In vacanza al sud, cinque vini bianchi d’amare questa estate

10 luglio 2019 by

Negli ultimi mesi non sono stati pochi i vini che abbiamo raccontato su queste pagine, ebbene, volendone tirare fuori una cinquina, tra i tanti buonissimi bianchi assaggiati, ci piace riproporvi alcune etichette come suggerimenti ”sicuri” per le vostre prossime bevute in vacanza, a cominciare da questi…

Falanghina Campi Flegrei 2017 Cantine del Mare. Non è più così difficile scegliere bene tra i buonissimi bianchi dei Campi Flegrei, sono ormai tanti i nomi ”sicuri” sui quali puntare ad occhi chiusi e qui, su questo pezzo di costa flegrea l’uva sembra davvero baciata da Dio, con la terra che sembra beneficiare di un microclima straordinario: il mare è lì, a due passi oltre la scarpata, la vigna gode dei venti che spazzano costanti il Canale di Procida che contribuiscono ad arieggiare il catino naturale intorno al quale insistono i terrazzamenti da dove nasce questo delizioso bianco di Alessandra e Gennaro Schiano, in questo momento in splendida forma. Un bianco da spendere a tavola sopra tutto!

Fiano di Avellino Clos d’Haut 2017 Villa Diamante. Dobbiamo dire di un duemiladiciassette piacevolissimo, invitante e seducente al naso quanto caratterizzato da particolare freschezza, sapidità ed avvolgenza al palato. E’ incredibile quanto sia facile tirarvi fuori chiarissimi riconoscimenti di nespola ed albicocca, di solito un po’ forzati in certe degustazioni ma qui espressi in maniera quasi disarmante, così come i sentori di mango e ananas subito sospinti da gradevoli note balsamiche e fumé. Il sorso è franco, sapido, avvolgente, regala una bevuta decisamente ben al di sopra dei canoni di un’annata non proprio felicissima per la denominazione. La memoria liquida di Antoine Gaita non smette mai di stupire, un bianco dal profilo ”nordico” proveniente dal sud che ci piace, l’Alta Irpinia! Da metterci vicino tanti piccoli assaggi di crudo, marinato e sott’olio di mare.

Calabria bianco Benvenuto Zibibbo 2017 Cantine Benvenuto. Virando ancor più verso sud, ecco un bianco profumatissimo, inconfondibile per il suo tratto aromatico e spiazzante per il sorso secco e il corpo nerboruto. Va detto che a primo acchito non è un vino proprio semplice da abbinare a tavola ma vale la pena provarlo e raccontarlo, al naso diverte ed invita a giocare con i riconoscimenti (bergamotto, pesca, sandalo)  ogni sorso poi non lascia certo indifferenti, magari una struttura alcolica meno pronunciata – il duemiladiciassette ha 14% in etichetta! – potrebbe aiutarlo ad incontrare maggiore apprezzamento tant’è rimane una pietra miliare da salvaguardare e consegnare in mani davvero appassionate. Non solo sul pesce alla brace, o un trancio di tonno scottato e aromatizzato ma anche con carni bianche e formaggi poco stagionati.

Terre Siciliane Grotta dell’Oro 2017 Hibiscus. Restiamo su questo straordinario varietale questa volta proveniente dall’isola di Ustica dove ogni anno si producono poco più di 13.000 bottiglie di vino, tra le quali questo delizioso bianco secco. Il Grotta dell’Oro 2017 è uno Zibibbo caratterizzato da uno splendido colore paglierino, ha un primo naso immediatamente gradevole, avvenente, richiama subito note dolci e ammiccanti, poi evoca sentori di agrume e fiori di zagara, di rosa ed erbette aromatiche. Il sorso è secco, scivola via asciutto ma sul finale di bocca ripropone quella dolce sensazione di moscato che tanto fa piacere al naso. Da servire freddo, anche freddissimo, da bere magari affacciati sul mare di Ustica che chissà forse per una volta, almeno una volta, volgendo lo sguardo all’orizzonte possa evocare solo buoni pensieri senza lasciare quel solito non so ché di amaro in bocca. Da aperitivo, o conversazione, tra un boccone e l’altro di fritto di pesce azzurro o gamberi in pastella.

Alsace Grand Cru Pfingstberg Riesling 2015. Siamo ad Orschwhir, nel sud dell’Alsazia. Questa è la prima annata vestita con la nuova bottiglia disegnata apposta per il Domaine Zusslin, non più una classica renana ma ispirata ad una borgognotta dal collo un po’ più allungato. Il duemilaquindici è buonissimo, un vero lusso per il palato, nel bicchiere il colore paglierino carico è splendido, luminoso, invitante. Il naso ha bisogno di tempo per aprirsi del tutto, dissolte le particolari sensazioni idrocarburiche viene fuori agrumato, floreale e speziato. Nessuna nota rimanda al legno grande utilizzato. Sa anzitutto di cedro e bergamotto, poi di fiori ed erbe di montagna. Il sorso è secco, teso e serrato, dal finale di bocca vibrante, asciutto e caldo. Semmai vi dovesse capitare a tiro una duemilatredici (in foto) non fatevela scappare. A tavola ci sta senza timori reverenziali, è uno di quei vini da scegliere al di là del cibo che si ha in mente di mangiare. 

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Le colline del Prosecco di Valdobbiadene e Conegliano sono patrimonio Unesco

8 luglio 2019 by

Lungo la Strada del Prosecco che da Conegliano va verso Valdobbiadene i paessaggi sono di una suggestione unica, sono tanti i piccoli comuni che caratterizzano l’areale maggiormente vocato per la produzione dello spumante di questo territorio, camminare queste vigne rende bene l’idea di quanto la parola ”prosecco” sia sostanzialmente vuota senza dare il giusto valore a questi luoghi di produzione davvero unici.

Stiamo parlando di un’area di circa 19.000 ettari nel cuore del Veneto, caratterizzata da una zona cuscinetto di 9.800 ettari e dall’area centrale di altrettanti 9.000 ettari dove le linee dell’orizzonte sono dominate da colline molto ripide e piccoli vigneti, che vanno sviluppandosi longitudinalmente da Est a Ovest, con il fiore all’occhiello dei “terrazzamenti inerbiti”.

Qui il vigneto diviene giardino, le vigne si arrampicano lungo le colline, con pendenze a tratti impensabili, l’ordine e la compostezza di come si inerpicano sui pendii sono gli unici elementi di discussione che ti viene da affrontare. Niente diradamenti, le uve hanno bisogno di protezione, per non cadere in surmaturazioni inattese e per difendersi dalle improvvise grandinate che qui, soprattutto in epoca di vendemmia sono il rischio numero uno.

Queste vigne donano generalmente vini di una fragranza e piacevolezza superiori, sentori floreali e fruttati intensi e persistenti con riconoscimenti nitidi di rosa, albicocca e mela ed un gusto asciutto, persistente, lieve ma caratteristico, su linee minerali. Questi luoghi, le colline del Prosecco di Valdobbiadene e Conegliano sono, da oggi, patrimonio Unesco.

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Segnalazioni| Vsq Flegreo, la cuvée metropolitana di Cantine Federiciane Monteleone

2 luglio 2019 by

Una delle primissime aziende a cui facemmo visita quando decidemmo di cominciare a camminare le vigne flegree, nel lontano 2002, fu proprio Cantine Federiciane Monteleone, azienda di proprietà della famiglia Palumbo, tra le più attive sul territorio flegreo da almeno vent’anni.

Storicamente sono già molto presenti sia nella rivendita del vino sfuso che nei canali tradizionali della grande distribuzione organizzata. Da qui, i fratelli Marco, Antonio e Luca hanno cominciato, da circa una decina d’anni, una lenta e precisa riconversione che li ha visti rilanciare tra i tanti buoni propositi questo spumante metodo Martinotti fatto tutto in casa qui nei Campi Flegrei.

I Palumbo, tra l’altro, proprio per la loro storica presenza sul mercato locale conoscono molto bene tutto il territorio flegreo e diversi dei distretti vitivinicoli campani, conducono anche direttamente e indirettamente diversi ettari di vigna collocati su più e differenti areali in tutta la provincia di Napoli.

Flegreo viene fuori invece da un assemblaggio di più vini base Falanghina dei Campi Flegrei spumantizzati in autoclave direttamente nella cantina di famiglia, a Marano di Napoli, qui dove sono stati fatti investimenti molto importanti così da garantire tutta la filiera e quindi l’originalità del vino in bottiglia. E dopo i primi, timidi passi, quasi dovuti quando si è ”giovani” e ci si ritrova lanciati in un progetto così ambizioso, non sembra poi così lontana la quadratura del cerchio, anzi, ci ritroviamo nel bicchiere uno spumante varietale, sottile e invitante, preciso e di grande piacevolezza, fresco e sapido, buono soprattutto a tutto pasto, in particolare su crudi di pesce e primi piatti ai frutti di mare. Vi è, insomma, tanta buona materia prima e la giusta attenzione nell’esecuzione tecnica, punti fermi dai quali aspettarsi solo il meglio per il futuro.

Cantine Federiciane Monteleone
Via Antica Consolare Campana, 34
80016 Marano di Napoli (NA)
Tel. +39 081 5764153
marketing@federiciane.it
www.federiciane.it

Leggi anche Piccola Guida ragionata ai vini dei Campi Flegrei Qui.

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Reims, Champagne Blanc de Blancs Alain Thiénot, la Cuvée che mancava per sorprendere!

26 giugno 2019 by

E’ forse la prima cuvée tutta di Nicolas Uriel dopo il suo ingresso come Chef de cave alla Maison Thiénot nel 2008, al posto di Laurent Fédou. Ci sono voluti almeno 5 anni di lavoro per mettere assieme il profilo giusto per uno Champagne Blanc de Blancs di grande piacevolezza eppure intenso, puntuto, godibilissimo.

Champagne Blanc de Blancs Thiénot - foto A. Di Costanzo

Si tratta di un vino composto per l’80% di vini Riserva ai quali viene aggiunto un 20% di vini dell’annata. Stiamo parlando di Chardonnay provenienti dagli areali maggiormente vocati in Champagne, Avize e Vertus sul versante sud della Cote des blancs e più a nord da Villers-Marmery, verso la Montagna di Reims, qui dove Alain Thiénot, da oltre 30 anni tira fuori grandi vini per le sue cuvée più prestigiose tra le quali il millesimato Vigne aux Gamins e l’assemblaggio di millesimati Cuvée Stanislas.

Di colore giallo paglierino brillante, l’insieme nel bicchiere è subito invitante e coinvolgente, la spuma è delicatissima, le bolle fini e regolari, intense, persistenti. Al naso rivela immediatamente tutta la sua anima vivace e intrigante, vi si colgono sentori di agrumi di limone e pompelmo, caratteristiche note floreali e di pasticceria. Il sorso è asciutto e generoso, teso il giusto, con carbonica misurata e un finale di bocca freschissimo e sapido.

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Dire, fare, solfitare. Con coscienza e conoscenza è meglio…

25 giugno 2019 by

L’anidride solforosa è uno degli elementi chimici più discussi in enologia e bistrattati dalla critica enologica, uno tra i tanti additivi utilizzati ma anche il più comune, se non il più importante e decisivo. Qui¤, su queste pagine, ne abbiamo già scritto qualche tempo fa ma ci ritorniamo volentieri su con una più ampia disamina tecnica con la speranza di fugare ogni dubbio e mantenere alta l’attenzione su una tematica sempre molto cara agli appassionati e i professionisti del vino: la salubrità di quello che beviamo.

Cos’è? E’ sostanzialmente un gas incolore, dall’odore pungente e acre, viene utilizzato in enologia per le sue importanti azioni antiossidanti, conservanti e antisettiche, attività indispensabili per la qualità, salute e stabilità del vino. Ma non solo, l’SO2, questa la sua formula chimica, è di fatto uno dei più comuni conservanti utilizzati in tutta l’industria alimentare e delle bevande. Vi sono però delle regole ferree da rispettare, l’Unione Europea infatti ne identifica e codifica il suo utilizzo con delle sigle numeriche precise precedute dalla lettera “E” che devono essere opportunamente riportate nell’elenco degli ingredienti. Tra queste, quelle sigle comprese fra E220 ed E229 sono classificate come “solfuri” – esempio l’anidride solforosa (E220) e il metabisolfito di potassio (E224) – con proprietà conservanti, antisettiche e antiossidanti, evidenza necessaria perché queste sostanze possono provocare eventuali reazioni allergiche in quelle persone sensibili e/o predisposte.

Qual è il suo utilizzo in enologia? Viene utilizzata, dicevamo, anzitutto per le sue azioni antiossidanti e antisettiche. Il suo impiego viene regolamentato da apposite leggi in vigore in ogni paese, per l’Unione Europea, i limiti massimi consentiti sono di 160mg/l per i vini rossi e di 210mg/l per i vini bianchi e rosati. Sono inoltre previste delle deroghe che consentono a taluni di alzare questo valore fino a un massimo di 40mg/l in annate particolarmente sfavorevoli. E’ bene ricordare che l’utilizzo massiccio di anidride solforosa, seppur nei limiti previsti dalla legge, può provocare in quei soggetti predisposti e sensibili emicranie così come incentivare o accelerare altri disturbi correlabili. Anche per questo ci sentiamo di suggerire, almeno quale accorgimento di massima, provare ad ossigenare i vini prima del loro consumo, questa pratica consente di solito di liberare fino al 40% dell’anidride solforosa libera contenuta nel vino.

Saper gestire l’anidride solforosa in enologia, misurare cioè con giudizio il suo utilizzo non è e non deve avvenire solo per motivi salutistici o etici, l’eccessivo utilizzo di additivi chimici infatti compromette generalmente la qualità del vino, in alcuni casi in maniera definitiva. Quantità eccessive di anidride solforosa possono infatti conferire al vino gusti e aromi sgradevoli o favorire il suo intorbidimento nel tempo. L’anidride solforosa non è presente allo stato naturale nell’uva, tuttavia questa può essere prodotta spontaneamente da alcuni ceppi di lieviti naturalmente presenti nel mosto – talvolta finanche 50mg/l – e considerata quindi come un sottoprodotto naturale del vino. Anche per questo spesso sentiamo parlare dell’importanza dell’utilizzo di lieviti selezionati, poiché in questo modo si riesce ad assicurare un processo di fermentazione regolare tale da ridurre al minimo il rischio di sviluppare elementi negativi tali da compromettere la qualità organolettica e la stabilità del vino.

SO2 combinata, libera, totale. In enologia, l’anidride solforosa è utilizzata sin dalle primissime fasi della produzione del vino, a partire dal mosto fino all’imbottigliamento. Nell’usare l’anidride solforosa, è opportuno sapere che una parte di questo gas si combina con alcuni componenti del mosto o del vino, tra questi l’acetaldeide, che lo stesso lievito produce (in condizione di stress nutrizionale, termico, carenza di ossigeno etc..) e gli zuccheri residuali che, nel caso di alcune tipologie di vini, per tale ragione, richiedono un forte utilizzo di SO2, mentre la restante parte resta libera, cioè non combinata. Ed è proprio la parte libera che svolge gli importanti effetti antiossidanti e antisettici, ed è per tale ragione che si ritiene indispensabile che l’anidride solforosa vada a combinarsi il meno possibile. La quantità di anidride solforosa libera sommata alla quantità combinata determina la quantità di anidride solforosa totale.

L’utilizzo di anidride solforosa è dunque indispensabile, anzitutto per i mosti dei vini bianchi, così da evitare l’avviamento della fermentazione alcolica consentendo la decantazione delle parti solide, prima dell’inizio della fermentazione alcolica con lo scopo di selezionare i lieviti e, nel caso dei vini rossi, per favorire una migliore estrazione del colore e dei tannini dalle bucce, quindi in tutte quelle operazioni che prevedono il contatto del vino con l’aria – come travasi, chiarificazioni, filtrazioni e imbottigliamento – evitando quindi l’ossidazione e lo sviluppo di batteri o lieviti indesiderati.

Quali sono gli effetti sul vino dell’Anidride Solforosa? Se ne possono indicare almeno quattro di primaria importanza: antiossidante, stabilizzante, solvente e modificatore del gusto. Nel mosto e nel vino sono presenti diverse sostanze che tendono più o meno repentinamente a ossidarsi, con ovvie ricadute sull’aspetto e sul gusto. L’anidride solforosa previene l’ossidazione di queste sostanze e in particolare delle sostanze coloranti, dei tannini, degli aromi, dell’alcol e del ferro. I rischi dell’ossidazione durante le fasi produttive del vino sono sempre alti, sin dal momento in cui il grappolo viene raccolto in vigna e quando viene condotto in cantina. Inoltre, in tutte quelle operazioni di gestione delle masse in cantina, dove la possibilità di contatti con l’ossigeno è sempre molto elevata, un rischio che aumenta, talvolta in maniera esponenziale, in caso di vini passiti naturali e muffati.

L’anidride solforosa infatti distrugge o blocca momentaneamente lo sviluppo dei batteri della fermentazione malolattica e quelli che provocano malattie gravi del vino, come l’acescenza e lo spunto lattico. Importante è inoltre l’azione selettiva svolta dall’anidride solforosa nei ceppi dei lieviti naturalmente presenti nel mosto. Ogni tipo di lievito risponde a delle caratteristiche proprie e si comporta in modo diverso durante la fermentazione. Con lo scopo di assicurare una migliore e più omogenea fermentazione, l’anidride solforosa risulta utile anche in questo caso. Alcuni lieviti e molti batteri sono particolarmente sensibili agli effetti dell’anidride solforosa che svolgerà quindi un’opportuna operazione di selezione.

Durante la fermentazione alcuni ceppi di lieviti possono produrre sostanze secondarie indesiderate ai fini della qualità del vino, ma sono fortunatamente più sensibili agli effetti dell’anidride solforosa, mentre altri che svolgono un’azione favorevole, come i Saccharomyces Cerevisiae, sono più resistenti. E’ quindi grazie all’anidride solforosa che è possibile intervenire eliminando i lieviti e i batteri indesiderati, conservando invece quelli considerati positivi ai fini della fermentazione alcolica.

L’anidride solforosa svolge inoltre un effetto solvente favorendo quindi l’estrazione di alcune sostanze presenti sulla buccia dell’uva durante la macerazione, pensiamo ai vini rossi, al colore e i tannini. Per questo motivo gli enologi vietano il solfitaggio delle uve bianche prima della sgrondatura, cioè la separazione della parte solida da quella liquida, poiché questo comporterebbe l’ingiallimento del mosto e un arricchimento di tannini che non serve. Fra gli altri effetti solventi, l’anidride solforosa favorisce l’estrazione delle sostanze minerali e degli acidi.

L’anidride solforosa svolge anche un’azione positiva sul gusto e sugli aromi del vino. Dal punto di vista organolettico, evita l’ossidazione degli aromi, in particolare quelli fruttati tipici nei vini giovani, elimina il cosiddetto gusto di svanito, attenua i gusti di marcio e di muffa. Per ottenere questi effetti positivi, l’anidride solforosa deve essere aggiunta quando la fermentazione alcolica è terminata completamente. Qualora si aggiunga troppo presto rispetto alla fine della fermentazione, cioè quando la temperatura del vino è ancora troppo elevata, si possono sviluppare aromi e gusti sgradevoli di anidride solforosa, di mercaptano e di uova marce.

L’anidride solforosa svolge infine una blanda azione chiarificante, poiché favorisce la coagulazione delle sostanze colloidali presenti nel vino e nel mosto, favorendo quindi la spontanea precipitazione delle fecce. L’anidride solforosa, aggiunta in quantità elevate nel mosto, è utilizzata per ottenere il cosiddetto mosto muto, cioè non fermentescibile, a causa del blocco dell’attività dei lieviti.

Nonostante gli effetti dell’anidride solforosa in enologia siano indispensabili e importanti, è comunque sempre opportuno limitare il suo uso e impiegare le dosi minori possibili, soprattutto per limitare gli effetti sulla salute dei soggetti particolarmente sensibili a questo elemento. Di certo ci ritroviamo spesso di fronte a prodotti alimentari con un contenuto di SO2 totale ben più alto del contenuto di uno o due bicchieri di vino ma di fatto non ce ne rendiamo conto chiaramente. Tant’è l’attenzione e la precauzione è particolarmente importante nella produzione di vini, in particolare in quelli che richiedono dosi elevate di anidride solforica, come i passiti, i vini dolci o comunque con un residuo zuccherino importante, vini nei quali si possono utilizzare, anche secondo i termini di legge, quantità maggiori di SO2 con la speranza che il ”dopo” non rovini e maledica del tutto il piacere del ”prima”.

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Il vino secondo la Signora Carmela, l’Asprinio

13 giugno 2019 by

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A Beaune si va di Nuits-Saint-Georges blanc 2018 di Philippe Pacalet

7 giugno 2019 by

E’ senza ombra di dubbio tra i produttori di più grande talento venuto fuori negli ultimi 20 anni in Borgogna dove, con grande e inaspettata rapidità ha saputo imporsi come un fine interprete di vini e terroir differenti tra loro tirandone fuori rappresentazioni di stupefacente espressione territoriale.

Enologo di esperienza, négociànt avveduto, vigneron tout court Philippe Pacalet può contare oggi su circa 10 ettari di vigna disseminati in Côte de Nuits, Côte de Beaune e l’areale di Chablis da cui tira fuori mediamente 50.000 bottiglie l’anno. Tra i cosiddetti vini naturali d’oltralpe le sue selezioni sono tra le più ricercate ed ambite.

I suoi rossi hanno generalmente bisogno di un po’ di tempo per emergere e rivelarsi del tutto ma non è assolutamente trascurabile la loro finezza sin dalla giovane età, in particolar modo in alcune appellation per così dire ”minori” – vedi ad esempio Chénas e Moulin-à-Vent, Qui – dove riesce veramente a sorprendere. Talvolta sono un vero e proprio manifesto dell’annata in tutto e per tutto. E i vini bianchi straordinariamente puliti, integri, espressivi, su tutti vanno menzionati Chassagne-Montrachet, Puligny-Montrachet e, rarità assoluta, Corton-Charlemagne. Ai quali s’aggiungono alcune perle come questo Nuits-Saint-Georges blanc.

Viene prodotto da un piccolo appezzamento di circa 1 ettaro piantato prevalentemente con uve Pinot bianco, la vigna qui ha una età media di circa 25 anni; vi è da dire che la varietà è stata spesso confusa con lo Chardonnay, al quale somiglia parecchio, ed è forse anche questa la ragione per la quale non si fa a fatica a trovarne in giro da queste parti. Contrariamente allo Chardonnay il Pinot bianco ha minori capacità di adattamento e viene considerata varietà precoce, possiede inoltre una buccia più sottile e dà vini con caratteristiche organolettiche ben diverse ma quando trova terreni ricchi di materia minerale ed un buon interprete, sa esprimere prodotti capaci di sorprendere e conquistare anche i palati più attenti. 

Questo duemiladiciotto è in bottiglia solo da qualche settimana, ha certamente necessità di distendersi ancora un po’ ma si presenta anzitutto come un bianco profondamente diverso dagli altri di Pacalet, anche per questo particolarmente originale. Il colore è paglierino tenue, al naso ricorda subito frutta a polpa bianca, agrumi e macchia mediterranea: vi si coglie mela, pera e pompelmo rosa, ancora uva spina e mentuccia. Il sorso è caratterizzato da una sottile e persistente fresca vivacità, la vera arma letale in fatto di bevibilità, ma viene poi fuori sostanzialmente sapido e definito. Al netto di un prezzo non proprio alla portata di tutti, on-line è reperibile intorno ai 115 euro, è da considerarsi un bianco immediato, di medio corpo e privo di velleità iper-aromatiche, però preciso, puntuto e dal quadro organolettico impeccabile. Decisamente una bella scoperta!

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Terramasca 2017 di Drengot, l’Asprinio Spumante Brut del primo Conte di Aversa

6 giugno 2019 by

Non possiamo pensare che l’estate tardi ancora ad arrivare nonostante l’impressione di questi giorni sembra suggerire che debba piovere per sempre. Tant’è, un po’ per sete, un po’ per disperazione siamo ritornati su questa piacevole scoperta capitataci durante l’ultima sessione di assaggi a Campania Stories dello scorso Marzo.

Di quanto siamo innamorati del varietale e di questa denominazione è ben noto, fa quindi piacere che il numero di produttori in campo si allarghi e provi a scardinare il mercato puntando tutto sulla qualità, come ci conferma anche questo caso. Il Terramasca di Drengot, primo Conte di Aversa, ha bolle fini ed un quadro olfattivo lieve eppure suggestivo, il sorso è seducente, fresco e vivace.  

A pensarci bene avremmo potuto costruirci nell’Agro aversano la nostra piccola Franciacorta, fare cioè dell’Asprinio – il nostro autentico, unico, inimitabile vitigno Principe di Aversa – un protagonista incredibile non solo per un vino fermo originale ma anche – e soprattutto – bollicine talmente esclusive e rare quanto inarrivabili per tipicità, qualità, storia. Ci siamo accontentati, e in larga parte continuiamo a farlo, nel cercare con superficialità, spesso imbottigliando altrove ed ovunque, di fare, con qualsiasi uva, spumantini che appena lontanamente possano somigliare o ricordare il Prosecco oppure, come talvolta avviene nei pensieri di qualche sciagurato sprovveduto, la ”Sciampagna francesa”.

Intanto la terra è lì che aspetta, le alberate con tutta probabilità rischiano di scomparire e, dalle nostre tavole, pure il vino. Se non fosse che uno scatto d’orgoglio continua a consegnarci di tanto in tanto qualche bella promessa e nuove buone etichette.

Leggi anche L’Alberata aversana, o di quell’uva sospesa nel tempo Qui.

Leggi anche Piccola Guida ragionata ai vini Asprinio d’Aversa Qui.

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Una straordinaria verticale storica dell’Alsace Grand Cru Pfingstberg di Valentin Zusslin

4 giugno 2019 by

Fondato nel 1691 è tra i Domaine più antichi d’Alsazia, Valentin Zusslin riunisce oggi almeno due generazioni di viticoltori che continuano a sorprendere con vini di straordinaria profondità. Siamo a Orschwihr, paese con poco più di mille anime a sud di Colmar, alle pendici del Bollenberg, e questo che vi raccontiamo è il loro Riesling di punta, il Grand Cru Pfingstberg, nelle annate dal 2015 al 2009. Il Domaine dal 1997 è gestito secondo i principi della cultura biodinamica.

Il vigneto alsaziano conta all’incirca 15.500 ettari votati alle Aoc collocati prevalentemente tra i 200 e i 400 metri s.l.m., è senza dubbio uno dei territori vitivinicoli più settentrionali di Francia nonché del continente europeo. La sua estensione copre circa 120 chilometri da nord a sud, da Marlenheim a Strasburgo nel Basso Reno, proseguendo poi verso sud da Colmar sino a Thann, nell’Alto Reno. Qui la barriera naturale dei Vosgi contribuisce notevolmente a limitare le influenze oceaniche rafforzando così la presenza di un clima continentale con estati calde e inverni freddi e asciutti che consentono generalmente uno sviluppo sostenibile della vigna. Ci troviamo di fronte a territori con una conformazione geologica particolarmente complessa che ha naturalmente permesso la creazione di terroir molto caratteristici, in più casi davvero unici.

Zusslin, come detto, coltiva il vigneto in regime Biologico certificato, aderisce ai protocolli biodinamici di Demeter¤ e fa parte di Byodivin¤, nonché dell’International Biodynamic Wine Growers Association¤. La produzione media è di circa 90.000 bottiglie l’anno, provenienti dai 16 ettari di proprietà dove vengono coltivate un po’ tutte le varietà tradizionali alsaziane Muscat, Sylvaner, Gewürztraminer, Pinot Gris, ancora Pinot Noir e, ovviamente, il Riesling; da quest’ultimo, con il Grand Cru Pfingstberg si prova a tirare fuori un vino tra le più alte espressioni prodotte qui in Alsazia. In cantina si utilizzano perlopiù legni grandi. Di questo vino se ne producono mediamente 3.500 bottiglie l’anno.

Alsace Grand Cru Pfingstberg Riesling 2015. E’ la prima annata vestita con la nuova bottiglia disegnata apposta per il Domaine Zusslin, non più una classica renana ma ispirata ad una borgognotta dal collo un po’ più allungato. Nel bicchiere il colore paglierino carico è splendido, luminoso, invitante. Il naso ha bisogno di tempo per aprirsi del tutto, dissolte le particolari sensazioni idrocarburiche viene fuori agrumato, floreale e speziato. Nessuna nota rimanda al legno grande utilizzato. Sa anzitutto di cedro e bergamotto, poi di fiori ed erbe di montagna. Il sorso è secco, teso e serrato, dal gran finale di bocca vibrante, asciutto e caldo. 

Alsace Grand Cru Pfingstberg Riesling 2014. Nessun accenno a note o sfumature che facciano pensare ad un vino ”vecchio” di cinque anni, anzi, bellissimo il colore paglierino/oro luminoso e affascinante. Le sensazioni olfattive sono intriganti e fini, con richiami di pesca matura e ancora agrumi, un po’ più in evidenza altri toni tipicamente varietali e minerali, in particolar modo cherosene, poi dissolto, e grafite. Il legno è del tutto digerito, il sorso è secco, la tessitura ben serrata nonostante una beva compiuta ed equilibrata, di quei bianchi da spendere con soddisfazione su Tartare (anche di carne) anche aromatizzate, se non su tranci di pesce appena scottati.

Alsace Grand Cru Pfingstberg Riesling 2013. Annata ricordata da queste parti come particolarmente calda e siccitosa, vino di grande equilibrio gustativo, l’unico della batteria con un residuo zuccherino sensibilmente più alto (2gr/lt). Il colore paglierino è lievemente più carico, ancora luminoso, oro sull’unghia del vino nel bicchiere. Qui il naso accenna solo le caratteristiche sensazioni idrocarburiche, viene subito fuori invece dolce, speziato, invitante. Sa di mango, cedro candito, zenzero. Il sorso è secco e morbido, al palato scivola via fresco e avvolgente, un grande bianco a tutto pasto, di quelli su cui ”giocare” anche con le temperature di servizio.

Alsace Grand Cru Pfingstberg Riesling 2012. Il quadro organolettico nell’insieme sembra esprimere in questo momento un vino apparentemente sospeso: il colore oro è lucente, il naso sembra però concentrico sulle sensazioni idrocarburiche che a fatica lasciano intravedere lo splendido bouquet sino a questo momento apprezzato. In bocca è secco, di buona struttura e appagante. È comunque un vino di grande personalità, ha tanti sapori di pietra focaia e grafite, un’acidità intrigante e tanta persistenza. Di quelli da poter spendere anche su formaggi erborinati a pasta molle o finanche cremosi.

Qui l’areale, in particolare il sub-strato di questo Gran Cru, è sostanzialmente argilloso-calcareo con una massiccia presenza di roccia arenaria e conglomerati di origine torrentizia in alcune parcelle e addirittura di origine marina in alcune altre (versante orientale). E’ curioso tra l’altro immaginare che una delle emergenze più sentite negli ultimi anni qui ad Orschwihr, e più in generale in tutta l’Alsazia, è la mancanza di precipitazioni bastevoli a raggiungere medie stagionali e annuali soddisfacenti. Non a caso è questa la collina tra le più aride del territorio nonostante non manchi un ecosistema di flora e fauna ancora in grado di fornire suggestioni straordinarie.

Alsace Grand Cru Pfingstberg Riesling 2011. Lontano, per distacco, dal precedente duemiladodici. E’ particolarmente invitante sin dal colore oro luminoso, cristallino. Il naso è particolarmente intenso e ampio, oltre alle classiche note ”rieslingheggianti” sa essere finemente speziato e fruttato. L’incipit caratteristico non copre infatti le gradevoli sensazioni di frutta candita e zenzero, cui s’aggiungono un abbrivio gessoso e altri toni minerali ed aromatici che conducono ad un sorso sapido, pieno ed armonioso, di spessore e dalla profondità invidiabile. Non necessariamente il migliore della batteria ma senz’altro quello più capace di tirarne le fila in questo preciso momento.

Alsace Grand Cru Pfingstberg Riesling 2009. E’ in perfetto stato di grazia, sin dal colore oro cangiante, ha un naso empireumatico e un sorso corroborante, tonificante; volendogli trovare una qualche mancanza potremmo coglierla solo in un naso (forse) poco slanciato, più orizzontale che verticale ma in tutta onestà staremmo solo a cercare un pelino nell’uovo. Questa bottiglia è una bella istantanea di cui godere a pieno. Aggiungiamo invece che questo passaggio in sei annate – e quasi dieci anni – in casa Zusslin¤ ci ha regalato una meravigliosa esperienza e ci affidato ancora nuove chiavi di lettura di uno straordinario terroir e di uno tra i più coinvolgenti vini in circolazione. 

Domaine Valentin Zusslin è distribuito in Italia da Balan.

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Lapio, il Fiano di Avellino 2017 di Rocca del Principe è una pietra miliare

2 giugno 2019 by

Uno splendido vino bianco proveniente da una terra tanto autentica che di più non si può, e che non smette nemmeno un momento di condurre proprio là, ad un passo dal mare, anche se dove nasce, lassù, il mare vero e proprio, non c’è.

Fiano di Avellino 2017 Rocca del Principe - foto L'Arcante

E’ un grande Fiano di Avellino questo duemiladiciassette di Aurelia Fabrizio ed Ercole Zarrella, di quelli avvincenti e mutevoli che non finiresti mai di bere, proporre, offrire, quale che sia il momento, l’occasione, l’abbinamento.

Viene prodotto a Lapio, da vigne piantate tra il ’90 e il 2014 in contrada Arianiello da dove, negli ultimi anni, provengono tanti altri piccoli capolavori¤ fatti bottiglia. Qui la terra ha una matrice sostanzialmente vulcanica, è ricca di argille e gode di un microclima particolare, siamo infatti a circa 600 metri s.l.m.; per meglio intenderci siamo in Alta Irpinia ma ad occhi chiusi, bicchiere alla mano, pare di stare ad appena un palmo di mano da Chablis e dintorni, luoghi tanto amati dai cercatori di emozioni più attenti. Il tempo e l’intraprendenza di alcuni ne farà con ogni probabilità un vero e proprio Cru, frattanto ci accontentiamo, se così si può dire, di godere di bianchi ogni anno più coinvolgenti, profondi, pienamente espressivi a tal punto dall’essere, in certi casi, davvero unici.

Questo duemiladiciassette ha un bel colore paglierino carico, è fruttato e floreale, s’aggiungono via via sentori di erbe aromatiche e rimandi iodati abbastanza tipici nei vini di Rocca del Principe. Al gusto è sferzante, riempie la bocca, si allunga e sul finale chiude balsamico e sapido, quasi salato, come provenisse da vigne affacciate ‘ammare. Di certo va annoverato tra i migliori assaggi dell’anno e, nonostante un’anima apparentemente meno ”corpulenta” del solito, di fatto di grande prospettiva, epperò bisognerebbe avercelo il coraggio di lasciarlo in cantina!

Ci troviamo infatti nel bicchiere un vino luminoso, subito verticale al naso, dal sorso trasversale, tutto infiocchettato a dovere tra sentori agrumati e frutta polposa, note boisé e tanta vivacità e bontà gustativa. C’è insomma dentro tutta la forza di un varietale straordinario, una terra incredibile, c’è l’ebbrezza di trovarsi sopra uno spazio infinito senza un filo di vertigini, dove c’è il riflesso del sole che indica l’orizzonte proprio ai piedi della vigna, là dove si può collocare con precisione millimetrica l’ennesima pietra miliare del vino campano qui a Lapio.

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I Vini della Tenuta di Fiorano

31 Maggio 2019 by

Il luogo è incantevole, situato a ridosso dell’Appia Antica e dell’aeroporto di Ciampino, i suoi vini perlomeno inaspettati, intrisi come sono di storia e più di qualche mistero ancora oggi, più che mai, parte delle gesta della nobile famiglia del Principe Alessandrojacopo Boncompagni Ludovisi.

Tutto nasce per volontà del Principe Alberico Boncompagni Ludovisi, personaggio tutt’ora avvolto da un non so ché di leggenda e mistero che tra gli anni ’40 e ’50, mosso da una personalissima grande passione per i vini bordolesi si mise in testa di farne qualcosa di verosimile proprio da queste parti, piantando, tra i primi in Italia, vigne di Cabernet Sauvignon, Merlot e Sémillon oltre che un po’ di Malvasia di Candia.

Per la verità gli annali raccontano che a Fiorano il vino si cominciò a produrlo già qualche anno prima, sin dal 1930, ma da varietali già diffusi in zona, l’area dei Castelli Romani è ad un tiro di schioppo da qui. Ma è nel primo dopoguerra che il Principe decide di fare sul serio, assai poco convinto dalla qualità dei vini prodotti sino ad allora, a tal punto da affidarsi all’enologo Giuseppe Palieri che sin da subito propose di innestare su buona parte delle viti della tenuta alcuni varietali bordolesi, il Cabernet e il Merlot per la parte dei rossi, il Sémillon per farne i bianchi, in uvaggio con la Malvasia locale a sua volta sostituita poi con un altro varietale d’oltralpe, il Viognier. E a dare maggiore slancio alla ”visione” del Principe contribuì di lì a poco anche un misconosciuto Tancredi Biondi Santi venuto da Montalcino, chiamato successivamente la morte di Palieri per dare continuità al progetto enologico avviato.  

Una storia che subisce un improvviso stop nel 1998, quando si decide, apparentemente senza spiegazioni, di spiantare quasi tutto il vigneto e fermare la produzione di vino. Le vicende famigliari, più o meno sussurrate, accompagnate da timidi rilanci e nuove cadute nell’anonimato non hanno granché chiarito le ragioni di tale incredibile destino tant’è che il lungo silenzio commerciale seguito, se da un lato ha contribuito ad alimentare la leggenda, dall’altro ha certamente fatto sparire dai radar questa piccola rarità italiana che invece da qualche tempo, è il 2004, prova a riappropriarsi della ribalta, sfoderando, in certe degustazioni di vecchie annate, dei veri e propri piccoli capolavori enologici.

Oggi la Tenuta di Fiorano conta ben 200 ettari di proprietà di cui buona parte destinati a vigneto, a uliveto, alberi da frutto ed altre colture tra le quali grano ed altri seminativi. Sono terreni caratterizzati da una forte matrice vulcanica, con substrati di pozzolane violacee e sedimenti di varia natura tra le quali polveri di eruzione e di trasporto. Abbiamo provato le annate più recenti delle quali, con piacere, lasciamo traccia.

Vdt Fiorano bianco 2016, da Grechetto e Viognier pari quantità. Viene lasciato sur lies in botti di rovere e di castagno da 10 ettolitri. Il colore è paglierino carico, il naso è subito fruttato di pesca bianca e nespola, poi un po’ più ampio, anche buccioso, balsamico, sa di fiori e macchia mediterranea. Al palato ha buona indole, potremmo dire morigerata nonostante il buon corpo e il tenore alcolico (14% vol.), ha sapore equilibrato e morbido, nessuna particolare velleità acida ma tanta sostanza, con un finale di bocca ”vivace” e ben sostenuto, minerale, piacevolmente sapido. Di quei bianchi sorprendenti che durante tutto un pasto rivelano ad ogni sorso qualche sfumatura di cui poter raccontare.

Vdt Fiorano rosso 2013, da uve Cabernet Sauvignon e Merlot. E’ prodotto generalmente per 2/3 da Cabernet e lasciato maturare in vecchi fusti di rovere di Slavonia da 10 ettolitri. Il Colore è di un rubino vivo ed intenso, non di quelli particolarmente concentrati. Il corredo aromatico rimanda quasi subito a note austere e sentori tostati, il lungo affinamento però non distragga da gradevoli sensazioni di piccoli frutti rossi e neri, ribes e mirtilli che lentamente si riappropriano del naso, aggiustandone il tiro, dipingendo così un quadro olfattivo interessante ed elegante. Nonostante l’annata non sia stata proprio di quelle a cinque stelle, il sorso è pieno, forse non di quelli che riempono la bocca ma è giustamente misurato, con tannino di grana finissima e un gradito ritorno di frutto sul finale di bocca che gli rende una beva godibilissima e fluente.

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La Francia possibile, Chénas e Moulin à Vent, ecco come Philippe Pacalet ti legge Beaujolais!

23 Maggio 2019 by

Philippe Pacalet è uno dei più apprezzati produttori di Borgogna, si muove con destrezza tra Pommard, Gevrey-Chambertin, Meursault, Chambolle-Musigny, Puligny-Montrachet, Vosne-Romanée, Nuits-Saint-Georges dove si è scelto con cura alcune piccole particelle dove mettere le mani, talvolta accontentandosi addirittura di pochi filari. Da queste ci fa almeno 25 vini diversi, starci dietro può essere davvero un’impresa, anche se molto piacevole.

Con questi presupposti i suoi sono generalmente piccoli capolavori di finezza ed equilibrio, ne abbiamo le prove e ci torneremo su a breve. Questi invece sono due vini certamente poco conosciuti qui in Italia, se non delle vere e proprie rarità, comunque da considerarsi due splendidi rossi provenienti dalle Aoc Chénas e Moulin-à-Vent, due dei 10 Crus del Beaujolais ai quali Pacalet, a suo modo, ha voluto dare degna interpretazione. Chénas è la più piccola tra le denominazioni di questo pezzo di Borgogna con i suoi 227 ettari, appellation per la verità un po’ disattesa perché i vini qui prodotti possono essere generalmente rivendicati anche sotto la più nota – e redditizia, ndr – Aoc Moulin-à-Vent.

Qui la terra è di origine granitica e i terreni sono perlopiù caratterizzati da argille e sabbie. Il vino è prodotto al 100% con uve Pinot Nero, ha un bellissimo colore rubino intenso, il naso è piacevolissimo, intriso di note floreali e frutti rossi  e neri, ciliegia, uva spina, mirtilli, more. Il sorso è gradevolissimo, sottile e di grande equilibrio gustativo, in particolare quando servito intorno ai 14°, fresco rivela pienamente tutto il suo fascino evocativo. Lo Chénas duemiladiciassette di Philippe Pacalet è una piacevolissima sorpresa!

Un passo avanti, per struttura e complessità è il Moulin-à-Vent pari annata prodotto però con 100% da uve Gamay. L’Aoc qui copre poco più di 640 ettari, anche da queste parti i terreni sono costituiti perlopiù da suolo granitico ricoperto da sabbie di origine alluvionali, sono quindi terreni magri e ben drenanti. L’Aoc prevede inoltre la distinzione di 15 particelle, i cosiddetti lieux-dits che possono talvolta essere riportate in etichetta: Les Carquelins, Les Rouchaux, Champ de cour, En Morperay, Les Burdelines, La Roche, La Delatte, Les Bois maréchaux, La Pierre, Les Joies, Rochegrès, La Rochelle, Champagne, Les Caves, Les Vérillats.

Anche in questo caso ci ritroviamo nel bicchiere un bel rosso dal colore rubino luminosissimo, con sfumature violacee, dal naso molto intenso e ampio, si coglie anzitutto violetta, con ancora i frutti rossi e neri maturi a prevalere: ciliegia, ribes a cui si aggiungono sentori speziati e balsami. In bocca ha chiaramente una marcia in più, ha struttura invitante e un po’ più carnosa, eppure di grande bevibilità, avvolge il palato con tanto frutto e una trama tannica sottile, ben tesa e fine, il sorso è vellutato e gaudente. Imperdibile! 

Leggi anche Corton-Charlemagne 2010 di Philippe Pacalet Qui.

Philippe Pacalet¤ è distribuito in Italia da Balan.

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All’Osteria Bottega si sta da Dio, come una volta

10 Maggio 2019 by

C’è un po’ ovunque un ritorno particolarmente sentito a certe atmosfere tipiche delle trattorie e delle osterie tradizionali, almeno nelle intenzioni. In alcune città, sommerse da format stereotipati del tipo Risto-Pub-Pizza-Lounge-Bar, il più delle volte più banali che senz’anima, certi posti come l’Osteria Bottega, semplici ed immediati, che non hanno smarrito le radici e le tradizioni, che si propongono di far mangiare bene in tutta tranquillità piatti tradizionali, rappresentano a nostro avviso, dei piccoli tesori da raccontare e salvaguardare.

L’ingresso da via Santa Caterina

Eccoci quindi qui a Bologna, All’Osteria Bottega, un locale dal cuore popolare in pieno centro. Non a caso, da più voci, definita la migliore in città! Il patròn è Daniele Minarelli, un vero apripista qui in città che 14 anni fa ha aperto questa piccola osteria dopo la straordinaria esperienza al ”Dandy”, locale rinomato e tra i primi ristoranti Stellati emiliani per circa un ventennio.

Il luogo è suggestivo, sin da subito hai l’impressione di certe atmosfere rarefatte d’un tempo: si trova proprio sotto i portici di via S. Caterina, con due piccole sale, quando è bel tempo qualche tavolino fuori, un grande banco dietro al quale si fa un po’ di tutto a vista, con una cucina piccola ma molto ben organizzata (visti i numeri), ma soprattutto un ottimo servizio di sala, gestito con grande verve ed esperienza, con i tempi giusti e tanto savoir faire dallo stesso patròn aiutato da alcuni validi collaboratori.

Il Salame di casa Minarelli

Il benvenuto non sfugge da una logica imperdibile, quella dei splendidi salumi selezionati dal patròn: c’è quindi la Mortadella Bologna del Salumificio Felsineo, a seguire un salame tradizionale preparato qui in casa proprio dai Minarelli, poi la salsiccia cruda al pepe nero che da sola varrebbe il viaggio, da far girare la testa. Ma siamo solo all’inizio!

Le animelle

Scegliamo di seguire l’Oste in tutto e per tutto, anche nella scelta del vino, un freschissimo Lambrusco Grasparossa. Frattanto si continua quindi con alcuni autentici capolavori della tradizione: le Animelle di vitello in crosta di pane, cacio, pepe, fave e piselli, poi il Rognone con ovoli e crema Parmentier. Il primo è un omaggio alla semplicità, al contempo un contrasto in perfetta armonia. Nel secondo vi è tutta la maestria nel saper lavorare con attenzione una materia prima povera di prima qualità altamente nobilitata da tecnica sopraffina.

Il Rognone

Il primo colpo al cuore arriva in tavola con il Brodo di cappone della domenica e i tortellini; il segreto, ci tiene a precisare Daniele, è il doppio brodo, vi è infatti quello nel quale vengono portati alla giusta cottura il tortellini e quello limpido e delicatissimo nel quale invece vengono poi serviti in tavola. Buoni i Rigatoni al torchio con frattaglie di cortile tagliate al coltello, interiora ed ovarine, un piatto che dalle nostre parti definiremmo ”particolarmente verace”!

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Il brodo di Cappone e i Tortellini

E’ una splendida serata nella quale tutto gira alla perfezione, la sala è piena ma di tanto in tanto uno scambio di battute con il padrone di casa ci aiuta a capire qualche sfumatura in più e a ricevere qualche conferma.  Si arriva così al secondo coup de coeur, Il Piccione di nido con cotture differenziate, petto rosato, coscette e ali croccanti con il suo fondo di cottura, spinacini brasati e funghi primavera, meraviglioso!, tra i più buoni mai provati, anche ripensando alle esperienze gastronomiche più alte degli ultimi vent’anni, davvero magistrale, per tecnica di cotture, accostamento e rifinitura del piatto.

Il Piccione

Degno compagno di tutta la serata il Lambrusco Grasparossa Corleto 2017 di Villa di Corlo, bel rosso vivace, leggero ma capace di regalare davvero una piacevole bevuta in accompagnamento a tutto il pasto, specialmente se servito ben fresco. Il colore è porpora e ben temprato, ha spuma evanescente e un naso intenso e fragrante, invitante, corredato perlopiù da piccoli frutti rossi; invitante è pure il sorso, scorrevole, giustamente frizzante, rifugge dalle solite dolcezze per questo dalla beva estremamente piacevole, mai stucchevole.

Oasteria della Bottega, Lambrusco Grasparossa di castelvetro Villa di Corlo - foto A. Di Costanzo

Lambrusco Grasparossa di Castelvetro Corleto

L’Osteria Bottega è uno di quei posti da visitare assolutamente a Bologna, consigliato e raccomandato anche a coloro i quali che per mestiere somministrano cibi e bevande, fanno gli Chef o sono Maestri di sala, fosse solo come percorso gastro-culturale e ”protoprofessionale”, un passaggio nello spazio-tempo del lavoro più bello del mondo, quello di far da mangiare (anche) cose semplici che ti fanno stare da Dio come una volta e servire e rendere felici i propri avventori, quali che siano. Non a caso ci è parso di capire che questo posto qui è sempre pieno. Conto medio sui 50 euro, vini esclusi.

Osteria Bottega, Via S. Caterina, 51 – Bologna – Tel. +39 051.585111

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Comunicare il vino, con tutto l’amore possibile!

8 Maggio 2019 by

Crediamo nelle belle persone che abbiamo incontrato in questi dieci anni sulla nostra strada, camminandoci assieme le vigne e girando per cantine, stappando e assaggiando (tantissime) bottiglie, correndo tra i tavoli dei ristoranti dove abbiamo avuto la fortuna di lavorare rincorrendo clienti dei più diversi e, grazie a questi, e ai loro buoni consigli, vivere tante belle esperienze umane utili ad insegnarci come poter stare al mondo, in questo mondo del vino e del cibo che ci appassiona sempre più e che richiede rispetto, ogni giorno di più.

Ci crediamo nei cronisti del vino, non certo nei guru, ancor meno in quelli autoreferenziali, guardiamo con attenzione, talvolta anche con una discreta ammirazione e rispetto, agli “industriali del vino”, quando per industriali s’intendono quelli con due, tre, a volte cinque o sei generazioni di vitivinicoltura alle spalle; crediamo nei loro vini, corretti, puliti, acquistabili un po’ ovunque, vini che sono stati, indiscutibilmente, un esempio e un modello, anche di contrasto, per i tanti piccoli e grandi produttori nati successivamente capaci di emularli se non addirittura superarli: ci pensate ad una Irpinia senza i Mastroberardino, ai Campi Flegrei senza i Martusciello oppure, allargando il giro, alla Toscana senza gli Antinori o i Frescobaldi, la Sicilia senza i Planeta?

Crediamo infine nella biodiversità, ma non quella che ci hanno voluto propinare certi soloni, strumentalizzandone all’inverosimile il senso, precisandola ogni volta con tutte le sigle del mondo o le fisime del momento, fossero pure ancestrali o contro-culturali. Crediamo quindi in una diversità biologica certamente possibile ma che rispetti l’originalità e preservi l’autenticità di quello che ci arriva nel bicchiere, con tutti i limiti eventualmente ad essi legati purché corretti, puliti, acquistabili, vieppiù da piccole produzioni. In fondo stiamo sempre parlando di vino, o no? Meglio quindi se buono, e magari da poterlo raccontare a qualcuno, con tutto l’amore possibile!

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Se questo non è un grande vino, parliamo del Terra di Lavoro 2016 di Galardi

7 Maggio 2019 by

Ci sono almeno due notizie importanti da considerare: la prima è che l’etichetta, abbandonata definitivamente nel 2012 l’igt Roccamonfina per abbracciare l’indicazione geografica tipica Campania, si candida con pieno titolo a diventare vino-icona regionale nel mondo; l’altra è che l’azienda, per la prima volta dalla sua fondazione, uscirà con un secondo vino, dal nome Terra di Rosso, da Piedirosso in purezza, che certifica, semmai ve ne fosse ancora bisogno, quanto questo straordinario vitigno va conquistandosi sempre più spazio sui mercati (anche) internazionali.  

L’azienda di San Carlo di Sessa Aurunca, in provincia di Caserta, giusto per riprenderne velocemente le fila, nasce nel 1991 ad opera di Roberto Selvaggi e Maria Luisa Murena e i fratelli Francesco e Dora Catello con il marito Arturo Celentano; esce con le prime, pochissime bottiglie, con l’annata ‘94. Il vigneto, con la cantina, sono immersi nel parco regionale di Roccamonfina, di tutta la proprietà sono circa 10 gli ettari votati alla coltura di Aglianico e Piedirosso per una produzione media annuale che si aggira sulle 30.000 bottiglie, cui si aggiungono uno splendido olio extravergine di oliva e, come detto, da quest’anno, con l’annata duemiladiciassette, una prima uscita di poco più di 6.500 bottiglie di Terra di Rosso.

Ci sono alcune tappe fondamentali nella storia di questa azienda che, dopo l’esordio del ’94, visse un primo punto di svolta importante con l’annata ’99, probabilmente l’inizio di tutto, la spinta decisiva per quello che poi è diventato il Terra di Lavoro per gli appassionati di tutto il mondo, un grande vino italiano. Da qui, a distanza di circa un decennio, con l’annata ’08¤, altro millesimo praticamente perfetto, con un andamento stagionale ineccepibile ed uve di sanità e qualità ben al di sopra di ogni altra vendemmia registrata prima, si riuscì a mettere un’altra pietra miliare fondamentale nella storia di questa splendida realtà.

Affrontiamo certe etichette sempre con grande riverenza, in questo caso, come raramente accade, la sentiamo dovuta e necessaria seppure mai declamata abbastanza come di sovente avviene invece per tante altre blasonate etichette italiane. E’ stata un’annata particolarmente complessa la duemilasedici, fredda e piovosa, ma questo non ha impedito a nostro avviso di tirare fuori tratti caratteristici peculiari che ritroviamo in larga parte sin dal colore, poi nel corpo e nella finissima tessitura acido-tannica del vino.

Dal colore vivace, le pareti del calice sono pennellate di un velo rubino porpora di rara lucentezza, il naso è sfrontato, ricco di sfumature, giocato però anzitutto sul frutto, polposo e fragrante, fine ed elegante, accompagnato ad ogni passaggio da gradevolissime sensazioni balsamiche che si fanno via via delicatamente speziate. In bocca è carnoso, caldo e avvolgente, con un tannino in evidenza ma per niente aggressivo, il sorso è infatti dinamico, avvolgente, dal sapore persistente, sapido e minerale. Se questo non è un grande vino…

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Pozzuoli, Piedirosso Campi Flegrei 2015 Contrada Salandra

5 Maggio 2019 by

Negli ultimi dieci anni ci sono almeno due annate di particolare rilievo nei Campi Flegrei dalle quali sono nati dei veri piccoli capolavori da Piedirosso, la prima è stata la duemilaundici, la seconda è senza dubbio la duemilaquindici.

Piedirosso Campi Flegrei 2015 Contrada Salandra - foto L'Arcante

Due millesimi per così dire ”celebrativi”, a loro modo diversi ma che hanno consegnato uve di particolare pregio capaci di regalarci tante belle bottiglie e sensazioni che crediamo siano state di grande incoraggiamento per molti dei migliori produttori flegrei.

Due annate capaci di rivelare tutto lo straordinario potenziale del territorio e del Piedirosso, quest’ultimo finalmente libero di volare lontano dal cono d’ombra dell’Aglianico, rinnovato nel suo spirito sfrontato, con bottiglie dal taglio decisamente più moderno, rinvigorite dalla scoperta di non avere alcun bisogno di andare alla forsennata ricerca di ciccia e di sovrastrutture particolari per giocarsela con i migliori vini italiani, etichette capaci di valorizzare il loro tradizionale bouquet, anzitutto orizzontale, talvolta concentrico ma sottile e ficcante – anche quando non immediato come in questo caso -, eppure profondo, dal sorso vibrante, giovanile e arguto al tempo stesso, anzi, astuto per meglio dire.

Come il Piedirosso di Giuseppe Fortunato¤, vino dal colore rubino intenso, appena trasparente, dal naso inizialmente timido ma che, lentamente, si apre su sentori maturi ma molto invitanti, in un susseguirsi di fiori, frutta e sensazioni speziate, finanche eteree. Note di viola passita, ciliegia sotto spirito, balsami e spezie dolci, di incenso e polvere. Il sorso è rigoroso, a suo modo varietale, dalla beva estremamente piacevole, stuzzicante e dal finale di bocca asciutto. E’ da bere proprio adesso, con grande piacere, ma se non ora, quando?!

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Cantine Aperte 2019, il 25 e 26 Maggio in tutta Italia

5 Maggio 2019 by

Sabato 25 e Domenica 26 Maggio prossimi torna in tutta Italia come consuetudine Cantine Aperte, appuntamento decisamente imperdibile per tutti gli irriducibili del vino; ma anche una occasione ghiotta per coloro che desiderano avvicinarsi al vino entrandovi dalla porta principale, quella che conduce direttamente dalla vigna alla cantina, ecco, quale migliore occasione di questa!

Caiazzo, Vigna di Pallagrello bianco Alepa

Dal 1993, l’ultima domenica di maggio, le cantine socie del Movimento Turismo del Vino aprono le loro porte al pubblico, favorendo un contatto diretto con gli appassionati di vino. Cantine Aperte, diventato nel tempo una filosofia, uno stile di viaggio e di scoperta dei territori del vino italiano, che vede, di anno in anno, sempre più turisti, curiosi ed enoappassionati avvicinarsi alle cantine, desiderosi di fare un’esperienza diversa dal comune.

Oltre alla possibilità di assaggiare i vini e di acquistarli direttamente in azienda, possibile entrare nelle cantine per scoprire i segreti della vinificazione e dell’affinamento. Protagonisti di Cantine Aperte sono giovani, comitive e coppie, che contribuiscono ad animare le innumerevoli iniziative di cultura gastronomica ed artistica che fioriscono attorno all’evento in tutto il Paese, su iniziativa degli stessi vignaioli.

http://www.movimentoturismovino.it

MTV Campania – Via Rio 26, 80042 Boscotrecase (Na)
Tel. 081 8584963 – 338 1354415
Mail: campania@movimentoturismovino.it
Presidente: Maria Paola Sorrentino

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L’Arcante Ssc Napoli Wine Dream Team su IlNapolista

4 Maggio 2019 by

Come sapete alcuni nostri contributi sono stati pubblicati sul giornale on line ilNapolista dove ogni settimana abbiamo provato a raccontare qualcuna tra le buone etichette campane prendendo spunto dai profili e dalle storie dei calciatori del Napoli¤, il nostro Napoli che quest’anno ha terminato la stagione al 2° posto della Serie A in Italia¤ ed è uscito ai Quarti in Europa League¤ e Coppa Italia¤. Seguendo il link – ¤ – di fianco al nome del vino ci trovate l’articolo completo. #ForzaNapoliSempre.

Il Napolista

1 – Alex Meret – Capri bianco Az. Scala Fenicia ¤

23 – Elseid Hysaj – Ischia Per’ ‘e Palumm Casa D’Ambra ¤

31 – Faouzi Ghoulam – Greco di Tufo Terrantica Etichetta Bianca I Favati ¤

33 – Raul Albiol – Taurasi Riserva Piano di Montevergine Feudi di San Gregorio ¤

26 – Kalidou Koulibaly – Falerno del Massico Primitivo Maiatico Michele Moio ¤

5 – Allan – Terre del Volturno Casavecchia Centomoggia Terre del Principe ¤

8 – Fabian Ruiz – Paestum Aglianico Jungano San Salvatore ¤

7 – José Callejon – Roccamonfina igt Terra di Lavoro Az. Galardi ¤

20 – Piotr Zielinski – Aglianico del Taburno Riserva Terra di Rivolta Fattoria la Rivolta ¤

24 – Lorenzo Insigne – Piedirosso Campi Flegrei Riserva Tenuta Camaldoli Cantine Astroni ¤

99 – Arkadiusz Milik – Ischia Forastera Cantine Antonio Mazzella ¤

25 – David Ospina – Lacryma Christi rosso Vigna Lapillo Sorrentino ¤

27 – Orestis Karnezis – Sannio Solopaca Bianco cantina Sociale di Solopaca ¤

13 – Sebastiano Luperto – Greco di Tufo Cantina Bambinuto ¤

19 – Nikola Maksimovic – Barbera del Sannio Armonico Az. Anna Bosco ¤

6 – Mario Rui – Ischia Biancolella Casa D’Ambra ¤

21 – Vlad Chiriches – Dubl Falanghina Brut VSQ DUBL ¤

42 – Amadou Diawara – Falerno del Massico rosso Ariapetrina Masseria Felicia ¤

2 – Kevin Malcuit – Greco di Tufo Vigna Cicogna Benito Ferrara ¤

9 – Simone Verdi – Asprinio d’Aversa Santa Pàtena I Borboni ¤

14 – Dries Mertens – Campania bianco Passio Az. La Sibilla ¤

34 – Amin Younes – Campania Aglianico Villa Teresa SeiPollici Mario Portolano ¤

11 – Adam Ounas – Asprinio d’Aversa Spumante Brut ‘’da Vigneti ad Alberata’’ Trentapioli Salvatore Martusciello ¤

30 – Marko Rog – Campania bianco Monte di Grazia Az. Monte di Grazia ¤

17 – Marek Hamsik – Taurasi Riserva Vigna Quintodecimo Az. Quintodecimo ¤

All. Carlo Ancelotti – Colli di Salerno rosso Montevetrano Az. Montevetrano ¤

Eccola la nostra squadra-enoica del cuore della stagione calcistica 2018/2019!

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Il vino secondo la Signora Carmela, il Taurasi

2 Maggio 2019 by

Il vino secondo la Signora Carmela, il Taurasi

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Omaggio a Gillo Dorfles 2015, l’Aglianico secondo Peppino Pagano

1 Maggio 2019 by

Angelo Eugenio Dorfles, è stato un critico d’arte, pittore e filosofo triestino, scomparso lo scorso Marzo 2018 all’età di 108 anni. Accademico onorario di Brera e dell’Albertina di Torino, è stato membro dell’Accademia del Disegno di Città del Messico, nonché Fellow della World Academy of Art and Science e Dottore Honoris Causa del Politecnico di Milano e dell’Università Autonoma di Città del Messico. Nonché insignito dell’Ambrogino d’oro dalla città di Milano, del Grifo d’Oro di Genova e del San Giusto d’Oro della sua Trieste.

A lui che per tanti anni, durante l’estate, amava concedersi lunghe passeggiate tra i Templi ed il lungomare di Paestum, Peppino Pagano, suo carissimo amico, ha voluto dedicare il vino di punta della sua azienda di Giungano San Salvatore 1988¤, un Aglianico prodotto da uve di un clone cilentano disperso negli anni, dal grappolo piccolo e spargolo ma dalla grande ricchezza fenolica delle bucce che ha saputo impressionare positivamente sin dalla sua prima uscita con il duemilanove che raccontammo, tra i primi, proprio qui su queste pagine nel gennaio del 2015.

Il Gillo duemilaquindici, ancora una volta impreziosito da un’originale etichetta disegnata proprio dal Maestro Dorfles, ha ricchezza e voluttà già nello splendido colore rubino-viola, concentrato e quasi ancora porpora sull’unghia del vino nel bicchiere. Il naso è estremamente ampio e verticale, affianca alla tradizionale matrice varietale una certa giovialità che ne anticipa tanta vibrante sostanza in bocca.

All’assaggio sembra quasi di masticarlo, tanto è spesso, fitto, lungo. Quel velo porpora che tinge il calice pare ammantare con piacevolezza anche il palato, il sorso è corposo, carico di polpa di frutto e le spigolature sono ben attenuate dal sapiente uso del legno. E’ un rosso di caratura importante, con una tessitura considerevole, che punta a conquistare sin dal primo calice ma anche a poter sfidare il tempo senza alcun timore reverenziale nei confronti di altri grandi rossi regionali e italiani.

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La pizza 4 Stagioni di Ciro Pellone a Fuorigrotta

30 aprile 2019 by

Alla Loggetta, più o meno una trentina d’anni fa, ci venivamo a giocare a pallone con i compagni di scuola dopo aver fatto ”filone” a scuola: era una tappa obbligata dopo il passaggio al Bowling Oltremare e l’affacciata al San Paolo dove alla domenica furoreggiava Maradona…

Dietro al grande successo della pizza napoletana¤ in città ci sono tanti protagonisti di assoluto valore¤, alcuni nomi storici, molti di grido, anche giovani, e tanti locali di qualità sparsi qua e là tra i suggestivi quartieri del Decumano ma soprattutto tra Mergellina, Chiaia e il ”lungomare liberato”.

Grande merito però va riconosciuto anche alle pizzerie di quartiere come questa della famiglia Ciro Pellone sopra via Mario Gigante, rione Loggetta, tra le tante capaci di mantenere viva la forte vocazione popolare della pizza da asporto, anche con consegna a domicilio, affiancandovi però un servizio al tavolo essenziale ma ben curato, giustamente misurato e in un’ambientazione familiare di grande disponibilità. 

Lontana dai riflettori della città, defilato dal caos di Fuorigrotta, non ci capiti certo per caso da queste parti, eppure, dalla famiglia Pellone ci ritorni con gran piacere. Tra le varie, la proposta ci è sembrata ampia e ben strutturata, da bere c’è Menabrea alla spina, qualche buona bottiglia di vino in carta, un fritto tradizionale e saporito. La nostra 4 Stagioni è con Pomodoro e Fior di latte di Agerola, Salame irpino, Prosciutto cotto, Melanzane a funghetto, Olio extravergine di oliva, Basilico e Parmigiano Reggiano, a € 7,50 in menu, ben spesi.

Pizzeria Ciro Pellone – Via Mario Gigante, 112 – Napoli (NA) – Tel. 081 5934104

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L’ultimo Barolo della stagione

26 aprile 2019 by

Dovremmo forse imparare dai cugini francesi, con i quali siamo sempre lì a tirarcela in volata, quella straordinaria capacità di dare una sorta di ”stagionalità” a quello che in fondo una ”stagionalità” vera e propria non ce l’ha, come il consumo del vino. 

Barolo Serralunga 2015 Azienda Agricola Luigi Pira - foto L'Arcante

Prima, e molto più di noi, loro sono (stati) in grado di dare veramente un senso e un valore assoluto alle produzioni tipiche regionali e, nella ristorazione, a quella rotazione della cantina che suggerisce ai primi caldi primaverili di dare velocemente spazio ai vini bianchi e i rosati da mettere in rampa di lancio per l’estate davanti ai grandi vini rossi padroni assoluti delle tavole in autunno e in inverno; un modo di fare, vendere e comunicare il vino che in fondo è un po’ come dovrebbe avvenire in cucina, almeno in quelle nelle quali si voglia costruire sulla carta un’efficace impronta territoriale passando anzitutto dalla valorizzazione dei prodotti di stagione, vieppiù quando locali.

Senza necessariamente mettere le mani avanti, quello della ciclicità delle carte dei vini non vuole certo essere un dogma, magari un’opportunità, ci siamo così ritrovati davanti a questo che al momento pare essere l’ultimo Barolo dell’anno nel bicchiere che ci sentiamo in dovere di raccontarvi, annata duemilaquindici, di Luigi Pira, prodotto con le uve della vigna storica di famiglia di 1 ettaro provenienti dal cru di proprietà nel comune di Serralunga d’Alba.

Stiamo parlando di poco più di 6.000 bottiglie di un vino dalla forte personalità, classico e tutto da scoprire, dal colore granato con riflessi aranciati. E quanto sia canonico, paradigmatico lo si coglie anche al naso: si avvia quasi ermetico, eppure temerario e finissimo, se ne coglie appena il frutto, una lieve nuances floreale, poi terra e cuoio, quindi una sottile ma caratteristica speziatura che sembra addolcire l’attesa. Irrompe al palato, ha decisamente gran corpo, però è teso, dalla trama giustamente acida, con tannini puntuti e di buona persistenza. In questo momento ne cogliamo appena l’essenza, la piena gioventù, s’intuisce chiaramente però che ha tutta la vita davanti.

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L’Arcante su il Napolista, questi gli ultimi articoli della stagione pubblicati

24 aprile 2019 by

Il Napolista

Siamo giunti allo sprint finale della stagione calcistica 2018/2019, come sapete dallo scorso Ottobre alcuni nostri contributi sono pubblicati sul giornale on line ilNapolista¤ dove ogni settimana proviamo a raccontare qualcuna tra le buone etichette campane prendendo spunto dai profili e dalle storie dei calciatori del Napoli¤, il nostro Napoli che va terminando la stagione al 2° posto in Italia¤ e uscita ai Quarti in Europa League¤.

Lo facciamo alla nostra maniera, in modo semplice e spigliato cercando di offrire qualche buono spunto per bere meglio (almeno) alla domenica. E i calciatori, anzitutto quelli del Napoli, con le loro gesta in campo, le loro storie ci danno la misura per suggerire l’etichetta del giorno.

Questi sono gli ultimi articoli pubblicati che vi riassumiamo in pochi passaggi essenziali, se vi va dategli una occhiata e scriveteci pure cosa ne pensate, diteci la vostra ne saremmo davvero felici.

#17 Amadou Diawara e l’Ariapetrina, il vino gioviale e sbarazzino in terra di Falerno Leggi Qui.

#18 Elseid Hysaj e mario Rui, mai sopra le righe eppure efficaci e godibilissimi come i vini di Casa D’Ambra Leggi Qui.

#19 Faouzi Ghoulam, Kevin Malcuit e il giovane Sebastiano Luperto, tre luminose sfumature di greco di Tufo Leggi Qui.

#20 Orestis Karnezis, Vlad Chiriches e Amin Younes sono il carosello dei vini campani buoni, inaspettati e sorprendenti  Leggi Qui.

#21 Lorenzo Insigne, elogio al calcio estetico, come il Tenuta Camaldoli di Cantine Astroni è un elogio alla bevibilità Leggi Qui.

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No che non ce ne siamo scordati di Peppino Fortunato, della Falanghina Campi Flegrei 2016 di Contrada Salandra

20 aprile 2019 by

Mai i Campi Flegrei, il Piedirosso e la Falanghina hanno ricevuto tante attenzioni come negli ultimi 4 o 5 anni e mai così tanti appassionati e addetti ai lavori appaiono letteralmente innamorati ogni giorno di più di questo straordinario territorio e questi vini finalmente apprezzati in tutto e per tutto quel che rappresentano per storia, tradizione e bontà!

Grande merito va certamente a taluni produttori che da anni lavorano duramente per migliorarsi, capaci di scrollarsi di dosso limiti tecnici e colturali azzerando stereotipi finalmente superati. Negli ultimi sei mesi di visite, chiacchiere, approfondimenti, assaggi ripetuti, ci viene d’obbligo ribadire che la vendemmia duemilasedici a Pozzuoli, Bacoli, Monte di Procida, Marano e sulle colline più prossime a Napoli ha per certi versi delineato uno spartiacque, una sorta di punto e a capo, una linea temporale dalla quale ripartire con grande slancio, dopodiché nulla più può essere considerato come prima, non solo per i rossi, anzi, in particolar modo per i bianchi, proprio per quella Falanghina che, non scordiamolo, numeri alla mano, continua a tirare instancabilmente la carretta di tutto il comparto, anche per una piccolissima realtà come quella di Peppino Fortunato¤.

Silente e riflessivo com’è nella sua natura, Peppino ha continuato nella sua opera di recupero e valorizzazione della vigna di famiglia, poco più di 4 ettari tra Monterusciello e Licola, nel cuore dei Campi Flegrei, nel comune di Pozzuoli, dove da poco più di quindici anni ha affiancato alla vocazione dell’apicoltura la coltivazione e la produzione di vini esclusivamente con i due vitigni tipici del territorio, Piedirosso e Falanghina con risultati di tutto rispetto.

I suoi vini hanno sempre un profilo organolettico austero, sono ricchi di personalità, minerali e pieni di tensione gustativa, sono per questo generalmente vini ”da aspettare”, poco avvezzi cioè alle necessità impellenti di mercato tant’è che entrambi vengono abitualmente commercializzati dopo almeno un anno e mezzo/due di affinamento in bottiglia, un tempo quasi necessario per lasciarli distendere prima poterne cogliere tutta la matrice territoriale.

Qui i terreni sono perlopiù sabbiosi, di origine marcatamente vulcanica, per niente sorpresi quindi nel ritrovarci nel bicchiere una Falanghina Campi Flegrei  duemilasedici di grande personalità, dal colore paglierino luminoso e maturo, ampio al naso e vibrante al palato. Le uve di questo angolo della Costa cumana coltivate a poche centinaia di metri in linea d’aria dal mare, sanno donare vini di personalità e caratterizzati da tanta freschezza, pienezza e sapidità, a questo giro, in questo vino, particolarmente centrate.

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Comfort Wines, Lugana Campo Argilla 2017 I Campi

19 aprile 2019 by

Come per i ”Comfort Foods” ovvero quei cibi a cui ricorriamo talvolta per soddisfare un bisogno emotivo alla ricerca di sapori consolatori, stimolanti e spesso nostalgici, così vi sono i ”Comfort Wines”, vale a dire bottiglie sicure, di solito appaganti, vini che continuano ad essere tra i più venduti sul mercato e consumati in Osterie, Wine Bar, Ristoranti e ultimamente finanche in Pizzerie, con grande successo soprattutto al calice.

Lugana Campo Argilla 2017 I Campi - foto A. Di Costanzo

Questo che andiamo a raccontarvi non è certo un vino che segue le ultime tendenze che sembrano convergere sempre più su vini bianchi dalla verve per così dire ”acidina”, purtuttavia si tratta di una bella espressione di una tipologia, il Lugana, che ci ha tenuti ”attaccati” al bicchiere con grande piacere di beva.

Nasce da uve trebbiano provenienti dalla riva bresciana del Lago di Garda. E’ un vino franco e immediato, con un naso ben centrato, fruttato e floreale, caratterizzato da sensazioni di agrumi e fiori bianchi, cedro e  limonella. Il sorso è morbido, delicato e avvolgente, dal finale di bocca gradevole e ammiccante.

Dell’azienda veronese I Campi ne abbiamo già parlato in questo articolo¤ in occasione della degustazione del Soave Campo Vulcano. L’impressione è di trovarci nuovamente davanti ad un calice di vino pienamente rappresentativo della denominazione di appartenenza, gran merito va riconosciuto anzitutto al lavoro di selezione in vigna, alla profonda conoscenza del territorio¤ nonché per la maniacale attenzione a tutto il processo produttivo.

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Lista della spesa per i prossimi giorni

17 aprile 2019 by

Il curioso calendario delle prossime settimane consente di programmare – tempo permettendo – qualche spensierato fuoriporta da aggiungere agli appuntamenti irrinunciabili già fissati dalle festività nazionali e dalle ricorrenze cattoliche.

Un picnic di Pasquetta - foto tratta dal web

Ne approfittiamo quindi per accodarci anche noi ai tanti suggerimenti che vi staranno arrivando – dove andare, i luoghi da visitare, cosa mangiare, ndr -,  segnalandovi giusto qualche buona bottiglia da ricercare o da portarsi dietro in caso di necessità per bene bene, ovviamente sempre che proprio non vi riesce di bere vini dei Campi Flegrei! Attenzione agli abbinamenti consigliati, alcuni sono da brevetto depositato!

Asprinio d’Aversa Spumante Brut Terramasca 2017 – Drengot, una piacevole scoperta durante l’ultima sessione di assaggi a Campania Stories dello scorso Marzo. Di quanto siamo innamorati del varietale e di questa denominazione è ben noto, fa piacere che il numero di produttori in campo si allarga, puntando soprattutto sulla qualità, come in questo caso. Bolle fini e quadro aromatico suggestivo, sorso seducente e vivace. Con o’ pere e o’ musso, con sale e limone.

Falanghina del Sannio Svelato 2018 – Terre Stregate L’azienda dei fratelli Iacobucci è ben nota per la sua produzione di olio extravergine di oliva a cui da tempo si è affiancata (nuovamente) la produzione vitivinicola. I risultati sono di tutto rispetto, tutti i vini mantegono uno standard estremamente elevato, molto seducente questa Falanghina duemiladiciotto, sin dal colore paglierino luminoso. Il naso è avvenente, ha sentori di fiori bianchi, di pesca e di mela, il sorso è sottile, morbido, estremeamente bevibile. Con fave, ricotta (appena) salata e pancetta.

Greco di Tufo Cutizzi 2018 – Feudi di San Gregorio Non è mai semplice pensare ad un greco d’annata già così espressivo eppure va delineandosi un millesimo di grandi soddisfazioni soprattutto per coloro i quali hanno saputo leggere una vendemmia così eterogenea anche in un territorio così apparentemente ristretto come quello della denominazione greco di Tufo in provincia di Avellino. Il colore paglierino è luminoso, il naso già ampio e affascinante, verticale, anzitutto fruttato e marino, il sorso è caratterizzato da precise connotazioni minerali e da un finale di bocca appagante e sapido. Con i calzoncini fritti con cicoli e ricotta.

Terre del Volturno Pallagrello bianco L’Oca guardiana che dorme beata 2017 – Aia delle Monache Viene quantomeno difficile mettersi nei panni di un sommelier alle prese con l’inserimento in carta di un vino dal nome così lungo, lunghissimo. Scherzi a parte però, ne vale veramente la pena, che buono questo duemiladiciassette! Dopo il successo delle prime aziende che storicamente hanno dato il via alla riscoperta e valorizzazione di questo areale e di questo varietale, ecco una nuova splendida realtà in forte ascesa. Pallagrello bianco dal timbro molto coinvolgente, il naso è intriso di fiori e frutta a polpa gialla, in bocca è ben teso, lungo, coinvolgente e dal finale di bocca quasi balsamico. Con i carciofi arrosto.

Paestum Fiano Kratos 2017 – Luigi Maffini Rimane questo di Maffini un vino del cuore, una perla della produzione cilentana e tra i più buoni fiano prodotti in Campania, dal colore paglierino, il naso regala sentori avvenenti e sensazioni molto coinvolgenti, ricordi di passeggiate lungo le scogliere di Licosa, il sorso è scattante e intenso, pieno e sapido. Con la pasta e patate con le cozze.

Penisola Sorrentina Gragnano Ottouve 2018 – Salvatore Martusciello Non può assolutamente mancare sulle tavole di questi giorni, a casa o fuoriporta è il Gragnano il vino della gioia e della spensieratezza. Con quel suo colore porpora vivace, quella soffice corona di spuma evanescente, dal naso vinoso e sfacciatamente fruttato, conserva il sapore asciutto e ammiccante della tradizione popolare nobilitato dalla frutta rossa croccante, dal lampone e i ribes neri. Con il casatiello o il tortano e la pizza ‘chiena.

Sannio Sant’Agata dei Goti Piedirosso Artus 2017 – Mustilli Non possiamo che ammirare il grande lavoro portato avanti negli ultimi anni dalla famiglia Mustilli, un lavoro anzitutto mirato alla valorizzazione del grande patrimonio storico e culturale che rappresenta la loro opera sul territorio sannita di Sant’Agata dei Goti, poi in vigna e in cantina dove hanno saputo riprendere per mano quel valore di eccellenza che fa, ad esempio di questo vino, uno dei migliori Piedirosso in circolazione bevuti negli ultimi anni. Dal bel colore intenso, ha profumi riconoscibili di gerani e piccoli frutti neri, un sorso scalpitante, progressivo, sapido e affilato. Con la frittata di maccheroni, quella rossa.

Lacryma Christi del Vesuvio rosso Gelsonero 2014 – Villa Dora Ne scriviamo e riscriviamo senza sosta, il Gelsonero è un manifesto dello sposalizio tra Aglianico e Piedirosso, le varietà rosse tradizionali dell’areale, ne viene fuori un vino avvenente, scuro nel colore perchè ricco e intriso di stoffa, immediato e godibile come il Piedirosso sa essere ed ampio, polposo e intrigante come promette l’Aglianico di queste terre. Annata straordinaria per i vini del Vesuvio. Con la lasagna al ragù alla bolognese.

Costa d’Amalfi Tramonti Rosso A’ Scippata 2013 – Apicella Un grande vino, rappresentativo di un territorio particolare e suggestivo. Mantiene una linea espressiva molto profonda, giocata su acidità e forza, in questo momento in perfetto equilibrio, ci regala un sorso avvincente che chiede portate ricche, che richama opulenza nel piatto. Si beve con soddisfazione, lascia dietro di se una scia di soddisfazione abbastanza evidente. Con le salsicce al finocchietto arrosto con i friarielli.

Irpinia Campi Taurasini Ion 2016 – Stefania Barbot Ci ritorniamo con piacere perché rimane il pensiero di un gran bel vino da seguire nei prossimi anni, tra i pochissimi rossi irpini al momento ad emergere nettamente tra quelli a denominazione Campi Taurasini, sottozona della doc Irpinia. Dal colore vivacissimo, intrigante, offre un naso incredibilmente ampio e fruttato, balsamico. Il sorso è asciutto, il tannino è percepito ben levigato, il finale di bocca è piacevolissimo, fresco e lievemente speziato. Con l’agnello alla brace con contorno di piselli e guanciale. 

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La Primavera in Borgogna| Il gelo in Côte d’Or

14 aprile 2019 by

Continuiamo a seguire con particolare attenzione quanto sta avvenendo in Borgogna in queste ore, in particolare a Beaune, Pommard e nelle terre di Meursault e Puligny dove si sta lottando con grande impegno strenuamente e senza sosta per difendere le prime fioriture di primavera dalle insistenti e straordinarie gelate notturne.

Notizie e immagini ancora più suggestive provengono anche dalla vicina area dell’Aube in Champagne e da Chablis. Forza e coraggio nos amis!

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La Primavera nei Campi Flegrei| Vigna Astroni

14 aprile 2019 by

Napoli, Cantine Astroni – Foto di Gerardo Vernazzaro.

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Il vino secondo la Signora Carmela, il Lacryma Christi del Vesuvio

12 aprile 2019 by

Al Ristorante, il Lacrima di Cristo frizzantino - di L'Arcante© L’Arcante – riproduzione riservata

Non a caso Settevulcani, la Falanghina dei Campi Flegrei 2017 di Salvatore Martusciello

10 aprile 2019 by

Abbiamo salutato con grande piacere il ritorno in campo flegreo di Gilda e Salvatore Martusciello, era l’estate di tre anni fa, ne scrivemmo qui¤ e ancora prima qui¤ non appena uscito il Gragnano della Penisola Sorrentina Ottouve.

Falanghina Campi Flegrei Settevulcani 2017 Salvatore Martusciello - foto L'Arcante

Si stava scrivendo una nuova pagina importante qui nei Campi Flegrei e mancava un pezzo di questa nuova mappatura del territorio flegreo, diciamo che mancava quel bel pezzo che riporta sostanzialmente alle origini, dove tutto ebbe inizio in larga parte proprio grazie all’impegno della famiglia Martusciello di cui Salvatore detiene in mano, ben salde, le redini della storica vocazione.

Con Gilda, sua moglie, hanno così ripreso il filo della storia e dopo il Gragnano, l’Asprinio, toccava riprendere a produrre i vini flegrei, il Piedirosso e la Falanghina, con l’etichetta Settevulcani. Il comprensorio puteolano vive così un grande momento di rilancio vitivinicolo, dalle coste del vallone di Toiano¤ e del Lago d’Averno¤ alle colline di Cigliano¤ o dello Scalandrone¤ ricche di lapilli emergono stupende vigne rigogliose, baciate dal sole, così suggestive da rimanerci a bocca aperta, consegnateci da una tradizione millenaria e da una vocazione unica e rara finalmente interpretate con sapienza e rispetto. Senza dimenticare le coste di Agnano¤, a ridosso del vulcano Solfatara e Monterusciello¤ e Cuma dove, proprio all’interno del Parco Archeologico dei Campi Flegrei, Salvatore coltiva e produce le uve che danno vita ai suoi vini così persistenti, vulcanici!

Siamo infatti all’interno di una immensa caldera in stato di quiescenza con numerosi vulcani sparsi sul territorio, a nord-ovest di Napoli. Qui, su questi terreni bruni e sabbiosi le vigne sono a piede franco*, una vera rarità per il vigneto italico; la fillossera, l’afide che distrusse l’intera viticoltura europea tra la fine del ‘800 e l’inizio del ‘900 del secolo scorso, qui muore per asfissia, quindi le viti sono allevate, si può dire, praticamente come duemila anni fa, cioè sulle proprie radici (franco di piede, ndr) contrariamente a gran parte del resto d’Italia e d’Europa dove precauzionalmente invece è necessario innestarle su una radice americana resistente alla fillossera.

Sono infatti anzitutto autenticità, freschezza e mineralità i tratti che più caratterizzano il Settevulcani duemiladiciassette, vino bianco dal colore paglierino, con un discreto corredo olfattivo perlopiù floreale e di frutta appena matura, agrumi e poi albicocca. Il sorso è asciutto, sinuoso e persistente, fedelissimo alla tipologia, dal finale di bocca corroborante e piacevolmente sapido!

Leggi anche Piccola Guida Ragionata ai vini dei Campi Flegrei Qui.

Leggi anche Si deve a Gennaro Martusciello molto più di un ricordo Qui.

( * ) Piede franco, non innestata su vite americana Qui.

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