E venne il giorno della prima verticale storica del Piedirosso Campi Flegrei Colle Rotondella di Cantine Astroni

28 settembre 2020 by

E’ una verticale storica questa, che segna il tempo trascorso provando a contare e raccontare i passi fatti in tre lustri nei Campi Flegrei da Cantine Astroni e Gerardo Vernazzaro, senza dubbio tra i più dinamici produttori e interpreti del panorama enoico di questo pezzo di territorio della provincia napoletana.

La famiglia napoletana Varchetta da oltre quattro generazioni è impegnata ad affiancare al florido commercio di uve e vini puntuali e lodevoli investimenti in un territorio dove piantare una vigna spesso può rivelarsi impresa difficile quasi quanto programmare il lancio di una sonda esplorativa nello spazio.

Così, all’incirca vent’anni fa, è nato il progetto Cantine Astroni, un cambio di passo decisivo per la famiglia ma anche, soprattutto, un nuovo modo di guardare al territorio non più in maniera passiva bensì diventandone tra i protagonisti più attivi, convertendo e piantando vigne oggi tra le più suggestive intorno a Napoli e mettendo su una cantina bella e funzionale, tecnologicamente all’avanguardia, proprio a due passi dal centro città e dalla riserva naturale del Cratere degli Astroni¤, là dove oggi è possibile per chiunque andare e toccare con mano uno spirito nuovo fuori dai soliti luoghi comuni di una periferia altrimenti assediata dal cemento.

Sono oltre dieci anni che proviamo a consegnare a queste pagine, con una certa regolarità, le impressioni su tutti i vini di Gerardo, il racconto della sua significativa sensibilità nell’approcciarsi al Piedirosso e alla Falanghina dei Campi Flegrei, a partire proprio dal Colle Rotondella¤ – tra i primi ad essere qui recensito con l’annata duemilanove, nel 2011 – sino al Riserva Tenuta Camaldoli¤, seguito dai bianchi Colle Imperatrice¤ e Vigna Astroni¤ passando da Strione¤ al Tenuta Jossa¤.

Ebbene, pur senza allungarci troppo in una sterile adulazione o innescare inutile piaggeria possiamo dire con una certa ragionevolezza che ognuna di queste referenze hanno raggiunto oggi grande equilibrio e piena espressività, risultato figlio di un lavoro duro e faticoso che ha richiesto anni di impegno, investimenti, studio, confronto, umiltà, provando a destreggiarsi tra insidie, errori, opinioni talvolta date senza avere piena conoscenza diretta dei fatti ma soprattutto con tanta intelligenza, indispensabile per non adagiarsi, nemmeno dopo i primi successi arrivati e, ne siamo certi, dopo quelli prossimi che non mancheranno a tardare!

Proprio dalle vigne del circondario flegreo più prossimo a Napoli, in areale delle colline dei Camaldoli, da un vigneto di circa tre ettari di Piedirosso dei Campi Flegrei, provengono le uve di questo rosso, il Colle Rotondella, che fa solo acciaio e bottiglia e che pare riassumere tutto quello che un vino di questo territorio deve saper garantire in tutta la sua sfrontata consistenza: un colore avvenente, profumi seducenti, finanche ruffiani, una beva scorrevole e furba, non priva però del giusto carattere. Ma cosa succede poi negli anni? C’è da aspettarsi altro, qualcosa in più?

E’ così che l’enologo si è spogliato di quanto non più strettamente necessario e si è fatto nel frattempo viticoltore tout court, rimanendoci in vigna tutto il tempo necessario per comprendere e agire, seguendo e assecondando la natura, con attenzione alla tutela del suo equilibrio e dell’ambiente che lo circonda, mirando al mantenimento della fertilità del suolo attraverso la promozione di processi naturali biologici e sistemi chiusi favorendo quindi la coltivazione di uve sane, ricche, pregevoli. 

Aspetto, quello agronomico, assolutamente non secondario nel cogliere appieno il valore del risultato finale nel bicchiere che, soprattutto nella terza e ultima parte della batteria in degustazione, quella che va dalla ‘sedici all’ultima ‘diciannove, con delle prime avvisaglie già nella ‘tredici e ‘quindici, contribuisce in maniera decisiva a tratteggiare un vino dalla chiarissima impronta vulcanica, assolutamente originale, dal respiro moderno e dal sapore contemporaneo, con un naso seducente e un sorso coinvolgente, pieno e gratificante nei suoi primi anni di bottiglia ma che non ha assolutamente nulla da temere dallo scorrere del tempo, restando in grande spolvero almeno per un lustro.

***** Piedirosso Campi Flegrei Colle Rotondella 2019. E’ un rosso che regala un piacevolissimo gioco dei sensi a chi si avvicina alla tipologia per la prima volta, con quel colore rubino dalle vivaci sfumature quasi porpora; possiede un ventaglio olfattivo estremamente varietale, è vinoso, floreale di gerani e di piccoli frutti rossi e neri maturi. Un corredo aromatico arricchito da lievi sfumature officinali e da una fresca tessitura gustativa, abilmente tenute assieme dal manico di Gerardo Vernazzaro, proprio grazie alla sua lunga esperienza di studio del territorio e del varietale. Il sorso è secco e morbido, infonde piacere di beva, una sorsata ne richiama subito un’altra, una beva sfrontata, agile, calda, salata e avvolgente. 12% di alcol in volume in etichetta.

**** Piedirosso Campi Flegrei Colle Rotondella 2018. E’ un rosso tremendamente contemporaneo, decisamente didattico, dal colore rubino con vivaci sfumature quasi porpora sull’unghia del vino nel bicchiere, con un naso estremamente varietale, vinoso, floreale di gerani e di piccoli frutti rossi e neri maturi. L’anima più tradizionale del Piedirosso flegreo qui è sorretta anche da un frutto dalle piacevolissime sfumature speziate ed una fresca tessitura gustativa abilmente intrecciate. Il sorso è secco e morbido, dona piacere di beva che grazia il palato e un sorso ne richiama subito un altro. 12,5% di alcol in volume in etichetta.

****/* Piedirosso Campi Flegrei Colle Rotondella 2017. Fu quella un’annata complessa e complicata, sin dal colore rubino carico se ne coglie la pienezza del frutto, ha un naso estremamente varietale, ancora vinoso, ampio, floreale e fruttato, balsamico. Si avvantaggia di una maggiore percezione ”calorica” in bocca, il sorso è secco e morbido, assai piacevole, scorrevole, con un finale di bocca sapido ma appena amaricante in chiusura. 12,5% di alcol in volume in etichetta.

**** Piedirosso Campi Flegrei Colle Rotondella 2016. Bottiglia nuova, di ispirazione francese, con le etichette necessariamente riviste e adattate. Resta una piacevole sorpresa, lo beviamo nuovamente a distanza di nemmeno una settimana. Ha un colore tipicamente ”borgognone”, pienamente rubino, luminoso e trasparente, appena più accentuato sull’unghia del vino nel bicchiere; Il naso è anzitutto balsamico e floreale, rimanda poi a piccoli frutti rossi e neri maturi, appena un sottofondo di sottobosco, cenere e polvere di cacao. Il sorso è sottile, dal gusto secco e di finissima tessitura gustativa, magro ma non privo di vigore ed energia, chiusura di bocca salina. 12,5% di alcol in volume in etichetta.

***/* Piedirosso Campi Flegrei Colle Rotondella 2015. Segna uno spartiacque, è questa l’ultima uscita ancora in bottiglia bordolese. Ha colore rubino maturo, nemmeno tanto trasparente sull’unghia del vino nel bicchiere; conserva un’impronta varietale particolarmente interessante, vi si colgono sentori di rosa, melograno e altri piccoli frutti neri maturi a cui s’aggiungono piacevolissime tonalità speziate e balsamiche. Il sorso è asciutto, abbastanza morbido, molto piacevole la beva, con un finale di bocca caldo e abbastanza lungo. 12% di alcol in volume in etichetta.

***/* Piedirosso Campi Flegrei Colle Rotondella 2013. Annata altalenante, particolarmente ”allenante” la definisce Gerardo Vernazzaro, di quelle che non puoi perdere di vista nemmeno un giorno e che ti costringono a stare sul pezzo sino all’ultimo, non a caso tra le prime ad essere portata in cantina solo a fine ottobre, raccogliendo i primi frutti del lungo lavoro di valorizzazione del patrimonio vitivinicolo di proprietà. Il colore rubino ha tenuto benissimo, conservando invidiabile integrità varietale, il naso è floreale e fruttato, in particolare di rosa passita e arancia sanguinella. Il sorso è secco, caldo e morbido, con una buona progressione gustativa e una sapidità marcata. 12% di alcol in volume in etichetta.

** Piedirosso Campi Flegrei Colle Rotondella 2012. L’ultima vestita di nero, con etichette trendy per l’epoca, un nuovo taglio scelto qualche anno prima per provare a far prendere il largo dalla casa madre quei vini provenienti dalle vigne di proprietà, proprio come il Colle Rotondella. Il colore è marcato da un tono scuro, granato con note aranciate/brune sull’unghia del vino nel bicchiere. Il naso è terragno, conserva buona pulizia olfattiva ma vi si riconoscono soprattutto note di terra bagnata, sottobosco, frutta secca più che altro, con il sorso asciutto e snello, con ancora buona intensità. 12% di alcol in volume in etichetta.

**/* Piedirosso Campi Flegrei Colle Rotondella 2011. Annata calda, perfino torrida in alcuni frangenti, anche in questo caso il colore è maturo, granato/aranciato sull’unghia del vino nel bicchiere. Il naso, tuttavia, è molto interessante: verticale e balsamico, dai tratti maturi, vi si coglie confettura di ciliegia, sciroppo di melograno, cenere, carrube, sottobosco. Il sorso è lineare, snello, con ancora una buona corsa. E’ questo il millesimo con il quale uscirà poi sul mercato, un paio d’anni dopo, per la prima volta, la Riserva Tenuta Camaldoli¤. 12,5% di alcol in volume in etichetta.

** Piedirosso Campi Flegrei Colle Rotondella 2010. Sono questi gli anni in cui si comincia a lavorare con una certa continuità in vigna con un approccio più consapevole. Oggi ne viene fuori un vino dal colore marcato da toni scuri, granato con note aranciate sull’unghia del vino nel bicchiere. Ha naso empireumatico, severo, conserva buona pulizia olfattiva restando però concentrico (terra, radici, polveri) consegnando tuttavia un sorso asciutto, agile con una marcata connotazione salina. 12,5% di alcol in volume in etichetta.

** Piedirosso Campi Flegrei Colle Rotondella 2007. Annata calda e asciutta, si direbbe di frutto più che di terroir, a quel tempo capace di tirare fuori vini di grande godibilità un po’ ovunque in Campania, pieni e insolitamente carnosi soprattutto per il varietale flegreo. Ne resta un vino dal colore granato con note aranciate sull’unghia del vino nel bicchiere. Il naso ha bisogno di qualche minuto per liberarsi da un po’ di riduzione, lasciando poi spazio a sentori di prugna e amarena sotto spirito, sentori di sottobosco e humus, frutta secca, chiodi di garofano, erbe medicinali. Non male per una bottiglia che certamente non aveva alcuna velleità di arrivare ad oggi! Il sorso è asciutto e abbastanza fresco, anche caldo seppur non lunghissimo. 13% di alcol in volume in etichetta.

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Miniere

26 settembre 2020 by

Verso metà dell’800 accadeva sempre più di sovente che a Tufo, di tanto in tanto alcuni pastorelli rinvenivano pietre che al fuoco bruciavano sviluppando un forte odore acre di anidride solforosa, erano perlopiù sassi giallo-grigiastro composti di zolfo, gesso e argilla.

Quasi nessuno però diede particolare rilevanza a questi ritrovamenti sino a quando Francesco Di Marzo, Signore e proprietario di larga parte di questi luoghi, prese a incoraggiare i pastorelli a ricercare con maggior lena quelle pietre e dargli la posizione esatta dei luoghi di rinvenimento. Di Marzo era un uomo spiccio, parecchio deciso, non ci mise molto ad intuire che là da qualche parte vi fossero delle miniere che aspettavano solo di essere scoperte. Correva l’anno 1866!

Come spesso accade però, questo pezzo di storia trova una contrapposizione abbastanza netta con quanto tramandato invece dalla famiglia di Federico Capone di Altavilla, che sostiene sia stato lui lo scopritore delle miniere di zolfo; c’è da dire infatti che da queste parti, le imprese minerarie furono sin dall’inizio due, con due distinte proprietà e due fabbriche: quella della famiglia Di Marzo e la Società Anonima Industrie Minerarie (SAIM¤) che, del resto, delle due è l’unica sopravvissuta al tempo e ancora in parte funzionante nel comune di Altavilla Irpina.

Non c’è dubbio alcuno però che a Tufo furono certamente i Di Marzo che promossero nel tempo tante iniziative sociali che ritornava in qualche modo benessere all’areale, gli annali raccontano del primo cinematografo, dell’asilo e della scuola per i bambini, l’istituzione della società operaia, cui s’affiancarono negli anni una nuova coscienza dei diritti e dei doveri, del senso civico e man mano uno sviluppo culturale e sociale della comunità che intravedeva finalmente prospettive concrete di emancipazione.

E’ un’atmosfera decisamente lontana negli anni ma che sembra continuamente riecheggiare nell’aria mentre ci cammini le vigne qui sopra le vecchie miniere di zolfo a Tufo dove, tra gli altri, ci lavorava anche il nonno di Angelo Muto, con la nonna, invece, che aveva come compito quello di trasportare i candelotti di esplosivo utilizzati negli scavi della maniera. Lavori umilissimi, duri, pericolosi ma per tanti anni considerati manna dal cielo per queste terre in cerca di rinascita e affrancamento, lavori che hanno dato da vivere a centinaia di famiglie e l’opportunità di creare reddito e prospettive di riscatto sociale. 

Nel solco di una storia famigliare così radicata proprio qui, nel 1995 Angelo decide di acquistare proprio dai Di Marzo questi 8 ettari che si estendono tra la vecchia polveriera e l’ingresso della miniera, esattamente là dove i suoi nonni ci hanno passato una vita intera.

Di questi, poco più di 3 ettari sono vitati e votati interamente al Greco di Tufo, da qui proviene, per l’appunto, il Miniere, un bianco di straordinaria capacità evocativa, dal sapore ancestrale ma assolutamente capace di rappresentare pienamente la consistenza di questi luoghi e lo spessore dei suoi valori, un vino autentico, ossuto, pregno di consistenze ma privo di sovrastrutture, inutili ideologie, sostanza di una viticoltura semplice, attenta alla natura, sostenibile e conservativa, come il buon lavoro fatto in cantina da Luigi Sarno, al fianco di Muto sin dai suoi primi passi.

E’ una piccola enclave Miniere, dentro un territorio nemmeno tanto ampio ma che conta ben 670 ettari di vigne iscritte all’albo della Docg, riconosciuta con Decreto Ministeriale nel Luglio del 2003, con una produzione annuale di poco più di 4.000.000 di bottiglie e 8 comuni ammessi: Altavilla Irpina, Chianche, Montefusco, Petruro Irpino, Prata di Principato Ultra, Santa Paolina, Torrioni e, per l’appunto Tufo; ovunque qui le coltivazioni sono poste ad altitudini che vanno dai 300 ai 700 metri s.l.m., in molti punti – come qui nelle terre di Cantine dell’Angelo -, lungo pendii particolarmente ripidi, in mezzo a boschi, su terreni fortemente caratterizzati da argilla e calcare, con stratificazioni vulcaniche, sabbie, gesso e minerali (zolfo) visibili già in superficie, in alcuni punti più chiaramente che in altri.

L’Aminea Gemina, di cui si parla già nelle Georgiche¤ di Virgilio, è una varietà arrivata qui dalla Tessaglia, per merito dell’antico popolo dei Pelasgi¤, così chiamata per la caratteristica forma del grappolo che presenta una spiccata gemmazione laterale, a renderlo quasi doppio, gemello, appunto. L’uva da generalmente un vino dalla tipicità ineguagliabile, con profumi che ricordano la pesca, l’albicocca, il caprifoglio, la mandorla amara, citronella, pompelmo, iris, zenzero e cannella quando più maturo. E’ dotato di spiccata acidità nonché di sostanze fenoliche che la buccia rilascia in abbondanza naturalmente durante la pigiatura. Per questa ragione il Greco viene anche definito un ‘’vino rosso mascherato da bianco’’.

**** Greco di Tufo Miniere 2018. E’ stato un millesimo abbastanza complesso, con una primavera fresca e piovosa e una lunga estate inizialmente tiepida e poi calda e siccitosa con qualche fibrillazione in fase di vendemmia. Tutto però sembra ritornare perfettamente nel bicchiere, con un vino dal profilo slanciato, agile eppure teso e vibrante, con il suo caratteristico timbro particolarmente minerale. Il colore è uno splendido paglia oro appena dorato sull’unghia del vino nel bicchiere. Il naso è ricco, insolitamente complesso già ora, riconoscibilissimo, con quella sua matrice di zolfo che lascia poi spazio a fiori e frutta a polpa gialla matura. Il sorso è tanta roba, ha struttura, equilibrio e morbidezza con un finale di bocca piacevolissimo e sapido.

In diversi areali campani l’annata duemilasedici si è rivelata altalenante e sembrava non promettere benissimo a causa di gelate primaverili che in molti casi hanno segnato a fine ciclo una sensibile riduzione di produzione. L’estate, però, è stata di quelle classiche, capace di mantenere il ritmo del ciclo vegetativo costante nonostante un autunno abbastanza umido. Ne sono venuti fuori vini di buon equilibrio, con struttura, acidità e, per i rossi, tannini di grande armonia, senza far mancare punte di eccellenza in certi areali più che in altri. Vini di buona struttura insomma ma che non mancano di freschezza e nerbo, sia nei rossi che nei bianchi con ottime prospettive di longevità.

**** Greco di Tufo Miniere 2016. Miniere duemilasedici è giallo paglierino tendente al dorato. Ha un naso ricco e riconoscibile, ben oltre le note sulfuree e salmastre che certo sorprendono ma poi lasciano il campo a sentori di caprifoglio, citronella, albicocca, mandorla amara. Il sorso ci pare più equilibrato e morbido del precedente, probabilmente meno profondo ma non certo meno distintivo, rinnovando quel finale di bocca in cui ritorna perentoria la piacevolissima e personalissima trama sapida che lo caratterizza appieno.

**** Greco di Tufo Miniere 2014. La duemilaquattordici è stata un’annata particolarmente austera, scarsa da un punto di vista produttivo in diverse aree della Campania ma in grado di rivelare anno dopo anno tante belle bottiglie capaci di sorprendere e affascinare. E’ giallo oro quel che ci arriva nel bicchiere, qui l’anima sulfurea e minerale è rimarchevole e caratterizzante, in secondo piano tante piccole sfumature, di fiori e frutta passita e candita, ci trovi uvetta, scorze di arancia amara, zenzero, poi frutta secca accompagnate da un sorso di carattere, anche sgraziato, dritto e indirizzato a un finale di bocca sapido, in un quadro gustativo che regala una bevuta dal piacere assolutamente edenico.

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Segnalazioni| Campi Flegrei Piedirosso Terrazze Romane 2018 Cantine del Mare

17 settembre 2020 by

Continua il momento magico per questo straordinario territorio a nord di Napoli e per i suoi meravigliosi vini, in particolare per il Piedirosso dei Campi Flegrei¤, risultato di un duro lavoro cominciato molti anni fa e con non pochi alti e bassi, con tanti dei protagonisti continuamente alle prese con scelte talvolta condivisibili altre volte meno.

E’ all’esame di maturità Gennaro Schiano, il suo leggere il Piedirosso ha trovato da tempo un’apprezzabile quadratura, gli ultimi assaggi di tutte le etichette prodotte sono più che confortanti e danno prova di vini ricchi di personalità, pienezza espressiva e di grande piacevolezza; tra queste, emerge con considerevole slancio Terrazze Romane duemiladiciotto, un Cru proveniente dalle vigne terrazzate di via Bellavista a Bacoli, riprese in etichetta, che affacciano sulla Spiaggia Romana tanto cara a Publio Servilio Vatia, console e militare della Repubblica romana che qui si ritirò a vita privata.

Si tratta di una manciata di bottiglie che testimoniano appieno la qualità del grande lavoro in vigna e in cantina di questi ultimi anni; il colore è splendido, rubino vivace, luminoso come sacro fuoco, il naso è un portento, fitto, ampio, finissimo, pieno di rimandi a frutta rossa polposa, sa di ciliegia e melagrana, floreale di rosa, peonia e gerani, con appena un accenno di balsami e macchia mediterranea; il sorso è rotondo, appare sottile e disteso, si fa poi largo e si allunga ad ogni assaggio, abbastanza morbido, ricco di tanto frutto polposo, teso il giusto, dissetante. E’ un piccolo manifesto questo vino, oggi pronto a bersi con soddisfazione ma siamo certi anche capace di maturare e sorprendere nel tempo; da portare in tavola con primi al ragù di mare ma anche con carni stufate o preparate al forno con contorni di verdure.

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Torrefavale, quell’ettaro di follia pura!

16 settembre 2020 by

E’ un luogo fuori dal tempo Torrefavale, nascosto lassù tra le braccia dei boschi di Tufo; mentre ci arrivi, durante la lunga e faticosa salita, attraversando anfratti tortuosi e passaggi con rientranze in bilico sul vuoto scavati nella roccia dura, ti rendi conto di cosa muove effettivamente uno come Angelo Muto nel tirarci fuori da qui questo vino: follia, follia pura!

Stiamo parlando di circa un ettaro collocato a 550 metri s.l.m. sopra Tufo, qui la superficie di argilla e calcare copre un sostrato di zolfo e ferro i cui residui sono ben evidenti in molti punti della vigna dove alcune delle piante sono addirittura vecchie 100 anni. Spesso siamo portati ad identificare con il termine “tufo” rocce di natura assai diversa. Sono tali ad esempio calcari teneri, travertini leggeri porosi, arenarie friabili, calcaree o argillose, ma più propriamente questo nome va riservato a rocce piuttosto incoerenti, certamente di origine piroclastica, formatesi con l’accumulo di frammenti di materiali vulcanici che le eruzioni, nelle loro diverse fasi esplosive, spingono via dai magmi interni e li proiettano sulla superficie della terra intorno alla bocca eruttiva e, come in questo caso, ben oltre. E’ questo materiale che può essere di natura e di calibro diverso: da blocchi anche di qualche metro cubo si passa gradatamente a sabbie fini e a polveri impalpabili. Proprio come la terra delle vigne che abbiamo camminato in lungo e in largo a Tufo che qui a Torrefavale pare concentrarle tutte!

Da questa terra unica, salubre, ricca di biodiversità, favorita da un microclima straordinario, ne viene fuori un vino immortale, capace di attraversare il tempo con una certa disinvoltura, una versione di Greco di Tufo fine ed elegante, non confondibile nemmeno con il Miniere, l’altro Greco di Cantine dell’Angelo, generalmente più sgraziato e opulento, probabilmente quello più autentico di Angelo Muto o più semplicemente quello più amato ed apprezzato dagli appassionati.

**** Greco di Tufo Torrefavale 2019. L’annata ha consegnato un inverno mite e poco piovoso, con una primavera fredda, in special modo nella prima parte, con temperature talmente rigide da rallentare in molti casi la fase fenologica del germogliamento e un ritardo della fioritura dovuto anche alle piogge frequenti sino a Maggio. Per fortuna l’estate è stata regolare e le maturazioni sino alla vendemmia sono state in linea con le aspettative di una buona annata. Abbiamo nel bicchiere un vino certamente giovanissimo, dal colore paglia oro luminoso. Il naso, in questo momento, regala soprattutto sentori di balsami e di olî essenziali, di frutta a polpa bianca e gialla, sa di erbe aromatiche, fiori di campo, pera e pesca. Il sorso è caratterizzato da una importante spalla acida, una tessitura finissima ma evidente che conduce a una persistenza gustativa notevole. Stare qualche mese ancora in bottiglia gli gioverà senz’altro per ritrovarlo più disteso.

**** Greco di Tufo Torrefavale 2018. L’andamento climatico ha consegnato un’annata complicata più che complessa ma nell’insieme si può dire di aver portato in cantina uve che hanno dato vini di una certa personalità, ossuti, tesi e vibranti, per quanto riguarda i Greco di Tufo anche molto sapidi. Si può dire che sono queste le annate in cui il manico, in questo caso quello di Luigi Sarno che aiuta Angelo Muto da sempre, conta molto per non disperdere il patrimonio varietale e territoriale delle uve di questo areale. Anche qui nel bicchiere ci arriva un bianco dal colore paglia oro con un tono lievemente più luminoso sull’unghia del vino nel bicchiere. Il naso è ampio e ricco di sfumature, emergono sentori di fiori gialli e frutta polposa, pera e pesca bianca, cui s’aggiungono note balsamiche di erbette ed appena un cenno di salmastro e sentore fumé. Il sorso è una stilettata di freschezza, è un bianco pieno di verve, capace di ben asciugare la bocca regalando però un finale gustativo piuttosto sapido.

***/* Greco di Tufo Torrefavale 2014. Come spesso accade il Greco di Tufo dopo i primi anni in bottiglia in cui sembra percorrere strade piene di curve e saliscendi, dopo un po’ incontra il rettilineo sul quale spinge forte rallentando di tanto in tanto solo per dare respiro al suo motore vitale, la mineralità. E’ di colore oro, nemmeno troppo maturo, questo duemilaquattordici, ora però la nota salmastra e lo zolfo sono preminenti e incisivi, la frutta che vi si coglie è perlopiù disidrata e candita, le erbe officinali e gli aromi sono perlopiù di spezie in polvere. Il sorso è invece ben fresco e molto sapido, la verticalità del naso prende decisamente il largo sulla rigorosa staticità della bocca, che resta conservativa, insieme ci consegnano un vino assolutamente didattico.

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