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19 gennaio 2019

Dallo scorso Ottobre, dopo qualche settimana dall’inizio della stagione calcistica 2018/2019 alcuni nostri contributi sono pubblicati sul giornale on line ilNapolista¤ dove ogni settimana proviamo a raccontare qualcuna tra le buone etichette campane prendendo spunto dai profili e dalle storie dei calciatori del Napoli¤, il nostro Napoli che continua ad incantare in Italia¤ e in Europa.
Lo facciamo alla nostra maniera, in modo semplice e spigliato cercando di offrire qualche buono spunto per bere meglio (almeno) alla domenica. E i calciatori, anzitutto quelli del Napoli, con le loro gesta in campo, le loro storie ci danno la misura per suggerire l’etichetta del giorno.
Questi che seguono sono gli articoli pubblicati nell’ultimo mese che vi riassumiamo in pochi passaggi essenziali, se vi va dategli una occhiata e scriveteci pure cosa ne pensate, diteci la vostra ne saremmo davvero felici.
#9 Piotr Zielinski, il Campione sospeso, tra Sogno di Rivolta e Terra di Rivolta di Fattoria La Rivolta Leggi Qui.
#10 Fabiàn Ruiz, un sorso di Jungano 2014 di San Salvatore Leggi Qui.
#11 Josè Callejon un vero lusso, come il Terra di Lavoro 2013 di Galardi Leggi Qui.
#12 Dries Mertens. Belga, napoletano, folle, dolce e ruffiano come il Passio 2012 di La Sibilla Leggi Qui.
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Tag:Dries Mertens, Fabian Ruiz, fattoria la rivolta, il Napolista, José Callejon, L'Arcante su il Napolista, la sibilla, Piotr Zielinski, San Salvatore 1988, ssc napoli, Terra di Lavoro Galardi
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16 gennaio 2019
Non vi è tristezza più grande della superficialità con la quale alcuni uomini trattano alcune parole, certe frasi, pensando di usarle per offendere un popolo intero con oltre duemila anni di storia, cultura, valori straordinari. ”Forza Vesuvio!”, ”Lavali col fuoco!” si sente talvolta urlare a squarciagola dagli spalti…

E’ quindi un destino strano quello del Vesuvio, ammirato, amato, idolatrato eppure sollecitato come un fardello a fare del suo peggio. Puro delirio. Come il suo Lacryma Christi, conosciuto ed amato in tutto il mondo, simbolo – nel vero senso della parola – della napoletanità in giro per il globo. Non v’è cantina, di quelle che contano, che non ne ha in listino almeno una referenza: un biglietto da visita indispensabile per certi mercati, un punto fermo su cui fare leva con l’importatore più scettico. All’estero, ma pure in casa nostra, si vende da solo. Eppure, per molti, al di là dei fiumi di vino venduti qua e nel mondo pare soffrire sempre un certo alone di una denominazione vetusta, statica, di un vino fine a se stesso, niente di più che un souvenir d’antan senza pretese fatto apposta per le carovane di turisti con i sandali e i calzini bianchi che brulicano in Penisola Sorrentina o sulle isole del Golfo di Napoli. Niente di più sbagliato!
Basta camminare, tra le altre¤, le vigne di Villa Dora per assaporare quanto sia diventato invece appassionante questo territorio e autentici i suoi vini. Qui siamo nel cuore del Parco del Vesuvio, a Terzigno, dove la terra è nera e dura come le pietre laviche dei muretti a secco che cingono le vigne difendendole dal bosco, intorno alla piccola cantina gioiello con annesso frantoio, tra le vigne di Falanghina e Coda di volpe, di Aglianico e Piedirosso che danno vita a vini che lentamente hanno saputo riappropriarsi di una dignità espressiva originale finalmente riconosciuta e rispettata come merita.
Un traguardo costato anni di lavoro e sacrifici enormi, soprattutto per chi come la famiglia Ambrosio ha scelto di fare grandi vini sin da subito, piantando vigne in maniera razionale, usando sistemi di allevamento moderni, potature mirate, rese basse, portando in cantina solo uve di primissima qualità e investendo tanto, costantemente, nel sapere dove mettere le mani, lavorando come Dio comanda e poi aspettare.
Sì aspettare, perché è stato necessario che il tempo facesse il suo corso, in acciaio così come in cemento o in legno, affinché i bianchi da Falanghina e Coda di volpe, come i rossi da Aglianico e Piedirosso avessero la capacità di maturare il tempo necessario per consegnarci vini memorabili, proprio come questo Lacryma Christi rosso. Il Gelsonero è un connubio perfetto delle varietà rosse tradizionali dell’areale, avvenente, immediato e godibile come solo il Piedirosso sa essere ed ampio, polposo e intrigante come da manuale per l’Aglianico. E allora sì, ”Forza Vesuvio!, lavaci tutti col fuoco incredibile di questo splendido Lacryma Christi rosso Gelsonero 2014 di Villa Dora!”.
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Tag:gelsonero, giovanna ambrosio, lacryma christi del vesuvio, vesuvio, villa dora, vincenzo ambrosio
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14 gennaio 2019
E’ un vino con il quale continuiamo ad avere una certa distanza emozionale, convinti l’uno dell’altro di non piacerci abbastanza. Non riuscendo a perderci di vista, le ragioni del cuore sono tante e profonde, ci rasserena l’idea, ad ogni nuovo assaggio, che qualche anno è passato ma non invano.

Cento per cento Falanghina dei Campi Flegrei. Per la verità il vitigno si sa è diffusissimo in Campania ma sembra avere proprio qui nei comuni a ridosso della provincia di Napoli il suo terroir migliore – suoli vulcanici, microclima temperato con sole a mezzogiorno, il mare dentro –, che unito alle basse rese contribuisce ad esaltarne la spiccata vivacità e l’antica sgraziata tipicità.
Domus Giulii viene fuori da una selezione dei migliori grappoli provenienti da alcune vigne vecchie coltivate tra i comuni di Bacoli e Pozzuoli dalla famiglia Di Meo. Vincenzo, enologo giovanissimo ma con merito sin da subito pienamente immerso nelle responsabilità produttive della realtà famigliare flegrea, ne volle “sperimentare” anni fa con la dumeilaotto una versione decisamente diversa dal solito, un bianco macerato ed affinato sulle fecce fini. Luigi, pur restìo all’idea, lo lasciò fare, così, tanto per capire.
L’originalità con la quale questi vini tendono ad esprimersi è spesso figlia di un lungo percorso di maturazione, le macerazioni sono più o meno lunghe sulle fecce fini a cui talvolta si susseguono particolari passaggi di affinamento (anfore ecc.) e/o invecchiamento; ciò naturalmente premette una grande qualità della materia prima, quindi la certezza di un gran lavoro in vigna, oltre che un’abile capacità di intelligere il terroir di provenienza, col rischio, talvolta accade, di passare come una trovata estemporanea.
Non di meno, certe particolarità come il tono ombroso del colore – qui spiazzante -, i profumi eterei, il gusto quantomeno lontano dal solito, necessitano di una certa esperienza da parte dell’appassionato di turno o quantomeno una certa predisposizione per esser colte come marcatori di autenticità e non come un mero esercizio di stile fine a se stesso, talvolta addirittura deleterio per la tipologia se non per il produttore. Non a caso sono spesso vini prodotti senza i lacci delle denominazioni in cui ricadono le vigne di provenienza.
Venendo a noi, questo duemilaundici ha un bel colore oro cangiante, tendente all’ambra, quasi fulvo. Si sta con un vino di sette anni nel bicchiere, non so se rendiamo l’idea. Il primo naso è buccioso, poi si fa speziato, e di frutta secca; sa di uvetta, tè e camomilla, di scorzette d’agrumi e albicocca candite, il tono è un po’ iodato ma pulito e franco. Il sorso è subito materico, sulle prime un po’ spiazzante ma di buon carattere e discreta acidità e persistenza, anche qui pulito e senza sbavature, anzi, intriga profondamente e lascia la bocca piacevolmente ammantata di vino e di sale. Inutile negarglielo ancora un passo avanti rispetto agli esordi, restiamo ideologicamente ancora lontani, però, forse, finalmente equidistanti, Domus Giulii rimane una valida alternativa espressiva che continueremo senz’altro a scrutare con sufficiente interesse.
Leggi anche Falanghina Domus Giulii 2009 Qui.
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Tag:campi flegrei, cruna delago, domus giulii, falanghina, la sibilla, luigi di meo, vincenzo di meo
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12 gennaio 2019
Qualche giorno fa, qui, scrivevamo la nostra su quanto sia di fondamentale importanza la salvaguardia del territorio perché alle imprese straordinarie dei privati viticoltori e produttori di vino flegrei degli ultimi vent’anni si affianchi sempre più il sostegno da parte di amministrazioni ed enti locali per la tutela del paesaggio con interventi preventivi su brutture urbanistiche e nel disinnescare quei segnali di dissesto geologico che puntualmente presentano il conto alle prime pioggie invernali. Ci sentiamo per questo pienamente partecipi con quanto manifestato dai Vignaioli Cirotani.

Nel mese di ottobre 2018 più di 800 mm di pioggia sono caduti sul territorio cirotano. I danni conseguenti sono stati ingenti Vigneti alluvionati e rasi al suolo dall’esondazione dei torrenti; tutte le strade poderali in condizioni pietose, alcune completamente franate; briglie e opere di contenimento dei torrenti distrutte; la strada provinciale 12 (Cirò M.- Melissa) chiusa al traffico perché franata in due punti, isolando di fatto il comune di Melissa.
Gli eventi meteo certamente sono stati eccezionali, ma le cause del dissesto idrogeologico non sono da imputare solo a Madre Natura. Lo stato attuale delle campagne cirotane sono l’epilogo di una storia che corrisponde ad anni di abbandono e incuria, senza il minimo intervento di manutenzione ordinaria, su opere realizzate più di 50 anni fa! È arrivato il momento che il comparto vitivinicolo del Comprensorio Cirotano lanci il suo grido di rabbia e disperazione; perché è paradossale che soprattutto gli enti locali, lascino in balia degli eventi le aziende del più importante distretto vitivinicolo calabrese, unico ed ultimo vanto di questo territorio.
Se è vero che il comparto vitivinicolo regge l’economia di questo territorio, se è vero che le vigne rappresentano una risorsa paesaggistica, sociale e culturale, allora non è più ammissibile il silenzio e l’apatia delle istituzioni di fronte alla prospettiva che molte piccole aziende chiuderanno ed i vigneti, già da decenni al limite della sostenibilità economica, saranno abbandonati. Un silenzio che lascia basiti per quanto è chiaro che al declino della viticoltura cirotana corrisponderà l’inesorabile fine economica e sociale di questo territorio. Perchè finita la risorsa viticoltura non esiste altro.
È necessario risolvere l’emergenza, visto che a breve si ricomincia con i lavori in vigna, chiediamo però ai Comuni e agli altri Enti preposti di andare oltre l’emergenza, di dare il giusto peso all’importanza economica e sociale della vitivinicoltura del cirotano. L’invito rivolto a tutti i viticoltori è di far sentire la propria voce, per non scomparire nell’indifferenza generale, per dire alle istituzioni che DEVONO interessarsi alle sorti delle vigne del Cirò, alle sorti del Cirò. Basta fare il proprio dovere.
Niente di più. Niente di straordinario!
I Vignaioli cirotani Cataldo Calabretta, Francesco De Franco, Mariangela Parrilla, Assunta Dell’Aquila, Sergio Arcuri, Francesco Fezzigna, Vincenzo e Francesco Scilanga, Cristian Vumbaca e Francesco Scala.
Credits VinoCalabrese.it
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Tag:Assunta Dell’Aquila, Cataldo Calabretta, Cristian Vumbaca, francesco de franco, Francesco Fezzigna, Francesco Scala, Mariangela Parrilla, Sergio Arcuri, vignaioli cirotani, Vincenzo e Francesco Scilanga, vino calabrese
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10 gennaio 2019
Un assaggio che ci mancava da qualche tempo, un vino indimenticato, tra i primi ad aprirci le porte su territori straordinari da scoprire che non abbiamo mai smesso di amare sin dal nostro primo passaggio da quelle parti, là a Torgiano, nell’agosto del ’99 quando visitammo l’azienda degustando diversi vini, poi il museo del vino¤. Un po’ di noi era rimasto là, così ci tornammo ancora per l’inaugurazione del museo dell’olio, un anno dopo. Un po’ di loro ce lo siamo inevitabilmente portati via con noi, per sempre.

A quasi vent’anni dalla scomparsa del Cavalier Giorgio Lungarotti avvenuta giusto pochi mesi prima d’allora, nell’aprile del ’99, ci ritroviamo, forse un po’ spiazzati ma comunque con gusto, davanti a un magnum di Riserva Rubesco Vigna Monticchio 2009.
Un vino che nasce proprio dall’intuito di Giorgio Lungarotti deciso a dare vita a qualcosa di straordinario per quell’epoca per l’Umbria seguendo un modello a quel tempo già affermato ed in forte espansione come il Chianti Classico, da qui distante poco più di un centinaio di chilometri. Non a caso le uve coltivate nel vigneto da cui prenderà poi il nome, poco fuori Torgiano, sono proprio Sangiovese e Canaiolo, varietà tipiche della vicina Toscana a cui si aggiungeranno qualche tempo dopo, ma in altri appezzamenti, alcune altre di richiamo internazionale tra cui soprattutto Cabernet Sauvignon e Chardonnay.
Per anni questo vino rosso ha sempre mantenuto questa base, in larga parte Sangiovese con una piccola quota di Canaiolo attraversando il tempo e le mode che hanno visto in cantina tutti i passaggi che la storia del vino italiano degli ultimi 40 anni ha poi attraversato, in qualche maniera subito, in parte superato, restando comunque un riferimento assoluto per la vitienologia umbra nel mondo. Un rosso austero, mai banale, capace di attraversare il tempo come pochi con non poche sorprese.
Così quando nel 1968 arriva la denominazione di origine controllata per l’areale si è di fatto decretato un valore enorme per quell’intuizione che, nel frattempo, già si fregiava di portare in etichetta il nome della vigna da cui nasceva, Vigna Monticchio appunto e, caso più unico che raro in Italia, per molti anni con l’uscita sul mercato non prima di dieci anni di affinamento tra vasche, legni e bottiglia. Un percorso in parte abbandonato solo di recente dopo un lento e graduale cambiamento iniziato proprio con la scomparsa del patron Giorgio, quasi inevitabile se vogliamo, che ha spinto l’azienda a ridurre i tempi di affinamento a sei anni lavorando di più sulla selezione in vigna e sui vari passaggi del vino tra legno grande e piccolo e bottiglia .
Non a caso proprio con il duemilanove, dopo oltre 40 vendemmie, viene fuori la prima annata con solo il Sangiovese. L’annata depone certo a favore di un vino dal colore intenso e vivace, godiamo tra l’altro di un assaggio da una bottiglia formato magnum che notoriamente consente una migliore conservazione del vino nel tempo. Il naso è invitante e avvenente, caratterizzato tanto da frutto (visciola, mora) quanto da toni balsamici e terrosi. Il sorso è asciutto, caldo, avvolgente, poco tannico, anzi, ha una beva scorrevole e subito appagante. Dopo (quasi) dieci anni è in perfetto stato di grazia!
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Tag:cantine lungarotti, giorgio lungarotti, rubesco, torgiano rosso riserva, umbria, vigna monticchio
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8 gennaio 2019
Scrivere e raccontare di vino e dei suoi protagonisti non può essere mero esercizio di stile, né può limitarsi alla scarna lettura delle analisi dei numeri di questa o quell’annata prodotta. Vieppiù la tentazione di provarne alcuni e pensare così di saperne su tutti, l’inciampo è dietro l’angolo, ci si perde il meglio e si corre il rischio di farsi ridere dietro.

Della 2017 si è detto praticamente tutto e il contrario di tutto: difficile, complessa, per qualcuno dannata per altri semplicemente da dimenticare. Vero è che l’annata è stata per molti particolarmente stressante, non solo nei Campi Flegrei, l’assenza prolungata di piogge unita al caldo torrido estivo ha rischiato di presentare in vendemmia un conto salatissimo, ma qui pare abbia creato meno problemi che altrove. Questo pezzo di terra sembrerebbe baciato da Dio oppure, più semplicemente, chi coltiva sapienza raccoglie saggezza.
Per la verità qualche passo falso lo abbiamo colto, eppure pare vi sia parecchio da salvare di questo millesimo che promette vini generosi e godibilissimi, che sia tanto o poco, magari anche autoreferenziale, ci basta. Questo Piedirosso duemiladiciassette riesce a rappresentare al meglio la distanza siderale che c’è tra chi fa vino e chi coltiva la terra e ne fa uva da vino, scoperchiando il vuoto da dove fuoriescono i fantasmi di chi si gratta il pancino tra una raccolta e l’altra e continua a credere che pure gli asini possano comunque volare.
La grande bellezza di questo vino sta tutta nella sua disarmante armonia espressiva: il colore rubino è netto pur se un po’ ombroso. Al naso viene subito fuori con un profumo di piccoli frutti rossi e neri, di quelli ricchi di polpa, con la buccia spessa che quando schioccano in bocca infondono dolcezza ad ogni morso, quella sensazione piacevolissima che chiude con un sottofondo che sa lievemente di terra e sottobosco, tutto molto, molto coinvolgente. Il sapore è squillante, morbido e gustoso, con un ritorno di mora e amarena scura sul finale di bocca che conferma tutta la bontà del lavoro di Luigi in vigna e di suo figlio Vincenzo in cantina. Da qui, dai Campi Flegrei non poteva mancare ancora uno squillo d’amore imperdibile!
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Tag:campi flegrei, la sibilla, luigi di meo, piedirosso, vigna madre, vigne storiche, vincenzo di meo
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6 gennaio 2019
Si deve a taluni l’onore di aver saputo tracciare la strada, agli altri l’onere di raccogliere il testimone e sapere condurlo lontano, in alto, laddove è più facile per tutti individuarlo, ammirarlo, apprezzarne la bellezza, goderne con voluttà.
Vi sono tra questi alcuni nomi che la denominazione non può più pensare semplicemente di annoverare tra i comuni produttori ma sono in tutto e per tutto un riferimento assoluto da seguire, emulare, copiare se necessario, superare laddove possibile, per fare meglio.
Nei Campi Flegrei molto si deve alla famiglia Martusciello di Grotta del Sole, per oltre vent’anni hanno fatto la corsa praticamente su se stessi, si sono però rivelati apripista e lepre di tutto rispetto tirando la volata a fine anni ’00 a molti di coloro i quali oggi sono protagonisti proprio grazie anche al lavoro enorme dei fratelli Angelo e Gennaro Martusciello.
Fortunato e bravo invece chi già allora è venuto dopo, da Michele Farro in poi, prima che Gerardo Vernazzaro, forse primo vero spartiacque generazionale nella storia vitivinicola dei Campi Flegrei, mettesse mano oltre che in cantina anche (e soprattutto) in vigna, dove in effetti tutto nasce. Gerardo sin dai suoi esordi a Cantine Astroni gioca e vince la sua partita qui, in campagna, spingendo l’azienda di famiglia, quella dei Varchetta, a rivedere completamente, dopo i protocolli enologici in cantina, anche l’approccio con l’uva e prim’ancora con la vigna.
Se oggi ci godiamo nel bicchiere questo Vigna Astroni duemilaquindici¤ così in splendida forma gran merito va soprattutto a quanto fatto in campagna negli ultimi 10 anni con la cura maniacale del vigneto, l’attenzione alla terra dove affondano le radici delle piante, rieducata lentamente alla sostenibilità con potature mirate, i necessari diradamenti, quegli interventi misurati sull’intero ciclo biologico annuale della vite e non solo all’occorrenza o per urgenza: insomma intervenire prima, con ragionevolezza, per intervenire meno.
Il frutto che arriva in cantina è sempre integro, da maneggiare con cura ed attenzione e da “lavorare” il meno possibile. Ne viene fuori così un vino pienamente espressivo, prorompente nella sua vivacità gustativa; un bianco dal naso intrigante, orizzontale, che va in profondità e suggerisce frutta polposa e sentori di macchia mediterranea, con sobrie e definite note iodate. Il sorso è fresco, sapido e minerale, giustamente caldo, non del tutto definito, perciò continuamente coinvolgente.

Così l’enologo si è spogliato di quanto non necessario e si è fatto nel frattempo viticoltore tout court, rimanendoci, con nostra grande soddisfazione, consegnandoci così l’essenza del suo pensiero di anni di studio e di duro lavoro. Di tutto ciò ce ne dà piena testimonianza il Piedirosso Riserva Tenuta Camaldoli duemilaquindici, un rosso dalla forte impronta vulcanica che agli appassionati più attenti ricorda subito bottiglie prodotte lontano migliaia di chilometri da questi pochi ettari terrazzati sopra Napoli ma che in realtà non vuole rappresentare niente di questo o quel vino ma solo quel che il varietale e questa terra sospesa sanno esprimere quando giustamente coniugati all’unisono, ovvero un rosso del tutto originale, dal respiro moderno e dal sapore contemporaneo, dal naso allettante e seducente, pronunciato su toni scuri e dal sorso austero e sottile ma allo stesso modo coinvolgente, pieno e gratificante.
Abbiamo seguito sin dall’inizio l’apologia di queste etichette, della Falanghina Vigna Astroni e del Piedirosso Riserva Tenuta Camaldoli di Cantine Astroni apprezziamo soprattutto la capacità evocativa, sono bottiglie che sintetizzano perfettamente un percorso lungo dieci anni, svincolate da logiche commerciali ma soprattutto “godibili” immediatamente senza costrizioni temporali o necessità di abbinamento: le stappi e ne godi, ogni occasione è buona e malauguratamente ti sfuggano dalle mani per qualche tempo le tieni in “cantina” e ne apprezzerai ancor più l’evoluzione.
Il fuoco sotto e sopra le mura di cinta del cratere degli Astroni non è un titolo tirato via dal cilindro a caso, è l’essenza, l’anima di questa terra che pulsa, continuamente, è la giusta rappresentazione di un giovane viticoltore che superati i 40 anni si avvia con la giusta maturità ad affrontare le prossime venti/trenta vendemmie nel tentativo di superare se stesso e laddove possibile, fare meglio, anche perché ne siamo certi, qui in questo territorio di cose da fare ce ne sono ancora tante e non tutto il reale valore di questi vini è da considerarsi disvelato. Anzi!
Leggi anche Chiacchiere distintive, Gerardo Vernazzaro Qui.
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Tag:Campi Flegrei Falanghina, campi flegrei piedirosso, cantine astroni, gerardo vernazzaro, tenuta camaldoli, Vigna Astroni
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20 dicembre 2018
Non abbiamo certo bisogno di rifilare una nuova classifica dalla quale tirare per i capelli i vini più buoni da servire in tavola durante le festività di Natale e l’ultimo dell’anno. Anche perché, nel frattempo, di guida in guida, classifica dopo classifica di bottiglie da parte se ne sono messe talmente tante aspettando l’occasione giusta che quando arrivano le Feste regna sovrana la confusione e si finisce il più delle volte sul ”o la va, o la spacca”.

Stupire, impressionare, ancorché sembrino gli unici aspetti della faccenda non sempre risultano presupposti azzeccatissimi, e in tempo di crisi, con budget ridotti, conta infatti mettersi a ragionare di giustezza per non sprecare tempo e soprattutto denari.
Per i regali un consiglio che vale sempre oro è quello di affidarsi alle enoteche specializzate, oggi più che mai, perché al di là dei soliti stereotipi, chi è sopravvissuto a questa lunga crisi è veramente appassionato del suo lavoro e sa come si fa, quindi, ad accontentare il cliente sul serio. Inoltre, cosa di non poco conto, sempre più cantine si aprono al pubblico con la vendita diretta, un motivo in più per fargli visita, conoscere persone, toccare con mano e magari risparmiare qualche euro.
Tornando alla tavola, la sera della Vigilia ed il pranzo di Natale, come pure il cenone dell’ultimo dell’anno, rappresentano momenti di ritrovata familiarità, serenità e quiete (più o meno, ndr), aspetti questi da non sottovalutare quando si sceglie una bottiglia da portare in tavola. Nei menu delle feste, sempre ricchi ed abbondanti, vi si nascondono insidie micidiali per l’appassionato seriale: una sequela di stuzzichini, mezzi antipasti, veri antipasti, primi piatti, inframezzi, secondi, pause, dolci, coccole e ”spasso” che sembrano non finire mai e in realtà, a dirla tutta, non finiscono proprio mai. Ecco perchè tutto questo vuole vini non troppo vincolanti, che siano cioè buoni, coinvolgenti, magari piacioni ma meglio se poco impegnativi.
Ecco allora la riscossa dei bianchi giovani, gradevoli e ”leggeri” al palato: per restare in regione, hanno la meglio Biancolella, Falanghina e Coda di volpe, anche provenienti dal Vesuvio con i suoi meravigliosi Lacryma Christi, o dai Campi Flegrei, l’Asprinio d’Aversa per i palati più attenti. Per i più temerari ci scappa il Pallagrello bianco e la Forastera d’Ischia, un gradino più su conduce a pensare al Fiano e al Greco. Tra questi bianchi non male alcune uscite in versione spumante, Asprinio e Greco di Tufo per esempio soprattutto quando Metodo Classico.
Sui rossi ci piacerebbe, come spesso ripetiamo da tempo ormai, che ci possa essere un momento di forte rilancio per alcuni dei nostri vini del cuore come l’Aglianico irpino, non necessariamente nelle sue versioni più ridondanti o il Falerno del Massico rosso. Non manchino certo bottiglie di Piedirosso, meglio se dei Campi Flegrei, e qualche buon rosso da fuori regione – Etna, Vittoria in Sicilia, Conero dalle Marche, Dogliani in Piemonte, Teroldego in Trentino -, ma anche qui, come per i bianchi, prima di aprire etichette un po’ più impegnative val la pena pensarci su due volte. Così è in effetti, gira che ti rigira non è mai questo il momento indicato per tirare il collo ai “gioielli di famiglia”.
Sia chiaro, nulla e nessuno vieta di stappare bottiglie di un certo rango, un grande vino lo è sempre, purché gli si conceda un parterre adeguato e la giusta attenzione. Per farla breve, diciamo che aprire uno Chassagne-Montrachet di Girardin o Barolo Brunate-Le Coste di Rinaldi non è mai occasione sprecata purché si eviti di servirli sull’insalata di rinforzo o quando, in tavola, è tempo di Struffoli e Roccocò.
Così un consiglio chiaro e immediato sarebbe quello di bere cose semplici, interessanti certo, ma comprensibili a tutti i commensali. E giusto per rimanere sul pezzo, tanto va a finire sempre che inzuppi il Roccocò nell’ultimo bicchiere di rosso o che, sugli Struffoli, ti ricordi di quel Moscato d’Asti lasciato là sotto al mobile del salone da almeno tre quattro anni e che, puntualmente, rimetti al suo posto perché ”imbevibile”, ecco. Serene festività a tutti voi quindi, Buon Natale e che il prossimo sia, finalmente, un buon anno davvero.
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13 dicembre 2018
Una vera sorpresa ritrovarsi dinanzi a questa (bella) bottiglia di Zibibbo prodotta con le uve provenienti dalle terrazze intorno al Lago di Angitola, una manciata di ettari di vigne a conduzione biologica situate nell’entroterra della costa calabrese a pochi chilometri dal mare di Pizzo Calabro, in provincia di Vibo Valentia.

Un vino dalla storia particolare che vale la pena però approfondire, frattanto sappiamo che ha condotto alcuni pochi produttori ad impegnarsi a tal punto nella salvaguardia di queste terre e questa produzione tanto da farlo diventare un raro Presidio Slow Food, denominato Zibibbo di Pizzo.
Il primo tra questi a lavorarci seriamente è stato Giovanni Celeste Benvenuto, di origini calabresi ma nato e cresciuto in Abruzzo. Con una grande passione per il buon vino, appena ritornato in Calabria, dopo aver conseguito una laurea in Agraria, si è messo subito al lavoro per recuperare i pochi ettari di famiglia, una decina in tutto piantati a vigna e uliveto, per produrre vino di qualità puntando su alcune delle varietà tipiche del posto, tra le quali Greco Nero e Calabrese, ed altre tra cui anche lo Zibibbo. In Calabria lo Zibibbo sino ad allora veniva generalmente autorizzato solo come uva da tavola o al massimo per farne vino passito. Tra un ricorso e l’altro è stato lui il primo a poterne fare anche un vino secco, come del resto già avveniva da sempre in Sicilia.
Benvenuto 2017 è un bianco profumatissimo, inconfondibile per il suo tratto aromatico e spiazzante per il sorso secco e il corpo nerboruto. Va detto che a primo acchito non è un vino proprio semplice da abbinare a tavola ma vale la pena provarlo e raccontarlo, al naso diverte ed invita a giocare con i riconoscimenti (bergamotto, pesca, sandalo) ogni sorso poi non lascia certo indifferenti, magari una struttura alcolica meno pronunciata – il duemiladiciassette ha 14% in etichetta! – potrebbe aiutarlo ad incontrare maggiore apprezzamento tant’è rimane una pietra miliare da salvaguardare e consegnare in mani davvero appassionate.
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Tag:benvenuto zibibbo, calabria, cantine benvenuto, francavilla angiola, pizzo calabro, presidio slow food, vibo valentia, zibibbo
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10 dicembre 2018
Castel Campagnano è un luogo ameno, un angolo della provincia di Caserta che sembra lontano anni luce dalla calca senza freni del circondario della maestosa Reggia, chiuso com’è dal Taburno da un lato e dal Matese dall’altro, con paesaggi bellissimi tratteggiati in larga parte da campi d’olivo e moggi di vite e qua e là da case di campagna vecchie e nuove.

A camminare queste strade di campagna si respira subito la ruralità di questi luoghi, vissuti da persone straordinarie con un legame molto profondo con questa terra, la città è a pochi chilometri ma rimane là, da raggiungere solo quando è veramente necessario, mentre la vita scorre lenta e indaffarata con i contadini che scorrazzano sin dalle luci dell’alba su e giù per i campi della zona a faticare la terra, coltivare la vigna, seminare il futuro.
Quella di Peppe Mancini e Manuela Piancastelli è una storia¤ che non smetteremo mai di raccontare, ancor più davanti a bottiglie come queste che seppur siano diventati ormai un grande classico della migliore produzione campana, riescono ogni volta a conquistare e colpire per fascino, sostanza e finezza.
Il “Vino Pallarello” e il “Vino Spumante di Pallagrello” venivano annoverati sin dai primi del Novecento negli annali storici di questi luoghi, prima di finire nell’oblìo e rischiare seriamente di scomparire quando, nei primi anni novanta, proprio Peppe Mancini, prima con Vestini Campagnano¤ poi con Terre del Principe¤ si impegna per il suo recupero in vigna, la rinascita e la valorizzazione ampelografica e vitivinicola.
Un po’ avara l’annata duemiladiciassette dalla quale sono state tirate via appena una manciata di bottiglie di questo cru, all’incirca 4.500, un vino che a distanza di poco più di un anno dalla vendemmia si esprime in maniera essenziale ed efficace. Il primo naso sa di fiori bianchi e note esotiche, di glicine e gelsomino, poi lentamente vira su note di albicocca e buccia d’agrumi, quindi sentori di macchia mediterranea. Il timbro gustativo è moderno e vivace, il sorso è sottile ma teso e fresco, agile e godibile, dal finale di bocca sapido e minerale. Un sorso tira un altro e un altro ancora. Forse non una versione delle più ricche per il Pallagrello bianco Le Sèrole, l’annata è stata quella che è stata, ma senz’altro tra le più godibili già nell’immediato. Poi si sa, le sorprese memorabili¤ con i vini di Terre del Principe non mancano mai!
Leggi anche Terre del Principe, la favola del Pallagrello¤.
Leggi anche Terre del Principe e le terre di Castel Campagnano¤.
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Tag:castel campagnano, le serole, pallagrello bianco, peppe mancini, terre del principe
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9 dicembre 2018

Da poco più di due mesi alcuni nostri contributi sono pubblicati sul giornale on line ilNapolista¤ dove ogni settimana proviamo a raccontare alcune tra le buone etichette campane prendendo spunto dai profili e dalle storie dei calciatori del Napoli¤, il nostro Napoli che continua ad incantare in Serie A¤ e Champions League¤.
Questi che seguono sono gli articoli pubblicati nell’ultimo mese che vi riassumiamo in pochi passaggi essenziali, se vi va dategli una occhiata e scriveteci pure cosa ne pensate, diteci la vostra ne saremmo davvero felici.
#5 David Ospina e il Lacryma Christi del Vesuvio rosso Vigna Lapillo 2014 di Sorrentino Leggi Qui.
#6 Allan Marques Lourerio e il Casavecchia Centomoggia 2013 di Terre del Principe Leggi Qui.
#7 Marek Hamsik e il Taurasi Riserva Vigna Quintodecimo 2004 di Quintodecimo Leggi Qui.
#8 Arkadiusz Milik e l’Ischia Forastera 2017 di Antonio Mazzella Leggi Qui.
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Tag:Allan Marques Lourerio, Antonio Mazzella, Arkadiusz Milik, casavecchia, David Ospina, il Napolista, marek hamsik, quintodecimo, SerieA, sorrentino vini, ssc napoli, terre del principe, UCL
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8 dicembre 2018
Per gli appassionati della tipologia Vorberg è certamente un’etichetta di riferimento assoluto; un vino, quale che sia il millesimo che si va descrivendo, di sovente descritto come ”ancora giovane, lontano dalla piena maturità espressiva” come se per i vini di Terlano non vi fosse mai possibilità di una benché minima curva di decadimento.

E’ quel che si dice ‘un vino di montagna’ il Pinot Bianco Riserva Vorberg¤ di Terlan. Le uve provengono tutte dalle vigne del versante meridionale del Monzoccolo, nel pieno del territorio DOC di Terlano, vigne piantate su clivi e terrazzamenti posti tra i 350 e 950 metri s.l.m., di età media tra i 20 e i 40 anni.
Il pinot bianco (o Weißburgunder) dà generalmente vini non subito amatissimi dal grande pubblico, talvolta un po’ troppo ‘verdi’, per non dire bruschi, asprigni quasi, ma il Vorberg gioca in un’altra categoria. L’impronta è tipicamente varietale ma la sostanza ci consegna un vino che tende ben oltre le prime avvisaglie di verticalità, il sorso pungente, la freschezza gustativa: vi è molto, molto di più nel bicchiere.
C’è infatti da dire che i vini di Terlano danno il loro meglio con un po’ di anni di maturità e questo duemilasedici ne offre parecchi di spunti in questa direzione. Se il primo sorso è infatti apparentemente scarno, perché baldanzoso e rinfrescante, il naso è subito variopinto, balsamico e gioviale ma il corredo aromatico pian piano si arricchisce anche di note fruttate di agrumi, sentori di miele e mandorla, pietra focaia, così il finale di bocca, che rimane estremamente piacevole ma ricco di energia, acidità, nerbo.
E’ insomma un vino che possiede grande personalità e lunghezza, non abbiamo dubbi che tra qualche anno ce lo ritroveremo sicuramente ”ancora giovane, lontano dalla piena maturità espressiva”. E ne potremo ancora lasciare traccia a futura memoria.
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Tag:alto adige, pinot bianco, terlano, vorberg
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3 dicembre 2018
Un po’ di anni fa, tra il 2010 e il 2011, ci lanciammo con una certa dedizione alla scoperta degli enologi campani e di coloro i quali in qualche maniera risultavano avere radici forti in regione. Tra i molti intervistati in quel periodo vi erano alcuni del tutto misconosciuti alla scena enologica nostrana, l’idea era quella di dare visibilità a volti nuovi ma soprattutto parola a quei giovani che si apprestavano a ricevere il testimone da chi li aveva preceduti con l’arduo compito di continuare il lavoro straordinario fatto ma soprattutto rilanciare e dare ancora più lustro ai vini territoriali campani ed in particolare quelli da vitigno autoctono e provenienti da denominazioni storiche.

Tra questi ci ricordiamo di una giovanissima Benny Sorrentino¤, da poco laureata alla facoltà di agraria di Portici (nel 2006, ndr) e all’epoca unica enologa campana a smanettare in vigna e cantina. Benny arrivava da un’ importante esperienza formativa presso il Centro Ricerche per l’Enologia di Asti quando nel 2008, a Torino, prese la specializzazione in scienze viticole ed enologiche prima di fare ritorno a casa e prendere per mano l’azienda di famiglia con la sorella Maria Paola ed il fratello Giuseppe, una proprietà di circa trenta ettari nel cuore del Parco Nazionale del Vesuvio votati principalmente alla coltivazione di uve bianche Caprettone, Catalanesca e Falanghina e Piedirosso ed Aglianico a bacca rossa.
Qui, al centro di tutto anzitutto il Lacryma Christi del Vesuvio, una tipologia di vino che viene ottenuta da differenti tipi di varietà distinte sia per il bianco che per il rosso. Varietà che devono essere studiate e seguite a lungo ed attentamente per poterne migliorare la coltivazione, esaltarne le peculiarità ed affinare quindi la qualità dei vini che vi si ottengono. Per fare ciò è necessario conoscere profondamente l’areale, il suolo, il clima e cercare quelle “combinazioni” giuste per raggiungere il loro massimo equilibrio. Un approccio dispendioso, in particolar modo per chi si approccia al Vesuvio non vivendolo costantemente, un investimento programmatico che richiede tempo, conoscenza e supporti tecnici all’altezza.

Anche per questo non siamo affatto sorpresi di ritrovarci oggi dinanzi a bottiglie così espressive e coinvolgenti. Abbiamo in passato già raccontato dello splendido lavoro fatto con il Vigna Lapillo rosso¤, il cru da Piedirosso in larga parte con un piccolo saldo di Aglianico, un gran bel vino che esprime ogni volta freschezza e complessità molto interessanti, tratteggiato da una precisa identità territoriale e buona progressione. Ci ritorniamo oggi con due assaggi davvero invitanti. Il primo è il 7 Moggi 2017, un Vesuvio Piedirosso da uve biologiche preciso ed implacabile per chi va alla ricerca di vini rossi leggiadri e gustosi, c’è dentro questa bottiglia una lettura dell’annata intelligente e facile da cogliere.
Di altra preziosa stoffa il Lacryma Christi bianco Vigna Lapillo 2016, da Caprettone con un piccolo saldo di Falanghina, vino caratterizzato da grande bevibilità, dal naso intriso di note olfattive invitanti e coinvolgenti di fiori gialli e frutta polposa, ha sapore asciutto, avvolgente e pronunciato sul finale di bocca che dà piacevole freschezza e sapidità da vendere.
Leggi anche Chiacchiere Distintive: Benny Sorrentino¤.
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Tag:7 Moggi, benny sorrentino, caprettone, falanghina, lacryma christi del vesuvio, piedirosso, sorrentino vini, vigna lapillo
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1 dicembre 2018
Siamo abituati a intendere il Verduzzo per quelle sue dolci e straordinarie espressioni passite, di sovente ci rappresenta vini finissimi, talvolta ricercatissimi se non rari, nettari che finiscono in piccole bottiglie che conservano dietro certe etichette memorie storiche di tradizioni, persone e territorialità.

Merita altrettanta attenzione questa bottiglia de I Clivi, davvero sorprendente. Un Verduzzo però secco, un bianco dalla forte personalità molto interessante che a tavola, soprattutto con certi abbinamenti potrebbe darla a bere a molti e tenere alla dovuta distanza anche qualche etichetta delle più blasonate.
Siamo in un territorio di confine, a cavallo tra le colline di Udine e Gorizia, nel bel mezzo di quella sottile linea che attraversa e divide i Colli Orientali del Friuli dal Collio (Goriziano). Qui i terreni sono formati sostanzialmente da marne e rocce sedimentarie di origine marina, strati di argilla e frazioni calcaree, qui le radici delle viti vecchie di 60 e 80 anni tendono a scavare strati più profondi di queste marne contribuendo a donare alle uve, quindi ai vini, grande personalità e carattere.
Sono 12 gli ettari lavorati tutti a conduzione biologica certificata, piantati perlopiù a bianco con le varietà storiche di quest’area viticola: Ribolla, (Tocai) Friulano, Malvasia Istriana e, appunto, Verduzzo. Unica eccezione una manciata di filari di Merlot, varietà internazionale ma praticamente qui presente da sempre. Niente legno, tutti i vini vengono lavorati esclusivamente in acciaio prima di finire in bottiglia. Se ne fanno generalmente 50.000 bottiglie l’anno.
Dicevamo di un bianco sorprendente, lo è! Il colore è paglierino luminoso e cristallino, il naso offre subito l’idea precisa di vino che stiamo approcciando: è insolito, ampio e complesso, buccioso e balsamico, con rimandi dolci e sentori di erbette di montagna. Il sorso è invece secco, stimolante, assai fresco e sapido, sensazione minerale che ritroviamo ancor più evidente e avvolgente al secondo calice. Vino molto buono, inusitato e territoriale. Da provare assolutamente.
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Tag:corno di rosazzo, ferdinando zanusso, friuli colli orientali, i clivi, mario zanusso, verduzzo, verduzzo 2016 i clivi, verduzzo secco
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28 novembre 2018
Siamo ancora capaci di stupirci davanti ad una bottiglia di Chianti Classico? Per la verità non sempre, diciamocelo, a meno che l’etichetta non sia di quelle ”sicure” e riconosciute. Era il 1967 quando Giovanni Carlo Sacchet ed Antonio Mario Zaccheo fondarono Carpineto a Dudda nei pressi di Greve in Chianti.

Non un’impresa da poco in quel tempo provare ad imporsi da temerari misconosciuti in un territorio con una storia vitivinicola così profonda e radicata a tradizioni familiari secolari, vieppiù se oltre alla volontà di affermarsi nel Chianti Classico l’intento dichiarato era di puntare anche ai vicini territori storici di Montepulciano e Montalcino. A distanza di cinquant’anni la sfida sembrerebbe più che vinta.
Molto buono il Chianti Classico Riserva duemilatredici, uno di quei rossi austeri e dal sapore moderatamente conservatore capace di infondere piacevolezza e al tempo stesso evocare l’essenza e la sostanza di certi luoghi che non ci si stancherebbe mai di camminare. Le uve, perlopiù Sangiovese e Canaiolo, provengono dalle terre dell’Appodiato di Dudda, in Greve in Chianti, 8 ettari che rappresentano solo una parte delle tenute storiche aziendali nell’areale chiantigiano. Appodiato*, all’epoca degli Stati Pontifici era definita una frazione del territorio comunale (facente capo a un villaggio) retta da un priore locale, o da un sindaco, che godeva di alcune piccole autonomie come per il comunello toscano e modenese, ente che scomparve definitivamente nel novembre 1859.
Duemilatredici dal colore rubino intenso, appena granato sull’unghia del vino nel bicchiere, ha un naso fine e invitante, viene da dire pienamente espressivo della tipologia, si colgono nitidi alcuni sentori tipicamente varietali, note fruttate e rimandi speziati: viola, lampone e amarena, lievi note di vaniglia. Il sorso è secco ma avvolgente, il tannino è vivido ma morbido, il finale di bocca è persistente, armonico e caldo, tutte caratteristiche queste che contribuiscono ad una bevuta piacevole e rassicurante.
* Credits Treccani.it
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Tag:antonio mario zaccheo, appodiato, carpineto, chianti classico, giovanni carlo sacchet, riserva Carpineto
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21 novembre 2018
Riesling¤, Kerner¤ e Sylvaner sono varietà che generalmente non lasciano molto scampo ad interpretazioni estemporanee. Sanno essere infatti straordinarie e sorprendenti solo quando ”lette” al meglio sia se vinificate da sole oppure, come in questo caso, sfida delle sfide, messe assieme in un’unica bottiglia: da qui nasce Private Cuvée di Andreas Huber.

Esce per la prima volta con l’annata 2014, l’idea del viticoltore ed enologo altoatesino, un vero specialista su questa tipologia di vitigni, puntava a consegnare agli appassionati un vino che andasse oltre i confini varietali capace di esprimere al meglio tutto il potenziale di queste sue splendide vigne nel cuore della Valle Isarco, 8 ettari nel comune di Novacella che si arrampicano da 600 metri fino a 820 metri sul livello mare.
E’ questo un territorio di montagna di confine, l’areale qui alterna scisti quarziferi a graniti e ardesie di origine morenica, in un contesto microclimatico davvero peculiare caratterizzato da forti escursioni termiche, tutti elementi che contribuiscono in maniera decisiva a disegnare vini suggestivi e particolari. Da qui il pensiero di creare una cuvée che rappresentasse al meglio per gli anni a venire la storia di questa piccola realtà che in qualche maniera nella storia ci è già: è stata proprio la famiglia di Andreas Huber, con il pro-zio Josef, ad aver introdotto qui in valle alcune di queste varietà internazionali tra le quali proprio il Kerner, avendone intuito tra i primi la capacità di adattamento e la qualità produttiva.
Private Cuvée 2016 viene fuori dall’assemblaggio di Riesling e Kerner che vengono gestite però esclusivamente in acciaio, e Sylvaner che viene invece tenuto per circa sei mesi in legno grande. Da qui la cuvée, che rimane in bottiglia per ancora un periodo minimo di 6 mesi. Il risultato nel bicchiere è avvincente, il vino ha uno splendido colore paglierino, è cristallino, il naso è superbo e complesso, variopinto di note floreali e balsamiche, sottili rimandi boisè ed officinali, vi si riconoscono tra gli altri sentori di sambuco e rosa, frutta bianca e spezie fini; il sorso è anzitutto caratterizzato da piacevole freschezza, l’impronta acida non sovrasta però la materia succosa, anzi, ne tratteggia in maniera essenziale la bevuta donandogli vivacità ed equilibrio, il finale di bocca è sapido, gustosissimo!
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Tag:andreas huber, kerner, novacella, pacherhof, private cuvée, riesling, sylvaner
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20 novembre 2018
Etna, Vesuvio, Campi Flegrei, Soave. Non sappiamo se sia corretta questa precisa sequenza con la quale si tende generalmente a voler indentificare in Italia quei vini provenienti da aree (di origine) vulcaniche tant’è che oggi parlare di vini dei vulcani è talmente di moda che il rischio di cadere nella banalità è dietro l’angolo.

Di certo da queste parti nei territori del Soave si sta facendo un gran lavoro di ricerca e monitoraggio che ha già conseguenze molto positive sulla filiera e per quei produttori che nel frattempo hanno saputo far tesoro di questo prezioso ”bonus” consegnato loro dalla natura, lavorandoci su duramente e bene in vigna e in cantina.
Qui i suoli di alcune aree sono caratterizzati da basalti scuri vulcanici, le terre pregne di minerali tufacei anche se in realtà queste colline presentano una grande diversità di terreni che includono sabbie gialle, terreni bianchissimi calcarei di origine marine, altri terreni frammisti. Questo significa che i vini a carattere ”vulcanico” sono facilmente circoscrivibili ad una provenienza precisa e che soprattutto in annate particolari come la duemiladiciassette sanno distinguersi nonostante un andamento climatico stagionale davvero particolare che ha visto, tra le altre, maturazioni repentine concluse in poche settimane che da un lato hanno concesso a molti di portare a casa il risultato ma dall’altro hanno consegnato agli annali vini perlopiù nella media, con pochi sussulti e solo in alcuni casi capaci distinguersi per personalità.
Anche per questo ci è piaciuto il Campo Vulcano 2017 di Flavio Prà, certo non altezza delle precedenti uscite ma comunque presente tra quelle bottiglie capaci di conquistarsi approvazione. Siamo nella zona Classica delle colline di Monteforte d’Alpone, Campo Vulcano è prodotto da Garganega e Trebbiano di Soave. L’impressione è di trovarci davanti ad un calice di un vino di spessore e dalla forte personalità territoriale, caratterizzato da una buona intensità olfattiva, ampiezza e corredo aromatico di rango. E’ un bianco fragrante, al naso si colgono gradevoli note di cedro e camomilla poi sentori di mango e papaya. Il sorso possiede discreta tensione gustativa, è in perfetta armonia espressiva, l’assaggio è invitante, pieno, saporito, dal finale piacevolmente tondo. Vulcanico e Soave!
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Tag:campo vulcano, flavio prà, garganega, i campi, soave
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16 novembre 2018
Con dispiacere ci eravamo persi qualche ultimo passaggio di questo particolare vino bianco campano prodotto là nelle campagne di Taurasi. Ché a dirla tutta manco ci aspettavamo un ritorno al passato così efficace da farci addirittura venire un senso di colpa così vivo tale da colpirci nell’orgoglio, quasi.

Eh sì, perché noi al Grecomusc’ ci siamo appassionati sin da subito e su queste pagine chi volesse trova tanta narrativa su questo vino e la sua storia. Si sta parlando di una varietà coltivata come dicevamo perlopiù a Taurasi e nel comune di Bonito, entrambi in provincia di Avellino, gli unici in Irpinia dove è ancora possibile rinvenire il Grecomusc’. Storicamente si sapeva che il Greco Moscio (o Roviello bianco) fosse un varietale abbastanza diffuso anticamente in tutto l’areale tanto dall’essere annoverato in diverse citazioni ampelografiche ottocentesche già nel 1875; lentamente però pare che il vitigno sia stato soppiantato da altre varietà più redditizie, specialmente Fiano e Greco, presumibilmente a causa della sua precocità e quindi destinato così all’estinzione se non fosse stato per quei pochi ceppi vecchi sparsi qua e là nelle vigne, talvolta a piede franco, piantati più a preservarne una sorta di memoria storica, un valore affettivo, che per precisi fini produttivi.
Qui il grande merito della famiglia Lonardo e del gruppo di lavoro che con a capo Giancarlo Moschetti hanno saputo portare avanti ricerca e sperimentazioni per la salvaguardia, il recupero ed il rilancio di questa produzione da annoverare quindi tra le più preziose della nostra tradizione vitivinicola regionale.
Ci torniamo su con colpevole ritardo, dicevamo, anche se l’ultima annata passata nei calici, un’anteprima della duemiladieci¤, destò qualche perplessità nonostante fosse buonissimo e qualche tempo dopo elogiato e pluripremiato da diverse Guide ai Vini d’Italia. Era il dicembre 2011, eravamo certamente felici ma anche un po’ confusi. Dopo l’esordio in legno con la 2007, dalla 2008 in poi niente più passaggio in legno per questo vino che con la 2010 passava nelle mani dell’ottimo Vincenzo Mercurio che subentrava in cantina a Maurizio De Simone. Anche il manico si sa ha la sua incidenza, è indubbio che la “pulizia” espressiva soprattutto al naso derivasse da un opera certosina dell’enologo Mercurio che in questo è un gran maestro, indiscutibile, mentre De Simone rimane uno che ama “scavare” nell’anima di certe uve, certi terroir senza mezze misure. Però delle due l’una, e questa doppia faccia del vino spiazzava un po’ tutti.
Grecomusc’ duemilaquindici ci ha subito riportato alla memoria quelle bottiglie, ci ha scaraventati indietro nel tempo riportandoci ai primi Grecomusc’, quelli temerari, con quel suo naso sfrontato e imperfetto e il sorso spavaldo e sgraziato di chi è là nel bicchiere per raccontarsi e non necessariamente per piacere. Un naso ampio, maturo ed etereo, una bevuta dal sapore succulento e stuzzicante. Il nome, Burlesque, non è da cogliere nella sua accezione di genere avvenente e sensuale ma più che altro, quindi, come un riferimento al teatro satirico, parodistico, quasi a sottolineare la distanza siderale tra certi bianchi storici e in qualche maniera monumentali del territorio da questo piccolo e (non più) anonimo bianco taurasino (!) che sa, invece, di saperla parecchio lunga.
Leggi anche Verticale Storica Grecomusc’ di Cantine Lonardo Qui.
Leggi anche Grecomusc’ 2008 di Cantine Lonardo Qui.
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Tag:burlesque grecomusc', cantine lonardo, grecomusc', sandro lonardo, taurasi
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13 novembre 2018
Abbiamo sempre avuto grande rispetto per Antoine Gaita¤, personaggio incredibile che in appena 20 anni, prima di lasciarci nel 2015 a soli 60 anni, crediamo abbia dato al vino Irpino davvero tanto, in particolare al Fiano di Avellino, contribuendo in maniera decisiva con le sue bottiglie (anzitutto) di Vigna della Congregazione a ridefinire la mappatura dei grandi vini bianchi campani e italiani.

Con Guido Marsella fu tra i primi ad insistere sulla necessità per il Fiano di uscire sul mercato più tardi, almeno un anno dopo la vendemmia, sicuro che i suoi vini ne avrebbero tratto solo giovamento. Siamo a fine anni ’90 e certe sue bottiglie con questo nuovo approccio commerciale avrebbero disvelato al mondo degli appassionati quanto fossero profondamente sottovalutati prima di allora alcuni aspetti caratteristici del varietale e del territorio di provenienza, in questo caso Montefredane, a tutti gli effetti un Grand Cru del Fiano di Avellino.
Dinanzi alle bottiglie, calici alla mano così era, così è stato negli anni tanto che ancora oggi Vigna della Congregazione è da considerarsi etichetta di riferimento assoluto, alcune sue uscite sono per complessità ed equilibrio gustativo vini straordinari eppure capaci di regalare in degustazione virtuosismi incredibili di verticalità e grassezza senza mai risultare stucchevoli o pesanti.
Un ventennio vissuto tutto d’un fiato in cui certo non sono mancati ripensamenti, l’onda lunga del bianco in legno anche qui c’ha messo la sua bandierina ma tutto si è dissolto per fortuna velocemente, riconsegnando al varietale e al terreno il grosso delle responsabilità che in cantina Antoine si obbligava a vivere da puro artigiano, ragionando sul tempo per raggiungere l’equilibrio e la profondità che immaginava per i suoi vini che desiderava volitivi, pieni e slanciati, di grande avvenenza e piacevoli da bere ma estremamente territoriali, profondi, pieni di energia e in grado di giocarsela con qualunque altro grande bianco.
Clos d’Haut viene fuori per la prima volta nel 2014, poco prima della sua scomparsa, si tratta nella sostanza delle cose di una selezione delle uve provenienti dalla sommità della collina meridionale di Montefredane, a circa 500 metri s.l.m. dove i terreni sono più sciolti rispetto a quelli argillosi della Vigna della Congregazione.
Dobbiamo dire di un duemiladiciassette piacevolissimo, invitante e seducente al naso quanto caratterizzato da particolare freschezza, sapidità ed avvolgenza al palato. E’ incredibile quanto sia facile tirarvi fuori chiarissimi riconoscimenti di nespola ed albicocca, di solito un po’ forzati in certe degustazioni ma qui espressi in maniera quasi disarmante, così come i sentori di mango e ananas subito sospinti da gradevoli note balsamiche e fumé. Il sorso è franco, sapido, avvolgente, regala una bevuta decisamente ben al di sopra dei canoni di un’annata non proprio felicissima per la denominazione.
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Tag:antoine gaita, clos d'haut, diamante renna, fiano di avellino, montefredane, vigna della congregazione, villa diamante
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10 novembre 2018
Sembra ieri quando assaggiammo per la prima volta i vini di Imma e Fulvio Cautiero nel 2007, sono passati più di dieci anni durante i quali nonostante le nostre strade abbiano preso direzioni diverse non ci siamo mai persi di vista. Pur senza scriverne non ci siamo certo fatti mancare qualche assaggio ma è bello ritrovarci a raccontarne proprio oggi una 2017 che per certi versi ci ricorda un po’ quei primi timidi passi nel mondo del vino!

Siamo a Frasso Telesino, piccolo comune perlopiù sconosciuto di poco più di 2000 anime all’interno del comprensorio ”Taburno Camposauro” in provincia di Benevento, dove Fulvio ha ripreso per i capelli – si fa per dire – la vocazione di suo nonno Giovanni, contadino e viticoltore per passione, proseguendo con la moglie Imma un progetto intelligente e di lungo periodo dando così seguito ad una tradizione famigliare che rischiava di smarrirsi tra le maglie dell’abbandono delle campagne. E’ lui oggi ad occuparsi di un po’ di tutto, tanto in campagna e in vigna quanto in cantina dove l’affianca il bravo ed esperto enologo Alberto Cecere che ben conosce l’areale ed i vini qui prodotti.
Il territorio da queste parti tende generalmente a nascondere più che a rivelare, conduce quasi ad allontanare più che ad andare incontro, accogliere, ciononostante i vini di Cautiero, seppur con lentezza non fanno fatica a distinguersi nitidamente nel mare magnum di una denominazione che rimane a tutti gli effetti la più vasta in regione per produzione proprio della Falanghina.
Fois duemiladiciassette è un bel bere, nonostante l’annata non deponga certo a suo favore in termini di freschezza e verticalità regala tuttavia una bevuta davvero interessante. Il vino ha un gradevole colore paglierino pieno ed un primo naso ”furbacchione” ed aperto, subito floreale poi fruttato, si colgono sentori di ginestra e pesca, poi accenni balsamici; il sorso è secco e appagante, piacevole, diciamo che manca di quella profondità delle migliore annate tra le quali ricordo una buonissima 2013, ma ci sta, l’annata è stata quella che è stata, siccitosa, calda, parecchio precoce, tuttavia bottiglie come queste, a poco più di 8 euro a scaffale in enoteca sono da considerarsi un vero e proprio affare con un rapporto qualità-prezzo-felicità assolutamente non trascurabile.
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Tag:cautiero, falanghina del sannio fois, fois, frasso telesino
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9 novembre 2018

Da poco meno di un mese alcuni nostri contributi sono pubblicati sul giornale on line ilNapolista¤ dove ogni settimana raccontiamo le buone etichette campane prendendo spunto dai profili dei calciatori del Napoli¤, il nostro Napoli che continua ad incantare in Serie A¤ e Champions League¤.
Questi che seguono sono i primi articoli pubblicati che vi riassumiamo in pochi passaggi essenziali, se vi va dategli una occhiata e scriveteci pure cosa ne pensate, diteci la vostra ne saremmo davvero felici.
#1 Adam Ounas e l’Asprinio d’Aversa Trentapioli di Salvatore Martusciello Leggi Qui.
#2 Raul Albiol e il Taurasi Riserva Piano di Montevergine 2012 di Feudi di San Gregorio Leggi Qui.
#3 Kalidou Koulibaly e il Falerno del Massico rosso Maiatico 2013 di Michele Moio Leggi Qui.
#4 Marko Rog e il Campania bianco Monte di Grazia 2015 di Alfonso Arpino Leggi Qui.
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Tag:Calcio Napoli, ilNapolista, l'arcante, ssc napoli, Un Vino Un Calciatore
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4 novembre 2018
Come per i Comfort Food ovvero quei cibi a cui ricorriamo per soddisfare un bisogno emotivo alla ricerca di sapori consolatori, stimolanti e spesso nostalgici così vi sono i Comfort Wines, vale a dire bottiglie sicure, di solito appaganti, che riportano talvolta con malinconia ad un tempo che fu.

Senza scomodare i cugini francesi e lo Champagne, di cui tutti ma proprio tutti sono diventati connaisseurs raffinés e ghiotti consumatori a tutte le ore, ad ognuno le sue etichette del cuore: c’è chi punta dritto su vini corposi, morbidi e lussuosi come i Supertuscans oppure, rimanendo da quelle parti tra le province di Siena e Firenze, preferisce i toni più austeri garantiti da certi Chianti Classico o Brunello; c’è poi chi punta al Piemonte e ai suoi Barolo e Barbaresco, chi si affida invece al calore avvolgente del più classico degli Amarone e chi, in larga maggioranza e forse meno pretenziosi, s’accontenta e gode davanti al solito bicchiere di Ribolla, Soave, Verdicchio oppure di Barbera, Valpolicella, Morellino di Scansano che ne so di Piedirosso, oppure Aglianico, Primitivo, Nero d’Avola.
Vini, in particolare questi ultimi, che continuano ad essere tra i più consumati in Osterie, Wine Bar, Ristoranti e ultimamente finanche in Pizzerie, con successo soprattutto al calice, sicuramente perché economici e percepiti come semplici, immediati, che non richiedono particolari attenzioni oppure conoscenze specifiche in materia di degustazione per essere spiegati e apprezzati sin dal primo sorso. E’ questa una mezza verità che andrebbe sicuramente indagata e spiegata meglio, eppure proprio questi vini sembrano quasi completamente spariti dai radar di chi beve, racconta, suggerisce il vino da cercare, comprare, bere. Perché?
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Tag:Comfort Wines, italian comfort wines, most unwanted, unwanted wines
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29 ottobre 2018
Hibiscus¤ è una bellissima realtà sull’Isola di Ustica di proprietà della famiglia Longo da tre generazioni, fu negli anni settanta che Nicola provò con tenacia a dare un futuro al vecchio palmento di famiglia ora destinato ad uno splendido agriturismo di circa 10 ettari pienamente immerso nella natura suggestiva isolana tra scenari brulli e coltivazioni verdeggianti.

Oggi l’azienda è nelle mani della figlia Margherita e del suo compagno Vito che proseguono con risolutezza la conservazione di un pezzo di territorio unico qui a Ustica, luogo che ci rievoca immediatamente una ferita ancora aperta nella storia del nostro paese ma che in fondo non ha mai smesso un giorno di continuare a vivere nella normalità più assoluta, secondo cultura, tradizioni ed origini qui assolutamente ben radicate.
Tutto avviene tra le Contrade Spalmatore e Tramontana, qui la terra è di origine vulcanica, di medio impasto, composta perlopiù da argilla e sabbie, i vari appezzamenti sono praticamente tutti affacciati sul mare che da qui dista non più di 200 metri, oltre una complessa cintura di muretti a secco tirati su con gran fatica, un po’ per rendere i terreni meglio coltivabili, un po’ per difenderne le colture a mo’ di frangivento.
Dono prezioso di questa terra sono ad esempio le lenticchie di Ustica Presidio Slow Food®. Mentre nei tre ettari di vigneto a guyot sono piantate perlopiù varietà autoctone siciliane: catarratto, grillo, inzolia e zibibbo che danno vita a tre vini bianchi tipicamante usticesi, profumati, sottili, sapidi; mentre il nero d’Avola, con il merlot, danno vita all’unico rosso aziendale. Stiamo parlando di viticoltura isolana, che desta sempre grande fascino e suggestione, alle prese con mille difficoltà come abbiamo imparato nei numerosi passaggi a Capri¤ e sull’isola di Ponza¤, dove i vini sono necessariamente caratterizzati da una sorta di irripetibilità che li rende praticamente unici. Ustica non è da meno, non a caso Hibiscus è l’unica cantina a vinificare sull’Isola grazie ad una lenta e graduale modernizzazione della cantina avviata a fine anni ’90.
Sono poco più di di 13.000 le bottiglie prodotte tra le quali questo delizioso vino bianco secco da uve Zibibbo. Il Grotta dell’Oro 2017 è caratterizzato da uno splendido colore paglierino, ha un primo naso immediatamente gradevole, avvenente, richiama subito note dolci e ammiccanti, poi evoca sentori di agrume e fiori di zagara, di rosa ed erbette aromatiche. Il sorso è secco, scivola via asciutto ma sul finale di bocca ripropone quella dolce sensazione di moscato che tanto fa piacere al naso. Da servire freddo, anche freddissimo, da bere magari affacciati sul mare di Ustica che chissà forse per una volta, almeno una volta, volgendo lo sguardo all’orizzonte possa evocare solo buoni pensieri senza lasciare quel solito non so ché di amaro in bocca.
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Tag:grotta dell'oro, hibiscus, moscato d'alessandria, sicilia, sicilia wines, ustica, zibibbo
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27 ottobre 2018

Da qualche settimana sul giornale on line ilNapolista c’è una nuova rubrica ”Un Calciatore, Un vino” a nostra firma; proviamo a raccontare il vino buono, quello autentico e che ha qualcosa da dire, ai tifosi del pallone.
Lo facciamo alla nostra maniera, in modo semplice e spigliato cercando di offrire qualche buono spunto per bere meglio (almeno) alla domenica. E i calciatori, anzitutto quelli del Napoli, con le loro gesta in campo, le loro storie ci danno la misura per suggerire l’etichetta del giorno. Se vi va, seguiteci¤!
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Tag:ilNapolista, serie A, ssc napoli, Un calciatore Un vino
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12 ottobre 2018
L’Asprinio piace, piace un sacco, difficile confonderne il gusto così spiccato: ha una marcia in più, davvero originale, unico! Inebriante nelle versioni spumante resta degno compagno di tutto un pasto nella versione ferma.

Certo bisogna lavorarci un po’ su, soprattutto saperlo comunicare meglio di adesso e bene, visto che ai più è praticamente sconosciuto. Anche per questo non potevamo non dare spazio a questa bella iniziativa dell’Ais Caserta che speriamo abbia il successo che si merita.
Dintorni d’Asprinio è un viaggio, un approfondimento vero nei territori dove da sempre è allevato uno dei vitigni più amati e discussi degli ultimi anni e dove un patrimonio di conoscenze vitivinicole è ancora oggi a rischio di scomparire.
Per Informazioni: eventi.aiscaserta@gmail.com
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Tag:ais caserta, asprinio, i borboni, lusciano
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10 ottobre 2018

E’ una splendida notizia quella che giunge agli appassionati tutti! La prestigiosa Guida Vini d’Italia del Gambero Rosso¤ ha assegnato allo splendido bianco di Cantine Astroni¤ il TreBicchieri® 2019.
Un grande traguardo per Gerardo Vernazzaro¤, amico di tante bevute e spesso ospite su queste pagine con i suoi brillantissimi post, ancor più un premio di enorme valore per tutta la famiglia Varchetta e per il territorio flegreo che ancora una volta vedono premiato il grande lavoro di rilancio in atto che non smette, con piccoli ma significativi passi, di stupire e conquistare consensi. Bene, bravi e avanti con forza!
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Tag:Campi Flegrei Falanghina, cantine astroni, gambero rosso, TREBICCHIERI®, Vigna Astroni, vini d'italia 2019
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10 ottobre 2018

C’è, oltre al presente, una storia personale molto forte che ci lega a questa etichetta e all’azienda, storia che ha radici antiche e ben salde. Le prime grandi bottiglie che abbiamo stappato e raccontato sono state di Taurasi¤ docg, e se ci siamo appassionati a questo straordinario vino un po’ è anche merito del Piano di Montevergine di Feudi di San Gregorio, da sempre tra i migliori rossi campani e grande ambasciatore dell’Aglianico nel mondo.
Alcune sue splendide uscite sono impresse negli annali e ricordate perché capaci, come e più di altre bottiglie, di attraversare il tempo e raccontare in maniera autentica e profonda il grande territorio Irpino.
Vini che anche nelle annate più austere sanno esprimere complessità e vivacità organolettica, sostanza e finezza sorprendenti. Vieppiù per un duemilatredici tutto da incorniciare, che dopo il Taurasi ”base” premiato l’anno scorso coglie nuovamente il TreBicchieri®¤ con il Piano di Montevergine Riserva 2013. Ad Maiora Semper!!
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Tag:aglianico, feudi di san gregorio, piano di montevergine, taurasi riserva, TREBICCHIERI®
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6 ottobre 2018
Siamo a Quarto, territorio che a torto non ha mai goduto di una particolare considerazione in ambito vitivinicolo, ma nei pressi della ‘’Montagna Spaccata’’ sull’Antica via Consolare Campana costruita dagli antichi Romani per collegare il porto di Puteoli a Capua, proprio sul confine naturale che la divide da Pozzuoli da un lato e da Napoli (Pianura) dall’altro, c’è una collinetta particolarmente vocata che domina tutta la piana quartese. Da qui, in lontananza, si colgono chiaramente Capo Miseno e buona parte del golfo di Pozzuoli.

Pèr ‘e Palummo dei Campi Flegrei 2017 Carputo Vini
La Collina di Viticella passa dai 50m s.l.m della via omonima ai poco più di 150m s.l.m., niente di particolare si direbbe eppure nella sostanza questo lembo di terra tufacea dà uve particolarmente caratteristiche e segnate da profonda pienezza e fragranza gusto-olfattiva.
Il vigneto conta all’incirca 10 ettari tra vigne vecchie di 25/30 anni piantate con sistemi tradizionali e alcuni nuovi impianti più recenti, vi è perlopiù falanghina ed in parte pèr ‘e palummo¤ – così come si preferisce ancora raccontare quest’ultimo -, coltivato quasi esclusivamente nella parte alta della collina e che generalmente viene vinificato con le altre uve piedirosso provenienti da altre parcelle del circondario che assieme danno vita all’unico rosso flegreo prodotto dall’azienda. Piedirosso 2017 che conserva tutta la sua piacevole verve fruttata e floreale al naso e paga forse un po’ di ritardo di maturazione al palato, il sorso rimane affabile e gradito ma un tantino acerbo, contrapposizione che nulla toglie alla qualità del vino ma che forse dà troppa vivacità alla degustazione.

Falanghina dei Campi Flegrei Collina Viticella 2017 Carputo Vini
Eccolo nel bicchiere il Collina Viticella 2017 dei Carputo¤, ad un anno dalla vendemmia, in tutta la sua freschezza e pienezza gustativa. In questa bottiglia vi finisce solo una parte del raccolto in collina che viene vinificato separatamente e tenuto in serbatoi diversi prima dell’assemblaggio finale. Siamo fortunati a provare una delle ultime bottiglie in circolazione dell’annata duemiladiciassette, millesimo complicato che ha dato vita ad un bianco un po’ sopra le righe già conosciute in precedenza ma pur sempre caratterizzato da un quadro di degustazione pieno di fascino e sostanza.
Se sono infatti da annoverare come una rarità assoluta i tredici gradi e mezzo in etichetta, esempio di come questa vigna sappia distinguersi nettamente in un territorio così frammentato ed eterogeneo, non siamo lontani dai canoni di pulizia e nettezza olfattiva, dalla sua solita complessità dei profumi floreali e fruttati e dalla puntuta freschezza che ne accompagna costantemente ogni sorso, tutto a favore della grande bevibilità del vino!

Falanghina dei Campi Flegrei 2017 Carputo Vini
Del resto non bisogna mai dimenticare quale sia il ruolo principale del vino a tavola, il suo essere funzionale a tutto un pasto completo e non (solo) ad una singola portata: l’abbinamento cibo-vino infatti è una voluttà, pur nobile, che poco appartiene alla nostra cultura enogastronomica che vuole spesso – addirittura lo impone talvolta -, vini mediamente leggeri e poco impegnativi che vadano ad accompagnare certi piatti più che a sostenerli.
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Tag:campi flegrei, carputo, collina viticella, falanghina dei campi flegrei, quarto
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10 settembre 2018
Seguiamo con attenzione il lavoro di Gennaro Schiano sin dai suoi primi passi mossi nei primi anni duemila. Esce per la prima volta con la 2003, non proprio l’annata migliore per esordire eppure ancora oggi, a distanza di 15 anni, quelle bottiglie di Falanghina¤ e Piedirosso restano ”vivissime” e continuano a raccontare tanto del territorio e dei vitigni autoctoni flegrei!

Gennaro continua a sporcarsi le mani in prima persona, la vigna viene prima di tutto! Il suo lungo pellegrinare sul territorio gli consente oggi di lavorare su più fronti flegrei, da Pozzuoli a Bacoli sino a Monte di Procida con la stessa fiducia. Il vigneto di Cantine del Mare ha mediamente 20/30 anni e le parcelle sono collocate su terreni spesso diversi tra loro, si va dalle grigie sabbie vulcaniche della collina di Cigliano alla Breccia Museo che caratterizza la Falesia che ricama lo strapiombo da Acquamorta a lungo via Panoramica a Monte di Procida, che affaccia direttamente sul Canale dell’Isola di Procida. Qui, in uno scenario davvero suggestivo c’è la splendida vigna Stadio – in foto -, piantata perlopiù con Falanghina che entra in questo vino in larga parte.
L’annata duemiladiciassette è stata per molti particolarmente stressante, non solo qui nei Campi Flegrei; in effetti l’assenza prolungata di piogge unita al caldo torrido estivo ha rischiato di presentare in vendemmia un conto salatissimo, ma qui pare abbia creato meno problemi che altrove. Questo pezzo di terra sembra baciato da Dio, beneficia di un microclima straordinario: il mare è lì, a due passi oltre la scarpata, la vigna gode dei venti che spazzano costanti il Canale di Procida che contribuiscono ad arieggiare il catino naturale intorno al quale insistono i terrazzamenti. Qui, durante la notte, si registrano tra l’altro escursioni termiche importanti.

Così si spiega il buonissimo risultato con questo 2017, bianco che ha vivacità da vendere, invitante, fine e spiccatamente minerale, tra i più buoni e quadrati di sempre. Il naso è sottile e varietale, regala inoltre tratti balsamici molto gradevoli. Il sorso è fresco, giustamente puntuto, sapido, appagante. A distanza di qualche mese, oggi, è più espressivo ancora, perfettamente in equilibrio e godibilissimo, sa pienamente di questa terra di mare.
Restiamo invece fiduciosi di assaggiare nuovamente tra qualche mese il Piedirosso 2017: l’assaggio da vasca di alcuni mesi fa e quello provato in questi giorni appena in bottiglia fa molto ben sperare in un nuovo vero fuoriclasse!
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Tag:cantine del mare, falanghina dei campi flegrei, gennaro schiano, monte di procida
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6 settembre 2018
Che luogo meraviglioso che è Tramonti! Se stai giù in Costiera a fare vacanza non puoi non farci un pensiero nel venirci a passare qualche ora a camminare le vigne, prendere un poco di frescura, magari portare via qualche buon formaggio fresco e bottiglie di vino.

Questo luogo è portatore sano di piacevolissimi ricordi, di storie di amicizia con persone speciali. Alfonso Arpino e la sua famiglia sono un grande esempio di civiltà rurale, rispetto e valorizzazione del territorio, delle varietà autoctone qui coltivate e di tutto quello che è buono, pulito e giusto da scoprire e portare con se.
Lui, medico, uomo di scienza, non smette mai di ripeterlo: ‘’non sono un contadino ma ho sempre avuto una grande passione per l’agricoltura di questi luoghi, un enorme rispetto per questa terra unica, ha permesso ch’io studiassi, era quindi necessario rendergli un pezzetto della mia vita per quanto mi ha donato!’’. Qui¤ e qui¤ raccontiamo tanto e tutto il bello che c’è da sapere su Monte di Grazia¤ e la famiglia Arpino.
Oggi ad occuparsi a tempo pieno dell’Azienda sono i figli Olivia e Fortunato ai quali Alfonso ed Anna hanno trasmesso tutta la loro straordinaria passione nel coltivare la vigna, carezzare i suoi frutti, fare il vino, raccontarlo con tutto l’amore possibile.
Sono davvero autentici i vini di Tramonti, unici e quasi irripetibili. I capricci delle ultime vendemmie hanno per questo consegnato a Fortunato, che oggi si occupa a piè mani della cantina, tante riflessioni, suggerito alcune scelte, obbligandolo a non mostrarsi timido di fronte ai protocolli ma soprattutto a non perdere mai di vista la cosiddetta ”prudenza contadina”; così nasce Melogna, raro esempio di Pop Wine per nulla scontato, una vera chicca per chi è alla ricerca di piacevoli scoperte! E’ un rosso delizioso, vivido nel colore e ammiccante al naso, molto saporito. E’ Composto in larga parte da uve Piedirosso e Tintore, con un saldo di altre varietà tipiche quali Moscio, Olivella e Sciascinoso che contribuiscono a donare al vino estrema freschezza e bevilibità. Da tenere in fresco e portare in tavola alla prima occasione, vino piacevolissimo che regala una beva succosa e leggera.
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