Neumarkt, Sudtiroler Blauburgunder Mazzon 2012 Bruno Gottardi

23 ottobre 2015 by

Ogni grande appassionato, sommelier o aspirante tale matura nel tempo una certa frenesia per il pinot nero; le ragioni sono tante, difficile sintetizzarle in breve e qualcuno per farla facile dirà che in fondo capirne qualcosina di pinot fa figo agli occhi degli altri per cui tanto vale poter dire di sapere pur non conoscendo bene la materia, buttare giù due-tre nomi che facciano magari rumore…

Sudtiroler Blauburgunder Mazzon 2012 Gottardi - foto A. Di Costanzo

Bene. Chiariamo subito che non è proprio così. Anzi, diciamolo in maniera sostenuta che parole come ‘fine, fruttato, speziato, secco e abbastanza fresco’ saranno pure piene di fascino ma non rendono mai pienamente l’idea di cosa si sta bevendo o raccontando quando nel bicchiere si ha un pinot nero come Dio comanda. E’ necessario andare un po’ più in là, ma soprattutto conoscere certe storie e certi territori.

Perché? Perché quest’uva e il vino hanno una capacità straordinaria di tradurre più o meno letteralmente il territorio da cui provengono: talvolta maluccio, certe volte bene-benone, più raramente in maniera straordinaria se non unica.

Come mai? Perché la Borgogna¤ è una sola e di altra terra di quella buona buona per il pinot nero¤ c’è n’è meno di quanto si pensa; e provare a ripetere certi vini¤ in altre aree viticole del mondo è vicenda assai complicata tant’è che figuracce sul tema non ne sono mancate anche per i più avveduti qui in Italia e gli annali ne sono pieni.

Altipiano di Mazzon - foto Weingut Gottardi

Rimanendo nei confini italiani ci sono invece alcune rare eccezioni che fanno storia ed una di queste sta in Alto Adige, per la verità Sudtirol, ed ha un nome preciso, l’altipiano di Mazzon. Da queste parti se ne sono viste tante e tra i nomi che hanno in qualche maniera contribuito al successo del pinot nero italiano vi è senza dubbio anche quello del compianto Bruno Gottardi¤, commerciante di vini con bottega ad Innsbruck¤, in Austria, e vigne e cantina da una trentina d’anni ad Egna/Neumarkt¤ vicino Bolzano, oggi nelle mani del figlio Alexander.

Bruno Gottardi ha dedicato tutta una vita al grande pinot nero, persona schiva e di grande signorilità, i suoi vini, in particolare alcune sue Riserve, alla cieca, riconducono tranquillamente direttamente là in terra di Francia. E pochi come lui sono stati capaci di ripetersi vendemmia dopo vendemmia con una certa continuità, altro particolare sul quale quest’uva non ammette sviste.

Il 2012 è un vino assolutamente didattico, da tenere ben fisso in mente: ha un naso dapprima scontroso, avvitato su se stesso, ma chiaramente intriso di sentori finissimi e dolci, di misurata, rara bellezza. Con un po’ di tempo nel bicchiere si apre su note schiette di rosa e di piccoli frutti rossi e neri, più lentamente cede sentori di pepe verde, rabarbaro e ancora sottobosco. Il sorso appare brevilineo ma alla distanza viene fuori invece carnoso e sostenuto, con un tannino ben affilato e dal finale di bocca asciutto con ancora una precisa e succosa impronta di frutti rossi. Che Dio l’abbia in gloria il nostro Bruno Gottardi.

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Benevento sottacqua, l’amore, il cataclisma e lo scuorno

22 ottobre 2015 by

Un angolo di Sannio - foto sanniopress

di Daniele Priori¤

Poca Italia si accorge di Benevento. Città alluvionata, in questo inizio autunno, dove l’esondazione dei due fiumi, il Sabato e il Calore, non fa nemmeno notizia o ne fa poca. Ripiegata, un po’ nascosta nel suo ruolo di città comprimaria, per niente metropolitana, tra le pieghe e le gerarchie delle notizie. Non se ne parla quanto si parlò di Firenze coi suoi letterati. Non quanto Genova coi suoi cantautori che sui frequenti nubifragi hanno scritto anche canzoni.

L’Italia attorno a Benevento invece dorme. Come le cime appenniniche che la cingono in una valle. Che sembrano una donna in sonno e così i beneventani l’hanno chiamata: la Dormiente. Italia profonda, Benevento, nel cuore della Campania. O meglio: nel cuore del Sannio. Vissuta da gente dura, come il dialetto scavato tra le montagne e il clima continentale che non ti accoglie come il vernacolo bagnato di mare e poesia che c’è a Napoli o a Salerno.

La bellezza, l’archeologia, l’arte, la storia ci sono ma nessuno si cura di metterle in luce. Come ci sono quei due fiumi di cui nessuno si è più avveduto dal 1949, quando esondarono drammaticamente, provocando morti, appena pochi anni dopo la tragedia della seconda guerra mondiale e dei devastanti bombardamenti subiti, per i quali ebbe la medaglia d’oro al valore civile nel 1961. Erano quelli, persino nell’Italia profonda del Sannio, gli anni del miracolo, vero o presunto, che a Benevento e dintorni fruttarono poltrone a ministri, sottosegretari e ancora oggi a eurodeputati.

Nella vicina Telese, città famosa per le terme e per una festa di un partito rimasto in vita solo a Ceppaloni, c’è anche un lago nel quale passeggiano amabilmente famiglie di zoccole nel degrado più assoluto. Qui nel Sannio li chiamano così. Sono topi belli grossi, pantegane, che non somigliano affatto alle donnine lascive e discinte. Benevento, nome che oggi somiglia così tanto a benvenuto ma un tempo – come un po’ tutti studiammo al liceo – era Maleventum, appellativo che, già di primo acchito, non prometteva nulla di buono. La città che dopo la dominazione longobarda si ritrovò – tra mito medievale e una successiva realtà di folle caccia – infestata di streghe, molto presunte ma perseguitate davvero dai cristiani coevi e successivi, come è noto assai meno illuminati degli ultimi pagani.

Benevento città di giovani che se ne vanno, senza riuscire a spiegare al mondo il luogo dove sono nati. Studiano, crescono, lavorano da precari lontano da casa, per non tornarci se non, senza troppa voglia, un mese d’estate. Benevento come i migranti, che sono anche qui, e imparano l’italiano pieno di verbi al passato remoto che si usano qui, più che sufficienti a raccontare come da queste parti non ci sia poi tanto da fare e che dunque, anche loro, se ne vorrebbero andare via. Benevento come due ragazze che si sono innamorate tra i fiori di una serra e il latte di un golosissimo caseificio. Che cariche di sogni, verdi piante, torroncini di San Marco e mozzarelle di bufala, di tanto in tanto raggiungono Roma, così vicina e così lontana, per una notte d’amore in motel chiamato Libertà.

Il loro amore, un po’ come il corso inesorabile dei fiumi Sabato e Calore, scorre, fino a creare alluvioni inevitabili senza le dovute cure. Ma qui, l’abbiamo capito passando tra la città e la bella pietrosa provincia in cui vide i natali Padre Pio, si preferisce di gran lunga non ricordare, non pensare, non prevedere, quasi non si voglia disturbare un equilibrio apparentemente incantato e fuori dal tempo. Come per non svegliare il sonno incosciente e senza sogni della Benevento dormiente.

Si fa finta di niente per non creare inutilmente scuorno, si dice così qui. Almeno fino al prossimo cataclisma, quando a svegliarsi sarà ancora la natura. Che sia poi un fiume o un terremoto sociale poco importa. Quello che conta e conterà, purtroppo, sarà ancora una volta il sonno, in questo caso, però, del resto d’Italia, oltre Benevento, che per colpe da dare tutte alla catalessi dei sanniti, non riesce a far condividere, nemmeno sulle pagine Facebook, le tragedie del Sannio, di Benevento, della sua provincia, percepite dalla maggioranza lontanissime, quasi più di uno tsunami indonesiano. Perché troppa Italia non è mai arrivata da queste parti e mai ci arriverà. Non tanto per la profondità della valle nella quale giace Benevento ma perché nessuno, continuando a dormire, si è preoccupato di mettere neppure i segnali sufficienti sulle strade.

Credits: SannioPress

Blog fondato da Billy Nuzzolillo nel 1999

Diretto da Giancristiano Desiderio

Il Sannio è patrimonio di tutti, fate presto!

16 ottobre 2015 by

Con il cuore siamo tutti lì, per questo teniamo a rilanciare l’appello lanciato dal presidente del Consorzio Tutela Vini Sannio con la richiesta di aiuto per le aziende vitivinicole colpite dal maltempo in tutta la provincia di Benevento. 

Emergenza Sannio - foto La Repubblica.it

Rivolgiamo un appello al Governo, alla Protezione civile, al Prefetto, ai Comuni e altri Enti territoriali, ai Vigili del fuoco, al Genio militare e altre forze armate, alle forze dell’ordine, e a volontari per un aiuto al ripristino delle condizioni di normalità dei vigneti e delle strutture produttive delle aziende vitivinicole della provincia di Benevento, affinché possano riprendere le attività in questo particolare momento del ciclo produttivo della vendemmia e della vinificazione.

Abbiamo bisogno di aiuti immediati e di operazioni per il ripristino delle condizioni di normalità delle aziende vitivinicole della provincia di Benevento, in modo da evitare un ulteriore aggravamento dei danni subiti a causa di questa emergenza, provocata dalle forti piogge che si sono abbattute sul territorio della nostra provincia in questi ultimi giorni. Nella giornata del 14 ottobre 2015 si è verificato, nella nostra provincia, un catastrofico evento meteorico, dalle ore 22.15 del 14 ottobre alle ore 06.15 del 15 ottobre sono caduti 137 mm di pioggia, pari alla quantità di pioggia che si registra in circa un mese.

Una delle vigne sommerse - foto Corriere del Sannio

L’analisi delle stazioni meteoriche indicano, per il Sannio, una particolarità concentrata soprattutto nella fascia che va da Dugenta a Ariano Irpino, con epicentro Benevento. In particolare nel bacino che comprende il fiume Calore, il Tammaro, l’Ufita, il Miscano, il Sabato e il Serretelle, con tutti i loro tributari minori, in 8 ore è caduta una quantità di acqua di circa 60,512 milioni di mc, sviluppando una portata di circa 2101,00 mc/sec, nella sezione idraulica di Telese e Amorosi.

Un fenomeno perfettamente localizzato e intenso, e che ha causato inondazione di vigneti e di strutture di trasformazione delle uve e conservazione dei vini. Pertanto abbiamo bisogno di un intervento immediato affinché possa essere ristabilito il funzionamento, in particolare delle strutture di trasformazione, che in questo delicato momento post vendemmiale potrebbero subire ulteriori danni irreparabili. Nella speranza di un pronto accoglimento del presente appello, invio i più distinti saluti a nome degli oltre diecimila operatori della filiera vitivinicola beneventana.

Il presidente
Libero Rillo

foto: repubblica.it

© L’ Arcante – riproduzione riservata

Vallagarina Poiema 2012, il rosso autentico di Eugenio Rosi viticoltore di montagna a Volano

10 ottobre 2015 by

Eugenio Rosi è un viticoltore di montagna, uno di quelli che difficilmente va in copertina o vince premi a ripetizione, e comunque i suoi non sono vini patinati, capaci cioè di convincerci tutti, anzi, il suo è uno stile unico, più che tradizionale varrebbe definirlo originale, forse per questo talvolta divide, a cominciare dal fatto che sta in Vallagarina e fa, per esempio, marzemino. Sì, avete letto bene marzemino.

Eugenio Rosi - foto archivio famiglia

‘Avevo dieci anni, spesso da solo mi incamminavo per la campagna, nessuno mi obbligava, mi piaceva punto e basta. Credo che la passione, questo tipo di legame ancestrale, sia stato fondamentale, se non ci fosse, se non si avvertisse dentro uno non farebbe questo lavoro. Io ho sempre lavorato in Vallagarina e questa mia terra non è solo terra ma è anche le persone che ci vivono. Mi sento un viticoltore artigiano, l’artigianalità ti consente di vivere per interpretazioni personali, di vivere personalmente, senza protocolli, sulla corda delle sensazioni.’

‘Fare il contadino è un lavoro che bisogna imparare a fare, che bisogna essere capaci di fare ma che in dono ti porta la possibilità di interpretare ciò che fai. Quel che più conta, però, è il rapporto con le persone, a volte si trascurano proprio quelle a noi più vicine perché si è presi da mille impegni.’

Vallagarina Poiema 2012 Eugenio Rosi - foto L'Arcante

Il marzemino, dicevamo, questa varietà dal carattere particolare tipica proprio di queste terre, tanto diffusa quanto del tutto ignorata sino all’abbandono, oppure utilizzata perlopiù per farne base di vini frizzantini e dolcini, invero come molti la ricordavamo ancorché vagamente retrò. Eugenio Rosi¤ c’ha lavorato per anni, riprendendo la strada dei vecchi, ripercorrendo a ritroso le origini, lavorando duro in campagna, in vigna, sull’uva, poi in cantina sull’affinamento.

Ha ripreso a sistemare le pergole trentine, a vendemmiarne una parte da far appassire in cantina per 30-40 giorni lasciando l’altra ancora in vigna a maturare sin quando fosse possibile. Ha poi ritrovato, manco a dirlo in Irpinia, quell’antico castagno perfetto per le sue botti da 700 e 500 litri da alternare al ciliegio e al rovere durante il periodo di affinamento.

Il risultato è un gran bel rosso autentico ed originale, luminoso e fragrante, succoso e avvolgente, asciutto e caldo. Il Poiema 2012 è giovane e graffiante, in questa fase anche un poco esuberante ma la spiccata vivacità di questo momento non copre affatto il bel frutto croccante e ricco di polpa, anzi, ne accentua semmai l’anima molto originale da godere sin da subito. Appena una manciata di bottiglie, dalle seimila alle ottomila bottiglie nelle annate migliori.

Poiema 2007, L’Arcante Wine Award 2010¤.

Trento, Osteria Due Spade¤.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Venticano, il Prosciuttificio Ciarcia

7 ottobre 2015 by

Una storia che ha radici così lontane nel tempo, che inizia nei primi dell’800 ed arriva sino ai giorni nostri merita senza dubbio alcuno di essere raccontata. E noi lo facciamo perché il Prosciuttificio Ciarcia di Venticano è un piccolo gioiello che va vantato.

Nicola Ciarcia, l'arrivo delle cosce

Come ci racconta Nicola Ciarcia (nella foto) tutto nasce da una mera consuetudine divenuta poi col tempo forte tradizione: ‘da queste parti buona parte delle famiglie della zona acquistavano le cosce dei maiali locali, se le lavorava per conto proprio, le salava e le stagionava di sovente nelle proprie cantine in pietra per farne in qualche maniera merce (preziosa) di scambio’.

Ciarcia, la ripulitura - foto A. Di Costanzo

Così è stato anche per la famiglia del primo Nicola Ciarcia, seguita poi da suo figlio Michelangelo e, dopo di lui, da Vittorio Ciarcia che ne ha fatto vera e propria impresa commerciale mettendo su nel 1930 il prosciuttificio, capace oggi di movimentare circa 60.000 prosciutti l’anno, prodotti sostanzialmente da suini allevati secondo antica tradizione contadina e lavorati con scrupolo ed attenzione artigianale e messi in circolo dopo una stagionatura che può arrivare sino ai 18 mesi.

Ciarcia, stagionatura - foto A. Di Costanzo

Il Prosciutto Irpino sostiene una stagionatura di almeno 18 mesi. Viene ottenuto dalla selezione di cosce di maiali nati, allevati e macellati in Italia. Diverse le fasi di pulitura, abbattimento di temperatura, salatura e lavorazione degli scarti prima di essere avviato alla stagionatura.

Ciarcia, l'ingrassatura - foto A. Di Costanzo

Il Culatello Irpino di casa Ciarcia¤ è un prodotto molto conosciuto, si ricava da cosce di suino adulto, esclusivamente italiano, allevato secondo metodi tradizionali. E’ prodotto in quantità limitate ed è stagionato per almeno 12 mesi.

Ciarcia, la Culaccia a sx (culatello irpino), il Fiocco a dx - foto A. Di Costanzo

Dal prosciutto ripulito dall’osso, oltre al Culatello (nella foto, la parte in alto a sinistra) viene fuori il Fiocco (la parte in basso a destra, ndr). E’ parente stretto del Culatello ma più magro e piccolo. Proviene esclusivamente da coscia di suino italiano, è salato e sugnato a mano ed ha una stagionatura mai inferiore ai 7 mesi.

Ciarcia, Culaccia Irpina - foto A. Di Costanzo

Il negozio collocato al piano strada dello stabilimento chiude virtualmente la filiera consentendo anche a privati di fare acquisti al dettaglio. Non mancano naturalmente altri prodotti del territorio come una selezione di formaggi di diverse pezzature e stagionature e tutto quanto una bottega del gusto non si deve far mancare: olio extravergine di oliva, vino, spezie, aromi, conserve, confetture, marmellate e tanto altro.

Ciarcia, il negozio - foto A. Di Costanzo

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Prosciuttificio Ciarcia

Contrada Ilici, Zona P.I.P.
83030 Venticano (AV)
Tel. 0825.96.53.09
Fax. 0825.96.57.57
info@vittoriociarcia.com

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Pozzuoli, Fuoco Bistrò dell’Abraxas Osteria

2 ottobre 2015 by

Abraxas Fuoco Bistrò - foto L'Arcante

All’Abraxas¤ come una volta, cioè come quando poco più di dieci anni fa tutto ebbe inizio; invero è assai difficile tornare indietro e non è detto che questo sia un male, anzi. Il bel locale di Nando Salemme diviene sempre più bello, contemporaneo, attento alle esigenze degli avventori, anche di coloro i quali si vogliano dedicare ad un buon bicchiere di vino per fare giusto quattro chiacchiere. L’ambiente è indovinato, i colori sono quelli giusti, le luci calde fanno il resto, il forno è ad appena due metri…

Abraxas Osteria

Via Scalandrone, 15

Tel.: 0818549347

abraxasosteria.it

Chiuso il Martedì e la Domenica sera

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Buone notizie, Antonio Caggiano sbarca sull’isola Azzurra e farà vino ad Anacapri

22 settembre 2015 by

È una notizia che certamente fa piacere, magari può risultare spiazzante, ma che Antonio Caggiano, uno dei più prestigiosi vignaioli-artisti campani sbarchi sull’Isola Azzurra non può che essere un grande segnale di grande rilancio per la viticoltura caprese. Quello che noi auspicavamo da tempo.

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“Capri rappresenta il progetto dei desideri, un altro tassello da aggiungere al nostro bagaglio d’esperienze – ha racconta Caggiano al Corriere del Mezzogiorno – anche se è ancora tutto in progettazione. Sono un amante delle cose spontanee, sincere, che vengono dal cuore. Abbiamo acquistato due ettari ad Anacapri, proprio a picco sulla Grotta Azzurra. Cercheremo di dare ampio spazio all’internazionalità del luogo. Svilupperemo il progetto rispettando la tradizione e la cultura locale, così esposte agli occhi del mondo”.

fonte: CorMez

La vendemmia a Villa San Michele ad Anacapri¤.

Le vigne di Caposcuro ad Anacapri¤.

La vendemmia a Scala Fenicia¤.

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Intervallo|La vendemmia nei Campi Flegrei

20 settembre 2015 by

Raffaele Moccia - foto Agnanum

Credits: agnanum.it

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Pozzuoli, il 23 settembre a l’Abraxas

10 settembre 2015 by

Al Fuoco Bistrò¤ dell’Abraxas¤ mercoledì 23 settembre ‘I miei quattro vini del cuore’. Che a dirla tutta è assai difficile se non impossibile ‘chiudere’ in soli 4 vini la passione di 20 anni di lavoro, ecco perchè proveremo invece a raccontare quattro tappe fondamentali che hanno segnato questo percorso professionale.

Angelo Di Costanzo - courtesy of Karen Philips

Gli anni ’90, ovvero l’onda pop¤. Ovvero, quando da sguattero mi ritiravo a casa e mamma’ si rammaricava perchè tenevo le mani tutte piene di piaghe e mi intimava di non tornare al lavoro.

Febbraio ’96, Sogni di rock ‘n’ roll¤. Quando ho trovato finalmente un buon lavoro. Dove, per la prima volta, ho messo sul braccio sino a 5 piatti e contando gli altri due che tiravo su con l’altra mano, riuscivo ad uscire tutto l’antipasto della casa in un solo viaggio.

1 Ottobre 2002, Mare Nostrum¤. Da poco più di un anno circolava l’euro, in molti ancora non ci capivano una mazza e tanto per cambiare aleggiava nell’aria una crisi di lì a poco inarrestabile. Che culo! Noi frattanto alzavamo la serranda, alle 18.05. Benvenuta L’Arcante! All’inaugurazione oltre 300 persone, ndr.

Maggio 2009, Over the top!¤. Arrivo a Capri, ero il nuovo sommelier, l’altro sommelier del Capri Palace Hotel, in punta di piedi ma con molte aspettative, la voglia di capire, imparare, crescere, affermarmi.

Dicembre 2014, Punto e a capo!¤ ‘Al responsabile della cantina di ristorante che nel corso dell’anno si è distinto per competenza e professionalità’. Il Sommelier dell’anno 2014¤ è Angelo Di Costanzo.

I vini del cuore? E’ tutto pronto, basterà stapparli e berci su!

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Informazioni e prenotazioni:

Fuoco Bistrò dell’Osteria Abraxas

Via Scalandrone 15, Pozzuoli (NA)

Tel. 081 8549347

Cell. 366 6868795

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Humans of Campi Flegrei, #5 Angelo Di Costanzo

7 settembre 2015 by

Con Humans of Campi Flegrei, Mia Duberg Nielsen¤ raccoglie e racconta le storie di questa nostra terra attraverso gli occhi delle persone che sono parte di questa cultura unica. In qualche modo, qui il tempo si è fermato e le vecchie tradizioni sono ancora celebrate.

Humans of Campi Flegrei - foto Marina Sgamato

“The most important part of our job is to share the experiences. There is no value in being the best, unless you share your knowledge with others, and give them the chance to be the best in the next generation”.

Angelo Di Costanzo is today working as Food & Beverage Manager at Feudi di San Gregorio¤ in Sorbo Serpico – one of the most important vineyards in Italy. After several years of being a sommelier, he can now pass on his knowledge and experience to his employees.

It all started when Angelo decided to start studying to become a chef, but his teachers soon saw other potential in him, and suggested he studied to be in the front of a restaurant instead of the back. He is a storyteller by heart and after 5 years of studying he entered the work space as a waiter at different restaurants. One of these places was La Fattoria del Campiglione¤, and at this time the only restaurant in the area with a wine cellar. Here is where his passion for the wine came to life, and he went from being a waiter to train to become a sommelier. Now working with his passion, after some years he didn’t feel like he was getting enough challenges and experiences. Without any places in the area where he could improve himself, he decided to take the next jump in his life and opened the wine store and bar L’Arcante¤.

Today though, the store is no longer but it remains as Angelo’s blog about wine. Several reasons were responsible for him deciding to end this chapter, but he still remembers the years as good experiences. It was time for new challenges, new experiences and new knowledge.

He started working at one of the finest hotels in Italy – the 5-star Palace Hotel & Spa¤ on the island Capri – a big challenge and opportunity for someone from Pozzuoli, to suddenly work with the best wine in the world, the best costumers, to be in a place full of luxury, at a restaurant that had their 2nd Michelin star confirmed in 2009¤, while Angelo was part of the team. These were also years that were great for Angelo professionally as in 2004 and 2005 he was voted to be among the 12 best Sommeliers in Italy, and in 2008 the best Sommelier in the region Campania and in 2014 the Sommelier of the year by L’Espresso Guide¤. But though he was now in a fine position at a great restaurant and hotel, he always remembered to come back to the small and humble area he was from in Pozzuoli, and kept in contact with his friends and the winemakers from here, and still likes to visit them, which is confirmed by the fact that we are meeting him in the vineyard of Raffaele Moccia, Agnanum.

Today Angelo is no longer just a sommelier, but the Food & Beverage Manager, with 50 employees below him. The wine is still his passion, which is why the blog is important for him, but also through passing on his knowledge to his employees. Every month he takes a group of them to visit other companies, who produces things like the wine, the vegetables, the prosciutto. It is important to him that his employees get this knowledge and see these producers, and understand how important they are, and to share the experiences.

Qui la versione completa con la traduzione in italiano su Humans of campi flegrei #5 Angelo Di Costanzo. Grazie a Marina Sgamato per la bella foto.

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With Humans of Campi Flegrei, Mia Duberg Nielsen¤ is telling the stories of Campi Flegrei through the eyes of the people who are part of this unique culture. In some ways, the time here stands still and old traditions are still celebrated.

Qui tutti gli humans of campi flegrei.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Petit Chablis 2013 William Fevre

7 settembre 2015 by

Siamo un po’ tutti pienamente convinti di celebrare a mani basse i grandi vini di Borgogna, talvolta presi dall’entusiasmo altre volte quasi per inerzia, come fossimo impotenti davanti a certe bevute che regalano emozioni dal primo all’ultimo sorso. Certo non a caso.

Petit Chablis 2013 William Fevre - foto L'Arcante

Chablis quindi, un nome impegnativo: il suo circondario è un corollario di grandi vini, Premier e Grand Cru capaci di sfidare il tempo e qualsiasi confronto. Alcuni nomi poi solo a sentirli ci danno sicurezza, quella certezza di cui sentiamo fortemente il bisogno quando spendiamo cifre importanti per una buona bottiglia di vino, vieppiù quando bisogna districarsi tra le maglie di una carta complessa e che ci sembra accessibile solo in una determinata fascia di prezzo.

Di vini come questo 2013 invece probabilmente in Italia potremmo trovarne ‘a zeffunn, a beverun, a migliara*. Più semplicemente, forse, un Petit Chablis lo scegli con molta probabilità in assenza di altri che ti avrebbero fatto magari più felice, chissà, però quando c’è in carta William Fevre un pensierino ce lo metti e se lo scegli, quasi a recitare quel vecchio spot, viene da dire ‘sai cosa bevi’. E’ un bianco di grande franchezza, tenue nel colore paglierino chiaro, dal naso dapprima timido ma che poi si rivela piacevolmente esotico, fruttato, floreale e minerale. Il sorso è leggero e vivace, 12 gradi, da bere più o meno a secchi.

La denominazione Petit Chablis è un grande contenitore, diciamo il biglietto d’ingresso per questo pezzo di Borgogna, una porticina sullo chardonnay dalla quale affacciarsi per vedere di là come va. Certo i vini qui non sono altisonanti, non offrono la complessità di alcuni Premier Cru tipo Montmains, Forchaume o Monts de Milieu e non colgono nemmeno l’ombra dell’opulenza dei Grand Cru, appena sette i climat di Blanchot, Bougros, Les Clos, Grenouilles, Preuses, Valmur e Vaudésir, ma il paracadute si apre bene, tiene botta ed il volo pare un discreto successo ad ogni bevuta.

‘Petit Chablis is a large container, here the wines are like a ticket for this piece of Burgundy, a small door on chardonnay from which to look out and see how is going on out of there.’

*Made in Sud¤, Don Ciro, il Boss delle cerimonie.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Giolì, il mattino ha l’oro rosso in bocca

5 settembre 2015 by

Angelo Di Giacomo ha una di quelle storie che vale la pena ascoltare, sempre. Lui vale come quinta generazione al lavoro qui sul Vesuvio, a lui si deve il merito di continuare sulla strada dei vecchi nella coltivazione dell’oro rosso napoletano, il pomodorino del Vesuvio dop, da alcuni anni Presidio Slow Food¤.

Az. Agricola Giolì, Angelo Di Giacomo - foto L'Arcante

Andatelo a trovare ad Ercolano, dove la casa del padre oggi è tutta tinta di rosso, file di pomodorini ‘col pizzo’ rallegrano il porticato e il cellaio in vista dell’inverno. Una piccola parte è destinata al consumo familiare, ma lui ne ha saputo fare attività commerciale e fonte di reddito; oggi da Giolì arrivano da tutto il mondo, piccoli connosseurs s’intende, così le sue conserve fanno il giro del globo.

I Piennoli di Pomodori Dop del Vesuvio - foto L'Arcante

Ma il cuore batte nel vedere i piénnoli che per abitudine vengono appesi alle pareti o ai soffitti, riuniti in schiocche e legati con cordini talvolta di canapa. Alcuni gialli per una selezione fatta proprio da Angelo. La fatica inizia a marzo e aprile con la semina, confidando in una ‘stagione’ senza troppe bizze tra fine giugno e i primi di agosto si raccolgono i frutti, le pummarole, ma è l’arte della conservazione che ne fa, giunti in inverno, un bene prezioso, oro rosso, vero e proprio cult per noi napoletani.

‘Angelo Di Giacomo counts as the fifth generation to work here in Vesuvius land, he is following on the path of the old in the cultivation of the neapolitan red gold, the tomato Vesuvius dop, Presidio Slow Food.’

Giolí di Angelo Di Giacomo
San Giorgio a Cremano (Na)
via Palmiro Togliatti, 37
tel. 081 7714144
cel. 338 6356591 – 328 9757537
info@agricolagioli.it

© L’Arcante – riproduzione riservata

Campi Flegrei Pér ‘e palummo Agnanum 2014 Raffalele Moccia

3 settembre 2015 by

Ho piena memoria di tutti i vini prodotti da Raffaele, sin dalla sua prima uscita con il 2002, mi mancavano giusto il 2013 che mi ero perso anche per colpa sua visto che praticamente non c’è mai stato sul mercato, volato via in appena un paio di mesi di cantina e questa succosa anteprima che ci godiamo chiacchierando in libertà seduti in cantina.

Piedirosso Campi Flegrei Agnanum 2014 - foto L'Arcante

Proprio con la 2013 Raffaele è ritornato alle etichette vecchia maniera, cioè non più serigrafate sul vetro ma bensì di carta, un ritorno al passato che forse rende le sue bottiglie un po’ meno fascinose di prima ma si sa, quello che conta alla fine è quanto di buono c’è dentro.

A chi invece nutrisse qualche riserva sull’annata 2014 consiglio vivamente di bere questo vino. Sarà che il piedirosso nelle annata difficili (per gli altri) qui si esalta, sarà che questo pezzo di Campi Flegrei¤ viene baciato ogni volta dalla Dea bendata, sarà forse che i Moccia¤, padre e figlio, sanno il fatto loro e riescono sempre a cavarsela, tant’è che nel bicchiere, ancora una volta, c’è un sorso davvero interessante decisamente imperdibile.

Nasce da vigne vecchie che hanno in media oltre 40 anni, vigne tra le quali fila si nasconde una biodiversità unica, tra le altre, oltre alla falanghina¤ a al pér ‘e palummo¤ vi sono piantate uve praticamente sconosciute ai più, tipo la gesummina (bianca) o la suricella e la marsigliese (rosse), due varietà queste ultime che non si può escludere finiscano per contribuire al profilo organolettico così particolare dei vini di Agnanum, una tradizione questa che resiste al tempo e alle mode in maniera naturale, qui è così da sempre.

Un 2014 corroborante, dal colore rubino-porpora vivace, di quelli immediatamente comprensibili, dal naso delicato e fitto: sa di piccoli frutti rossi, è vinoso e floreale. Un quadro organolettico assai piacevole che ritorna sapido ed invitante al palato, sottile e vellutato con il sorso rinfrancante di sempre, fresco e succoso.

‘This Piedirosso offers a very pleasant organoleptic panel that returns, savory and inviting, on the palate, velvety with refreshing sip, always fresh and juicy’.

© L’Arcante – riproduzione riservata

L’uva e il vino di Raffaele Moccia

1 settembre 2015 by

Mi piace camminare le vigne con Raffaele, mi da tranquillità d’animo, per questo non appena posso lo vengo a trovare e assieme ci arrampichiamo sin lassù le mura del parco degli Astroni, dove le volpi, di notte, quatte quatte, saltano nel bosco dopo aver pizzicato dai grappoli di falanghina e piedirosso. Più che furbe verrebbe da definirle vere buongustaie.

Raffaele Moccia e la vigna del Pino - foto L'Arcante

Il posto più suggestivo di Agnanum¤ rimane però il vigneto storico di quasi cento anni che accompagna un po’ tutta la storia antica e moderna della famiglia Moccia. Una storia semplice la loro, di fatica e sacrifici che ha però preservato questo lembo di terra flegrea dove nascono vini a dir poco straordinari, di una stoffa unica, preziosissimi, finalmente riconosciuti in maniera unanime dagli appassionati quanto dalla critica.

Sono passato da lui in questi giorni per sentire il polso della vigna flegrea, si perché nonostante il grande lavoro che in molti fanno e stanno man mano portando avanti per riqualificare il vigneto flegreo – penso a Gerardo Vernazzaro¤, Giuseppe Fortunato¤ e i Di Meo di La Sibilla¤ giusto per citarne alcuni -, Raffaele rimane, per me, il riferimento imprescindibile per cogliere a pieno ‘l’umore’ dell’annata da queste parti.

Ebbene, mentre in molti di questi tempi affilano (di già) le forbici e guardano sempre più attenti il meteo, Raffaele fa spallucce e guarda avanti almeno a metà ottobre, a prescindere: ‘la mia sarà sempre una vendemmi tardiva, così va qui, è l’uva che lo chiede, non sono certo io a decidere quando tirarla giù dalla pianta’. In effetti, da quando ci conosciamo è così, da almeno quindici anni.

Raffaele Moccia - foto L'Arcante

Con questo tipo di terreni le sue preoccupazioni invece sono ben altre: ad esempio tenere su i terrazzamenti che rischiano di sprofondare giù dalla collina ad ogni pioggia forte, qua infatti si continua a lavorare solo a mano, con la zappa, impossibile pensare di condurre quassù trattori o ingegni di qualsivoglia genere. ‘Il lavoro mi vince, finito sotto non faccio in tempo a sistemare su in cima che dopo un mese devo ricominciare tutto da capo’.

Il valore di questa fatica lo ritrovi tutto nei bicchieri, Raffaele fa vini di grande personalità e spessore ma estremamente godibili, soprattutto nel tempo. A breve sarà ‘costretto’ a rilasciare sul mercato i suoi 2014 che beviamo assieme in anteprima: ‘sto senza vino da più di un anno e sono sinceramente in difficoltà con i miei clienti, soprattutto all’estero, dagli Stati Uniti e dalla Francia mi chiamano almeno una volta al mese per essere aggiornati. È tutto pronto, gli dico, non appena finiamo la vendemmia 2015 cominceremo ad uscire con i 2014. Sono in bottiglia da qualche mese vanno solo etichettati’. Anche perché oltre allo spazio in cantina servirebbe anche un po’ di tempo in più. Se la ride. Continua…

‘Raffaele Moccia, one of the most popular phlaegrean winegrower produces wines of great personality and thick but extremely enjoyable, especially along time…’.

Le strade del vino dei Campi Flegrei¤.

Piccola Guida ai vini dei Campi Flegrei¤.

© LArcante – riproduzione riservata

Fiano di Avellino 2010 Guido Marsella

25 agosto 2015 by

Vedo le mie due bimbe darsele di santa ragione per una bambolina minuscola e rossiccia, si urlano addosso la paura di non farcela a strapparsela dalle mani l’un l’altra, e tra il dramma e la commedia ci scappa una mezza risata, la ricerca di aiuto, la stizza della rinuncia.

Fiano di Avellino 2010 Guido Marsella - foto L'Arcante

Alla fine una vince, l’altra pure, che poi è quello che voleva, semplicemente mettere alla prova la maggiore; una smorfia di disapprovazione, una carezza, un mezzo sorriso rivolto alla mamma come segnale di distensione poi tutto ricomincerà, come una continua rincorsa.

Nel mentre, qui davanti a me un Fiano di Avellino 2010 in splendida forma: molto sulle sue al naso ma avvolgente e ricco di polpa in bocca. Così lo lascio respirare a lungo nel bicchiere. L’ho atteso due anni conservato con cura e devozione in mezzo a decine di altre bottiglie di Fiano duemiladieci e duemilaundici, bottiglie che lentamente vado rilasciando per godermele nel pieno del loro splendore, o almeno ci provo.

Guido Marsella¤ negli ultimi tempi è un po’ sparito dalle scene più trendy della critica di settore, quantomeno in giro se ne parla meno e di certo non è che abbia smesso di fare vino come Dio comanda; ma a Summonte nel frattempo è venuto fuori Ciro Picariello¤ e qualcosa è certamente cambiato.

Marsella però rimane tra i primi ad avere intuito tutto il grande potenziale del Fiano di Avellino, che può e deve stare in bottiglia per un certo tempo prima di essere commercializzato, diciamo almeno un anno, se non più. Il risultato di questa scelta quantomeno coraggiosa gli ha sin da subito dato ragione da vendere e i suoi vini, sin dalle prime sortite hanno rappresentato qualcosa di nuovo e straordinario sulla scena campana lasciando intravedere in questa magnifica uva prospettive e proiezioni sino ad allora sconosciute ai più: quei toni fumè del primo naso, i precisi rimandi balsamici, le particolari caratterizzazioni sino allo speziato di un terroir unico e quel sorso pieno di vigore e di grande energia hanno in qualche maniera contribuito a ridefinire i canoni di degustazione adottati prima di allora sul Fiano. Per la fortuna di tutti gli appassionati.

‘Winemaker Guido Marsella was the first to work on the great potential of Fiano di Avellino, that can and should stay in the bottle for some time before being sold, say at least a year, and more…’

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L’Amatriciana

17 agosto 2015 by

Fettucce all'Amatriciana, Ristorante Moma - foto A. Di Costanzo

La ricetta tradizionale, quella originale dico, vuole necessariamente gli spaghetti per un piatto che si fonda su ingredienti tipici e su una preparazione semplice ma molto meticolosa come l’uso della padella di ferro per cuocervi la salsa.

Le variazioni sul tema ‘Amatriciana’ si contano innumerevoli, a pieno titolo ricetta fondamentale della cucina italiana. Ricetta che, lo ricordiamo, nasce con un condimento in bianco e solo alla fine del 1700 si arricchisce con l’aggiunta del pomodoro.

L’ispirazione di questo post viene da una riuscita versione della brillante giovane chef Francesca Priscilla Fucci¤ del Moma¤ di Roma che la propone con gli Scialatielli, un piatto semplicemente straordinario, voluttuoso, succulento, estremamente appagante.

Tanto ci è piaciuto che abbiamo provato a replicarlo rifacendoci agli ingredienti della ricetta tradizionale: il risultato, credetemi, non è stato niente male!

Ingredienti per 4 persone

  • 500 gr di Scialatielli
  • 125 gr di guanciale di Amatrice
  • un cucchiaio di olio di oliva extravergine
  • un goccio di vino bianco secco
  • 400 gr di pomodori pelati San Marzano
  • un pezzetto di peperoncino
  • 100 gr di pecorino romano grattugiato
  • sale

Mettere in una padella l’olio, il peperoncino ed il guanciale tagliato a pezzetti in proporzione di un quarto rispetto alla pasta. Rosolare a fuoco vivo, unirvi quindi il vino. Togliere dalla padella i pezzetti di guanciale, sgocciolarli bene e tenerli da parte in caldo evitando così di farli diventare troppo secchi e salati.

Unire i pomodori pelati, aggiustare di sale, mescolare e dare qualche minuto di fuoco. Togliere il peperoncino, rimettere dentro i pezzetti di guanciale, dare ancora una rigirata alla salsa. La pasta va scolata ben al dente aggiungendovi il pecorino grattugiato prima di versarvi la salsa. Portare in tavola con ancora abbondante pecorino grattuggiato.

In the picture, the excellent ‘Amatriciana’ prepared by Francesca Priscilla Fucci, Restaurant Moma, Rome.

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Ristorante Moma

Via di S. Basilio 42/43 Roma

Tel: +39 0642011798

http://www.ristorantemoma.it

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Napoli tre cose tiene di bello: il mare, il Vesuvio e le Sfogliatelle di Attanasio

14 agosto 2015 by

La storia della sfogliatella è la storia di un monastero, quello di Santa Rosa in costiera amalfitana, fra Furore e Conca dei Marini. Come in tutti i conventi di clausura da qui non si usciva, quindi oltre alla preghiera hai voglia a dilettarsi nell’orto, in vigna, in cucina. Tutto si faceva nelle mura del monastero, anche il pane, ogni due settimane.

La Sfogliatella 'frolla' di Attanasio - foto A. Di Costanzo

Un giorno, più di 400 anni fa – siamo nel 1600 – una suora intenta ad occuparsi delle faccende di cucina si accorse che era avanzata un po’ di semola cotta nel latte. Ispirata dall’alto, ci buttò dentro un po’ di frutta secca, zucchero e del liquore al limone. ‘Potrebbe essere un ripieno’, si disse. Ma cosa poteva metterci sopra e sotto? Preparò quindi due sfoglie di pasta aggiungendovi strutto e vino bianco, e ci sistemò in mezzo il ripieno. Poi, siccome anche in un convento l’occhio vuole la sua parte, sollevò un po’ la sfoglia superiore, dandole la forma di un cappuccio di monaco e infornò il tutto.

La Madre Superiora sulle prime fiutò il dolce appena sfornato, subito dopo l’affare; con questa invenzione benedetta si poteva far del bene sia ai contadini della zona, che alle casse del convento. La clausura non veniva messa in pericolo: il dolce veniva messo sulla classica ruota, in uscita. Sempre che, sia chiaro, i villici ci avessero messo, in entrata, qualche moneta. A questo dolce venne dato, inevitabilmente, il nome della Santa a cui era dedicato il convento.

Come tutti i doni di Dio, la Santarosa non poteva restare confinata in un sol luogo, per la gioia di pochi. La divina Provvidenza è un po’ come la dieta: funziona, ma non bisogna darle fretta. La Santarosa ci mise circa centocinquant’anni per percorrere i sessanta chilometri tra Amalfi e Napoli.

Qui ci arrivò ai primi dell’800, per merito dell’oste Pasquale Pintauro con bottega in via Toledo, proprio di fronte a Santa Brigida. Osteria fino al 1818, anno in cui Pasquale entrò in possesso, per una via che non è mai stata chiarita, della ricetta originale della Santarosa. La sua osteria divenne così un laboratorio dolciario che non si limitò a diffondere la Santarosa: la modificò eliminandovi la crema pasticciera e l’amarena e sopprimendo la protuberanza superiore a cappuccio di monaco.

Era nata la sfogliatella. La sua varietà più famosa, la cosiddetta ‘Riccia’, mantiene da allora la sua forma triangolare, a conchiglia. Oggi la sfogliatella si può assaggiare in tutte la pasticcerie di Napoli, di sovente con piena soddisfazione. Se si cerca l’eccellenza, la bottega di Pintauro sta sempre là: ha cambiato gestione, ma non il nome e l’insegna, e nemmeno la qualità, che resta quella di quasi duecento anni fa. Al viaggiatore che arriva alla stazione di Napoli si consiglia di fare un salto da Attanasio¤, vico Ferrovia, qui si sfornano sfogliatelle calde a getto continuo. ‘Napule tre cose tene belle: ‘o mare, ‘o Vesuvio e ‘e sfugliatelle’.

credits: sfogliatelleattanasio.it

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Attanasio

Vico Ferrovia 1 – 4 Napoli

Tel. +39 081 28.56.75

aperto 6.30 fino alle 19.30

lunedì chiuso

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I Campi Flegrei e i suoi vent’anni di doc: passato il Santo non è mai iniziata la festa, perché?

12 agosto 2015 by

Come più volte ho scritto, lo scorso ottobre 2014 la doc Campi Flegrei ha compiuto 20 anni¤, un traguardo molto importante per una piccola denominazione e per un territorio per lunghi anni devastato dalla speculazione edilizia che proprio grazie al successo di critica e di mercato dei suoi vini ha visto molti ritornare all’agricoltura e sulla strada del rilancio della viticoltura.

Pozzuoli, Lago d'Averno, Vigneto Storico Mirabella - Piedirosso Campi Flegrei

Auspicavo, con l’uscita sul mercato della vendemmia 2014, un maggior riguardo per questo avvenimento, quantomeno a un motus capace di unire e rendere maggiore forza e consapevolezza alle decine di produttori che lentamente vanno ritagliandosi con orgoglio e finalmente senza più pregiudizio ruoli da protagonisti in giro per l’Italia e in minima parte anche nel mondo.

Esempi in tal senso non mancano, dai piccolissimi Raffaele Moccia¤ e Giuseppe Fortunato¤ per molti appassionati divenuti vere icone pop, a Cantine del Mare¤, ai Di Meo¤ del Cruna DeLago 2013, primo vino flegreo a strappare il TreBicchieri2015¤ sino a quelli un po’ più grandicelli Farro e Cantine Astroni¤ sempre molto attivi¤, con questi ultimi in piena rampa di lancio e assai propositivi. E con tutta una stregua di nuovi che si stanno affacciando ora sulla scena ma sembrano pieni di entusiasmo, penso ai fratelli Mirabella di Cantine dell’Averno¤ o ai Daniele di Le vigne di Cigliano.

Tant’è, poco o nulla è stato fatto, come se tutti fossero alle prese con altro di meglio da fare. Vero è che il momento economico non è certo dei più felici ma l’intero comparto appare, come non mai, avvitato su sterili personalismi, con poca voglia di stare veramente assieme e forse un’unica grande consapevolezza: sopravvivere alla giornata, prendere per buono quello che viene. Quando viene. E non basta sentirsi un po’ tutti orfani del delicato momento di riflessione della famiglia Martusciello¤, da sempre motore dei Campi Flegrei. Insomma, il Santo è passato e la festa non è mai iniziata, perché?

Le strade del vino dei Campi Flegrei

Piccola Guida ai vini dei Campi Flegrei

© L’Arcante – riproduzione riservata

Fiano di Avellino Ciro 906 2012 Ciro Picariello

10 agosto 2015 by

Certi vini hanno una forza evocativa unica. L’avevo già bevuto qualche mese fa una domenica a pranzo da Pino e Marianna, a Sud¤. Di recente, incuriosito dalla sua presenza su di una carta non certo brillante non ho perso l’occasione per tornarci su. E bene ho fatto.

Fiano di Avellino Ciro 906 2012 Ciro Picariello - foto L'Arcante

Picariello¤ si sa con i suoi fiano¤ ci ha ormai abituati a grandi performance e il suo Ciro 906 pur se caratterizzato, a mio avviso, da una struttura un po’ fuorviante emerge invece nel complesso per una pienezza più unica che rara, verrebbe da dire quasi ridondante rispetto al suo stesso ‘base’ ma anche a molte altre etichette da vigna unica in giro.

In soldoni, è un fiano di Avellino di nerbo ma dal passo lungo, che ha bisogno di tempo, un bianco di sfacciata opulenza, ricco di polpa ma anche di freschezza e sfumature assai intriganti che solo il tempo però svelerà appieno.

Nasce dalle sole vigne di Summonte, ha colore paglierino, è luminoso e cristallino. Il naso è incalzante, subito ampio, fine, invitante. La sferzata agrumata si fa macchia mediterranea e frutta a polpa gialla, poi lievemente fumè. Il sorso è puntuto e pieno, ha trama fitta, appagante, vigorosa. Ha tessitura importante molto ben definita. Di lunga, lunghissima proiezione.

‘…needs time, a very intriguing fiano di Avellino, however, only time will reveal its personality at all’.

© L’Arcante – riproduzione riservata

La carbonara di Arcangelo Dandini

9 agosto 2015 by

Metti che vieni a Roma e ti vien voglia di carbonara, L’Arcangelo¤ è il posto giusto per scoprire una volta per tutte che tutto quello che avevi mangiato prima sotto mentite spoglie altro non era che pasta con l’uovo sbattuto e formaggio. Grazie Arcangelo!

Il ristorante è piccolino e tenuto perfettamente in ordine, la moglie Stefania, in sala, impeccabile padrona di casa. Il menu è essenziale e ben strutturato, la carta dei vini ben centrata dove però non mancano interessanti coup de coeur.

Intorno a me solo bella gente che a pranzo sembrano vivere una sosta assai rinfrancante. Proprio come me. Ah, buona è buona ma… come si fa sta carbonara?

Ingredienti per 4 persone

  • 400g Penne grandi
  • 4 tuorli d’uovo
  • 80g di pecorino
  • 40g di parmigiano
  • 60g di guanciale

Intanto mettere su l’acqua per la pasta, poi in una boule capace i rossi d’uovo e buona parte del pecorino e amalgamare il tutto con poca acqua di cottura. Frattanto in una padella si passi a tostare il guanciale tagliato a julienne avendo cura di lasciare almeno due parti di grasso e una di magro. Mescolare quindi a freddo in una ciotola il grasso ottenuto dal guanciale con i tuorli dell’uovo, il pecorino ed il parmigiano. Una volta cotta la pasta, ben al dente, mantecarla a fuoco spento.

‘If you come to visit Rome this must be the place where you may discovery the perfect carbonara…’

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Ristorante L’Arcangelo

Via Giuseppe Gioacchino Belli Roma

Tel.: +39 06 3210992

http://www.larcangelo.com

mail: ristorantelarcangelo@virgilio.it

Domenica chiuso

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Pozzuoli, il 31 agosto all’Osteria Abraxas si inaugura il Fuoco Bistrò

7 agosto 2015 by

Scrive Nando Salemme: ‘Ritorna all’Osteria Abraxas il vecchio wine bar, sotto una nuova forma aggiornata con l’esperienza maturata in tutti questi anni di pellegrinaggi in giro per l’Europa’.

Abraxas, Fuoco Bistrò foto abraxas.it

Un nuovo corner dove poter degustare sfizi preparati nel forno a legna, primi e secondi piatti, una ricca selezione di formaggi, salumi, prosciutti e tanti vini al bicchiere. Un angolo dedicato a chi non ha tanta fame, ma non vuole rinunciare al buono. Lunedi 31 agosto c’è l’inaugurazione con lo chef Tommaso Di Meo e la presentazione di 3 piatti nuovi. E a Settembre un fitto calendario di appuntamenti:

Mercoledì 02/09: Giuseppe Fortunato, vigneron dei Campi Flegrei (Azienda Contrada Salandra) presenterà le anteprime dei suoi nuovi Piedirosso 2012, Piedirosso 2011 riserva e Falanghina 2013.

Venerdì 04/09: I miei quattro vini del cuore. Il Sommelier e delegato AIS Tommaso Luongo racconterà quattro dei suoi vini più significativi che hanno segnato il suo percorso professionale.

Lunedì 07/09: Finalmente LA PIZZAAAAA!. Quattro pizze col maestro pizzaiolo Franco Pepe.

Mercoledì 09/09: Mario Avallone al Fuoco Bistrò.

Giovedì 10/09: Cristoforo ed Enrico, agricoltori del mare. Storie ed assaggi della cozza dei Campi Flegrei.

Mercoledì 16/09: Le charqutier Salvatore Cautero al Fuoco Bistrò.

Venerdi 18/09: La sala in cucina. Il maitre Agostino Cacace interpreterà il Fuoco Bistrò.

Mercoledi 23/09: I miei quattro vini del cuore. Angelo Di Costanzo, Sommelier, racconterà quattro dei suoi vini più significativi che hanno segnato il suo percorso professionale.

Giovedì 24/09: Armando Castagno e la sua Borgogna.

Venerdì 25/09: Agrigenus, Pomodoro San Marzano DOP. Ciccio Pirolo presenterà i suoi tre nuovi pomodori dell’annata 2015.

Lunedì 28/09: L’enologo al Fuoco Bistrò. Gerardo Vernazzaro racconterà quattro dei suoi vini più significativi che hanno segnato il suo percorso professionale.

Mercoledì 30/09: Le papaccelle del Presidio Slow Food e i prodotti freschi di Enzo Egizio.

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Abraxas Osteria

Via Scalandrone n° 15 – Pozzuoli – Lucrino (Na)

Tel. 081 8549347

Cell. 339 2236700

Chiusura settimanale: Martedì

Sabato: Aperti a pranzo e cena

Domenica: Aperti solo a pranzo

mail info@abraxasosteria.it

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Il Purgatorio e il Paradiso

5 agosto 2015 by

Messa così sembrerebbe il paradosso a cui molti si rassegnano quando si trovano a scegliere una tavola dalle nostre parti. Sud è invece una scommessa vinta a mani basse e oggi lo è in maniera definitiva e assoluta. Punto. E basta.

Le Alici in Purgatorio di Marianna¤, o del pesce povero, la semplicità assoluta, che viene travolto dal limbo di una redenzione che non arriverà mai sospeso tra le fiamme perenni e quegli spiragli di luce che la terra flegrea sussurra ma poi concede sempre più raramente. La grande soddisfazione? Aver superato tutto questo con grande slancio e perseveranza, ma così è lo straordinario sapore della vittoria, sempre un po’ amaro nel retrogusto ma sostanzialmente indiscutibile! Con il bello che deve ancora venire…

Il Gran Fritto, Marianna Vitale Sud Ristorante - foto L'Arcante

Il Paradiso sta nel Gran Fritto di Sud, un piatto spesso snobbato perché comune a molte carte e non di rado più astratto ed impalpabile che godurioso come invece questa splendida rappresentazione di colori e sapori. Ci sta dentro un legame eterno, quel profumo un po’ ruvido ma indimenticabile della domenica a mezzogiorno, le mani di mamma dai polpastrelli rossi che scivolano lungo il mantesino per levare via l’unto prima di pizzicare il sale.

C’è tutto il ricordo di una vita, di un mare lontano che a Quarto non si vede ma c’è, un piatto che fortifica il desiderio delle labbra sapide e della pancia piena. E di un bicchiere o due di Falanghina Coste di Cuma. Perchè chi ama torna sempre!

‘Marianna’s dishes are extraordinary, with a strong personality, suspended between purgatory and paradise’.

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Ristorante Sud
Via SS Pietro e Paolo n° 8 Quarto (Napoli)
tel. 081.0202708
http://www.sudristorante.it
Aperto la sera, domenica e festivi a pranzo Chiuso il lunedì

© L’Arcante – riproduzione riservata

Anacapri, Axel Munthe a Villa San Michele 2014 Joaquin dall’Isola

4 agosto 2015 by

Quando portammo a termine la vendemmia ad Anacapri¤ né io né Raffaele sapevamo cosa sarebbe successo di lì a qualche mese. Finita la raccolta, finita la stagione, poi come ogni anno negli ultimi anni un forte abbraccio e a presto risentirci per gli aggiornamenti sull’affinamento in cantina.

Joaquin dall'isola 2014 - foto L'Arcante

Da lì sono finito a Milano, lui in giro per il mondo. Nel mezzo Buon Natale e buon anno! Non ci siamo persi di vista un attimo, ho solo cambiato vita, io, lui non mi risulta (ancora). Il vino venuto fuori da Villa San Michele adesso sta tutto in bottiglia. Poca roba, certo, ma quanto vale! Un paio di pezze cinte da muretti a secco, perlopiù piantate con falanghina, ciunchese (greco) e biancolella allevati in maniera tradizionale col sistema puteolano dello Spalatrone.

Questo è Joaquin dall’Isola Axel Munthe a Villa San Michele 2014. E’ un bianco mediterraneo audace e sgraziato, luminoso e salmastro, invitante ed avvolgente. Ci senti il mare dentro, e tutta la freschezza di questo lembo di terra spazzato costantemente dal vento e dalla salsedine.

Per la prima volta nella sua storia, grazie a Raffaele Pagano¤ e al Console Staffan De Mistura si è riusciti finalmente a portare a termine qui ad Anacapri un progetto di enorme prospettiva di rilancio della viticoltura isolana, non certo in termini di quantità visti i pochi preziosissimi filari a disposizione ma di grande valore culturale perché avviene proprio qui in uno dei luoghi più suggestivi e visitati dell’isola Azzurra, la casa museo di Axel Munthe.

Nella foto Daniele Briola, ass. Sommelier al Capri Palace¤.

© L’Arcante – riproduzione riservata

It’s time to return to write

3 agosto 2015 by

Diciamoci la verità, agosto non è proprio il periodo più indicato per ritornare a scrivere su queste pagine dopo sei mesi sei di latitanza. Tant’è che sono qui, ahimè con sempre meno tempo a disposizione – vivaddio! – ma tanti temi su cui tornare, ragionare, scrivere. Non solo il vino.

Insomma, L’Arcante è tornato! a piccoli sorsi verrebbe da dire ma c’è, ci sono. Guardo al mondo che mi gira intorno con gli occhi di sempre, colmi di passione e rispetto. Oggi forse ancor più di prima.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Intervallo| Torno presto

22 febbraio 2015 by

Angelo Di Costanzo

© L’Arcante – riproduzione riservata

Bronte, Vinujancu 2012 I Custodi dell’Etna

2 febbraio 2015 by

L’Etna conserva grande fascino e continua ad essere al centro di molte attenzioni tra gli appassionati, e sembra giocarsi, nel bene e nel male, le sue migliori carte.

Vino da tavola Vinujancu 2012 I Custodi - foto A. Di Costanzo

Un successo probabilmente ancora poco conosciuto al grande pubblico ma questo, forse, non è proprio un male visto come sono andate a finire le cose in Sicilia col nero d’Avola. Chi sa bere e sa cogliere le giuste suggestioni in vini così unici e profondi certe emozioni non le dimentica facilmente.

Anche per questo mi è piaciuto tanto il Vinujancu 2012 de I Custodi dell’Etna, un bianco avvenente, slanciato ed agile, fresco e sbarazzino, pronto da bere nonostante il dna dall’impronta vulcanica. Viene prodotto a Bronte, pochi filari, poco meno di mezzo ettaro piantato nel 2005 ad alberello etneo a circa 1200 mt s.l.m. sul versante nord-ovest del vulcano, da carricante, riesling renano, grecanico e minnella. Poche bottiglie che vale la pena andarsi a cercare.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Mangiare a Milano, anche prima dell’Expo 2015

28 gennaio 2015 by

Expo2015¤ è alle porte, Milano, come tutte le metropoli del mondo, offre una grandissima scelta gastronomica, dalla cucina tradizionale milanese – anche se molti stentano a credere che ne esista ancora una, ndr – a quella nazionale e multi-etnica, sino a sperimentazioni fusion delle più bizzarri possibili.

Milano, Duomo

Non è semplice, dunque, orientarsi, ma chi a tavola ama passare da una cultura all’altra o da un paese all’altro, durante il suo passaggio milanese non avrà che l’imbarazzo della scelta. Frattanto mi sento di suggerire alcuni dei posti dove io mi sono trovato molto bene in questi ultimi tre mesi.

La presenza di LARTE Milano lasciatemela passare per favore come ‘bonus track‘, ci lascio un piccolo pezzo di quest’anno di lavoro, non potevo non lasciarne traccia sul mio Diario, a voi poi giudicare. Ché, a dirla tutta, Gennaro Immobile è giovane ma davvero bravo…

Pizza e Dintorni

Fofò Mattozzi, La Preferita - foto A. Di Costanzo

Fofò Mattozzi¤, Via Paolo Sarpi 53 – Tel. 02 8342 1154. Un pezzo della vera Bella Napoli a Milano. Paga forse una location non proprio indovinatissima, nel cuore della China Town milanese, il locale però è molto carino, le fritture e la pizza sono da manuale della scuola partenopea. Nella foto (2) ‘La Preferita’, con mozzarella, salsiccia e friarielli. Un piccolo capolavoro! 

Lievito Madre al Duomo¤, Largo Corsia Dei Servi – Tel. 02 453 759 30. Critiche o no Gino Sorbillo va spedito per la sua strada. Il locale, su due piani, è accogliente e la pizza è indubbiamente tra le migliori sbarcate in città. L’Antica Margherita¤ sopra tutte.

Luini¤, Via Santa Radegonda 16 – Tel. 02 86461917 – 02 86461917. Un’istituzione a Milano, come la fila interminabile a tutte le ore. Eppure non puoi lasciare la città meneghina senza aver prima mangiato i panzerotti di Luini.

Milano, Pandino e l'ape delle diciassette - foto A. Di Costanzo

Pandino Il Panino¤, Piazzetta Pattari 2 – Tel. 02 80583276. In un angolo di Corso Vittorio Emanuele, nel cuore dello shopping cittadino, un baretto molto ben frequentato dalle colazioni al pranzo veloce sino all’aperitivo delle 17 (nella foto 3 sopra), vero momento cult della giornata milanese.

Dove Mangiare

Al Pont de Ferr¤, Ripa di Porta Ticinese 55 – Tel. 02 89406277. Si sta bene nel locale di Maida Mercuri, fresco di Stella Michelin 2015. La cucina di Matias Perdomo è intraprendente e senza troppi fronzoli, piatti saporiti e ben strutturati, bella la proposta in carta dei vini, servizio attento. Della stessa proprietà anche il Rebelot del Pont¤, felice esperienza anche questa.

La Cotoletta Primavera - foto L'Arcante

Trattoria da Martino¤, Via Farini 8 – Tel. 02 6554974. Ci devi arrivare in via Farini ma ne vale la pena. Ci trovi un paio primi, una buona cotoletta alla milanese (foto 4) e il pescato del giorno. Chi l’ha provata dice che anche la pizza al taglio merita l’assaggio. Il locale è piccolino e spartano. Prenotare sempre.

El Brellin, La Casseoula - foto L'Arcante

El Brellin¤, Vicolo dei Lavandai, Alzaia Naviglio Grande 14 – Tel. 02 5810 13 51 – 02 89 40 27 00. Locale suggestivo, credo con buon merito nella Top 100 dei ristoranti storici di Milano. Là fuori, a due passi da qui, la vecchia Darsena del Naviglio Grande dove fervono i lavori in corso; dentro, una cucina essenziale con radici forti e qualche buona nuova. ‘Risotto classico alla Milanese con salsa al midollo’, ‘Cazzoeula con polenta’ (nella foto 5), ‘Rustìn negàa con purea di patate’, ‘Tiramisù‘. Conto sui 50 euro.

LARTE Milano, Zuppa di Cernia - foto A. Di Costanzo

Bonus track: LARTE Milano¤, Via Manzoni 5 – Tel. 02 890 96 950. L’impronta della cucina partenopea è evidente e non si fa nulla per nasconderla, anzi. Un po’ Galleria d’arte, un po’ ristorante d’autore, alcuni grandi marchi italiani camminano assieme per difendere il made in Italy. Questa qui è la Zuppa di Cernia di Gennaro Immobile (foto 6).

Il Gelato

Salvatore, il bravo Gelataio di CioccolatItaliani - foto A. Di Costanzo

CioccolatItaliani¤, Via San Raffaele 6 – Tel. 02 4887763. Il punto vendita a due passi dal Duomo è sempre frequentatissimo sino a costringerti a file interminabili. Il format è vincente e i prodotti di assoluta qualità, se poi becchi Salvatore (foto 7) che ti fa il cono ti diverti pure ad imparare…

Grom¤, Via S. Margherita 16 (a 100mt dal Teatro alla Scala) – Tel. 02.80581041. Altro passaggio utile per la gola una delle tante gelaterie Grom in città. Le basi alla crema sono molto buone, quelle alla frutta talvolta spiazzanti, almeno per me.

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Il Montepulciano d’Abruzzo 2000 di Emidio Pepe

26 gennaio 2015 by

Il montepulciano d’Abruzzo¤ è senza ombra di dubbio una delle varietà rosse più versatili del patrimonio ampelografico italiano, forse anche per questo tra le più bistrattate di sempre.

Montepulciano d'Abruzzo 2000 Emidio Pepe - foto A- Di Costanzo

Certo non qui a Torano: che grande bevuta che mi ha regalato questa bottiglia, condivisa con l’amico Davide Rampello¤, forse tra le migliori di sempre a tema montepulciano. Annata calda quella del 2000 da queste parti, di quelle preferite dal buon Emidio, quando la piena maturazione delle uve dà spessore e larghezza al vino già per sua natura proiettato a lunga vita.

Il colore è splendido, chiaramente granato ma vivo. Il naso è austero, chiede e merita tempo, gira inizialmente intorno a note salmastre e terra bagnata, appena un accenno di spezie, in sottofondo frutta macerata. Il sorso è subito pieno, prepotente quasi, dalla trama asciutta e calda, avvolgente e risoluta; riportare il bicchiere alle labbra è un gioco di sottile seduzione necessario e piacevolissimo.

Un grande rosso questo di Emidio Pepe¤, lontano dalle discussioni, dalle chiacchiere infinite su ‘biodinamico sì, biodinamico no, biodinamico forse’, un vino dal carattere raro e compiuto che raccoglie una lunga tradizione e la consegna nelle mani delle future generazioni. Una bottiglia con un grande messaggio per il futuro: autenticità.

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Una bolla per l’estate 2015, il Lambrusco di Modena Trentasei 2010 di Cantina della Volta

23 gennaio 2015 by

Lambrusco di Modena Spumante Trentasei 2010 Cantina della Volta - foto L'Arcante

Ci sono vini che sono un pezzo di storia dell’Italia, il Lambrusco ad esempio. Bottiglie come queste poi non fanno altro che confermare quanto sia sempre più di un semplice trend il crescente successo di vini immediati e di grande piacevolezza, soprattutto quando prodotti partendo da uve di primissima scelta e grandi capacità tecniche.

Il Trentasei¤ di Christian Bellei è un gran bel Lambrusco di Modena 100% sorbara, un metodo classico dal bel colore cerasuolo tenue, che sa di rosa e lamponi, ciclamino e ciliegia. Il sorso è facile e di grande piacevolezza, fresco e dissetante, fruttato a tutto tondo col finale lievemente mandorlato, per questo ancor più delizioso. Una bolla per l’estate 2015, se non fosse per le pochissime bottiglie ancora disponibili!

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Banchi di assaggio, io sono qua per te, tu per chi?

23 gennaio 2015 by

Croce e delizia della comunicazione del vino i banchi di assaggio. Manifestazioni, Presentazioni, Anteprime, Guide, noto con profondo dispiacere sempre più disattenzione al di là del tavolo. Espositori forse troppo disincantati, chissà, continuamente distratti dal telefono, alle prese con twitter o col proprio profilo facebook¤ più che con il proprio banchetto, a fare chiacchiere con il vicino che non vedevano dalla scorsa edizione, o con il collega in ritardo sempre in ritardo ad ogni reunion, impressionati e coinvolti dal nuovo vino offertogli da Sempronio. Insomma, un poco assenti ingiustificati.

Va bene che la gente da questa parte del banco risulta talvolta banale se non pesante, e che forse, pensandoci bene, ne ha le scatole piene di sapere dell’epoca vendemmiale, della potatura, delle barriques di primo, secondo o terzo passaggio o dei 12 o 24 mesi in acciaio e/o legno, però certi atteggiamenti spocchiosi non sono proprio accettabili, proprio no: un sorriso, una buona parola, anche solo un’accenno di attenzione vale ben più del normale rispetto dovuto all’interlocutore qualunque, chiunque questo sia, lì per te. Soprattutto se tra le mani c’hai bottiglie che fanno la storia del vino italiano…

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