E’ un dato incontrovertibile, durante il Vinitaly le visite ai blog e ai siti specializzati che raccontano le vicende enoiche dei nostri mosti sacri calano vertiginosamente. I produttori di vino, sì proprio loro, sono i nostri primi lettori! E son (quasi) tutti lì al fronte. Forza ragazzi! Tornate presto e sani e salvi, ma soprattutto raccontateci come vi è andata.
Archive for the ‘Pensieri e Parole’ Category
Vinitaly, cartoline dal fronte
6 aprile 2014A Milano, a LARTE Milano
1 marzo 2014Nelle prossime settimane e sino agli inizi di Aprile sarò a Milano a LARTE, il nuovo Hub del gusto in pieno centro a due passi da P.zza della Scala, a poche centinaia di metri dal Duomo. Se vi va, ci si vede là. Capri Palace Rulez…
lartemilano.com
__________________________
dal Lunedì al Sabato dalle 8.00 alle 23.00
Via Manzoni 5, Milano
Per informazioni e prenotazioni:
info@lartemilano.com – Tel. +39 02 890 96 950
Bevitore naturale sarà lei…
13 febbraio 2014Passare dieci giorni in beauty farm non sta bene se poi fai una vita di merda ed ogni sera ti ritiri solo dopo i soliti tre Dirty Martini bevuti a canna. Correre al parco due ore al giorno per stare bene con se stessi non serve a una mazza se poi ti fumi due pacchetti di sigarette, pure se Slim. Mangiare lattuga e cotoletta di soia un giorno si è l’altro pure non ti salverà se continui a buttare giù ampi sorsi di vino pieno zeppo di chimica e additivi. Devo continuare?
La solita solfa insomma. Eh già. Ma no, c’è dell’altro, non è l’ennesimo pezzo contro il vino naturale, l’ho letto su Intravino¤, mi verrebbe da dire più semplicemente che mi pare la dissacrazione più totale dei Vinnaturisti: dei produttori furbetti, dei bevitori fighetti, dei venditori opportunisti, assolutamente non in linea eticamente con ciò che rappresenta l’ideale, il movimento, ma sopratutto rei di oltrepassare la sacra linea invalicabile del consumismo. Così fan tutti ormai.
Perché se è vero com’è vero che bisogna avere una certa rettitudine nel portare avanti le proprie idee c’è sempre, dietro l’angolo, il diavolo che ci mette le corna: tentatore, affabulatore, che ti invita a palazzo non perché te lo meriti o magari te lo sei conquistato ma per metterti a nudo davanti alla bella società. Sei produttore di vini naturali? Bono, ci servi, però guardati intorno, che ci fai qua dentro, qui in mezzo a noi? Posate sta roba e… pussa via!
Poi ti poni una domanda, una sola, che forse c’hai pure la risposta. Ma che stanno a dì? Anzi, ma che stanno a fa? Ci avete rotto i maroni per anni perché nessuno se li filava abbastanza e adesso, adesso che fate? Ah ecco, finché le fiere le fanno in culo al mondo, bene, l’Excelsior di via Veneto però no! Suvvia…
© L’Arcante – riproduzione riservata
I love Falernum| Prossimo passo la docg!
4 febbraio 2014Chi bazzica l’ambiente sa bene che da sola la docg non è di per se il paradiso, però il fatto che si stia lavorando per alzare l’asticella qualitativa dei vini prodotti nell’Ager Falernus non può che farmi un gran piacere vista la grande passione per i vini di queste terre e l’amicizia e la stima che mi lega a molti dei più bravi produttori in zona.
Qualche giorno fa ho fatto un breve giro da quelle parti: il momento, a dire il vero, non è certo dei più facili, anzi, mi è parso che alcune realtà siano praticamente inchiodate al palo mentre qualcuno di recente ha persino rinunciato a vinificare per abbattere un po’ di costi restando fermo un giro. C’è però chi, come sempre, ha lavorato duramente e saputo mantenere la barra ben dritta, questi supererà tranquillamente questa fase di empasse e ne uscirà più forte di prima, ne sono convinto; frattanto però un po’ tutto il comparto paga pegno alla crisi che, direttamente o indirettamente, sembra non aver risparmiato proprio nessuno.
Tornando alla docg, ho sentito un po’ di voci sulla discussione in atto riguardo alcuni punti caldi del nuovo disciplinare: sul tavolo pare ci siano una possibile zonazione colturale, l’idea di consentire l’imbottigliamento dentro e fuori l’areale, l’abbassamento delle rese, un affinamento più lungo anche sul primitivo. Temi scottanti insomma, con tante buone intenzioni e sacrosante ragioni.
Personalmente non entro nel merito, auspico però fermezza ma soprattutto rispetto della vocazione e della tradizione territoriale, e senza troppi suggestivi voli pindarici, il più delle volte solo fini a se stessi. Tradotto: per favore non ci mollate là in mezzo l’ennesimo q.b. di merlot con la solita scusa dei mercati internazionali. Per farla breve: pensate in grande, ma senza strafare!
© L’Arcante – riproduzione riservata
Il vino e la liturgia della domenica
5 gennaio 2014Per noi del sud la domenica ha sempre un sapore particolare, con quel profumo di cucina che invade la casa sin dal primo mattino: il ragù sul fuoco, le polpette cullate nella salsa densa, il coniglio a marinare pronto per l’appuntamento con il piennolo.
Andando indietro nel tempo non ricordo tracce di bottiglie di vino indimenticabili, almeno per me, se non in tempi moderni. Da piccolo, sul tardi, mi toccava scendere dal contadino sotto casa, qualche volta recando con me un po’ di pesce che mamma aveva piacere di regalare loro per contraccambiare la cortesia delle ‘uova fresche’ o dell’infornata del casatiello o della pizza nel ruoto. Piaceri che non avevano un prezzo se non il mero rispetto. Altri tempi.
Difficile rievocare a parole quelle atmosfere, diciamo pure impossibile. Ringrazio il Dio per averle vissute, assaporate, me le porto dentro come un valore straordinario. Come le chiacchierate con loro, Sabatino¤ ad esempio, o i gesti muti con suo fratello, don Antonio, che dal lunedì al venerdì ci era nemico e ci bucava ogni pallone che finiva nel suo terreno dal nostro campetto d’asfalto sotto casa ma che al sabato e la domenica era costretto a fare buon viso a cattivo gioco quando ci mandava mamma a prendere la frutta e il vino.
Già, il vino. Nei loro cellai, nei silo di vetroresina ci stava quasi sempre montepulciano, comprato a buon mercato e rivenduto ‘caro e amaro’, diceva mamma, a casa nemmeno troppo apprezzato. Invece, nelle botti grandi, il piedirosso, la per ‘e palumm, spesso mischiato a barbera e a falanghina, di produzione propria da quei pochi ma abbondanti filari conservati nei campi tra scarole, pomodori e frutteti. La falanghina vinificata da sola era un miraggio, poco redditizia; il bianco in effetti valeva poco, tant’è meglio 6 o 7 damigiane di buon trebbiano del beneventano da stipare giusto per l’estate (quando ci arrivava a l’estate, ndr).
A quei tempi tanto bastava. Mamma cucinava per ore, non aveva particolari segreti ma la capacità, con pochissimo, di fare cose straordinarie, raramente eravamo meno di 8 o 9 a tavola, oltre la pancia ci ha sempre riempito gli occhi di gioia e di vita.
Là, sulla tavola, col pane, le zuppiere di pasta e i piatti di fritto di pesce non mancava mai il fiasco di vino. Guardavo papà e i miei fratelli berlo dai bicchieri con un certo gusto, desideravo imitarli ma in fondo pensavo che non mi sarebbe piaciuto. Invero sopportavo poco anche solo andarlo a comprare ma assistere al travaso, col succhiarolo*, dalle botti al fiasco però mi piaceva; era, se vogliamo, un momento particolare, con quel profumo di mosto e vino che si sprigionava forte nell’aria. Oggi gli do un grande valore liturgico a quel momento, niente a che vedere col tirare via dalla mia cantina la bottiglia da bere adesso. Certo però io bevo meglio, forse.
* cannula da travaso, detta anche cantabruna.
Appunti e virgole per il 2014
4 gennaio 2014Col nuovo anno ci si prepara belli carichi ad affrontare un anno intenso di lavoro; tra le prime tante cose si ha che fare con molte scartoffie piene zeppe di appunti, numeri, dati da cui trarre indicazioni sul da farsi. Qua e là qualche parola sottolineata o segnata col rosso.
Programmazione. Le aziende ci passano notti insonni ma è ormai un parolone vuoto caduto in disgrazia. Sommelier, ristoratori, agenti un tempo orgogliosi di poter contare su una programmazione coi fiocchi oggi vivono praticamente alla giornata.
Prodotto in assegnazione. Ai bei tempi non è che avesse mai avuto un senso sensato ma per molti era un appiglio per suscitare languore ed acquolina. Certe aziende se ne crogiolavano, alcuni rappresentanti avevano imparato a farne arma letale. Caduto in disuso è ormai prassi dire semplicemente ‘non so se è ancora disponibile’.
Premiato col Tre Bicchieri. ‘Datemi un Tre Bicchieri e ci solleverò il mondo’. Non è ancora dato sapere chi fu il primo a dirlo ma certo per anni ci hanno marciato in molti. Un riconoscimento è un riconoscimento ed è giusto goderselo fino in fondo e quale che sia l’opinione che si ha di questa o quella guida poco importa, mai nessun premio ha mai portato con se una carica di adrenalina tale come quello del Gambero. Checché se ne dica per anni è stato manna dal cielo per molte aziende, rappresentanti e, diciamolo a chiare lettere, per enotecari e sommelier di ogni dove.
Rapporto Qualità-Prezzo. Questo sconosciuto. Per molti appena in piazza bastava guardare cosa facesse il vicino per determinare i propri prezzi, certe volte appena qualche centesimo in meno per sentirsi ‘avanti’ o 50/60 in più non tanto per essere temerari ma più semplicemente per autoreverenza: ‘perché io valgo’. Nessuna indagine di mercato particolare, studio dei costi, del mercato, del proprio prodotto, niente. Tuttalpiù ci avrebbe poi pensato il 10 a 2 o il 6+4 a rimettere le cose a posto.
L’ultimo post dell’anno
30 dicembre 2013Anzitutto augurarsi il meglio per questo nuovo anno. Tocca farlo, certo che si. Augurarsi buona salute, un lavoro sicuro – che da soli fanno il 99% della serenità -, buone bevute. Per se e per tutti gli altri, soprattutto coloro i quali si vuole bene.
Siamo soddisfatti del lavoro svolto sin qui. On line gira sempre più tanta roba, sul vino intendo, per non parlare del cibo che ormai, dopo aver monopolizzato tutti i Social, impazza pure in tv: dalla mattina alla sera assistiamo a un magna magna infinito. Prima o poi (si spera) toccherà anche al vino. O no? Boh, forse.
Di buono c’è che anche il più scettico e restio dei migliori critici enoici ci mette del suo per avvalorare i contenuti in rete, tanti gli indirizzi sempre più qualificati e all’altezza della migliore carta stampata. Segnali di un cambiamento significativo, del resto la pubblicità da tempo ha spostato gli interessi.
Ciononostante l’insidia che chi, tra questi, prenda a scrivere dal piedistallo e lo faccia solo ed esclusivamente ad indirizzo accademico, come mero esercizio di stile per se e per compiacere i suoi simili, sta dietro l’angolo. Come petit fours un complimento tira l’altro, tra loro; storie uniche, le loro, come unici ed infallibili i loro palati, immortali, d’amianto, come i loro taccuini, appena ingialliti e dalla copertina in finta pelle, dove sono rimasti impressi gli appunti delle più grandi bevute dei più grandi vini al mondo con i più grandi degustatori di tutti i tempi in circolazione. E manco Una Tantum.
Se la suonano e se la cantano, insomma. Tra loro. Con un linguaggio spesso sonante, ricercato, ‘alto’. Troppo. Difficile essere alla loro altezza. Ma siamo proprio sicuri che ne valga la pena?
Ieri, alle 18.08, non appena consegnato questo post alla programmazione del blog, la terra qui in Campania ha preso a tremare, per ben 40 lunghissimi secondi. Tanta paura ma per fortuna niente di peggio. Poi alle 20.49 ancora un sussulto. Dio mio, non era questo il segnale che ti avevo chiesto…
A proposito dell’aglianico e del Taurasi
17 dicembre 2013È assai piacevole bere con Nando, con lui si aprono continuamente nuovi fronti di discussione interessanti. Non ultimo quello su quanto si stia gestendo male (secondo lui) l’anima più pura di uno dei più grandi vitigni italiani, l’aglianico, costantemente in balìa di pittoresche rappresentazioni ed interpretazioni ad uso e consumo di un mercato a dir poco strampalato (secondo me) e produttori sempre più confusi (secondo entrambi).
La goccia (di vino) che ha fatto traboccare il vaso è stata versata sul confronto su due bottiglie 2008, un aglianico per così dire base ed un Taurasi, entrambe dello stesso produttore. Il primo vino, per quanto buono correva sul fil di lana: assai etereo, maturo, risoluto, buono ma praticamente arrivato. Il secondo, manco a dirlo, con ancora tanta strada da fare, succoso, balsamico, speziato, nerboruto: il grande rosso che ci aspettavamo insomma.
Fin qui tutto possibile se non per il fatto che il primo è ancora in listino (praticamente da tre anni) e proposto come vino d’annata, l’entry level per capirci. Scelta aziendale? Opinabile, o più semplicemente vino invenduto, con le annate successive vendute magari tutte o in parte sfuse per ovviare ai costi di gestione. Boh, però qui mi fermo perché le ragioni di una scelta del genere ha mille risvolti che poco interessano alla discussione. Almeno per ora.
Mi preoccupa, ci preoccupa invece, il fatto che in molti soprattutto tra i piccoli produttori irpini di cui ci siamo innamorati in questi anni stiano sistematicamente rinunciando a dare spazio ai loro vini base puntando quasi esclusivamente a fare vini ‘top gamma’ da lungo invecchiamento abbandonando un poco alla volta la produzione di aglianico destinato ad un consumo più immediato. Che tra l’altro è quello che maggiormente ha contribuito alla loro iniziale crescita economica nonché a conquistare appassionati e professionisti proprio come il nostro buon Nando.
Aggiungo il pericolo di un’omologazione verso il basso, invero già palpabile laddove non c’è quell’esperienza necessaria per gestire il vitigno ed il vino per una produzione proiettata nel tempo, evidenza ogni anno abbastanza palese nelle numerose degustazioni all’Anteprima Taurasi. Non ultimo lo smarrimento evidente che ci prende un po’ a tutti davanti a certi bicchieri dove a dominare dovrebbe essere l’uva, magari con l’anima, la scienza e la bravura di chi la lavora e non certo il tempo.
Abbiamo già assistito al fallimento istituzionale della genialata della Campi Taurasini che ha, d’un colpo, fatto lievitare il prezzo delle bottiglie dei secondi e terzi vini di alcuni produttori facendole praticamente scomparire dal mercato, un suicidio che unito alla crisi le ha letteralmente tagliate fuori dalle tavole soprattutto in quei locali dove meglio funzionavano, cioè Winebar ed Osterie tout court con una cucina all’altezza, posti ben frequentati da una clientela magari meno danarosa ma molto disponibile a lasciarsi consigliare. Insomma miei cari vignaioli irpini, su, un po’ più di coraggio, un’altro (secondo) aglianico è possibile!
Stanno tutti bene, più o meno
15 dicembre 2013C’è un tale crescente interesse sui vini campani che è proprio il caso di dire che non si è più figli di un Bacco minore, anzi. Attenzione certificata da molti critici autorevoli che hanno preso a scrivere con una certa continuità e non più solo di Taurasi o fiano di Avellino dei più blasonati ma anche di etichette per così dire ‘minori’ tipo Piedirosso o Barbera del Sannio piuttosto che Falanghina.
Una tendenza seguita dalle migliori Guide ai Vini che mai come negli ultimi tempi battono forte da queste parti scoprendo tante belle e nuove realtà all’altezza della situazione. Non ultimo dalla soddisfazione di trovare nelle carte dei vini in giro per l’Italia qualche buona etichetta ‘fuori dai soliti giri’ che assieme raccontano tanti piccoli spaccati della nostra amata terra.
Grande merito va anzitutto a chi da sempre racconta e tesse le lodi di una viticoltura preziosa che aveva solo bisogno di un po’ più di fiducia e di un maggiore confronto per imporre le sue indubbie qualità. Ma anche e soprattutto a quei produttori che ci hanno creduto in questo percorso che definire ‘ad ostacoli’ tra i provincialismi e la burocrazia che li circonda è veramente dir poco.
Eppure non stanno proprio tutti bene. Questi due mesi sono stato poco in giro, ovvero meno di quanto sono solito fare eppure anche le poche voci raccolte qua e là mi sembrano assai meno rassicuranti di quanto invece invitino a fare le svariate carrellate fotografiche di premi e riconoscimenti che impazzano un po’ ovunque sul web o nelle stanze di rappresentanza.
In Campania, le poche grandi aziende (per dimensione e fatturati) si difendono – ma ancora per quanto tempo potranno farlo? – perché hanno le spalle belle larghe ma l’aggressività con cui si affrontano ‘tra loro’ soprattutto nella Grande Distribuzione va creando precedenti assai pericolosi. Le aziende medio grandi, diciamo quelle già sopra le 150.000 bottiglie soffrono maledettamente, hanno grandi qualità e un buon marchio ma non hanno più tanta liquidità di cassa, il che gli limita soprattutto la capacità di puntare quei nuovi mercati su cui si è potuto fare poco o nulla visti gli altissimi costi promozionali limitandosi ad un’approccio puramente esplorativo.
Sembrano cavarsela così così le piccoline, un po’ meglio quelle con una dimensione unifamiliare e ancor più quando specializzate nella produzione di due o tre vini al massimo. Qui però si sta ponendo un’altro problema, la montante mancanza di fiducia nella ripresa del mercato italiano (e locale) sempre più alla ricerca ‘del prezzo’, una vera martellata sui denti per le piccole aziende, soprattutto laddove di tanto in tanto strappano un buon contratto di un paio d’anni con qualche importatore (che negli states qualcosa si muove). Accade quindi che si sentono al sicuro, fanno spallucce e vanno per la loro strada ma finiscono praticamente in un limbo, pienamente nelle sue mani, dell’importatore intendo. Mi spiego: se questi per qualche ragione salta – non mancano esempi, ndr -, gli salta il 60/70% del fatturato di un anno.
Insomma, ha una fragilità tutta questa situazione che spero non vada sottovalutata e faccia riflettere in molti e far sì che si guardi tutti nella stessa direzione. Comprese le istituzioni che come sempre appaiono assenti quando non distratte e contente – loro si – solo in occasione dell’ennesimo taglio di nastro. La notorietà si sa è un bel treno, ma ogni locomotiva che si rispetti ha bisogno di binari sicuri e soprattutto di una destinazione certa. Altrimenti va a finire che stiamo tutti perdendo tempo.
Amarcord|Il Futuro ’00 Il Colombaio di Cencio
17 novembre 2013Il Futuro de Il Colombaio di Cencio nei suoi primi 5/6 anni di vita li stracciava tutti i SuperTuscans provenienti dal Chianti Classico: dal ’95 una sequenza incredibile di lodi et amo da ogniddove ne accompagnò l’ascesa sul mercato senza se e senza ma.

E’ una sortita un po’ così così per questa bottiglia di Il Futuro 2000. L’azienda è di Gaiole in Chianti – vicino al Castello di Brolio -, fu fondata nei primi anni ’90 da Werner Wilhelm, imprenditore di Monaco di Baviera sceso in Toscana nei primi anni ’90 col pallino di fare grandi vini; il marchio Wilhelm fu parecchio on the wave per almeno un decennio in quegli anni.
Un rosso, Il Futuro, da sangiovese, cabernet sauvignon e merlot, che matura generalmente in barriques per 24 mesi e poi ancora in bottiglia per almeno un’altro anno. Gli almanacchi dell’epoca consegnano annate memorabili (’95*, ’97*, ’99*) e qualcuna un poco meno; questa duemila sembrerebbe, col senno di poi decisamente tra le seconde. Sin dal colore appare poco brillante e con poco slancio: ha profumi risolti e un sorso sopito, senza guizzi, vellutato e morbido.
Non lo bevevo da tempo, non che avessi memoria di assaggi mirabolanti ma finire così risoluto con quel Pedigree mi pare davvero un peccato. E’ proprio il caso di dire che il tempo non gli è stato granché galantuomo.
*Tre Bicchieri Gambero Rosso
Elogio all’immediatezza
10 novembre 2013Capita di aspettare un vino a lungo, tanto, per anni. Capita perché quel vino se l’è meritato o più semplicemente siamo convinti che lo meriti; ce lo consiglia il fiuto, l’esperienza, il mestiere o più semplicemente quel pizzico di riverenza pagato al proprio ego o al Guru di turno. Sta di fatto che quel vino, proprio quello là lo tieni in disparte, smarcato, incartato, piazzato in maniera che non venga fuori ogni volta che ti viene un piccolo slancio ma solo e soltanto quando hai deciso che sì, è il suo momento (e il tuo).
Tiri fuori la bottiglia con cura, carezzandola, ci levi la capsula e gli tiri via il sughero come fosse un rito propiziatorio, lento e meccanico; ne accompagni l’assaggio assaporandolo – estasiato – col solo pensiero, seguendo ogni giro nel bicchiere con la stessa suspense con cui trattenesti il fiato sull’ultimo tiro dal dischetto di Grosso nel 2006.
Non l’hai ancora fatto ma ti immagini che arriverà la Madonna non appena gli avvicinerai il naso, non lo hai ancora portato alla bocca che ne prevedi un sorso strabiliante per intensità, progressione, distensione. Un finale sferzante e incantevole. Sei eccitatissimo.
Ti viene in mente quel luogo, quella collina, quel pezzettino di terra, quella vigna, quei filari – quelli più in alto -, quell’uva, quei grappoli, i migliori. Per non parlare di lui, il vignaiolo, il Poeta Contadino, la sua vocazione, dedizione, passione, amore, intransigenza in cantina. La sua rettitudine.
Davanti a te ti si schiude un mondo, è perfetto: l’annata del secolo, l’unico posto vocato al mondo, la migliore uva, un vino straordinario. Ti viene da pensare alla fittezza e l’eleganza del colore, a quell’immancabile sottobosco, alla setosita’ dei tannini, l’acidità che ne fortifica la schiena, ben dritta. Un quadro impressionante, un piccolo capolavoro, di quelli rari, e pensi sia irripetibile. Sì, mai annata fu migliore.
Sei pronto, stai ancora valutando se decantarlo o meno ma sei pronto. Tenerlo lì in bottiglia potrebbe regalarti sorsi ognuno un pelino più avvincente del precedente, caraffarlo un po’ più uniformi. Nell’indecisione lo tieni in bottiglia, un ultimo sguardo sul piano bianco ti convince.
Un ampio respiro ed è qui che alzi gli occhi, stai quasi per alzarti in piedi che ti accorgi che davanti a te non c’è più nessuno. Sono andati tutti via. Tutti. Solo, sei rimasto solo coi tuoi pensieri, con la tua bottiglia. Tu e lei. E speriamo che non si sia…girata.
© L’Arcante – riproduzione riservata
Time Out!
6 settembre 2013Non pensavo potesse accadere, almeno non a me. Sia chiaro, nemmeno un pelino in meno di amore, passione, curiosità, voglia di raccontare. Affiora però un timido accenno di stanchezza fisica (tanta) e mentale (pure) che unita a tanto così di rabbia fa sì che sia il caso di darsi una regolata e prendersi un periodo di riflessione. Quanto lungo non so…
Tre parole
2 settembre 2013
Capita di svegliarsi al mattino con un motivetto nelle orecchie. Capita che accendi la tv e la prima cosa che ti appare è la scena madre del Titanic. E quando metti mano alla correzione della carta dei vini vai a levar via ancora due tre gioielli dalla tua collezione. Ci pensi un po’ su e ti vengono in mente tre parole…
Lungo. E’ l’amplesso del manuale del sommelier. E’ la ragione di vita di chi scrive di vino, soprattutto di chi scrive di vino. Un rosso dal finale lungo è un po’ come ritrovarsi dinanzi alla scena dell’affondamento del Titanic¤: panico ovunque, l’orchestra che suona, la speranza che i soccorsi arrivino in tempo nonostante sia già tutto scritto da quasi cent’anni.
Non mi piacciono i vini ‘lunghi’ se monocordi e avvitati su se stessi. La confettura e l’alcol non sono poi tutto sto gran piacere. Mi fa impazzire invece un Riserva Ducale Oro 1985 di Ruffino che lo tieni nel bicchiere e che per almeno due ore ti manda al manicomio coi riconoscimenti e i sentori. E che sorso dopo sorso si distende, si allunga ogni volta dippiù e in maniera diversa. Una straordinaria esperienza pei sensi, un grandissimo esempio di come da quelle parti si sia persa la retta via da molto tempo.
Corto. E’ una parola che nel linguaggio comune dei degustatori seriali viene considerata con accezione negativa se non con vero e proprio senso spregiativo. Non è mica sempre così, o almeno non tutte le volte. Se bevo un Brunello di Montalcino oppure un Taurasi di chicchessia giusto per fare due nomi e mi viene da dire ‘corto’ allora val bene discuterne. Ma dinanzi a un rosato ma anche a un bianco d’annata, senza particolari velleità, quella stessa parola andrebbe soppesata e ben interpretata. O spiegata meglio.
Così non mi preoccupa affatto se il Rosalice 2012 di Felicia¤ è un vino che qualcuno potrebbe intendere ‘corto’. Anzi, siamo sicuri che certi vini debbono avere proprio tutto? Quel colore rosa appena sussurrato e quel bouquet tanto poco ruffiano mi è piaciuto molto, assolutamente fuori dal coro, ed il fatto che in bocca terminasse fresco e sapido e basta non mi ha particolarmente allarmato. Non è che sta proprio qui il successo dei rosè provenzali?
Pacioccone. Prometto di ritornarci su con maggiore cognizione. Di solito lo faccio dopo averci camminato le vigne, bevuto i vini coi produttori che è possibile incontrare, giusto per non dire cose campate in aria. Bolgheri non è più la El Dorado toscana, mi pare e i vini bolgheresi vanno mutando in cerca di una più precisa identità che non sia solo piaciona e confettata. In effetti basterebbe stappare qualche bottiglia di Sassicaia 2002 oppure Ornellaia 2000 per rendersi conto che i riferimenti ci sono sempre stati e che magari andavano studiati bene anziché copiaincollare a cazzo di cane. Due belle bevute di cui è superfluo tirare le fila ma che val bene ribadire a dieci anni e più dalla vendemmia. E non mi si venga più a dire che il duemiladue è stata un’annata disastrosa!
Liberamente ispirato a ‘Il Lungo, il Corto e il Pacioccone¤ – ©Zecchino d’Oro 1968.
Intervallo|Siamo tutti fritti!
7 agosto 2013E’ uno dei ricordi più vivi della mia adolescenza il fritto di mare. Mia madre, al sabato e alla domenica ci passava ore intere davanti a quella cucina a friggere merluzzi, triglie, suace, alici, sogliole per papà e miei fratelli di ritorno dalla pesca.
Che poi sino a qualche anno fa lungi dall’essere tra i miei piatti preferiti a tavola. Magari i calamari si, tondini a frotte, ma il pesce proprio no, mi scocciava sporcarmi le mani (e non dite che voi la frittura di pesce la mangiate con coltello e forchetta, vi prego, è abominevole!). Questo qui è il fritto di Pasquale Torrente¤, ‘Al Convento’ di Cetara.
Oggi me ne vado al mare, se trovo i doposci…
16 giugno 2013Entrando dal fruttivendolo noto subito delle bellissime pesche bianche. Chiedo quanto vengono al chilo e, se possibile, la loro provenienza. ‘Guardi, non saprei dirle, io tra l’altro sono Geometra, di frutta non ci capisco granché, ma vanno via a ‘due lire’ e col vino, come aperitivo – mi creda -, c’ho preso il diploma, ci stanno alla grande!’.
Avevo male a un dente. Un molare per la precisione. Un po’ di carie, ma soprattutto mancavo di fare una pulizia decente da qualche anno, insomma la solita abitudine a sottovalutare la prevenzione. Chiedo a un amico, Gerardo – un caro amico -, se conosce qualcuno che mi possa aiutare. Mi porta dall’avvocato: ‘scusa, ma che ci facciamo dall’Avvocato?’. ‘Non ti preoccupare: chillo è avvocato? E sta bene. Sa il fatto suo…, poi ci diamo una cassa di vino – quello ci capisce – e tutto si aggiusta!’
La mia macchina viaggia per i 204.000 chilometri. Peugeot 206, del ’99. Consuma un po’- olio soprattutto -, gli ho appena rinfrescato il motore con due litri, ieri l’altro. Da qualche settimana però mi fa le bizze, anzi, mi fischia. Saranno i freni, mi son detto. Sono i freni. ‘Uno di questi giorni sarai costretto a frenare coi piedi per terra, mi sfotte Nando (un amico). E portala a vedere da un Veterinario; quello che ci mette, dieci minuti, ci fa un check-up e via! Mo’ se preso pure il diploma…’.
Vabbè dai. Fermiamoci qui. Potrei continuare all’infinito. Si, sono tutti sommelier. E sono tutti i nuovi clienti del tuo ristorante e di questo dove lavoro io. Clienti, quelli di oggi, con la ‘C’ maiuscola: che conoscono, che bevono, che fanno i ‘laboratori’, i ‘seminari’, che sanno. Però, ogni tanto mi viene lo stesso da domandarmelo: ma che c’entra il Geometra, l’Avvocato, il Veterinaio, l’Assicuratore, l’Otorinolaringoiatra, il Segretario (comunale, amministrativo, con varie attitudini) col mio mestiere? E dire che hanno studiato, talvolta sono finissimi intellettuali, si sono dannati l’anima per non finire a fare, come me, il cameriere; e poi…
Eh già, quello che s’atteggia sarei io. Troppo serio. Anzi, ‘quello che si prende sul serio’. Ebbene si, è vero, io faccio il Sommelier. Solo quello so fare. Il Sommelier, solo quello mi va di fare. Seriamente!
Assente con giustifica
8 giugno 2013Non che siano mancati argomenti e bottiglie interessanti da segnalarvi, anzi, ma sono giorni davvero molto, molto intensi qui a Capri. Tra l’altro qualche giorno fa m’è pure venuta in mente una cosettina non da poco pensando di ricatalogare tutte e diecimila le bottiglie sistemate in cantina. E solo quelle per fortuna. A ‘bere’ assieme però ci torniamo presto, promesso. Capita ogni tanto di dover fare un lungo respiro…
Intervallo| Vorrei bere per cent’anni
6 giugno 2013Enrico Bernardo, il miglior sommelier del mondo… con cui è uno spasso andare a pesca!
19 Maggio 2013Finalmente ho conosciuto Enrico Bernardo: che splendida persona, che stile! Sarò franco, mi viene sempre difficile pensare ad un maestro o a un idolo per quanto mi riguarda; negli anni ho conosciuto tante persone che nella vita privata come nel lavoro mi hanno insegnato tanto e tanto hanno significato per me, per quello che sono oggi. Ma maestri no, sinceramente credo proprio di non averne avuti.
Uno dei riferimenti come sommelier in quanto tale però è certamente lui: sveglio, intelligente, non sgomita, non ama blaterare a vanvera e, soprattutto, non ricordo di averlo mai colto a sculettare :-). Ha classe e stile da vendere Enrico, l’ho ammirato a lungo in passato in alcune sue degustazioni e performance, di tanto in tanto preso appunti su quanto facesse in giro là in Francia. Ammirazione tanta, talvolta un pizzico di invidia pure, senza malizia però, o colpo ferire. Giovedì scorso, a Venezia¤, il piacere di condividere una splendida serata in occasione del gran galà Pommery Italia. Iniziata così, indimenticabile. Perché con uno come lui si potrebbe andare tranquillamente anche solo a pesca!
Pochi post per tanto lavoro
29 aprile 2013Aprile è un mese da sempre abbastanza tosto da far conciliare con gli impegni di questo blog con tutti voi lettori, che poi nonostante la poca ‘ciccia’ messa in rete in queste settimane non avete comunque mollato un attimo la presa. Che dire, grazie, grazie assai.
L’assenza di continuità di questi giorni è dovuta principalmente al tanto lavoro speso in cantina qui a Capri, a rimettere le cose in linea con i nostri standards e soprattutto con le aspettative di una stagione che si prefigura tra le più importanti degli ultimi anni. Un lavoro determinato che consentirà però di raccogliere buoni frutti sin da questa settimana; c’è infatti già tanta carne sul fuoco, nerboruta e succulenta, che fa poco fumo e tanto arrosto: c’è da raccontare di alcuni nuovi assaggi ma anche e soprattutto delle prime impressioni sulle nuove uscite degli ormai grandi classici, campani in primis. Stay tuned!
Intervallo. Torno subito…
14 aprile 2013Franco Biondi Santi, l’autentico gentiluomo
7 aprile 2013Così oggi se ne va, a 91 anni suonati, ‘l’ultimo fedele guardiano intransigente della tradizione del Brunello’, quel Franco Biondi Santi¤ da tutti quanti riconosciuto qual vero e autentico gentiluomo d’altri tempi. Appena due anni fa ne raccontammo qua¤, fu un momento a dir poco indimenticabile! R.I.P..
Buona Pasqua!
31 marzo 2013Tu chiamale se vuoi distrazioni… con Riserva
17 marzo 2013E’ chiaro che nulla cambia sulla sostanza della faccenda, il Coste 2008 dei Lonardo è un grandissimo vino, forse proprio lui il migliore tra i 64 vini assaggiati all’anteprima di Serino, con tutte le potenzialità per rimanere lì per tantissimi anni avanti.
Se ne sono accorti proprio tutti, ma soprattutto oltre oceano premiandolo giustamente con punteggi altissimi, quanto merita. Mi fa specie però che una critica¤ di tale ‘portata’ non verifichi particolari nella forma così importanti per quanto riguarda l’etichetta di un vino, presentandolo come Taurasi Riserva (come pure il gemello diverso Vigne d’Alto) quando in realtà non lo è. Semmai è un cru ‘annata’ che esce però sul mercato un po’ più in là rispetto agli altri, una selezione cui i Lonardo destinano – lo fanno da poco e solo nelle migliori annate¤ – la raccolta di quei grappoli migliori dalle vigne tutto intorno Taurasi, le ‘coste’ appunto.
Ma allora che è successo? C’è stata cattiva informazione in merito? A Taurasi Vendemmia¤ sicuramente no! Tutti i vini erano chiaramente esplicitati nelle due liste (una alla cieca ed una nominale) consegnate a ciascuno dei degustatori presenti. Per quanto riguarda Parker¤ invece si possono solo supporre probabili ‘giustificazioni’: i vini gli saranno stati presentati così magari dall’importatore cui s’è rivolto, con un po’ di confusione sulla traduzione dei termini Selezione, Riserva o Cru. Ma perché non approfondire la questione vista poi l’altissima valutazione?
Insomma, per farla breve e venire al dunque, è chiaro che il fissato sono solo io, ci mancherebbe, ma si trascura un effetto ahimè non proprio trascurabile di un certo modo di fare: una critica così autorevole e seguita, si rivolge ad una platea ampia che, nonostante i luoghi comuni tendono a liquidare frettolosamente come ‘internazionale’ e disinteressata a certi vini di spiccata personalità è invece particolarmente attenta ed esigente, ha passione e non di meno disponibilità tali da spostare sensibilmente i consumi. Ma possiede di sovente anche il piglio e la spocchia necessari per mandarti indietro una bottiglia dove non c’è scritto sopra Taurasi Riserva Coste come si aspetta di trovare. E non sarà certo Parker ad aver sbagliato!
Taurasi Vendemmia 2013| Una critica autorevole
12 marzo 2013Non si dica che la manifestazione non sia guardata con sempre maggiore attenzione da parte dei giornalisti del vino di un certo spessore. Mi è parso, anzi, piuttosto ispirato il parterre di questa edizione 2013 di Taurasi Vendemmia¤, cui ho avuto ancora una volta il piacere di prendere parte. Ispirato e pure di un certo respiro ‘internazionale’ quest’anno.
Alla sempre nutrita schiera di giornalisti e blogger italiani si è unito quest’anno anche Daniele Cernilli¤, senza dubbio tra i palati più fini in circolazione. Come sempre molto appassionato invece Carlo Macchi¤, come del resto Gigi Brozzoni del Seminario Veronelli, Monica Coluccia¤ di Bibenda e tanti altri ancora particolarmente accorti nel seguire da vicino le vicende dell’aglianico, dell’Irpinia e della Campania tutta.
A guardare poi attentamente in giro, davvero suggestivi gli accrediti ai giornalisti stranieri. Mi confermano che c’erano, nell’ordine: Benjamin Weinberg¤ di In Vino Veritas – Usa, Tom Maresca¤ di Decanter – Usa, Tom Hyland¤ di The World of Fine Wine, Sommelier Journal e Decanter – Usa, Anders Levander di Livets Goda dalla Svezia, Kuba Janicki¤ dalla Polonia, Wolfgang Schedelberger di Gast.at dall’Austria e Walter Speller¤ per Jancis Robinson blog.
Embè, non so se ne abbiano contezza i produttori, e più in generale il territorio, di quanto sia una rara opportunità una così qualificata finestra sul mondo. Io però una parolina di entusiasmo per chi ci sta mettendo la faccia e tanto duro lavoro di comunicazione in tutto questo la spenderei a prescindere. Forza e complimenti ragazzi, avanti così!























Comment Card
23 giugno 2013Certi giorni metti assieme tante di quelle ore di lavoro che nemmeno ti accorgi che giorno è. Poi però ti rendi conto che è così che deve andare.
Le tue 12/13 ore (di media) non saranno mai paragonabili alle 15/16 necessarie per arrivare e tornare – chennesò – dalle parti del Quebec, in Canada. E conta poco o nulla chi fosse in servizio quella sera: quel sorriso carico di soddisfazione, quelle calorose strette di mano, quegli abbracci ripetuti, sinceri, sono per tutti. E di tutti! Nero su bianco. 🙂
Condividi:
Tag:anacapri, camerieri, capri palace hotle, comment card, commenti dei clienti, complimenti allo staff, due stelle michelin, isola di capri, l'olivo, recensioni, servizio in sala, sommelier
Pubblicato su FATTI, PERSONE, Pensieri e Parole | Leave a Comment »