Archivio dell'autore

Un lustro fa

17 ottobre 2018

Mamma mia che giornata memorabile quel 17 Ottobre del 2013! L’avessero voluta scrivere così avvincente la sceneggiatura di una giornata del genere non ci si crederebbe, giuro.

Ad ognuna la sua Leopolda, si potrebbe dire. Ebbene non ci sarei nemmeno dovuto essere là quel giorno e di ragioni ne avremmo avute, almeno una, importantissima. Eppure c’ero, ci siamo stati. Verso mezzogiorno, ad una manciata di minuti di distanza, mentre a Napoli Lilly¤ entrava in sala parto per dare alla luce Alessia, io mettevo piede là su quel palco a Firenze.

C’è da chiederselo, penso anche giustamente, se fosse dovuto andare proprio così:”Ma come, tua moglie entra in sala parto, nasce tua figlia e tu vai, te ne vai alla premiazione de L’Espresso?” Beh, forse sì, non fu per niente semplice scegliere, capire cosa fosse giusto fare in una situazione del genere. Ci pensammo tanto, ragionato e così decidemmo: questione di rispetto!

Si, rispetto, una parola che pare scomparsa dal linguaggio e dal comportamento di molti, soprattutto nel nostro mondo di Cucina e Sala. Quel rispetto che pare mancare a molti ”giovani” scalpitanti che proprio non si capacitano perché non gli venga riconosciuto (subito) quanto sono convinti di valere (secondo loro sempre un punto o due in più di quanto vengono valutati). Già, i punti, sembra che tutto alla fine si riduca a una rincorsa ai punti, ai virgola 5, le Stelletelle. Macché…

Ecco, quel giorno a Firenze ci sono andato per rispetto, per chi volle ch’io fossi là quel giorno ma soprattutto per chi aveva permesso in tutti quegli anni di costruire passo dopo passo (anche) quel momento indimenticabile. Rispetto per tutti, a maggior ragione per la mia Lilly che quei passi li aveva tutti camminati con me. E un po’ anche per me stesso che, lasciatemelo dire, m’ero fatto ”un mazzo grosso così pe’ ll’avé!”¤.

_____________________________

Se vi va qui sotto trovate alcune delle cose uscite qua e là in giro che raccontano quell’evento del 17 Ottobre 2013 alla Stazione Leopolda di Firenze. E per chi è su Facebook, c’è anche un Video (qui il link¤) opera dell’amico del cuore Pino Esposito¤.

L’Espresso ¤ – Luciano Pignataro ¤ – Il Mattino ¤

Gambero Rosso ¤ – Identità Golose ¤ – Dissapore ¤

© L’Arcante – riproduzione riservata

Appiano, Alto Adige Pinot Bianco In der Låmm 2015 Weingut Abraham

8 ottobre 2018

C’è stato un tempo in cui una certa tipologia di vini bianchi scuotevano gli animi di appassionati e professionisti di ogni genere e settore della filiera  enoica coinvolgendoli repentinamente in un turbinio di sensazioni, opinioni e prese di posizioni in qualche caso eccessive; punti di vista talvolta comprensibili, altre meno, da un lato il pensiero libero e dall’altro le barricate tese sostanzialmente ad alzare barriere ideologiche che hanno ottenuto come unico risultato l’allontanamento di molti dal bere vini macerati.

Pinot Bianco 2015 Weingut Abraham

Vi è stata indubbiamente un poco di confusione, alcuni produttori mossi forse dalla troppa voglia di fare, si sono spinti nel seguire pedissequamente protocolli non sempre replicabili dappertutto o comunque non idonei a tutte le varietà menzionate nell’elenco delle uve da vino. Lo abbiamo visto, giusto per restringere il cerchio, anche dalle nostre parti qui in Campania con alcuni bianchi che hanno subìto tentativi talmente velleitari da sfociare in copie caricaturali di se stessi, con vini sostanzialmente sovraestratti, pesanti, addirittura ostici da bere; vini passati per cru quando non “da una vigna unica”, esempio di cosa si potesse fare con il varietale lavorandolo in un certo modo, spingendo in là l’asticella: ecco, ce lo saremmo volentieri risparmiato, una deriva stilistica per fortuna rientrata.

Di tutt’altro respiro questo splendido Pinot Bianco 2015 di Martin e Marlies Abraham prodotto dalle uve provenienti dal vigneto In der Låmm nel comune di Appiano, a circa 500m s.l.m.. Vigneto di circa 60 anni allevato su tradizionali pergole le cui radici affondano in un terreno composto da morene dell’ultima glaciazione, miste a pietrisco vulcanico e ricco di minerali di porfido e quarzo.

Vino di grande sostanza, sin dal colore paglierino carico e tendente all’oro più luminoso. Il naso è carico di piacevoli sensazioni floreali e fruttate, fiori bianchi e mela ben matura, erbette officinali e balsami. Il sorso è pieno e rotondo, appagante e godurioso, la lunga macerazione delle bucce dona grande complessità al frutto senza però sovrastarne qualità e freschezza, nonostante i 14° gradi in etichetta facciano immaginare tutt’altra bevibilità. Non vi è dubbio che vi è dietro questo vino un grande lavoro di selezione in vigna e tanta esperienza e massima attenzione in cantina. Una bella esperienza!

© L’Arcante – Riproduzione riservata

Limoni amari igp

29 settembre 2018

L’allarme è stato lanciato da tempo e molte autorevoli voci ne hanno ripreso le grida cercando di capire le ragioni del sistematico abbandono delle colture con l’intento di spronare e aiutare a confrontarsi per trovare delle soluzioni, una via condivisa per la salvaguardia non solo di un comparto economico ormai in piena crisi ma di un territorio che rischia molto di più di qualche conto corrente in rosso!

limoneti-e1538207015301.jpg

Limoneti in Costa d’Amalfi

Il progressivo abbandono dei limoneti, in particolar modo dei terrazzamenti più fitti e scoscesi comporta sostanzialmente il crollo dei muretti a secco alimentando così il rischio di frane che soprattutto in certi angoli della Costiera Amalfitana può risultare fatale soprattutto durante il lungo inverno con il rischio che pioggia e fango possano avere effetti devastanti per alcune località in particolare.

Le ragioni sono presto spiegate: molti degli agricoltori locali hanno ormai raggiunto un’età media di 60/65 anni e non vi è traccia del tanto agognato ricambio generazionale, ciò non favorisce certo una visione prospettica positiva. I giovani si sa preferiscono andare via in cerca di fortuna e chi resta, per mille ragioni, pare accontentarsi di lavorare nel turismo o nella ristorazione, anche solo come stagionale pur di non levare le tende. A questo, come si è detto, vi si aggiungono tutte le difficoltà evidenti del comparto che di certo non aiutano: il commercio dei limoni è diventato sempre più difficile, depredato del suo valore di autenticità di territorio ed origine a favore delle numerose varietà importate da altre nazioni e per giunta a molto meno.

A conti fatti ”Sfusato di Amalfi¤” e ”Limoni di Sorrento¤” rischiano seriamente di rimanere piacevoli rimandi letterari e nient’altro, tutto infatti sembra prendere un sapore decisamente amaro!

© L’Arcante – riproduzione riservata

Soave Classico Vigneti di Carbonare 2016 Inama

23 settembre 2018

A parlar di vino quando si pensa ad un suolo vulcanico la mente va immediatamente all’Etna o al Vesuvio, magari qualcuno tra gli appassionati più attenti si ricorda del Vulture e dei nostri Campi Flegrei con le isole del golfo di Napoli, infine, forse, all’areale di Soave¤ nel veronese.

Il tema negli ultimi anni ha assunto grande valore dal punto di vista del racconto e della comunicazione del vino tant’è che proprio da queste parti non se lo sono fatti dire due volte calcando spesso la mano su certe caratteristiche della natura del terreno di quest’area che in qualche maniera contribuiscono a donare ad alcune etichette profili organolettici davvero interessanti.

Anche per questo abbiamo sempre seguito con molta attenzione i vini di Stefano Inama¤, capace di produrre bottiglie ogni volta di grande qualità e spessore: è suo il grande successo del Sauvignon Vulcaia Fumè ma sono molto noti a chi ama bere bene anche i Soave Vigneto du Lot e Foscarino e i rossi ‘’internazionali’’ dei Colli Berici tra cui Bradisismo e il Merlot Campo del Lago.

Non potevamo quindi mancare di provare alla sua prima uscita il ”Vigneti di Carbonare” duemilasedici, probabilmente il Soave Classico che punta ancor più a segnare la distanza siderale tra i suoi vini sempre verticali, sapidi e complessi da quelli prodotti nel resto del territorio del nord-est veneto; non a caso, immaginiamo, si è scelto di produrlo lavorando esclusivamente con acciaio e bottiglia senza passarlo per i legni come invece avviene per i precedenti succitati.

Il vino ha un bel colore paglierino carico, il timbro olfattivo è immediatamente piacevole e fragrante, perlopiù incentrato su frutta a polpa bianca e macchia mediterranea ma non mancano lievi note agrumate e sfumature balsamiche. Il sorso è pieno, fresco e accattivante, gustoso e sapido, l’abbiamo bevuto con gran soddisfazione con la Ventresca di tonno scottato di Pasquale Torrente al Convento di Cetara.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Piccola Guida ragionata ai vini dei Campi Flegrei

21 settembre 2018

‘’Vitigno o Denominazione’’? Il territorio flegreo è da sempre ben inteso come la culla della falanghina e del piedirosso, due varietali autoctoni straordinari che qui assumono caratteristiche e tipicità così uniche tanto dall’essere irripetibili altrove; vitigni per questo giustamente in primo piano anche sulle etichette che tutti abbiamo ormai imparato a conoscere ed apprezzare.

Piccola Guida Ragionata ai vini dei Campi Flegrei

Non vi è dubbio che gran merito del successo di questi vini è anzitutto dei tanti produttori che da anni lavorano duramente per migliorarsi e scrollarsi di dosso stereotipi finalmente superati: nell’immaginario collettivo i vini flegrei erano ”falanghine grevi e facili, bianchi beverini e spesso verdi”, per altri ”piedirosso perennemente in riduzione se non con puzzette addirittura tipiche”; insomma stupidaggini del genere legate perlopiù all’ignoranza e alla superficialità con le quali ci si approcciava e si raccontavano alcuni vini. Ignoranza e superficialità dalle quali non erano esenti talune specie di esperti cronisti e sommelier che a lungo hanno preferito metterli alla berlina prima di assaporare, è proprio il caso di dirlo, l’urgenza di un repentino ritorno sui propri passi evidentemente necessario nel nome di Bacco! E come non chiudere questa breve riflessione ricordando quanto alcuni produttori stessi siano stati per anni ostinatamente impegnati più a commercializzare i fasti del passato greco-romano anziché dedicarsi ed investire tempo e denaro nel migliorare vigna e cantina.

Pozzuoli, Lago d'Averno, Vigneto Storico Mirabella - Piedirosso Campi Flegrei

Pozzuoli, Lago d’Averno

E’ stata fatta tanta strada quindi, in questa ottica ci era parsa una buona idea persino apportare alcune modifiche al disciplinare della doc, già nel 2011¤, con l’intento – ci pare di ricordare – di dare un più ampio respiro a chi avesse voluto cimentarsi in questa nuova strada terroiristica, magari un po’ troppo ambiziosa visto il richiamo alla francese, ma indubbiamente interessante e per molti versi parecchio stimolante. Dispiace constatare però che a distanza di sette anni e quasi otto vendemmie alle spalle non se ne sia ancora fatto nulla: le cantine sembrano quasi aspettarsi a vicenda, in attesa di chi muova il primo passo, eppure proprio in questo momento di grande successo per i vini dei Campi Flegrei ci potrebbero stare un po’ di variazioni sul tema. Suvvia un po’ di coraggio!

Pozzuoli. Qui la vigna è dentro e fuori la città, ha confini apparentemente invisibili e talvolta invalicabili come il vallone tufaceo di Toiano o le colline di Cigliano e dello Scalandrone ricche di lapilli. Vigne stupende, baciate dal sole, vedi quelle nel Lago d’Averno, così suggestive da rimanerci a bocca aperta, consegnateci da una tradizione millenaria e da una vocazione unica e rara. Suggestivi i filari a Spalatrone sulla salita di via Scalandrone che affacciano direttamente sul mare, luogo formidabile per il piedirosso; poi le coste di Agnano a ridosso del vulcano Solfatara e fazzoletti un po’ più allungati a Monterusciello e in zona Cuma-Licola, carezzati dalla brezza marina, in certi casi con piantagioni moderne e allevate con sistemi contemporanei.

Az. Agricola Tenuta Matilde Zasso
Via Vicinale la Schiana 31, Pozzuoli
Tel. 0818555638
http://www.tenutamatildezasso.it
info@tenutamatildezasso.it
Di particolare pregio: Piedirosso dei Campi Flegrei, Falanghina dei Campi Flegrei.

Az. Agricola Mario Portolano¤
Via Toiano 12, Pozzuoli
Tel. 0818042974 – 335460637
aziendamarioportolano@virgilio.it
Di particolare pregio: Piedirosso dei Campi Flegrei, fuori doc Campania rosso igt Villa Teresa 6″ (Sei Pollici, ndr).

Az. Agricola Monte Spina – Antonio Iovino
Via San Gennaro Agnano 63, Pozzuoli
Tel. 0815206719
iovino.an@tiscali.it
Di particolare pregio: Piedirosso dei Campi Flegrei Gruccione.

Az. Vitivinicola Tommaso Babbo¤
Via Scalandrone 22, Pozzuoli
Tel. 3384887522
http://www.cantinebabbo.it
info@cantinebabbo.it
Di particolare pregio: Piedirosso dei Campi Flegrei Terracalda, Falanghina dei Campi Flegrei Sintema.

Cantine dell’Averno¤
Rampa Averno snc, Pozzuoli
Tel. 3381260655 – 3484950387
http://www.cantinedellaverno.it
cantine.averno@gmail.com
Di particolare pregio: Piedirosso dei Campi Flegrei Riserva Pape Satàn, Falanghina dei Campi Flegrei.

Contrada Salandra¤
Via Tre Piccioni 40, Pozzuoli
Tel. 0818541661
Rif. Dolci Qualitá Pozzuoli
dolciqualita@libero.it
Di particolare pregio: Piedirosso dei Campi Flegrei, Falanghina dei Campi Flegrei.

Salvatore Martusciello¤
C.so della Repubblica 138, Pozzuoli
Cantina in Via Spinelli 4, Quarto
Tel. 3483809880
http://www.salvatoremartusciello.it
info@salvatoremartusciello.it
Di particolare pregio: Piedirosso dei Campi Flegrei Settevulcani, Falanghina dei Campi Flegrei Settevulcani.

Campi Flegrei - foto L'Arcante

Marano e le colline più prossime a Napoli, sino al cratere degli Astroni. L’areale più popoloso, Napoli appena fuori Napoli, ma che, inaspettatamente, cela il futuro più immediato della viticoltura flegrea; luoghi che nascondono un passato distratto che ha visto sacrificare al cemento ettari ed ettari di boschi, colture tipiche e vigne che dominavano la città a 360°, dalle terrazze dei Camaldoli alla piana di Agnano. Qui il vento è cambiato e spinge forte in poppa, l’hanno capito e ci lavorano duro piccoli e grandi viticoltori-produttori che qui vanno investendo sul futuro piantando vigna anziché colare, ancora, cemento. Alcune vigne sono dedite alla coltura biologica o comunque ad una agricoltura maggiormente responsabile e sostenibile!

Agnanum – Raffaele Moccia¤
Contrada Astroni 3, Napoli
Tel. 0813417004
http://www.agnanum.it
info@agnanum.it
Di particolare pregio: Piedirosso dei Campi Flegrei Agnanum, Piedirosso dei Campi Flegrei Vigna delle Volpi, Falanghina dei Campi Flegrei Vigna del Pino.

Az. Agricola Quaranta
Via Pietra Spaccata, 4 Marano di Napoli
Tel. 0815875200 – 3388758162
http://www.levigneflegree.com
info@levigneflegree.com
Di particolare pregio: Falanghina dei Campi Flegrei Vigne di Parthenope.

Cantine Astroni¤
Strada Comunale Sartania 48, Loc. Pianura – Napoli
Tel. 0815884182
http://www.cantineastroni.com
info@cantineastroni.com
Di particolare pregio: Falanghina dei Campi Flegrei Colle Imperatrice, Falanghina dei Campi Flegrei Vigna Astroni, Piedirosso dei Campi Flegrei Colle Rotondella, Piedirosso dei Campi Flegrei Riserva Tenuta Camaldoli.

Cantine Federiciane Monteleone
Via Antica Consolare Campana 34, Marano di Napoli
Tel. 0815765294
http://www.federiciane.it
marketing@federiciane.it
Di particolare pregio: Falanghina dei Campi Flegrei, Vsq Metodo Martinotti Flegreo¤.

Belvedere – Loc. Fusaro, Bacoli

Quarto. L’areale ha una vocazione antichissima, qui siamo in piena campagna anche se l’esplosione demografica degli ultimi decenni ha caratterizzato fortemente il territorio con piccoli e grandi insediamenti suburbani, anche per questo rimane forse il terreno meno battuto della denominazione; qui certe estati sono torride e umide, situazione questa che fa letteralmente impazzire i vignaioli di tutta la piana. Chi ha vigne anche di poco più “alte” è costretto a fare tanta selezione in campagna per riuscire a portare a casa il risultato. La collina di Viticella, piantata perlopiù con Falanghina, esprime buoni frutti, da qui infatti provengono i vini di maggiore fragranza e leggerezza e a prezzi naturalmente più che ragionevoli.

Cantine Di Criscio Quartum¤
Via De Falco Giorgio 17/A, Quarto
Tel. 0818765942
http://www.cantinedicriscio.it
info@cantinedicriscio.it
Di particolare pregio: Falanghina dei Campi Flegrei.

Cantine Il Quarto Miglio¤
Via Cesare Pavese 19 – traversa via Trefole, Quarto
Tel. 0818760364
http://www.ilquartomiglio.it
info@ilquartomiglio.it
Di particolare pregio: Falanghina dei Campi Flegrei.

Carputo Vini¤
Via Viticella 93, Quarto
Tel. 0818760526
http://www.carputovini.it
info@carputovini.it
Di particolare pregio: Piedirosso dei Campi Flegrei, Falanghina dei Campi Flegrei Collina Viticella.

Vigna Stadio – Monte di Procida

A Bacoli e Monte di Procida. Terrazze e costoni scoscesi con vista mare, la vigna qui è un patrimonio straordinario, regala scenari di un paesaggio di una bellezza unica che lentamente ritorna pienamente alla natura. Resti rupestri e vigne storiche in Via Bellavista, su ai ‘Pozzolani’, ai Fondi di Baia sino in via Panoramica a Monte di Procida con filari a strapiombo sul mare; qui nascono vini bianchi con caratteristiche olfattive decisamente interessanti, con una notevole impronta sapida e capaci, tra l’altro, di attraversare il tempo con discreta disinvoltura.

Cantine Farro¤
Via Virgilio 30-36, Bacoli
Tel. 0818545555
http://www.cantinefarro.it
info@cantinefarro.it
Di particolare pregio: Piedirosso dei Campi Flegrei, Falanghina dei Campi Flegrei Le Cigliate.

Cantine del Mare¤
Via Cappella IV traversa 5, Monte di Procida
Tel. 0815233040
http://www.cantinedelmare.it
info@cantinedelmare.it
Di particolare pregio: Falanghina dei Campi Flegrei, Piedirosso dei Campi Flegrei, fuori doc Spumante Brezza Flegrea brut.

Az. Agricola La Sibilla¤
Via Ottaviano Augusto 19, Loc. Fusaro – Bacoli
Tel. 0818688778
info@sibillavini.it
Di particolare pregio: Piedirosso dei Campi Flegrei Vigna Madre, Falanghina dei Campi Flegrei Cruna DeLago.

Az. Agricola Piscina Mirabile¤
via Piscina Mirabile 63, Bacoli
Tel. 0815235174 – 3288068474
http://www.piscinamirabilevini.com
info@piscinamirabilevini.com
Di particolare pregio: Falanghina dei Campi Flegrei Vigna Mirabilis.

________________________________

Leggi anche Le Strade del vino dei Campi Flegrei¤

Leggi anche Doc Campi Flegrei¤

© L’Arcante – riproduzione riservata

Segnalazioni| Storie dal Rione Terra

15 settembre 2018

Il Rione Terra di Pozzuoli è stato nel corso dei secoli teatro di eventi, storici e naturali, apportanti cambiamenti importanti nella stessa morfologia dei Campi Flegrei. Nonostante ciò, esso è sempre rimasto abitato, conservando al suo interno memoria dello scorrere dei secoli.

Storie dal Rione Terra, di Gemma Russo, è una raccolta frutto di un anno di impegno della giornalista flegrea puteolana con la Pro Loco Pozzuoli¤ al Percorso Archeologico del Rione Terra. L’incontro con chi ha vissuto direttamente o indirettamente la rocca tufacea ha dato vita ad una pubblicazione con storie che dipingono la natura bradisismica della terra, l’importanza archeologica e storica, la quotidianità che non c’è più, fatta di usi e i costumi, anche gastronomici.

Storie dal Rione Terra lo puoi acquistare presso il Sedile dei Nobili sul Rione Terra di Pozzuoli il sabato e la domenica dalle ore 9 alle ore 17. Oppure, puoi acquistare una copia chiamando la Pro Loco Pozzuoli al numero di tel. 081 303 2275. Si effettuano spedizioni.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Caro Peppe Mancini ti scrivo

1 settembre 2018

Quanto manca un nuovo Peppe Mancini¤ al panorama enoico campano? Tanto, tantissimo! Persona di grande pragmatismo Peppe, mai una parola fuori posto, eppure non ha mai smesso di coltivare con grande passione ogni sua intuizione, come quella di aver portato gli occhi del mondo su un territorio perlopiù sconosciuto ai più come quello Caiatino.


Uno che alla fine degli anni ’80, da Avvocato e Principe del Foro rimette tutto in discussione e fa della sua casa di campagna a Castel Campagnano, che raggiunge perlopiù nel fine settimana, fucina di un grande progetto di rivalutazione territoriale che ha segnato la storia vitivinicola del nostro tempo.

Sono gli anni dei piccoli passi, del piccolo ‘’giardino di casa’’ piantato a uva e le prime vinificazioni con l’aiuto dei contadini della zona; poi, pian piano, quel ‘’giardino di casa’’ diviene un piccolo vigneto di circa 2 ettari, allevato con il sistema tradizionale della pergola casertana dove ‘’rinascono’’ il casavecchia¤ e la pallarella nera¤ e bianca¤; in realtà sono queste uve che nemmeno risultano negli albi ufficiali poiché spesso confuse con altre varietà autoctone campane già esistenti come, ad esempio, la coda di volpe nera e bianca. Si sta scrivendo la storia ma nessuno ancora lo sa.

Nel 1991 la prima vendemmia degna di questo nome, tutto in damigiane da 54 litri che vanno letteralmente a ruba, nel senso proprio del termine. Che disastro! Lui, Peppe, non si dà pace, anzi, si è convinto definitivamente di stare seguendo la via giusta, così nel 1992, durante una cena dove conosce Angelo Pizzi, allora alla Cantina del Taburno, uno dei più apprezzati enologi in circolazione, gli chiede una mano, dei consigli, suggerimenti per aggiustare il tiro. La Campania del vino da qui a poco dovrà imparare altri nomi da ricordare oltre l’Aglianico, il Fiano, la Falanghina e il Greco di Tufo: Casavecchia e Pallagrello nero e bianco!

Qualche anno più tardi l’incontro con il prof. Luigi Moio¤, siamo nel 1998, siamo già in rampa di lancio e la strada verso il successo è tracciata grazie anche all’incontro, da lì a poco, con la giornalista Manuela Piancastelli, tra le prime specializzate a caccia delle novità enogastronomiche campane e spesso riferimento in regione del buon Gino Veronelli che non lascerà mai più questi luoghi e Peppe Mancini.

Ecco, caro Peppe Mancini ti scrivo: la Campania del vino ha bisogno di tornare a sognare!

L’Arcante – riproduzione riservata ©

Leggi anche Terre del Principe, la favola del Pallagrello¤

Leggi anche Centomoggia, il Casavecchia del Principe¤

Quel che resta non siano briciole

30 dicembre 2016

image

L’intuizione, la creatività, il talento, l’arte di un grande Chef non puoi certo delegarla, un suo piatto però sì. Vi sono mille ragioni per discuterne per giorni, eppure, a pensarci bene, è già così da sempre, in particolar modo nelle cucine cosiddette d’autore o più semplicemente gurmé.

Per contro, il talento, la passione, la personalità, l’arte dell’accoglienza di un Cameriere o di un Sommelier di quelli bravi no, resta affare un tantino più difficile e complesso: in certi casi, quando lui non c’è in sala, si vede e come.

Un mestiere quello di stare in sala in chiara difficoltà, provato da molteplici fattori, la fretta del nostro tempo anzitutto che non concede tregua alcuna. Così siamo profondamente in ritardo e non c’è ricambio generazionale da aspettare. Un mestiere, questo, su cui bisogna tornare ad investire soprattutto del tempo, più che le chiacchiere di molti.

In mezzo al dibattito l’Italia degli ormai mille e più cronisti del gusto, o del food, come amano definirsi ultimamente. Il nostro è un paese dal destino segnato: oltre a Santi, Poeti e Navigatori finirà per avere più cronisti enogastronomici che ristoranti e vini da raccontare. Certo prima o poi il buffet finirà, qualcuno avrà già in serbo un nuovo indirizzo a cui fare visita qualcun altro saprà riadattarsi, campo ce n’è e vi è sempre il mestiere di allenatore che più o meno, è risaputo, è alla portata di tutti. In fondo uno che ti paga per farlo lo trovi sempre [cit.].

L’auspicio è che quel che resta non siano solo briciole, anche perché pure quelle sembra che nessuno più le voglia levare.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Cuochi e Camerieri (Sommelieri compresi)

4 dicembre 2016

I Nuovi Mostri, Hostaria con Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi - foto tratta dal web

Il cuoco è un artista, tocca fare i conti con il suo talento ogni giorno.
Il cameriere (Sommeliere compreso) è un fine cesellatore, è dentro ogni cosa e al di sopra di tutto.

Il cuoco è stato con ogni probabilità uno sguattero, le sue origini non mentono.
Il cameriere (Sommeliere compreso) è stato anche uno sguattero, le sue origini non mentono.

Il cuoco è un fine pensatore, spesso se ne sta sulle sue perché è indispensabile che lo faccia. La straordinaria vena creativa non avrebbe altra spiegazione.
Il cameriere (Sommeliere compreso) è diplomatico, non a caso sta sempre in mezzo alla gente.

Il cuoco sta al pass e non si perde un impiattamento.
Il cameriere (Sommeliere compreso) sa come si sta al pass, quanto è fondamentale un corretto impiattamento.

Il cuoco ne sa e come di cucina, materie prime, tecniche di cottura, porzioni scientifiche, architettura, tecnica di abbinamento cibo-vino.
Il cameriere (Sommeliere compreso) ne sa e come di cucine, materie prime, tecniche di cottura, tutto sulla tecnica di abbinamento cibo-vino. Solo talvolta si interessa di architettura.

Il cuoco beve vino. Ama lo Champagne.
Il cameriere (Sommeliere compreso) sa tutto sul vino, tutto tutto sullo Champagne e la Borgogna. E Bordeaux. E l’Alsazia. Li ama tutti. Dippiù quelli in omaggio.

Il cuoco dovrebbe ascoltare chi sta in sala, soprattutto i clienti scontenti.
Il cameriere (Sommeliere compreso) ascolta chi sta in sala, soprattutto i clienti scontenti. Risolve i problemi e riporta – non sempre fedelmente – al cuoco.

Il cuoco esce in sala quando acclamato.
Il cameriere (Sommeliere compreso) entra in cucina solo quando autorizzato.

Il cuoco sa tutto sul pesce e sulla carne. Ma anche su tutto quanto il resto.
Il cameriere (Sommeliere compreso) sa tutto sul pesce, sulla carne e su tutto quanto il resto. Quando ha un dubbio o non sa, fa domande. Prima di tutto al cuoco.

Il cuoco dovrebbe sapere tutto sul servizio in sala.
Il cameriere (Sommeliere compreso) sa tutto sul servizio in sala.

Il cuoco e il cameriere (Sommeliere compreso) non si parlano abbastanza, non di rado si accontentano dello stretto necessario.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Degustatio Praecox

6 ottobre 2016

tirabuscio-foto-tratta-dal-web

Capita talvolta di aprire una bottiglia e rimanere spiazzati dal suo profilo organolettico. Capita per vini giovanissimi non ancora “pronti”, più spesso per quei vini stipati per lungo tempo: il naso arranca “muto”, il sorso pare avere qualche problema, talvolta disarmonico, può darsi pesante.

Attenzione! Prima della cattiva idea di sparare a zero talvolta basta aspettare un po’, a certi vini basta davvero poco per rivelarsi invece pienamente espressivi. Qualcun’altro farà un po’ più fatica, e allora bisognerà dargli più tempo, anche un giorno o due se necessario. E’ così che si nutre la passione, così ci si rifà la bocca su preconcetti e pregiudizi.

© L’Arcante – riproduzione riservata 

Pane, coperto e servizio, ma perchè?

4 agosto 2016

Per coperto s’intende il corrispettivo per l’uso di tovaglie, tovaglioli, piatti e posate e la successiva pulizia, spesso associato alla voce pane, quasi a dargli maggiore giustificazione. Il servizio può variare dal 10 al 20 per cento del totale del conto, secondo i locali, o più semplicemente secondo la discrezione del ristoratore.

Immagine storica di una vecchia locanda - foto dal web

Le origini del coperto risalgono agli inizi del 1900 quando la gente andava nelle osterie con il fagotto o cartoccio, cioè portandosi dietro cibi preparati in casa e consumando solo vino. A un certo punto, qualche oste, stufo della sporcizia e degli avanzi lasciati dagli avventori, che occupavano i tavoli per ore, anche per motivi di igiene cominciò a mettere sui tavoli grandi tovaglie o fogli di carta fatti pagare, appunto, come coperto; successivamente gli si affiancò il il costo del pane.

Un obolo che prese rapidamente piede in tutte le osterie, purtroppo rimasto in auge anche quando queste si trasformarono in osterie e cucina, trattorie o ristoranti, allorquando i cosiddetti fagottari, per ovvie ragioni, non li frequentavano più. Il ristoratore dei nostri tempi il conto delle spese relative alla pulizia di tovaglie, tovaglioli, piatti e posate se lo fa e come, quindi si tratta di una voce semplicemente pretestuosa che pare sopravvissuta soltanto per motivi di ulteriore lucro. Tra l’altro decisamente anacronistica perché è prassi calcolarne il costo e ripartirlo – con ampi margini – già fra i prezzi dei piatti. Ecco quindi la vera ragione dello scontro sulla sua abolizione: per i clienti semplicemente un segnale di ragionevole buon senso, dall’altra parte l’indisponibilità a perdere incassi sicuri. 

Altro discorso sensibile il servizio che compare di sovente alla fine del conto e che varia dal 10 al 20 per cento del totale, secondo i locali. Pure questa odiosa gabella si perde nella notte dei tempi, quando non c’erano i contratti di lavoro e il personale veniva pagato a percentuale sulle ordinazioni dei clienti e dei tavoli che serviva. Il servizio era, appunto, la retribuzione dei camerieri, oggi ampiamente regolamentata dai contratti collettivi di lavoro. Un addebito pretestuoso? Senza dubbio alcuno, ahimè però nessuna norma lo vieta e l’unica condizione imposta dal legislatore è che sia specificato nel listino prezzi.

Tant’è che un po’ di sale in zucca ci suggerisce che pane, coperto e servizio sono la più grande sconfitta della ristorazione italiana degli ultimi decenni su cui il legislatore e molti opinion leaders farebbero bene ad aprire gli occhi.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Quarto, Sud è quando la gioia prende il largo

12 luglio 2016

Sud è sopra molti altri il posto del cuore, sin dai suoi primi passi. Ci torniamo con piacere anche con Letizia e Alessia, qui loro ci stanno volentieri, è ad appena due passi da casa, quindi nessuno stress da viaggio ma soprattutto nessuno tra i camerieri che le guarda in cagnesco, in cerca di guai.

Ristorante Sud, Calamaro, zucca e datteri - foto L'Arcante

La sala gira come un orologio, si usa dire. Diciamo che se qui si sta bene un po’ di merito va anche a loro, a Pino, Carmine e Giannantonio. Perchè quando siedi alla tavola di Sud la gioia prende subito il largo, talvolta incontenibile.

Sono piatti sempre pieni di luce quelli di Marianna, carichi di piacere, ricchi di sfumature, di repentini contrasti. Per ciò, vincenti. Per dirla con il piglio di un architetto, votati ai pieni più che ai vuoti. Il Calamaro, zucca e datteri tra gli ultimi venuti fuori per farsene un’idea più precisa.

Ristorante Sud, Ostriche, friarielli e chinotto - foto L'Arcante

Come pure per Ostriche, friarielli e chinotto, una prova di assoluta grazia per le papille, qui degnamente accompagnato dal Blanc de Noirs di Boizel, squillante contrasto metallico dolce-amaro sostenuto con precisione e carattere da ”bulles” ricche di complessità e autorevolezza elaborate con pinot noir provenienti da Mareuil sur Ay, Cumières, Mailly, les Riceys (di cui almeno il 30% di Vins de Reserve¤).

Champagne Boizel Blanc de Noirs - foto L'Arcante

Seguono l’Impepata¤, ovvero Mischiato delicato con cozze, pepe e limone, Anemoni, lo Spaghettone¤ ai ricci con mozzarella, il Gran Fritto¤, piatti già classici e riferimenti assoluti per la cucina di Sud.

Dicevamo della gioia, sentimento che diventa straripante quando qui ci vieni con le persone che ami, con gli amici che stimi di più con i quali andresti in giro per il mondo a raccogliere storie e pezzi di terra da mettere assieme nel puzzle della vita.

Ristorante Sud, Spaghettone con Anemoni - foto L'Arcante

Con loro, certe bottiglie del cuore che ne raccontano la strada percorsa, i momenti più belli. Come lo Chassagne-Montrachet 2008 di Vincent Girardin, per esempio. Un Vielles Vignes che viene fuori quasi tutto dal ”Les Chaumes”, uno dei più preziosi 1er Cru dell’appellation, vino dal carattere inconfondibile, con un passo formidabile, di grande bevibilità e finezza come solo questo pezzo di Borgogna sa regalare.

Chassagne-Montrachet 2008 Vincent Girardin - foto L'Arcante

Ancora un classico La Tartare di vitello irpino con fichi e nocciole, da tempo stabilmente in carta, dal sapore terragno e voluttuoso. Qui, autentico e verace viene fuori alla grande il Vigna Astroni 2014 di Cantine Astroni, il bianco vulcanico di Gerardo¤ bevuto, si può dire, tutto d’un fiato: avvenente e calibrato al naso, così ampio e varietale, regala sorsi di freschezza e ritagli minerali assai piacevoli. Vino saporito e solare.

Ristorante Sud, Tartare di vitello irpino con fichi e nocciole - foto L'Arcante

In chiusura, La perla del mediterraneo, ovvero il semifreddo alla cassata, pistacchio di Bronte, salsa al passito di Pantelleria e gelée alle pere con anice stellato, dessert che messa così, nero su bianco, sembra venuto fuori da un film di Lina Wertmüller, un po’ come le (astruse ma impeccabili) cravatte che indossa Pino ultimamente, per dire. Più semplicemente è un dolce gustoso e ruffiano, un vero e proprio omaggio al sud più a sud di noi tutti!

Ristorante Sud, La perla del mediterraneo” Semifreddo alla cassata, pistacchio di Bronte, salsa al passito di Pantelleria e gelée alle pere con anice stellato - foto L'Arcante

È una Stella solida quella di Marianna, solidissima, ancora unica per questo territorio e ancora più preziosa perché acciuffata con merito sin da subito, appena dopo poco tempo l’esordio, con sacrifici e abnegazione enormi, e chi non vede questo o è cieco o più semplicemente è in malafede. E vale tanto questa Stella perché si fa autentica ambizione a cui non si può non guardare con attesa e speranza, perché quale che sia il futuro di Sud, qui o altrove, varrà sempre la pena sostenerlo e continuare a viverlo a piene mani. Menu degustazione a 68 euro, escluso i vini.

______________________

Ritorno a Sud¤.

Chiacchiere distintive, Marianna Vitale¤.

Quarto, dietro l’angolo c’è Sud¤.

Ristorante Sud
Via SS Pietro e Paolo n° 8 Quarto (Napoli)
tel. 081.0202708
http://www.sudristorante.it
Aperto la sera, domenica e festivi a pranzo. Chiuso il lunedì

© L’Arcante – riproduzione riservata

Barile, del ritorno nella Vigna di Mezzo e dell’Aglianico del Vulture Basilisco 2005

4 giugno 2016

Torno a Barile sempre con grande entusiasmo, la Basilicata, il Vulture appaiono come sospesi nel tempo, luoghi dove il tempo va un po’ meno del solito, in certi momenti avanzando lentamente.

Barile, Basilisco Vigna di Mezzo - foto L'Arcante

Tutto cominciò allora, eravamo a fine anni ’90, a Barile¤ ci arrivai per conoscere Michele Cutolo, poi ci tornai per la Locanda del Palazzo¤, i primi vini di Macarico, per questi luoghi da pazzi. Erano anni in cui ci sorbivamo fiumi di nero d’Avola¤, nel mezzo dell’onda lunga dei grandi classici toscani dal blasone intoccabile e l’onda un po’ più cortina a dire il vero del Morellino di Scansano. Insomma, eravamo convinti del nostro futuro, ce l’avevamo tra le mani, lanciatissimi sulla strada del successo, masticavamo Gambero Rosso e sognavamo un tavolo da Nadia Santini a Canneto sull’Oglio. Eppure il cuore era altrove, a sud.

Basilisco è stata una bella scoperta, la porta aperta sul Vulture, un luogo nel quale ti piacerebbe starci ma con forti dubbi di rimanerci. Oppure te lo porti dietro più o meno per sempre con la speranza di poterci tornare appena puoi.

Barile, Viviana Malafarina - foto L'Arcante

Viviana Malafarina avrà pensato più o meno la stessa cosa. O forse no. Tuttavia c’è tanto di suo in Basilisco oggi, Feudi di San Gregorio ne ha fatto pietra preziosa ma non sta certo a me ribadirlo, sono di parte, però è sotto gli occhi tutti ed è bello poterne godere.

E’ lei, Viviana, a prendersi cura e a portarlo in giro con sano orgoglio questo gioiello, e non solo per fiere, degustazioni e quanto serve a farsi riconoscere. Lo fa in ogni momento delle sue giornate, in quelle spese in vigna e in quelle passate in cantina: se riesci a stargli dietro, se ci riesci, te ne accorgi pure quando a Barile – lei genovese – gira tra i Barigliott* parlandoci tranquillamente in Arbëreshë¤. Un mito!

Basilisco, la cantina storica - foto L'Arcante

Basilisco¤ ha oggi 25 ettari interamente a conduzione biologica, una cantina suggestiva che vale la pena visitare e tante idee che si faranno col tempo nuove grandi bottiglie. Questo 2005 ha una matrice davvero straordinaria, non sorprende che è nel pieno della sua vitalità, è godibile e irreprensibile. Il colore è appena sfiorato da un cenno di granato sull’unghia, il naso è portentoso di frutto, di sottobosco, sensazioni minerali. Il sorso è preciso, ha sostanza e progressione, avvolgente e sapido. Certo lei non c’era, Viviana, nel 2005, ma qualcosa di ”scritto” nel vino forse…

* termine dialettale che indica persone (e cose) di Barile.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Nocera Inferiore, Osteria Al Paese

16 Maggio 2016

A Nocera Inferiore non ci capiti per caso, ci vieni apposta per uno o due motivi ben precisi, vieni a trovare un amico, oppure, magari, per mangiare all’Osteria Al Paese. In entrambi i casi l’accoglienza è calda e disponibile e la cucina non lascia certo indifferenti. 

Nocera Inferiore, Osteria Al Paese - foto Ledichef

”Al Paese” è un bel posto, caldo e accogliente, ci stai subito a tuo agio, fa niente che là fuori tira vento e piove come se non ci fosse un domani, da questa parte si sta invece comodi e molto ben disposti.

Domenico, l’oste, ripropone con sana ortodossia quella figura antropologica ormai tanto rara da trovare in giro e di cui si sente sempre bisogno quando ci si siede a tavola con l’idea di affidarsi: l’approccio è disponibile ma non invadente, offre cioè sapienza e non supponenza, convinzioni – sul vino, non tutte condivisibili ma sue e ben chiare, ndr – senza tuttavia il dovere di imporre chissà ché, più la capacità di interlocuzione scevra dai classici monologhi tuttologi senza alcuna via di scampo per i commensali.

Osteria Al Paese, Linguine con 'Jammarielli' - foto Ledichef

In altri tempi si direbbe ”sana ospitalità”, condizione capace di assolvere tranquillamente anche qualche distrazione che in certi momenti, inevitabilmente, sopraggiunge. La cucina è comunque di assoluta prima mano, ben curata e di sostanza, affidata da un paio d’anni alle mani del giovane Sarnese Lorenzo Montoro.

I piatti che arrivano in tavola richiamano immediatamente il territorio, un circondario unico ”chiuso” tra il mare della costa salernitana qui a pochi chilometri, 18 circa, l’Agro Nocerino-Sarnese e i Monti Lattari, pura acquolina e un bell’invito al buon umore!

Osteria Al Paese, Agnello Laticauda - foto Ledichef

Zuppa dell’orto, I carciofi, dei saporiti Cappelletti ripieni di genovese, Linguine con ”jammarielli’ (in foto), una strepitosa Guancia di maiale e ancor più l’ottimo Agnello ne sono vibrante testimonianza a cui ti avvicini con aspettative alte e tutte assolte con dovere. Dessert invitanti. Un po’ più di attenzione meriterebbe la carta dei vini, forse alle prese con una rotazione di cantina un poco lenta ma che non disdegna piacevoli coup de coeurs. Conto sui 50 euro, escluso i vini.

Osteria Al Paese
Via Papa Giovanni XXIII, 11
Nocera Inferiore
tel.: +39 081 5176722
http://www.osterialpaese.it
info@osterialpaese.it

© L’Arcante – riproduzione riservata

Caianello, Il Contadino Berardino Lombardo

2 Maggio 2016

Il Contadino Berardino Lombardo - foto L'Arcante

Il Contadino, lui, non ha certo bisogno di presentazioni, uomo dai lucenti occhi azzurri che ha fatto della cultura della terra un manifesto che continua a promuovere e a portare in giro con grande slancio. Tra un’esperienza e l’altra è sulla breccia da oltre un ventennio con una cucina semplice e immediata, se vogliamo rustica e genuina che tenta di mantenere vivo quel ricordo di sapori autentici sempre più difficili da tenere a memoria.

Il posto è accogliente, gode di ampi spazi arredati con semplicità agreste, il casolare è pienamente immerso nel verde della campagna ad appena una manciata di metri dal casello autostradale di Caianello.

La cucina è terragna con piatti di verdure cotte e crude e succulenti zuppe come antipasti, c’è poi l’uovo a “susciello”, mentre tra i primi del giorno spiccano i maccheroni con ragù bianco e pasta e ceci, un must infine il maialino Nero Casertano al forno. Dolci di casa. A parte una discreta carta dei vini, perlopiù campana, non male il primitivo servito come vino della casa. Conto sui 30 euro per persona.

Agriturismo Il Contadino

Via Starze, 159 Caianello

Tel: 0823 922043

Cell: 339 5928649

Email: info@berardinolombardo.it

berardinolombardo@libero.it

© L’Arcante – riproduzione riservata

Piedirosso on stage, a light from London

13 aprile 2016

London has never been particularly suitable market for ‘our wines’, guides are full of medals and commendations for our local wines then outclassed by sales of banal cabernet, but maybe globalization can serve us a good opportunity? Worth a try …

Qualche tempo fa, un caro amico, compagno di lunghe camminate in vigna e oggi wine consultant professionista a Londra mi segnalava, con grande piacere, il crescente interesse degli avventori anglosassoni per certe tipologie di vino, in particolare i rossi, finalmente lontani dagli stereotipi degli anni ’90. Tra questi, in forte recupero, molti italiani spesso considerati poco come gli autoctoni, con buone chance quindi anche per il nostro amato piedirosso¤.

A tal proposito, a dirla tutta, non sanno proprio bene di cosa si stratta, però sembra piaccia molto la franchezza espressiva – non artificiosa – e soprattutto la facilità di beva coinvolgente e disimpegnata. Diciamo che terroir¤, vigne a piede franco e recupero delle ruralità metropolitane non è che siano argomenti proprio centrali ma lavorando su concetti come l’attenzione alla riduzione di solforosa, la suggestione di alcuni territori vista mare e un price point azzeccato pare si possa attaccare bottone e veicolare l’interesse al bicchiere di un buon piedirosso anziché uno shiraz (ma esiste ancora?).

Londra non è mai stato un mercato particolarmente fiorente per i nostri vini, gli annali sono pieni di medaglie e menzioni rese a vini campani e flegrei poi surclassati dalle vendite da banalissimi cabernet, magari la globalizzazione può servirci una buona opportunità? Vale la pena provarci… 

© L’Arcante – riproduzione riservata

Auguri Papà

19 marzo 2016

Procolo Di Costanzo, anni '80 - foto Archivio di famiglia

Papà ha quasi 86 anni, li compie a luglio prossimo, il giorno 2. Da un anno e mezzo è lì, costretto a letto, questioni di reni e vecchiaia. Soffre, ed è chiaro a tutti che lo subisce maledettamente perché non è concepibile per uno come lui stare lì a fare niente. E noi con lui. Senza troppi di giri di parole, papà sta male e così è, niente e nessuno potrà cambiare le cose.

Per 50 anni, da che ne aveva 8 sino a quando ha potuto ha vissuto là in mezzo al mare, per il mare, grazie al mare. La sua storia l’ha raccontata più volte l’amica Gemma Russo, qua¤ e qua¤: una storia incredibile, surreale ma vera, anzi, autentica, come molte che sfuggono ai più ma sono parte della storia di questo nostro amato-odiato-amato paese, di questa terra flegrea che vaneggia manie di grandezza e dimentica, sì dimentica!, le piccole cose che l’hanno fatta nascere, sopravvivere, resistere: la sua gente!

Papà non vanta onorificenze appese alle pareti, non è Cavaliere, non è Commendatore, non è nulla di tutto questo; è solo un vecchio pescatore ammaccato, di quelli veri e buoni, che sfidava il mare con il dovuto rispetto, come molti vecchi e buoni operai metalmeccanici, edili, contadini e artigiani hanno sfidato la quotidianità e contribuito a fare dell’Italia – magari non questa -, un grande paese. Quel grande paese che ha sempre soldi da sperperare in mediocri teatrini e mai niente di più per loro, i nostri grandi vecchi.

Auguri papà, auguri dal profondo del mio cuore. Nonostante tutto!

 © L’Arcante – riproduzione riservata

Le Bombarde 2014, il cannonau di Sardegna per i giovani nostalgici

15 marzo 2016

È la bottiglia dei ricordi, quelli che riportano a quando, poco più che ventenni, hai passato le vacanze della vita là in Sardegna, consumate tra notti brave e giornate talmente piene da rimanerci impalati davanti a tanto ben di Dio in terra Sarda.

image

Più che la chiassosa comparsata a Porto Cervo, ben oltre la  preziosa Stintino e le meravigliose acque di Capo di Caccia, o della spiaggia rosa, La Maddalena, poterono le incursioni tra le vigne dell’algherese e le sinuose curve di Santa Teresa di Gallura, sino a spingerci tra le impervie strade desolate del nuorese o in Ogliastra a caccia di buoni formaggi e vini potenti.

Erano gli anni del mito Capichera e del tormentato status quo di Sella&Mosca, del Turriga e del Terre Brune, ma erano anche gli anni di grandi bevute di pancia, di vermentino Aragosta bello ghiacciato e di cannonau bevuto per sete. Avevamo poco più di vent’anni e vivevamo giorni meravigliosi divisi tra la discoteca, le sdraio al sole e la voglia di non perderci luoghi e persone che, forse, non sarebbero più tornati. Erano giorni in cui una bottiglia, anche due, se ne andavano via come se non ci fosse un domani e i 4, forse 5 euro al massimo di oggi, al supermarket, mai venivano spesi meglio.

Le bombarde 2014, più di tutto è anzitutto questo, un sorso intenso e vellutato di ricordi, memoria limpida e succulenta di una terra straordinaria, la Sardegna, mai forse valorizzata pienamente come meriterebbe. Non lo so, chissà se non è proprio questo il segreto di una storia infinita così piena di valori, la dimensione per così dire ‘periferica’ di una cultura unica e meravigliosa che sta alle origini del mondo ma che preferisce rimanere fortemente radicata all’isolamento, che invita alla scoperta imponendosi quasi di non svelarsi del tutto.

Un cannonau succoso e lontano dalle estrazioni materiche a cui troppo spesso va la mente, addirittura da bere fresco giusto intorno ai 14 gradi.

© L’Arcante – riproduzione riservata

 

L’Arcante raccomanda Fresh¤, il nuovo seau a glace di Nando Salemme¤.

 

I solfiti, questi sconosciuti

14 marzo 2016

Those little words “Contains Sulfites” on the bottom of a label often stir up concern. What’s even more confusing is that the US is one of the only countries (along with Australia) that require bottles be labeled. So what gives? How much sulfites are in wine and how do they affect you? Time to get to the bottom of sulfites in wine and how they’re not as bad as you might think.

C’è sempre stata grande confusione sull’argomento, tanto da demonizzare all’inverosimile qualcosa che poi a conti fatti ci ritroviamo a sorbire in decine di altri modi e senza nemmeno pensarci un attimo.

Ecco una breve rappresentazione degli alimenti dei più comuni che contengono (più che) discrete quantità di solfiti, dalle caramelle alla marmellata, dai piatti pronti alle patatine fritte alla frutta secca. Ecco, lo sapevate?

Addendum. I solfiti sono conservanti che hanno una funzione antisettica e antiossidante, presenti nel vino ma anche in tanti altri prodotti alimentari, come appena accennato. Ci sono solfiti prodotti anche dall’uva nella prima fermentazione e questi vengono detti solfiti “naturali” – che non devono essere dichiarati -, di fatti in etichetta sono segnalati solo i solfiti aggiunti e non quelli naturali. A norma di legge questa la quantità massima di solfiti ammessa (anche se ci si ostina a non menzionarla in etichetta, ndr): nei vini rossi il limite è 150mg/l, nei vini bianchi 200mg/l, nei vini dolci 250mg/l, nei vini passiti tipo Sauternes 400mg/l. Facile intuire che per questi ultimi l’aggiunta di solfiti venga in aiuto poiché avendo ancora zuccheri da svolgere, rischierebbero una rifermentazione in bottiglia non voluta mentre con i solfiti si crea un ambiente asettico e il problema non sussiste.

credits: wine folly

© L’Arcante – riproduzione riservata

Hai sbagliato vino e la colpa è solo tua

21 febbraio 2016

Capita talvolta di prendere un abbaglio, succede quando ci si affida o si lascia scegliere ad altri di provare a stupirti. Male che vada l’alibi ci rende salvi e si finisce per farsene una ragione.

Ma quando a sbagliare vino sei proprio tu? Eh sì, succede ai migliori sai, semmai avessi pensato solo per un attimo di saperne una spanna così più degli altri.

Una lettura veloce alla carta dei vini – non che fosse così ampia, è vero -, il commensale che si schernisce dietro un ‘fai tu, mi fido ciecamente’, con l’autostima che si aggancia facile alle stelle: un breve ripasso dei piatti scelti, ‘mumble mumble… ce lo abbino… ma anche no’, un po’ di conti veloci veloci col portafogli e via con il rosso 2014 di questo qui che conosco bene…

Ahi ahi ahi. Il vino é quello e quello é, ché l’avevi scordato? E adesso con chi te la vuoi prendere? Ne bevi un sorso, con grande fatica butti giù il primo bicchiere, ne versi uno ancora, ci accenni un sorso un po’ stizzito, decidi di lasciarlo lì a respirare un poco, chissà magari. Niente, niente da fare. Hai sbagliato vino e la colpa è solo tua. Te ne farai una ragione?

© L’Arcante – riproduzione riservata

Pian dell’Orino, il grande Brunello a Montalcino

15 febbraio 2016

Il colore di questo sangiovese riappacifica con la tipologia, è bello, vivo, profondo. Un invito a rivedere molte posizioni degli ultimi anni, il Brunello di Caroline Pobitzer e Jan Hendrik Erbach racconta di un territorio unico ed imperdibile!

image

Abbiamo a lungo raccontato la loro storia¤, Caroline e Jan Endrik ne hanno passate tante per strappare qui in Toscana quel minimo sindacale di credibilità che si deve a chi ha stravolto la propria vita pur di inseguire un sogno; forse anche per questo i loro vini¤, il loro Brunello anzitutto, sono divenuti in pochi anni un riferimento assoluto di questo pezzo di storia del vino italiano, vieppiú per chi va alla ricerca di piccole grandi storie dentro una bottiglia.

Anche per questo vale la pena tornare a scriverci su, un grande esercizio per chi ama ritornare su sentieri forse poco battuti ma che conducono ad esperienze di grande valore emozionale. Questo 2006 lascia un solco incredibile tra i pregiudizi sul biodinamico e la perfezione stilistica dipinta da molti come irraggiungibile per i vini cosiddetti naturali.

Il primo naso, a quasi dieci anni di distanza rimane profondamente varietale con note tostate appena accennate e terziari che vengono fuori solo alla distanza, senza infierire, disegnando un quadro olfattivo chiaro e didascalico che gli rende notevole complessità. Il frutto ha conservato polposità, il sorso impressiona per equilibrio e spiccata sapidità, lunghezza ed ampiezza, di rara autenticità. Il Brunello 2006 di Pian dell’Orino è un piccolo capolavoro in perfetto stile naturale¤.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Il Presidente è amico mio

14 febbraio 2016

‘Ci impegneremo a portare fuori dalle mura regionali i nostri territori, aumentando se possibile la produzione rivendicata a DOC attraverso il recupero del potenziale viticolo e aumentando al contempo la qualità percepita e quindi il valore dei nostri vini, che costano ancora troppo poco se consideriamo la difficile gestione agronomica e viticola, il forte valore culturale, antropologico, mitologico e sociale che portano in se.'(Gerardo Vernazzaro)

In sidecar con Gerardo Vernazzaro foto A. Di Costanzo

Una bella notizia scuote positivamente il mondo del vino flegreo (e non solo) da qualche giorno, la nomina a Presidente del Consorzio di Tutela dei vini dei Campi Flegrei, Ischia e Capri di Gerardo Vernazzaro¤, enologo dalle qualità professionali e umane di indiscutibile valore.

Gerardo, con il suo duro lavoro in vigna e in cantina negli ultimi 10 anni ha contribuito non solo a dare slancio decisivo all’azienda di famiglia ma soprattutto a tutto il comparto produttivo flegreo grazie alla sua innata capacità di aggregare e coinvolgere. Numerosi post su queste pagine ne sono testimonianza attiva.

A lui e a tutto il gruppo di lavoro un grande in bocca lupo, che sia davvero la volta buona!

Per info e contatti:

Consorzio Tutela Vini Campi Flegrei Ischia e Capri
Presidente enol. Gerardo Vernazzaro
cell. 3491796114
consorziocfic@gmail.com

© L’Arcante – riproduzione riservata

Napoli, La Locanda del Buongustaio

20 dicembre 2015

Passeggiare per Napoli, confondersi con migliaia di genti che inondano i vicoli, i corsi, le piazze ha un sapore davvero particolare, ad ogni angolo di strada poi ci si mischia con chi insegue i profumi di una tradizione mai sopita qui in centro città, quella serbata gelosamente dalle storiche trattorie.

image.jpeg

Nel ventre di Napoli sono un po’ ovunque, quasi sempre a conduzione familiare, non di rado da generazioni: hanno cucine anguste, spesso pochi tavoli, 4 forse 5 ‘assettati’ almeno tre-quattro volte per servizio, ambienti spartani ed una organizzazione del lavoro essenziale ma estremamente funzionale.

Per alcune quel che le fa vero luogo di culto sono la storia delle persone che le animano ed una cucina schietta e sincera. Pochi piatti ma solidi, saporiti e alla portata di tutti. Quasi sempre sono fuori dai circuiti gastronomici più conosciuti ma, a pensarci, stanno sempre là e sono sempre piene con la fila in strada.

image.jpeg

Così è alla Locanda del Buongustaio, nei dintorni della Pignasecca; ci vieni per la Genovese, uno spaghetto al pomodoro, le melanzane alla parmigiana, le polpette al sugo, i fritti, il babà, la pastiera. Il servizio è cordiale e dispensa sorrisi. Il vino è della casa oppure ti prendi una tra le due buone scelte in bottiglia (consigliato). Conto sui 15/18 euro. Ben spesi.

La Locanda del Buongustaio

Vico Basilio Puoti, 8 Napoli
Tel. 081 5512626 – prenotare é bene
Sempre aperto, chiuso domenica sera

© L’Arcante – riproduzione riservata

Segnalazioni| C’è un libro dove scrivo di vino

8 novembre 2015

‘La storia dei grandi pizzaioli di Napoli è anche la storia della città. Gino Sorbillo¤ incarna perfettamente questa aderenza al luogo d’origine, sia perché appartiene a una delle famiglie¤ storiche che hanno legato il loro nome all’arte di fare la pizza, sia perché, nonostante il successo e la notorietà conquistati, ha conservato un rapporto intimo e costante con la città’. (Francesco Aiello)

Sorbillo La Pizza di Napoli - cover

E’ una pubblicazione che celebra la pizza quindi non potevano mancare testimonianze appassionate di alcuni personaggi che, a diverso titolo, esprimono oggi la cultura, l’economia e la gastronomia di Napoli: dall’intellettuale Jean-Noel Schifano al cuoco pluripremiato Alfonso Iaccarino, dal ‘re delle cravatte’ Maurizio Marinella al presidente uscente della Camera di Commercio Maurizio Maddaloni.

E non mancano preziose raccomandazioni e consigli che legano indissolubilmente questo grande prodotto gastronomico napoletano al mondo della birra suggeriti da Luigi D’Alise e al mondo vino, di cui se n’è occupato il nostro Angelo Di Costanzo¤.

Francesco Aiello

Sorbillo – La pizza di Napoli

Edizioni dell’Ippogrifo, pp.144 | Euro 35,00

© L’Arcante – riproduzione riservata

Neumarkt, Sudtiroler Blauburgunder Mazzon 2012 Bruno Gottardi

23 ottobre 2015

Ogni grande appassionato, sommelier o aspirante tale matura nel tempo una certa frenesia per il pinot nero; le ragioni sono tante, difficile sintetizzarle in breve e qualcuno per farla facile dirà che in fondo capirne qualcosina di pinot fa figo agli occhi degli altri per cui tanto vale poter dire di sapere pur non conoscendo bene la materia, buttare giù due-tre nomi che facciano magari rumore…

Sudtiroler Blauburgunder Mazzon 2012 Gottardi - foto A. Di Costanzo

Bene. Chiariamo subito che non è proprio così. Anzi, diciamolo in maniera sostenuta che parole come ‘fine, fruttato, speziato, secco e abbastanza fresco’ saranno pure piene di fascino ma non rendono mai pienamente l’idea di cosa si sta bevendo o raccontando quando nel bicchiere si ha un pinot nero come Dio comanda. E’ necessario andare un po’ più in là, ma soprattutto conoscere certe storie e certi territori.

Perché? Perché quest’uva e il vino hanno una capacità straordinaria di tradurre più o meno letteralmente il territorio da cui provengono: talvolta maluccio, certe volte bene-benone, più raramente in maniera straordinaria se non unica.

Come mai? Perché la Borgogna¤ è una sola e di altra terra di quella buona buona per il pinot nero¤ c’è n’è meno di quanto si pensa; e provare a ripetere certi vini¤ in altre aree viticole del mondo è vicenda assai complicata tant’è che figuracce sul tema non ne sono mancate anche per i più avveduti qui in Italia e gli annali ne sono pieni.

Altipiano di Mazzon - foto Weingut Gottardi

Rimanendo nei confini italiani ci sono invece alcune rare eccezioni che fanno storia ed una di queste sta in Alto Adige, per la verità Sudtirol, ed ha un nome preciso, l’altipiano di Mazzon. Da queste parti se ne sono viste tante e tra i nomi che hanno in qualche maniera contribuito al successo del pinot nero italiano vi è senza dubbio anche quello del compianto Bruno Gottardi¤, commerciante di vini con bottega ad Innsbruck¤, in Austria, e vigne e cantina da una trentina d’anni ad Egna/Neumarkt¤ vicino Bolzano, oggi nelle mani del figlio Alexander.

Bruno Gottardi ha dedicato tutta una vita al grande pinot nero, persona schiva e di grande signorilità, i suoi vini, in particolare alcune sue Riserve, alla cieca, riconducono tranquillamente direttamente là in terra di Francia. E pochi come lui sono stati capaci di ripetersi vendemmia dopo vendemmia con una certa continuità, altro particolare sul quale quest’uva non ammette sviste.

Il 2012 è un vino assolutamente didattico, da tenere ben fisso in mente: ha un naso dapprima scontroso, avvitato su se stesso, ma chiaramente intriso di sentori finissimi e dolci, di misurata, rara bellezza. Con un po’ di tempo nel bicchiere si apre su note schiette di rosa e di piccoli frutti rossi e neri, più lentamente cede sentori di pepe verde, rabarbaro e ancora sottobosco. Il sorso appare brevilineo ma alla distanza viene fuori invece carnoso e sostenuto, con un tannino ben affilato e dal finale di bocca asciutto con ancora una precisa e succosa impronta di frutti rossi. Che Dio l’abbia in gloria il nostro Bruno Gottardi.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Vallagarina Poiema 2012, il rosso autentico di Eugenio Rosi viticoltore di montagna a Volano

10 ottobre 2015

Eugenio Rosi è un viticoltore di montagna, uno di quelli che difficilmente va in copertina o vince premi a ripetizione, e comunque i suoi non sono vini patinati, capaci cioè di convincerci tutti, anzi, il suo è uno stile unico, più che tradizionale varrebbe definirlo originale, forse per questo talvolta divide, a cominciare dal fatto che sta in Vallagarina e fa, per esempio, marzemino. Sì, avete letto bene marzemino.

Eugenio Rosi - foto archivio famiglia

‘Avevo dieci anni, spesso da solo mi incamminavo per la campagna, nessuno mi obbligava, mi piaceva punto e basta. Credo che la passione, questo tipo di legame ancestrale, sia stato fondamentale, se non ci fosse, se non si avvertisse dentro uno non farebbe questo lavoro. Io ho sempre lavorato in Vallagarina e questa mia terra non è solo terra ma è anche le persone che ci vivono. Mi sento un viticoltore artigiano, l’artigianalità ti consente di vivere per interpretazioni personali, di vivere personalmente, senza protocolli, sulla corda delle sensazioni.’

‘Fare il contadino è un lavoro che bisogna imparare a fare, che bisogna essere capaci di fare ma che in dono ti porta la possibilità di interpretare ciò che fai. Quel che più conta, però, è il rapporto con le persone, a volte si trascurano proprio quelle a noi più vicine perché si è presi da mille impegni.’

Vallagarina Poiema 2012 Eugenio Rosi - foto L'Arcante

Il marzemino, dicevamo, questa varietà dal carattere particolare tipica proprio di queste terre, tanto diffusa quanto del tutto ignorata sino all’abbandono, oppure utilizzata perlopiù per farne base di vini frizzantini e dolcini, invero come molti la ricordavamo ancorché vagamente retrò. Eugenio Rosi¤ c’ha lavorato per anni, riprendendo la strada dei vecchi, ripercorrendo a ritroso le origini, lavorando duro in campagna, in vigna, sull’uva, poi in cantina sull’affinamento.

Ha ripreso a sistemare le pergole trentine, a vendemmiarne una parte da far appassire in cantina per 30-40 giorni lasciando l’altra ancora in vigna a maturare sin quando fosse possibile. Ha poi ritrovato, manco a dirlo in Irpinia, quell’antico castagno perfetto per le sue botti da 700 e 500 litri da alternare al ciliegio e al rovere durante il periodo di affinamento.

Il risultato è un gran bel rosso autentico ed originale, luminoso e fragrante, succoso e avvolgente, asciutto e caldo. Il Poiema 2012 è giovane e graffiante, in questa fase anche un poco esuberante ma la spiccata vivacità di questo momento non copre affatto il bel frutto croccante e ricco di polpa, anzi, ne accentua semmai l’anima molto originale da godere sin da subito. Appena una manciata di bottiglie, dalle seimila alle ottomila bottiglie nelle annate migliori.

Poiema 2007, L’Arcante Wine Award 2010¤.

Trento, Osteria Due Spade¤.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Venticano, il Prosciuttificio Ciarcia

7 ottobre 2015

Una storia che ha radici così lontane nel tempo, che inizia nei primi dell’800 ed arriva sino ai giorni nostri merita senza dubbio alcuno di essere raccontata. E noi lo facciamo perché il Prosciuttificio Ciarcia di Venticano è un piccolo gioiello che va vantato.

Nicola Ciarcia, l'arrivo delle cosce

Come ci racconta Nicola Ciarcia (nella foto) tutto nasce da una mera consuetudine divenuta poi col tempo forte tradizione: ‘da queste parti buona parte delle famiglie della zona acquistavano le cosce dei maiali locali, se le lavorava per conto proprio, le salava e le stagionava di sovente nelle proprie cantine in pietra per farne in qualche maniera merce (preziosa) di scambio’.

Ciarcia, la ripulitura - foto A. Di Costanzo

Così è stato anche per la famiglia del primo Nicola Ciarcia, seguita poi da suo figlio Michelangelo e, dopo di lui, da Vittorio Ciarcia che ne ha fatto vera e propria impresa commerciale mettendo su nel 1930 il prosciuttificio, capace oggi di movimentare circa 60.000 prosciutti l’anno, prodotti sostanzialmente da suini allevati secondo antica tradizione contadina e lavorati con scrupolo ed attenzione artigianale e messi in circolo dopo una stagionatura che può arrivare sino ai 18 mesi.

Ciarcia, stagionatura - foto A. Di Costanzo

Il Prosciutto Irpino sostiene una stagionatura di almeno 18 mesi. Viene ottenuto dalla selezione di cosce di maiali nati, allevati e macellati in Italia. Diverse le fasi di pulitura, abbattimento di temperatura, salatura e lavorazione degli scarti prima di essere avviato alla stagionatura.

Ciarcia, l'ingrassatura - foto A. Di Costanzo

Il Culatello Irpino di casa Ciarcia¤ è un prodotto molto conosciuto, si ricava da cosce di suino adulto, esclusivamente italiano, allevato secondo metodi tradizionali. E’ prodotto in quantità limitate ed è stagionato per almeno 12 mesi.

Ciarcia, la Culaccia a sx (culatello irpino), il Fiocco a dx - foto A. Di Costanzo

Dal prosciutto ripulito dall’osso, oltre al Culatello (nella foto, la parte in alto a sinistra) viene fuori il Fiocco (la parte in basso a destra, ndr). E’ parente stretto del Culatello ma più magro e piccolo. Proviene esclusivamente da coscia di suino italiano, è salato e sugnato a mano ed ha una stagionatura mai inferiore ai 7 mesi.

Ciarcia, Culaccia Irpina - foto A. Di Costanzo

Il negozio collocato al piano strada dello stabilimento chiude virtualmente la filiera consentendo anche a privati di fare acquisti al dettaglio. Non mancano naturalmente altri prodotti del territorio come una selezione di formaggi di diverse pezzature e stagionature e tutto quanto una bottega del gusto non si deve far mancare: olio extravergine di oliva, vino, spezie, aromi, conserve, confetture, marmellate e tanto altro.

Ciarcia, il negozio - foto A. Di Costanzo

_____________________________

Prosciuttificio Ciarcia

Contrada Ilici, Zona P.I.P.
83030 Venticano (AV)
Tel. 0825.96.53.09
Fax. 0825.96.57.57
info@vittoriociarcia.com

© L’Arcante – riproduzione riservata

Pozzuoli, Fuoco Bistrò dell’Abraxas Osteria

2 ottobre 2015

Abraxas Fuoco Bistrò - foto L'Arcante

All’Abraxas¤ come una volta, cioè come quando poco più di dieci anni fa tutto ebbe inizio; invero è assai difficile tornare indietro e non è detto che questo sia un male, anzi. Il bel locale di Nando Salemme diviene sempre più bello, contemporaneo, attento alle esigenze degli avventori, anche di coloro i quali si vogliano dedicare ad un buon bicchiere di vino per fare giusto quattro chiacchiere. L’ambiente è indovinato, i colori sono quelli giusti, le luci calde fanno il resto, il forno è ad appena due metri…

Abraxas Osteria

Via Scalandrone, 15

Tel.: 0818549347

abraxasosteria.it

Chiuso il Martedì e la Domenica sera

© L’Arcante – riproduzione riservata

Pozzuoli, il 23 settembre a l’Abraxas

10 settembre 2015

Al Fuoco Bistrò¤ dell’Abraxas¤ mercoledì 23 settembre ‘I miei quattro vini del cuore’. Che a dirla tutta è assai difficile se non impossibile ‘chiudere’ in soli 4 vini la passione di 20 anni di lavoro, ecco perchè proveremo invece a raccontare quattro tappe fondamentali che hanno segnato questo percorso professionale.

Angelo Di Costanzo - courtesy of Karen Philips

Gli anni ’90, ovvero l’onda pop¤. Ovvero, quando da sguattero mi ritiravo a casa e mamma’ si rammaricava perchè tenevo le mani tutte piene di piaghe e mi intimava di non tornare al lavoro.

Febbraio ’96, Sogni di rock ‘n’ roll¤. Quando ho trovato finalmente un buon lavoro. Dove, per la prima volta, ho messo sul braccio sino a 5 piatti e contando gli altri due che tiravo su con l’altra mano, riuscivo ad uscire tutto l’antipasto della casa in un solo viaggio.

1 Ottobre 2002, Mare Nostrum¤. Da poco più di un anno circolava l’euro, in molti ancora non ci capivano una mazza e tanto per cambiare aleggiava nell’aria una crisi di lì a poco inarrestabile. Che culo! Noi frattanto alzavamo la serranda, alle 18.05. Benvenuta L’Arcante! All’inaugurazione oltre 300 persone, ndr.

Maggio 2009, Over the top!¤. Arrivo a Capri, ero il nuovo sommelier, l’altro sommelier del Capri Palace Hotel, in punta di piedi ma con molte aspettative, la voglia di capire, imparare, crescere, affermarmi.

Dicembre 2014, Punto e a capo!¤ ‘Al responsabile della cantina di ristorante che nel corso dell’anno si è distinto per competenza e professionalità’. Il Sommelier dell’anno 2014¤ è Angelo Di Costanzo.

I vini del cuore? E’ tutto pronto, basterà stapparli e berci su!

____________________

Informazioni e prenotazioni:

Fuoco Bistrò dell’Osteria Abraxas

Via Scalandrone 15, Pozzuoli (NA)

Tel. 081 8549347

Cell. 366 6868795

© L’Arcante – riproduzione riservata

Petit Chablis 2013 William Fevre

7 settembre 2015

Siamo un po’ tutti pienamente convinti di celebrare a mani basse i grandi vini di Borgogna, talvolta presi dall’entusiasmo altre volte quasi per inerzia, come fossimo impotenti davanti a certe bevute che regalano emozioni dal primo all’ultimo sorso. Certo non a caso.

Petit Chablis 2013 William Fevre - foto L'Arcante

Chablis quindi, un nome impegnativo: il suo circondario è un corollario di grandi vini, Premier e Grand Cru capaci di sfidare il tempo e qualsiasi confronto. Alcuni nomi poi solo a sentirli ci danno sicurezza, quella certezza di cui sentiamo fortemente il bisogno quando spendiamo cifre importanti per una buona bottiglia di vino, vieppiù quando bisogna districarsi tra le maglie di una carta complessa e che ci sembra accessibile solo in una determinata fascia di prezzo.

Di vini come questo 2013 invece probabilmente in Italia potremmo trovarne ‘a zeffunn, a beverun, a migliara*. Più semplicemente, forse, un Petit Chablis lo scegli con molta probabilità in assenza di altri che ti avrebbero fatto magari più felice, chissà, però quando c’è in carta William Fevre un pensierino ce lo metti e se lo scegli, quasi a recitare quel vecchio spot, viene da dire ‘sai cosa bevi’. E’ un bianco di grande franchezza, tenue nel colore paglierino chiaro, dal naso dapprima timido ma che poi si rivela piacevolmente esotico, fruttato, floreale e minerale. Il sorso è leggero e vivace, 12 gradi, da bere più o meno a secchi.

La denominazione Petit Chablis è un grande contenitore, diciamo il biglietto d’ingresso per questo pezzo di Borgogna, una porticina sullo chardonnay dalla quale affacciarsi per vedere di là come va. Certo i vini qui non sono altisonanti, non offrono la complessità di alcuni Premier Cru tipo Montmains, Forchaume o Monts de Milieu e non colgono nemmeno l’ombra dell’opulenza dei Grand Cru, appena sette i climat di Blanchot, Bougros, Les Clos, Grenouilles, Preuses, Valmur e Vaudésir, ma il paracadute si apre bene, tiene botta ed il volo pare un discreto successo ad ogni bevuta.

‘Petit Chablis is a large container, here the wines are like a ticket for this piece of Burgundy, a small door on chardonnay from which to look out and see how is going on out of there.’

*Made in Sud¤, Don Ciro, il Boss delle cerimonie.

© L’Arcante – riproduzione riservata