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Una straordinaria verticale storica dell’Alsace Grand Cru Pfingstberg di Valentin Zusslin

4 giugno 2019

Fondato nel 1691 è tra i Domaine più antichi d’Alsazia, Valentin Zusslin riunisce oggi almeno due generazioni di viticoltori che continuano a sorprendere con vini di straordinaria profondità. Siamo a Orschwihr, paese con poco più di mille anime a sud di Colmar, alle pendici del Bollenberg, e questo che vi raccontiamo è il loro Riesling di punta, il Grand Cru Pfingstberg, nelle annate dal 2015 al 2009. Il Domaine dal 1997 è gestito secondo i principi della cultura biodinamica.

Il vigneto alsaziano conta all’incirca 15.500 ettari votati alle Aoc collocati prevalentemente tra i 200 e i 400 metri s.l.m., è senza dubbio uno dei territori vitivinicoli più settentrionali di Francia nonché del continente europeo. La sua estensione copre circa 120 chilometri da nord a sud, da Marlenheim a Strasburgo nel Basso Reno, proseguendo poi verso sud da Colmar sino a Thann, nell’Alto Reno. Qui la barriera naturale dei Vosgi contribuisce notevolmente a limitare le influenze oceaniche rafforzando così la presenza di un clima continentale con estati calde e inverni freddi e asciutti che consentono generalmente uno sviluppo sostenibile della vigna. Ci troviamo di fronte a territori con una conformazione geologica particolarmente complessa che ha naturalmente permesso la creazione di terroir molto caratteristici, in più casi davvero unici.

Zusslin, come detto, coltiva il vigneto in regime Biologico certificato, aderisce ai protocolli biodinamici di Demeter¤ e fa parte di Byodivin¤, nonché dell’International Biodynamic Wine Growers Association¤. La produzione media è di circa 90.000 bottiglie l’anno, provenienti dai 16 ettari di proprietà dove vengono coltivate un po’ tutte le varietà tradizionali alsaziane Muscat, Sylvaner, Gewürztraminer, Pinot Gris, ancora Pinot Noir e, ovviamente, il Riesling; da quest’ultimo, con il Grand Cru Pfingstberg si prova a tirare fuori un vino tra le più alte espressioni prodotte qui in Alsazia. In cantina si utilizzano perlopiù legni grandi. Di questo vino se ne producono mediamente 3.500 bottiglie l’anno.

Alsace Grand Cru Pfingstberg Riesling 2015. E’ la prima annata vestita con la nuova bottiglia disegnata apposta per il Domaine Zusslin, non più una classica renana ma ispirata ad una borgognotta dal collo un po’ più allungato. Nel bicchiere il colore paglierino carico è splendido, luminoso, invitante. Il naso ha bisogno di tempo per aprirsi del tutto, dissolte le particolari sensazioni idrocarburiche viene fuori agrumato, floreale e speziato. Nessuna nota rimanda al legno grande utilizzato. Sa anzitutto di cedro e bergamotto, poi di fiori ed erbe di montagna. Il sorso è secco, teso e serrato, dal gran finale di bocca vibrante, asciutto e caldo. 

Alsace Grand Cru Pfingstberg Riesling 2014. Nessun accenno a note o sfumature che facciano pensare ad un vino ”vecchio” di cinque anni, anzi, bellissimo il colore paglierino/oro luminoso e affascinante. Le sensazioni olfattive sono intriganti e fini, con richiami di pesca matura e ancora agrumi, un po’ più in evidenza altri toni tipicamente varietali e minerali, in particolar modo cherosene, poi dissolto, e grafite. Il legno è del tutto digerito, il sorso è secco, la tessitura ben serrata nonostante una beva compiuta ed equilibrata, di quei bianchi da spendere con soddisfazione su Tartare (anche di carne) anche aromatizzate, se non su tranci di pesce appena scottati.

Alsace Grand Cru Pfingstberg Riesling 2013. Annata ricordata da queste parti come particolarmente calda e siccitosa, vino di grande equilibrio gustativo, l’unico della batteria con un residuo zuccherino sensibilmente più alto (2gr/lt). Il colore paglierino è lievemente più carico, ancora luminoso, oro sull’unghia del vino nel bicchiere. Qui il naso accenna solo le caratteristiche sensazioni idrocarburiche, viene subito fuori invece dolce, speziato, invitante. Sa di mango, cedro candito, zenzero. Il sorso è secco e morbido, al palato scivola via fresco e avvolgente, un grande bianco a tutto pasto, di quelli su cui ”giocare” anche con le temperature di servizio.

Alsace Grand Cru Pfingstberg Riesling 2012. Il quadro organolettico nell’insieme sembra esprimere in questo momento un vino apparentemente sospeso: il colore oro è lucente, il naso sembra però concentrico sulle sensazioni idrocarburiche che a fatica lasciano intravedere lo splendido bouquet sino a questo momento apprezzato. In bocca è secco, di buona struttura e appagante. È comunque un vino di grande personalità, ha tanti sapori di pietra focaia e grafite, un’acidità intrigante e tanta persistenza. Di quelli da poter spendere anche su formaggi erborinati a pasta molle o finanche cremosi.

Qui l’areale, in particolare il sub-strato di questo Gran Cru, è sostanzialmente argilloso-calcareo con una massiccia presenza di roccia arenaria e conglomerati di origine torrentizia in alcune parcelle e addirittura di origine marina in alcune altre (versante orientale). E’ curioso tra l’altro immaginare che una delle emergenze più sentite negli ultimi anni qui ad Orschwihr, e più in generale in tutta l’Alsazia, è la mancanza di precipitazioni bastevoli a raggiungere medie stagionali e annuali soddisfacenti. Non a caso è questa la collina tra le più aride del territorio nonostante non manchi un ecosistema di flora e fauna ancora in grado di fornire suggestioni straordinarie.

Alsace Grand Cru Pfingstberg Riesling 2011. Lontano, per distacco, dal precedente duemiladodici. E’ particolarmente invitante sin dal colore oro luminoso, cristallino. Il naso è particolarmente intenso e ampio, oltre alle classiche note ”rieslingheggianti” sa essere finemente speziato e fruttato. L’incipit caratteristico non copre infatti le gradevoli sensazioni di frutta candita e zenzero, cui s’aggiungono un abbrivio gessoso e altri toni minerali ed aromatici che conducono ad un sorso sapido, pieno ed armonioso, di spessore e dalla profondità invidiabile. Non necessariamente il migliore della batteria ma senz’altro quello più capace di tirarne le fila in questo preciso momento.

Alsace Grand Cru Pfingstberg Riesling 2009. E’ in perfetto stato di grazia, sin dal colore oro cangiante, ha un naso empireumatico e un sorso corroborante, tonificante; volendogli trovare una qualche mancanza potremmo coglierla solo in un naso (forse) poco slanciato, più orizzontale che verticale ma in tutta onestà staremmo solo a cercare un pelino nell’uovo. Questa bottiglia è una bella istantanea di cui godere a pieno. Aggiungiamo invece che questo passaggio in sei annate – e quasi dieci anni – in casa Zusslin¤ ci ha regalato una meravigliosa esperienza e ci affidato ancora nuove chiavi di lettura di uno straordinario terroir e di uno tra i più coinvolgenti vini in circolazione. 

Domaine Valentin Zusslin è distribuito in Italia da Balan.

© L’Arcante – riproduzione riservata

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Lapio, il Fiano di Avellino 2017 di Rocca del Principe è una pietra miliare

2 giugno 2019

Uno splendido vino bianco proveniente da una terra tanto autentica che di più non si può, e che non smette nemmeno un momento di condurre proprio là, ad un passo dal mare, anche se dove nasce, lassù, il mare vero e proprio, non c’è.

Fiano di Avellino 2017 Rocca del Principe - foto L'Arcante

E’ un grande Fiano di Avellino questo duemiladiciassette di Aurelia Fabrizio ed Ercole Zarrella, di quelli avvincenti e mutevoli che non finiresti mai di bere, proporre, offrire, quale che sia il momento, l’occasione, l’abbinamento.

Viene prodotto a Lapio, da vigne piantate tra il ’90 e il 2014 in contrada Arianiello da dove, negli ultimi anni, provengono tanti altri piccoli capolavori¤ fatti bottiglia. Qui la terra ha una matrice sostanzialmente vulcanica, è ricca di argille e gode di un microclima particolare, siamo infatti a circa 600 metri s.l.m.; per meglio intenderci siamo in Alta Irpinia ma ad occhi chiusi, bicchiere alla mano, pare di stare ad appena un palmo di mano da Chablis e dintorni, luoghi tanto amati dai cercatori di emozioni più attenti. Il tempo e l’intraprendenza di alcuni ne farà con ogni probabilità un vero e proprio Cru, frattanto ci accontentiamo, se così si può dire, di godere di bianchi ogni anno più coinvolgenti, profondi, pienamente espressivi a tal punto dall’essere, in certi casi, davvero unici.

Questo duemiladiciassette ha un bel colore paglierino carico, è fruttato e floreale, s’aggiungono via via sentori di erbe aromatiche e rimandi iodati abbastanza tipici nei vini di Rocca del Principe. Al gusto è sferzante, riempie la bocca, si allunga e sul finale chiude balsamico e sapido, quasi salato, come provenisse da vigne affacciate ‘ammare. Di certo va annoverato tra i migliori assaggi dell’anno e, nonostante un’anima apparentemente meno ”corpulenta” del solito, di fatto di grande prospettiva, epperò bisognerebbe avercelo il coraggio di lasciarlo in cantina!

Ci troviamo infatti nel bicchiere un vino luminoso, subito verticale al naso, dal sorso trasversale, tutto infiocchettato a dovere tra sentori agrumati e frutta polposa, note boisé e tanta vivacità e bontà gustativa. C’è insomma dentro tutta la forza di un varietale straordinario, una terra incredibile, c’è l’ebbrezza di trovarsi sopra uno spazio infinito senza un filo di vertigini, dove c’è il riflesso del sole che indica l’orizzonte proprio ai piedi della vigna, là dove si può collocare con precisione millimetrica l’ennesima pietra miliare del vino campano qui a Lapio.

© L’Arcante – riproduzione riservata

I Vini della Tenuta di Fiorano

31 maggio 2019

Il luogo è incantevole, situato a ridosso dell’Appia Antica e dell’aeroporto di Ciampino, i suoi vini perlomeno inaspettati, intrisi come sono di storia e più di qualche mistero ancora oggi, più che mai, parte delle gesta della nobile famiglia del Principe Alessandrojacopo Boncompagni Ludovisi.

Tutto nasce per volontà del Principe Alberico Boncompagni Ludovisi, personaggio tutt’ora avvolto da un non so ché di leggenda e mistero che tra gli anni ’40 e ’50, mosso da una personalissima grande passione per i vini bordolesi si mise in testa di farne qualcosa di verosimile proprio da queste parti, piantando, tra i primi in Italia, vigne di Cabernet Sauvignon, Merlot e Sémillon oltre che un po’ di Malvasia di Candia.

Per la verità gli annali raccontano che a Fiorano il vino si cominciò a produrlo già qualche anno prima, sin dal 1930, ma da varietali già diffusi in zona, l’area dei Castelli Romani è ad un tiro di schioppo da qui. Ma è nel primo dopoguerra che il Principe decide di fare sul serio, assai poco convinto dalla qualità dei vini prodotti sino ad allora, a tal punto da affidarsi all’enologo Giuseppe Palieri che sin da subito propose di innestare su buona parte delle viti della tenuta alcuni varietali bordolesi, il Cabernet e il Merlot per la parte dei rossi, il Sémillon per farne i bianchi, in uvaggio con la Malvasia locale a sua volta sostituita poi con un altro varietale d’oltralpe, il Viognier. E a dare maggiore slancio alla ”visione” del Principe contribuì di lì a poco anche un misconosciuto Tancredi Biondi Santi venuto da Montalcino, chiamato successivamente la morte di Palieri per dare continuità al progetto enologico avviato.  

Una storia che subisce un improvviso stop nel 1998, quando si decide, apparentemente senza spiegazioni, di spiantare quasi tutto il vigneto e fermare la produzione di vino. Le vicende famigliari, più o meno sussurrate, accompagnate da timidi rilanci e nuove cadute nell’anonimato non hanno granché chiarito le ragioni di tale incredibile destino tant’è che il lungo silenzio commerciale seguito, se da un lato ha contribuito ad alimentare la leggenda, dall’altro ha certamente fatto sparire dai radar questa piccola rarità italiana che invece da qualche tempo, è il 2004, prova a riappropriarsi della ribalta, sfoderando, in certe degustazioni di vecchie annate, dei veri e propri piccoli capolavori enologici.

Oggi la Tenuta di Fiorano conta ben 200 ettari di proprietà di cui buona parte destinati a vigneto, a uliveto, alberi da frutto ed altre colture tra le quali grano ed altri seminativi. Sono terreni caratterizzati da una forte matrice vulcanica, con substrati di pozzolane violacee e sedimenti di varia natura tra le quali polveri di eruzione e di trasporto. Abbiamo provato le annate più recenti delle quali, con piacere, lasciamo traccia.

Vdt Fiorano bianco 2016, da Grechetto e Viognier pari quantità. Viene lasciato sur lies in botti di rovere e di castagno da 10 ettolitri. Il colore è paglierino carico, il naso è subito fruttato di pesca bianca e nespola, poi un po’ più ampio, anche buccioso, balsamico, sa di fiori e macchia mediterranea. Al palato ha buona indole, potremmo dire morigerata nonostante il buon corpo e il tenore alcolico (14% vol.), ha sapore equilibrato e morbido, nessuna particolare velleità acida ma tanta sostanza, con un finale di bocca ”vivace” e ben sostenuto, minerale, piacevolmente sapido. Di quei bianchi sorprendenti che durante tutto un pasto rivelano ad ogni sorso qualche sfumatura di cui poter raccontare.

Vdt Fiorano rosso 2013, da uve Cabernet Sauvignon e Merlot. E’ prodotto generalmente per 2/3 da Cabernet e lasciato maturare in vecchi fusti di rovere di Slavonia da 10 ettolitri. Il Colore è di un rubino vivo ed intenso, non di quelli particolarmente concentrati. Il corredo aromatico rimanda quasi subito a note austere e sentori tostati, il lungo affinamento però non distragga da gradevoli sensazioni di piccoli frutti rossi e neri, ribes e mirtilli che lentamente si riappropriano del naso, aggiustandone il tiro, dipingendo così un quadro olfattivo interessante ed elegante. Nonostante l’annata non sia stata proprio di quelle a cinque stelle, il sorso è pieno, forse non di quelli che riempono la bocca ma è giustamente misurato, con tannino di grana finissima e un gradito ritorno di frutto sul finale di bocca che gli rende una beva godibilissima e fluente.

© L’Arcante – riproduzione riservata


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