figli di tutti non per la stupida idea venuta a qualcuno di cabernettizzare o merlottizzare le vigne di ogni dove ma più semplicemente perchè i cabernet ed i merlot che qui nascono hanno una identità precisa, un dna compiuto, un profilo unico ficcatogli nelle radici e poi nel vino dalla terra e non dall’uomo!

La Conseillante è a Pomerol, ed è a tutti gli effetti uno tra i più ambìti Chateau dell’appellation, le sue vigne ricadono proprio al confine tra quelle di St. Emilion e per l’appunto Pomerol, nelle vicinanze di Chateau Cheval Blanc e Petrus. Il vigneto è di circa 29 ettari, piantato a Merlot e Cabernet Franc su terreni composti perlopiù di argilla misto a ghiaia, con evidenti depositi di sabbie e ferro.

Il Pomerol 2005 è un vino incredibile, capace di allontanare, farti storcere il naso, poi di conquistarti sino a lasciarti sciogliere dall’invidia per non aver mai bevuto prima nessun merlottone così buono come questo!

Il colore è un colpo al cuore, nerastro con evidenti sfumature porpora, praticamente impenetrabile; del primo naso ne faresti a lungo a meno, tracce ematiche miste a ferro e funghi, un vino con un tale esordio olfattivo ha di solito i secondi più o meno contati prima di vedere le rotondità del mio lavandino, ma qualcosa mi tiene il naso attaccato al bicchiere, più me ne allontano per non lasciare assuefare le narici più ne rimango affascinato; c’è, dietro l’angolo, un vortice di sensazioni olfattive che di li a poco si manifesteranno in maniera a dir poco entusiasmante.

Così armato di santa pazienza, travaso il vino da un calice all’altro, e via così per almeno un quatro d’ora, adesso quello che per alcuni è un timbro identitario ma che per me era solo una mera sgradevole sensazione, ha lasciato il posto a note certamente più interesanti e intriganti: il frutto prima di tutto, fresco e polposo, lamponi neri e mirtillo su tutti, poi note floreali di violetta, sino a liquirizia e vaniglia, tutte note speziate fini ed eleganti, che rendono a questo vino una trama olfattiva molto suggestiva, che vira continuamente tra la frutta e l’etereo, tra la confettura e l’inchiostro. In bocca  poi è possente, l’ingresso è ricco, il frutto quasi masticabile, il palato viene preso d’assalto da un vino di nerbo e voluttuoso, non proprio seta pura ma certamente caratterizzato da tannini nobili e più che digeribili. Il tempo gli conferirà maggiore grazia, adesso esprime tutta la fierezza dell’uvaggio e della sua nobile terra di origine. Un gran bel vino!

Questo vino è il nostro vino straniero dell’anno.

Grands Echezeaux 2004 de La Romanée Conti

12 ottobre 2010

Ci sono occasioni da cogliere al volo, situazioni da non lasciarsi sfuggire, degustazioni da non perdere, di quelle che ne capitano davvero poche, soprattutto di questi tempi! Così scoprire che proprio dietro l’angolo danno una degustazione eccezionale di quattro fuoriclasse francesi, solletica – non poco – l’idea che dieci o quattordici ore di lavoro non fanno poi così tanta differenza quando di mezzo c’è la passione 🙂 !

Il Domaine de la Romanée Conti ha una storia tanto tribolata ed affascinate quanto preziosa e inarrivabile la grandezza dello scudo gentilizio di cui si fregia oggi: è icona fatto vino, un feticcio, di cui ogni buon appassionato sente, naturalmente, la necessità di nutrire, conservare gelosamente, raccontare con infinito trasporto. Camminare le vigne di Vosne Romanée poi è una esperienza indimenticabile, pestare ogni singolo decimetro quadrato di quella terra può assurgere, in alcuni casi, ad un primo passo sulla luna. Incredibile ma vero!

La storia comincia nel 1451 quando i monaci del convento di St. Vivant decidono di vendere alla famiglia Croonembourg la piccola vigna chiamata Cros de Clou, di appena 2 ettari. Mai avrebbero pensato di stare cedendo quella che poi sarebbe divenuta la vigna più ricercata, preziosa, costosa nel mondo! Nel 1760 compaiono sulla scena i Principi di Conti, che rilevano la proprietà e decidono che il nome del piccolo domaine passi da Cros del Clou a La Romanée; la storia più recente invece è costellata di innumerevoli fatti e vicende in chiaroscuro, di proprietà poco lungimiranti, di negotians poco avveduti e capitalisti stranieri che nel venire come nell’andarsene tanto ci hanno messo di loro quanto ben guadagnato: il marchio, quello de La Romanée Conti oggi gestito dai monsieurs Aubert de Villaine ed Henry Roche – comunque siano andati i fatti, rimane indiscutibilmente il più amato, ambito ed osannato nel mondo del vino.

Il nome Grands Echezeaux (nella mappa in alto è ben visibile proprio al confine con il Grand cru Vougeot) trae origine da “chezal” (chezeaux al plurale), termine che un tempo stava ad indicare un casale o un raggruppamento di alcune case. E’ nel 1855, quasi in contemporanea con la classificazione in atto nel bordolese, che l’autore  Jules Lavalle, sull’esperienza precedente di Denis Morelot, decise di identificare Les Grands Èchezeaux come tête de Cuvée, una distinzione che potremmo definire, in termini di qualità, ancora più restrittiva di quella del Grand cru attuale, di cui ha conservato nel tempo, pressochè immutata, anche la superficie. 

Il vino ha un bellissimo colore rubino scarico, la luce riflette armoniosamente tutte le sfumature ramate pennellate di prima mano dalla terra. Il primo naso è uno schiaffo minerale, in quel bicchiere, nelle due ore trascorse da bravo scolaretto dietro il mio banco, ci rimetterò il naso almeno un centinaio di volte; Invitante, verticale, complesso, note di frutta croccante, cipria nell’aria, polvere di argilla, un naso profondo, elegante, finissimo. In bocca è secco, austero, ma di una bevibilità assoluta, rivelata in maniera ineccepibile, tannini raffinati, di lineare aristocraticità, nessuna sbavatura alcuna, solo nel finale di bocca si piega ad una sterzata terragna, un ritorno quasi ferroso, certamente minerale. Probabilmente non sarà questo il vino di Romanée Conti da condividere nuovamente con i posteri di qui a 20 o 30 anni, pare troppa grazia già espressa, prontissimo da bere, a suo modo troppo sincero per vendersi tale promessa: però che bevuta, che esperienza, e pronto a rifarmi la bocca!

La degustazione – guidata dal Master of Fine Wine di Vinifera – Paolo Repetto, si è tenuta Lunedì 11 ottobre al Grand Hotel Quisisana in Capri, organizzata dall’ Enoteca Segreta della famiglia Pollio.

Chiacchiere distintive, la critica gastronomica con vista a sud: la parola a Luciano Pignataro

9 ottobre 2010

Luciano Pignataro, una bella laurea in Filosofia e giornalista professionista a  Il Mattino di Napoli dove da anni cura – tra le altre cose – una rubrica sul vino che ha fatto storia, sin dal 1994, sin dal grande rilancio della viticoltura campana e meridionale. E’ autore di numerose pubblicazioni di successo sul vino e sulla gastronomia tradizionale, con un occhio sempre rivolto soprattutto al Sud Italia; Il suo Wineblog è tra i più seguiti in Italia in materia, con numeri a dir poco impressionanti; Da oltre dieci anni collabora alla “guida ai ristoranti d’Italia de L’Espresso“. Per me, come per molti, Luciano ha, tra le tante, una grandissima qualità comune a pochi nel mondo della critica enogastronomica: quella di unire, saper mettere assieme, aggregare, alla costante ricerca di un confronto diretto, franco ma soprattutto leale. Non poteva mancare quindi un suo intervento in merito…

Chi è per Luciano Pignataro il critico gastronomico oggi? Il critico gastronomico è una persona molto difficile da formare perché serve tempo per affinare il palato, disponibilità per girare nei ristoranti, grande cultura umanistica generale, conoscenza dei prodotti e delle tecniche, capacità di usare la tecnologia web. Deve essere legato alle sue radici ma al tempo stesso non scadere nel campanilismo sterile, lavorare per il cliente e non per il ristoratore, avere rapporti cordiali e rispettare sempre chi lavora in questo settore. Credo che  in Italia ci siano pochissimi professionisti completi (Vizzari, Marchi, Fiammetta Fadda, Marco Bolasco, Cremona, Raspelli, Clara Barra, Bonilli, Davide Paolini, Carlo Cambi). Io stesso non mi sento e non sono un critico gastronomico perché mi mancano ancora i fondamentali all’estero e qualcuno al Nord, preferisco definirmi un giornalista specializzato di settore. Punto a diventare critico gastronomico puro, ma mi servono ancora una decina di anni di esperienza.

Quali sono i principi da non mancare mai, come operare al meglio? Il principi sono gli stessi dei degustatori di vino e, più in generale del giornalismo. Essere fedeli solo al proprio lettore e non tradire la fiducia dell’editore. Sul piano psicologico è buona regola non innamorarsi e non antipatizzare con nessuno, cercare di farsi capire quando si scrive e si parla e soprattutto, nel dare un punteggio, mai forzare in un senso o nell’altro, ma essere equilibrati. Se l’entusiasmo o la delusione staccano troppo dai giudizi di altri colleghi, chiedere ad altri di rifare il passaggio e fare la verifica. 

Una recensione, come nasce? Quali sono i paramentri fondamentali su cui si costruisce una sana critica gastronomica? Quando il critico fa una ispezione non deve mai annunciarsi in precedenza, deve pagare il conto e accettare al massimo un’attenzione non condizionante se riconosciuto. Evitare di giudicare lo stesso locale per due o tre edizioni consecutive, assolutamente non scrivere e premiare se ci sono rapporti che vanno al di là della semplice conoscenza. Questo vale anche per il vino. Intendo rapporti di parentela, di cumparaggio o anche semplicemente di amicizia intensa.

E’ capitato, non di rado, di sentire che alcuni critici gastronomici non sappiano nemmeno cucinare un uovo al tegamino: ecco, può essere questo deleterio ai fini di una critica affidabile? Saper cucinare aiuta sicuramente a capire meglio un piatto, come anche fare esperienza lavorativa dentro una cucina professionale, ma non è una conditio sine qua non per un critico. L’esperienza palatale è quella davvero decisiva. E’ personale e non si può ereditare.

Guide e Classifiche: Marchesi da tempo ne farebbe davvero a meno, molti dei giovani invece sembrano scalpitare non poco per entrarvi al più presto. Chi ha ragione? Le Guide servono ai ristoratori per farsi conoscere, ma la gestione del quotidiano in un ristorante non è risolta da un punteggio. Era vero ieri e lo sarà sempre di più: conta il lavoro e la professionalità. Per questo all’inizio bisogna sempre essere prudenti su una novità, bisogna aspettare almeno due o tre anni per vedere cosa succede prima di iniziare a consacrare una cucina. La polemica di Marchesi è solo un malinconico episodio crepuscolare di un grande. Purtroppo non l’unico.

Le Guide servono però soprattutto ai lettori che le comprano, non dimentichiamolo mai. Sono loro i veri giudici del nostro lavoro.

Una domanda che ti viene fatta sempre più spesso, e che ti vede protagonista in prima persona: la “guerra” tra il cartaceo ed il web, chi vincerà? Purtroppo ho una età che mi consente di dire di aver già partecipato al dibattito su chi vincerà tra tv e cartaceo. Ora c’è questa nuova competizione. Nessuno si pone il problema su chi vincerà tra web e tv! Sono mezzi espressivi diversi, ma si integrano alla perfezione se ben gestiti. Oggi il cartaceo conta ancora molto, resta la consacrazione, ma il web aiuta a monitare la realtà.

In ogni caso conta la qualità di chi scrive o parla, su questo non ci sono dubbi. Sono i contenuti che fanno la differenza.

Qual è l’elemento che non dovrebbe mai mancare in un piatto? L’acidità. E’ l’elemento che lo rende comprensibile anche fuori dal territorio di origine. Non a caso le cucine che opprimono l’acidità sono quelle dei fast food e degli autogrill. Un grande piatto senza acidità non può essere ricordato. La salivazione in bocca è la condizione per mangiare bene. Dall’antipasto al dolce.

Quello invece di cui si potrebbe fare volentieri a meno? Dipende dai periodi storici. Io sono oppresso in questi anni da ricotte e burrate mischiate con il pesce fresco: il piatto diventa sempre un troiaio insopportabile.

Qual è il piatto che più ti ha entusiasmato sino ad oggi? L’arancino di riso e verza, pomodori secchi e acciughe di Marianna Vitale. Da mangiare a carriola. Io che ho sempre detestato riso e verza :-).

Il pranzo (o la cena) indimenticabile? Nel  2010 quello al Mosaico da Nino Di Costanzo.

Già da tempo anche i grandi ristoranti ”gourmet” offrono menu in versione “light” da un punto di vista economico, ha senso o è solo una trovata pubblicitaria? E’ il futuro. L’idea di entrare in un posto e magiare solo due cose è ancora poco italiana, ma credo sia una delle poche abitudini sane che possiamo importare dagli anglosassoni. Io più di tre, quattro piatti non riesco a metabolizzare mentalmente. Un po come i vini: più di dieci/dodici diventano ingestibili per l’emozione.

C’è un ristorante che secondo te vale la pena visitare almeno una volta nella vita? Quello che ancora non si è visitato.

Se c’è invece, mi dai il nome di uno chef (se possibile italiano) che consiglieresti vivamente ai giovani di guardare con maggiore riferimento? Due: Massimo Bottura e Gennaro Esposito.

La cosa che mi piace di più di quello che sta venendo fuori da queste interviste è proprio la pluralità di vedute, in alcuni casi contrastante, espressa dai vari intervistati: quantomeno possiamo esser certi di una critica più che viva e protesa al futuro. Grazie mille! (A.D.)

Qui le interessanti risposte di Clara Barra, curatrice con Giancarlo Perrotta della guida ai ristoranti d’Italia del Gambero Rosso.

Qui invece la bella intervista rilasciataci da Francesco Aiello.

Qui l’intervento di Marco Bolasco, curatore delle guide Slow Food Editore.

Chiacchiere distintive, la critica gastronomica secondo chi la fa: la parola a Francesco Aiello

8 ottobre 2010

Francesco Aiello è un vero e proprio “globe trotter”, tra l’altro uno di quelli che rispecchiano appieno, mio modestissimo parere, la linea del basso profilo ed altissime prestazioni. Lo conosco più o meno da un decennio, la mia stima per lui, come il girovita (il mio), in questi anni non ha fatto altro che lievitare; Quasi quarant’anni, studi classici alle spalle+una laurea in Economia Master all’università Bocconi di Milano in Organizzazione e gestione aziendale, si occupa e scrive di economia e turismo e, da più di dieci anni, si occupa – guarda un po! – di enogastronomia. Non lascia trapelare altro, ci tiene a che si dica solo che collabora con una guida ai ristoranti nazionale, in più scrive di cibo, prodotti tipici ed ospitalità per alcuni magazine italiani ed importanti pubblicazioni specializzate inglesi ed americane. Anche a lui abbiamo rivolto qualche domandina…

Allora Francesco, chi è il critico gastronomico oggi? In senso stretto dovrebbe essere (mai come in questo caso il condizionale è d’obbligo)  un professionista della comunicazione con una solida preparazione teorica su tutto quello che ruota intorno al mondo del cibo, dalle materie prime alle tecniche. Assolutamente indispensabile una significativa esperienza, da costruire con frequentazioni dirette nel corso del tempo, di ristoranti e cucine, possibilmente del mondo. Una infarinatura della storia delle tradizioni gastronomiche più significative non dovrebbe fare troppo male.

Come ci si comporta, quali sono i principi da non mancare mai? Gli stessi che sono alla base della professione giornalistica con un supplemento di curiosità e di accuratezza, in considerazione del fatto che si scrive di qualcosa, il cibo appunto,  di cui tutti in un modo o nell’altro hanno esperienza diretta.

Come nasce una recensione, quali sono i parametri fondamentali su cui si costruisce una sana critica gastronomica? Inutile nascondere che il rischio più pericoloso è quello della eccessiva soggettività. La percezione di un ristorante o di un piatto è inevitabilmente influenzata dal bagaglio di esperienze di ciascuno di noi e talvolta anche dalle preferenze. Ma qui entra il gioco la professionalità che consente di esprimere un giudizio, o anche solo di raccontare una cena, con un accettabile grado di obiettività, a prescindere dai gusti personali o dagli eventuali rapporti di consuetudine con cuochi e ristoratori. L’invito a tenere distinti ciò che è buono (concetto molto meno soggettivo di quanto solitamente si pensi) da quello che piace, può apparire talmente  banale da essere  superfluo. A tal proposito il confronto con i colleghi più esperti è essenziale.     

E’ capitato, non di rado, di sentire che alcuni critici gastronomici non sappiano nemmeno cucinare un uovo al tegamino: ecco, può essere questo deleterio ai fini di una critica affidabile? Per recensire una mostra di Hopper bisogna saper dipingere come il pittore statunitense? Ovviamente no, ma riuscire a tenere il pennello in mano ed avere qualche dimestichezza con il realismo applicato alla tavolozza dovrebbe aiutare. Lo stesso per coloro che si occupano di critica gastronomica, ai quali conoscenze dirette del mestiere di cuoco dovrebbero servire a comprendere meglio il lavoro altrui, piuttosto che a dare consigli su improbabili varianti ai piatti altrui, come pure talvolta si sente in giro. Personalmente esaspererei anche il concetto chiedendo a chi ne ha la voglia e la possibilità di passare una settimana all’anno nella cucina (o anche in sala) di un buon ristorante decentemente organizzato.

Guide e Classifiche: alcuni grandi chef, Marchesi in testa, vanno maturando l’idea che ne farebbero davvero a meno, molti dei giovani invece sembrano scalpitare non poco per entrarvi al più presto, chi ha ragione? Su questo punto bisogna chiarirsi:  le guide e le  classifiche o si accettano sempre o mai, a prescindere da come sei valutato. Detto questo,  sono dell’idea che ci sono alcuni cuochi, e Marchesi è certo tra questi, che hanno fatto la storia della gastronomia, almeno italiana, e che potrebbero essere sottratti al vincolo della valutazione: cappello, forchetta o stella che sia. Si tratterebbe di un omaggio non tanto ai protagonisti, quanto alla chiarezza espositiva e di interpretazione della gastronomia contemporanea. Giusto per ristabilire la debite proporzioni tra attori e comparse, sennò  finisce che di notte  tutti i gatti sono neri ….

Quanto ai giovani, dato per scontato il non trascurabile contributo alla notorietà che le guide danno soprattutto nella fase iniziale, sarebbe il caso che si concentrassero su coloro che si siedono ai loro tavoli tutte le sere.        

Lo so, non è originalissima come domanda, ma ci sta bene: la “guerra” tra il cartaceo ed il web, chi vincerà? Al momento non saprei, anche se per esperienza credo che a fare la differenza non sia lo strumento ma le finalità. A tal proposito se il web utilizza il sistema di controlli e di filtri, formali e sostanziali, propri dei media tradizionali, alla fine potrà anche prevalere, visto che dalla  sua ha velocità e la capacità di raggiungere i destinatari a costi bassi.  Tuttavia  credo che  molte delle polemiche attuali nascono da un equivoco di fondo: quello di confondere la critica gastronomica con il  racconto illustrato di un ristorante.  Ad oggi sul web vedo prevalere questa seconda categoria.

Quale secondo te l’ingrediente che non dovrebbe mai mancare in un piatto? In generale l’equilibrio tra le diverse componenti. Per me, invece, il tartufo bianco.

Uno invece del quale si potrebbe fare volentieri a meno? La presunzione, di chi cucina e di chi critica. Se poi sparisse anche  il filo d’olio a crudo, dubito che qualcuno ne sentirebbe la mancanza.

C’è un piatto che più ti ha entusiasmato? Impossibile rispondere per chi ogni anno fortunatamente assaggia qualche centinaio di grandi piatti

L’esperienza indimenticabile? Sicuramente la prossima ….

Alcuni grandi ristoranti ”gourmet” hanno pensato a menu in versione “light” per contenere i prezzi, ha senso o è solo una trovata pubblicitaria? Un conto sono i ristoranti che, sulla scorta di quanto avviene da tempo  in Francia, a pranzo propongono un menù del mercato o con piatti più semplici ad un costo accessibile. Ha un senso ed una convenienza sotto il profilo economico,  sia per il cliente sia per il ristoratore. Discorso diverso è per chi pretende di fare grande ristorazione low cost. Non ho mai subito il fascino del “pauperismo gastronomico” e mi riesce difficile immaginare grandi menù costruiti a colpi di variazioni di alici, frattaglie o verdure, magari con lo stesso ingrediente, rigorosamente ”povero”, che si ripete dall’antipasto al dolce. Alla lunga l’esperienza insegna che, tranne poche eccezioni, non funziona. 

Un ristorante  da visitare almeno una volta nella vita? Il Louis XV di Alain Ducasse a Montecarlo.

Quale il talento affermato (se possibile italiano) a cui i giovani potrebbero guardare con maggiore riferimento? Molti di quelli che oggi hanno più di sessant’anni e che negli ultimi tre decenni hanno costruito le basi della moderna cucina italiana.

Qui l’intervista a Clara Barra, curatrice con Giancarlo Perrotta della guida ai ristoranti d’Italia del Gambero Rosso.

Qui l’intervento di Luciano Pignataro, winewriter della prima ora e da oltre dieci anni collaboratore della guida ai ristoranti d’Italia de L’Espresso.

Qui l’intervento di Marco Bolasco, curatore delle guide Slow Food Editore.

Chiacchiere distintive, la critica gastronomica secondo chi la fa: Clara Barra, Gambero Rosso

7 ottobre 2010

E’ tempo di guide, ai vini d’Italia, ai ristoranti d’Italia e bla bla bla. La critica alla critica enogastronomica, come accade per il calcio, fa proseliti e nutre al tempo stesso detrattori a centinaia di migliaia – ma che dico! – a milionate, che però di volta in volta non disdegnano di vestire i panni di osservatori noncuranti, poi analisti, poi ancora lettori più o meno attenti, eppure compratori quasi certi: appassionati, fighetti gourmandise, operatori del settore, fedelissimi all’idea che la critica enogastronomica sia uno sport inutile che costa – a volte – troppo, eppure leggere il proprio nome sulle pagine delle guide in uscita ogni anno continua a non avere prezzo, anzitutto in termini di soddisfazione professionale! Insomma, c’è chi va asserendo che le guide ci hanno proprio rotto e chi al tempo stesso urla “ma che ipocriti che siamo, ma se ogni anno non vediamo l’ora che escono..!”.

Detto questo,  in previsione delle imminenti uscite delle guide gastronomiche abbiamo cercato tra queste l’opinione di alcune tra le firme più apprezzate, fatto quindi alcune domande a chi le guide le fa veramente e a chi della critica gastronomica (in alcuni casi non solo) ne ha fatto il suo lavoro, in maniera brillante, obiettiva, professionale. Iniziamo questa nuova serie di “Chiacchiere distintive” con Clara Barra che ringrazio sentitamente per la disponibilità mostrata e per la sincerità con la quale ci ha risposto; Giornalista professionista, è al Gambero Rosso dai primi anni novanta, con Giancarlo Perrotta cura la Guida ai Ristoranti d’Italia (Qui le eccellenze dell’edizione 2011).

Chi è il critico gastronomico oggi? Il critico gastronomico dovrebbe essere sempre (quindi non solo oggi) una persona che cerca di orientare il cliente nella scelta di un ristorante o di un prodotto.

Come si muove e quali sono i principi da non mancare mai? Massimo rispetto per il lavoro degli altri e massima buona educazione (leggi niente foto per esempio) quando si visitano i locali.

Come nasce una recensione, quali sono i paramentri fondamentali su cui si costruisce una sana critica gastronomica? Il Gambero Rosso come è noto è l’unica guida che esprime un giudizio articolato in più voci (cucina, cantina, servizio), cosa di grande utilità a mio avviso perché così ogni lettore individua facilmente il locale adatto per la propria esigenza, ragion per cui sarebbe un errore leggere solamente il punteggio unitario.

E’ capitato, non di rado, di sentire che alcuni critici gastronomici non sappiano nemmeno cucinare un uovo al tegamino: ecco, può essere questo deleterio ai fini di una critica affidabile? Direi di no, un palato fino non necessariamente deve saper cucinare.

Guide e Classifiche: alcuni grandi chef, Marchesi in testa, vanno maturando l’idea che ne farebbero davvero a meno, molti dei giovani invece sembrano scalpitare non poco per entarvi al più presto, chi ha ragione? Le guide dovrebbero essere prese per ciò che sono, un utile strumento di servizio per un’ampia fascia di pubblico, e quindi non vissute come un prodotto editoriale destinato a pochi eletti gourmet che sono comunque una minoranza rispetto a chi fruisce del ristorante abitualmente. Inoltre vale la pena ricordare che la guida è “ristoranti d’Italia” non “cuochi d’Italia”, bisogna stare quindi molto attenti a non esagerare nel rendere i cuochi delle star.

Lo so, non è originalissima come domanda, ma ci sta bene: la “guerra” tra il cartaceo ed il web, chi vincerà? C’è spazio per tutti e ciascuno dei due ha i propri estimatori, personalmente ritengo i blog autoreferenziali e abbastanza deleteri per la ristorazione.

Qual è l’ingrediente che secondo te non dovrebbe mai mancare in un piatto? L’equilibrio.

Quello invece di cui si potrebbe fare volentieri a meno… Oggi come oggi l’uovo di Paolo Parisi cotto a bassa temperatura, non se ne può più! Senza per questo nulla togliere ovviamente alla bontà delle uova di Paolo che stimo moltissimo.

Qual è il piatto che più ti ha entusiasmato sino ad oggi? Ce ne sono molti, troppi, e anche “datati”, ma cito in ordine sparso: Ravioli di grano saraceno con astice tartufo e fegato grasso di Vissani, la maionese espressa di Lorenzo a Forte dei Marmi, l’insalata “21 31 41” di Enrico Crippa, la terrina di anguilla e foie gras di Fabrizia Meroi, un’inarrivabile scaloppa di fegato grasso all’uva di Paracucchi, il soufflé al limone de La Caravella di Amalfi, i risotti de Il Gambero di Calvisano, sicuramente ne dimentico qualcuno e chiedo scusa.

Il pranzo (o la cena) indimenticabile? Forse all’Ambasciata di Quistello, uno spettacolo per tutti i sensi.

Già da tempo anche i grandi ristoranti ”gourmet” offrono menu in versione “light” da un punto di vista economico, ha senso o è solo una trovata pubblicitaria? Ha invece molto senso, specie per consentire ai giovani di poter andare nei grandi ristoranti.

C’è un ristorante che consiglierebbe di visitare almeno una volta nella vita? Dire uno solo mi mette in imbarazzo, spero mi comprenderete… 🙂

Se c’è invece, uno chef (se possibile italiano) a cui i giovani potrebbero guardare con maggiore riferimento… Salvatore Tassa de Le Colline Ciociare di Acuto, a mio avviso spesso sottostimato perché unisce genio a determinazione, volontà, umiltà e tanto tanto coraggio.

Qui l’intervista a Francesco Aiello.

Qui l’intervento di Luciano Pignataro, winewriter della prima ora e da oltre dieci anni collaboratore della guida ai ristoranti d’Italia de L’Espresso.

Qui l’intervento di Marco Bolasco, curatore delle guide Slow Food Editore.

Nord a Sud, Hérzu di Ettore Germano in verticale

5 ottobre 2010

Alessandro Marra ha partecipato ad una interessante verticale di questo vino bianco piemontese che di certo non t’aspetti arrivi dalle langhe, prodotto in uno dei luoghi culto per il nebbiolo in assoluto, l’areale di Serralunga d’Alba; Alessandro ce ne lascia traccia in questo puntuale e lucidissimo resoconto; Aggiungo solo, spero di ricordare bene, che “Hérzu” in gergo dialettale locale, dovrebbe proprio indicare la particolare condizione nelle quali allignano le vigne sulle colline – scoscese appunto – di Cigliè, paesino ai confini con la valle del Tanaro monregalese. (A. D.)

Dici Piemonte e ti vengono in mente in rapida successione Barolo, Barbaresco e una-due-tre barbera. Rossi, sempre e comunque rossi, rossi e rossi ancora. Non penseresti mai di trovare un bianco degno di nota; O almeno questo pensavo io, stupidamente, prima di incontrare timorasso e erbaluce. Poi, ti imbatti in un riesling renano e rimani spiazzato. “Io quello lì lo voglio proprio conoscere, ho pensato”. Parlo di quel gran personaggio di Sergio Germano al quale mi piacerebbe chiedergli come diavolo gli sia venuto in mente di piantare riesling in Langa, a Serralunga d’Alba poi, terra natia di grandi Barolo, così per dire. Una sfida? Magari sì. A giudicare dai risultati, un’intuizione. L’azienda Ettore Germano (Ettore è il nome del papà, scomparso qualche anno fa) produce circa 70 mila bottiglie dai 13 ettari di proprietà. Non uno, bensì tre bianchi: questo riesling renano su terreni a circa 500 metri di altitudine, uno chardonnay in purezza e un uvaggio di riesling e chardonnay. Ecco in sequenza gli assaggi della verticale di Hérzu organizzata dall’amico Giuseppe Sonzogni, patron dell’ Enoteca Vintage di Cesano Maderno alla porte di Milano.

Langhe bianco Hérzu 2009 (13%) Il colore paglierino è piuttosto timido. La prima impressione è che profumi di mela e fiori bianchi, direi camomilla, anche se – nonostante la giovane età – si percepiscono i primi tratti idrocarburici. Odora anche di litchi, non tanto la polpa quanto invece la buccia. I profumi non sono un granché intensi ma eleganti, quello sì. L’attacco in bocca è più intenso che al naso, sorso fresco e bello sapido. Il finale è lungo, scattante e pienamente rispondente alle sensazioni olfattive, con le note di mela e prugna acerba che lasciano via via spazio a quelle di limone e pompelmo, quasi di citronella, di caramelle gommose, ricordate le fruit joy.

Langhe bianco Hérzu 2008 (13%) Al naso è inizialmente più idrocarburico e si differenzia dal precedente millesimo anche per il colore, un paglierino leggermente più carico. L’intensità è prerogativa sia del naso che della bocca. Al naso, in particolare, tornano alla mente profumi di una frutta più matura, di pompelmo e di fiori bianchi. Ha un’eleganza diversa, dovuta anche alla differente incisività dei profumi di cherosene. Regala grande soddisfazione in bocca dove il sorso, sempre agile, è armonico. Negli anni a venire, sono sicuro, saprà dare ancora molto.

Langhe bianco Hérzu 2007 (14%) L’impatto è strano: in assoluto il più chiuso, sembra essere monocorde, fermo com’è su quelle decise sfumature resinose. Si apre a fatica virando sui profumi d’erba e di frutta. Certo è intenso al naso ma soprattutto in bocca dove si propone sapido e ancor più potente, secco, complessivamente più austero. Da quanto si legge in rete, la lavorazione sarebbe in parte diversa con il 10% della massa che è vinificato in rovere; e ci sarebbe anche un taglio del 10% di chardonnay (il sito internet dell’azienda, tutt’altro che user-friendly e verosimilmente anche poco aggiornato, non aiuta). L’ho portato via e ne ho osservato la costante evoluzione con il passare delle ore. L’indomani, a mezzogiorno, era ancora lì: grande tenuta dei profumi e assoluta integrità, nessun cedimento. Ciò che lo differenzia di più dagli altri campioni è il tenore alcolico, di un grado superiore rispetto agli altri. Annata più calda? Eppure nulla, inizialmente, poteva far pensare a una certa maturità. Che magari le escursioni termiche giorno/notte siano state più forti rispetto alle altre annate?

Langhe bianco Hérzu 2006 (13%) Il colore – in un progressivo e regolare scurirsi scendendo d’annata – è più intenso. E così pure la vena idrocarburica del vitigno che qui esce fuori con particolare chiarezza e prepotenza, sin dall’inizio, arricchita dai sentori di frutta e fiori gialli. Non gli manca certo la persistenza in bocca che si esprime sui toni del pompelmo e, inaspettatamente, della radice di liquirizia. Alla lunga, mentre gli altri sono ancora lì a proporsi, lui è già sparito. Probabilmente è il più maturo dei quattro; è difficile, infatti, pensare a un’ulteriore evoluzione in bottiglia, anche per l’assottigliarsi della freschezza. Di certo, è godibilissimo adesso, con tutte quelle sfumature di zolfo e cherosene che tanto mi piacciono in certi bianchi.

Eleganza e durevolezza delle sensazioni, quindi. Per tutte e quattro le annate. Siete ancora sicuri non valga la pena di scoprire i bianchi del Piemonte?

Segui Alessandro Marra su Stralci di Vite.

Si ringrazia per la collaborazione:

Enoteca Vintage
di Giuseppe Sonzogni (nella foto)
Via Milano, 26 – 20031
Cesano Maderno (MI)
info@enotecavintage.it
Tel. 0362 528485
Cell. 333 1041211
Chiuso: Domenica e Lunedì
Si organizzano eventi e degustazioni

Mirabella Eclano, Vigna Cerzito 2001 e il fascino della primissima vendemmia a Quintodecimo

4 ottobre 2010

Mi passa davanti un fotogramma, immagino la vendemmia a Quintodecimo¤ nel 2001: Laura e Luigi, vestiti di tutto punto intenti a pestare coi piedi l’aglianico atto a divenire nettare con il quale brindare all’inizio della nuova avventura di Mirabella Eclano.

Luigi Moio - foto courtesy Laura Di Marzio

Ebbene si, sono passati già quasi dieci anni, e pensare che in molti si ostinano a rincorrere modelli preconfezionati pur di non faticare, spesso non hanno nemmeno un metro quadrato di vigna, a volte nemmeno un indirizzo, nella migliore delle ipotesi una buona cantina nelle vicinanze di casa dove comprano o si fanno fare il vino, imbottigliato e già etichettato, rivendicando poi – che faccia tosta! – di essere proprio loro “autentici”, i loro vini quelli “veri” o come capita sempre più spesso negli ultimi tempi – ahinoi la peggiore delle ipotesi – dei rivoluzionari.

Laura Di Marzio - foto courtesy of Laura Di Marzio

Per Quintodecimo è andata diversamente e chi oggi arriva lì in cantina¤ lo respira appena messi i piedi per terra, non appena varcata la soglia del giardino, appena Moio, con la sua disarmante dialettica, sale in cattedra: è questo il secondo fotogramma a cui mi rifaccio, Luigi¤ ama raccontarsi e raccontare mentre è affacciato sulla terrazza che dà direttamente sulla vigna; spende parole chiare, racconta di esperienze professionali fondamentali, di ricerche, microvinificazioni, zonazione (?), di emozioni reali che riesce a trasmettere con forza e precisione, ha tra le mani, le stesse che mentre parla muove nell’aria quasi ad accarezzarla, la storia dell’enologia campana e la porge con la stessa generosità con la quale l’ha immaginata, studiata, vissuta profondamente, lui sì rivoluzionata, prima di consegnarla oggi ai suoi numerosi posteri allievi.

Il Vigna Cerzito 2001 è stato il primo vino prodotto qui a Mirabella Eclano nonchè l’ultimo dall’omonima vigna¤, di oltre trent’anni, che proprio successivamente alla raccolta è stata completamente espiantata per far posto al nuovo sesto d’impianto secondo i precetti del professore. All’epoca l’idea di metterlo in bottiglia, dopo due anni di legni nuovi, nasceva dalla necessità di lasciare una traccia dell’inizio di tutto, non certamente dall’esigenza di fare vino, fattostà che queste bottiglie non hanno mai visto la porta della cantina, al massimo la tavola della cucina di Laura, che è solita offrire solo agli amici più cari. Un vino quindi mai commercializzato, nemmeno denominato, di cui però è bene, credo, lasciare traccia per piacere di cronaca, e perché se molti si rifanno a questo modello di aglianico, austero, asciutto, tannico, vigoroso, sia utile scrivere che proprio Moio sembra averlo superato, a Quintodecimo, da più o meno una decina di anni.

Quintodecimo, foto A. Di Costanzo

Il colore è maturo, l’unghia ha già ben espressa una chiara nuances aranciata, rimane però cristallino e di buona vivacità. Il naso è decisamente volto a note terziarie, cioè caratterizzato da sensazioni odorose – foglie secche, mallo di noce, terra bagnata, caffè tostato – dovute innanzitutto al lungo invecchiamento passato tra legno e bottiglia; all’assaggio è asciutto, austero, il tannino ancora recalcitrante ma avviato lentamente alla dissoluzione (chissà il nerbo della prima ora?), la beva è generosa ma fluida, marcata da una acidità sottile ma ancora percettibile, appena lievemente amarognolo sul finale di bocca.

Tant’é, pur non esprimendo la verticalità a cui si può fare tranquillamente affidamento nelle più recenti interpretazioni di Luigi, il Riserva Quintodecimo¤ 2004 ne è sintesi disarmante, la complessità, qui compressa da uno start up certamente non facile per una primissima vendemmia, offre una palese dimostrazione di come, pur partendo da una materia prima non di primissimo pelo, Moio sia capace, attraverso una sana ed ineccepibile interpretazione tecnica, la così tanta vituperata ma indispensabile mano dell’uomo, dare voce e lunga vita all’aglianico: eh già, quasi come in un film, professore di nome e di fatto! 

Termeno, Gewurztraminer Terminum 2001: di un dolcissimo nettare e di un’amara riflessione…

2 ottobre 2010

Non è mai semplice raccontare un vino dolce, il pericolo è che si rischia quasi sempre di finire su considerazioni stucchevoli e ripetitive del tipo “giallo oro, naso mielato e palato dolce e piacevole”.

Negli ultimi 20 anni in Italia ci hanno volutamente propinato tante di quelle ciofeche edulcorate come se ogni uva e vigna sparsa per il paese fossero adatte a produrre vendemmie tardive, passiti o peggio ancora muffati. La regola del listino ampio e per tutti i palati, diciamolo dichiaratamente, ha trovato nel tempo tanti cari estimatori ipocriti facendo sì proseliti ma nutrendo gli appassionati nel modo peggiore, lasciandoli nella convinzione che fin dove crescevano, oltre alle vigne, alberi della cuccagna e paperi e papaveri poteva essere prodotto di tutto, dallo spumantino economico per l’aperitivo al grande rosso da invecchiamento finanche al prelibatissimo vino da meditazione. Così il fenomeno “tutti figli di un Sauternes minore” dopo aver vissuto una partenza lanciatissima protrattasi sino a fine anni novanta, si è visto di molto ridotte le ambizioni scemando sino a ridursi nuovamente in prodotto di nicchia.

Oggi, nel sempre stracolmo pentolone tricolore di Bacco, di uva dolce ne bolle sempre di meno, un po perché fare vini del genere come dio comanda costa un botto e soprattutto perché l’euro pesante ha reso un tantino più complicato anche le belle e ricercate chiusure in “meditazione” delle cenette tra amici; La vita, confesso, è diventata complicata anche per noi sommeliers, poichè oltre alla difficoltà di volgere continuamente lo sguardo al di là dei soliti noti, evitando “pacchi e paccotti” in agguato, ci si è messa anche la creatività, talvolta sopra le righe, di certi chef patissiere, continuamente alla ricerca di una destrutturazione antropica della materia e con essa la folle esaltazione di mille e più ingredienti, il che di certo non ci facilita l’abbinamento: certi dessert appaiono sempre più belli da vedere, buonissimi da mangiare (ci mancherebbe!) ma sempre meno suscettibili ad accostamenti azzeccati o quantomeno lineari.

Detto questo, rimangono sicuri alcuni punti di riferimento assoluto per la tipologia, alcuni vini che rappresentano ognuno un grande valore aggiunto per l’areale di produzione, per l’aziende che li produce o per la valorizzazione di un vitigno o tecnica di produzione: parliamo per esempio di vini straconosciuti come il Ben Ryè di Donnafugata, il Muffato di Castello della Sala, il Ramandolo di Dario Coos giusto per citarne alcuni o piccole perle dell’italica enologia, talvolta misconosciute come il Moscato di Saracena di Viola o il Maximo di Umani Ronchi. Ci sono poi vini come il Terminum che hanno la capacità di essere al tempo stesso iconografia del bere dolce (strapremiato, straraccontato) eppure sempre poco “visto” sulle carte dei vini, defilato come pochi altri pare passare quasi inosservato, perchè?

La cantina di Termeno/Tramin nasce nel 1898 grazie a Christian Schrott, il locale parroco che aveva tra le varie vocazioni quello di essere deputato al parlamento austriaco, fu lui a volere fortemente che i piccoli viticoltori dell’areale sud tirolese convenissero a strutturarsi in cooperative, salvaguardando così il patrimonio vitivinicolo e l’economia di tutti, non solo il proprio. Oggi l’azienda nel suo insieme annovera circa 280 conferitori che ricoprono una superficie di più di 230 ettari vitati. Il Gewürztraminer è un vitigno marcatamente aromatico, i vini che ne nascono, quelli tradizionali sono piuttosto asciutti ed offrono generalmente spiccati sentori di rose e chiodi di garofano e, a seconda della località di origine, una più o meno marcata variabile minerale.

Il Teminum è invece una vendemmia tardiva, cioè le uve vengono raccolte dalla pianta in piena surmaturazione, quando gli acini colmi di zuccheri residui offrono mosti ancor più ricchi e concentrati di aromi e caratteri varietali esaltati poi da una fermentazione controllata e da una maturazione in legno di rovere. Il 2001 è di un bellissimo colore oro, ha saputo preservare tutta la sua vivacità, al naso si offre con una complessità impressionante, la frutta candita lascia subito campo toni mielati e a spezie finissime, alla cannella, a note balsamiche ed eteree, particolarmente fini e persistenti. In bocca è dolce, la sensazione è che gli zuccheri residui abbiano ampiamente preso il sopravvento forgiandone la spina dorsale ma ciononostante, dopo quasi un decennio non risulta per niente stucchevole, tutt’altro, estremamente piacevole. “Oddio! Giallo oro, naso mielato e palato dolce e piacevole”: lo sapevo che andava a finire così!!