25 Aprile 2020, io resto libero

25 aprile 2020 by


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Del Blauburgunder 2015 di Martin e Marlies Abraham

23 aprile 2020 by

Abbiamo in Italia, da nord a sud, un patrimonio vitivinicolo straordinario e vignaioli capaci di rendere eccezionale ogni singolo sorso di vino, proprio come in questo caso, davanti al Pinot Nero duemilaquindici di Martin e Marlies Abraham¤.

Non è difficile capire perché proprio il Pinot Nero sia la varietà che più affascina certi produttori e sommelier di tutto il mondo, quella che più di ogni altra costituisce motivo di sfida e che in certi luoghi riesce ad esprimere vini capaci di sensazioni davvero uniche, vini talvolta superlativi e immortali.

Non deve essere stato diverso per Martin e Marlies Abraham, giovani viticoltori altoatesini che sin dai loro primi passi nel 2011, hanno subito raccolto il significato più profondo della tradizione famigliare sapendoci costruire sopra il proprio futuro, spingendosi ben oltre il compitino da manuale che pur avrebbero potuto permettersi nella loro Appiano, terra vocatissima per il vino, dove il Pinot Nero viene coltivato da ben oltre 150 anni, su terreni calcareo-argillosi, con cloni molto vicini alle varietà borgognoni con grappoli particolarmente compatti ed acini di piccole dimensioni.

Gli Abraham fanno una viticoltura pienamente sostenibile, impiegando esclusivamente metodi biologici e concimazioni naturali, a cui s’aggiunge tanto lavoro a mano in vigna ed un manico ”purista” in cantina, lasciando ai vini fermentazioni spontanee su propri lieviti ed un lungo tempo di maturazione in legno e in bottiglia prima di presentarsi sul mercato. Questo per i vini bianchi come per i vini rossi.

Il Blauburgunder duemilaquindici ha uno splendido colore rosso rubino trasparente, più ”leggero” sull’unghia del vino nel bicchiere. Al naso è inizialmente scontroso, chiuso, ha necessità del suo tempo per aprirsi, rivelarsi, un po’ come entrare in una stanza lasciata chiusa per qualche periodo che richiede un po’ di tempo per riconsegnarci la sua memoria; ne viene poi fuori, infatti, un quadro olfattivo molto interessante, arrivano sentori di lamponi, amarene ma anche note di sottobosco, spezie fini e pietra focaia. Il sorso è avvincente e pieno, vigoroso e ben tessuto, fresco e appena tannico, di raro equilibrio gustativo nonostante il 14% di alcol in volume in etichetta. E’ senz’altro uno dei migliori assaggi dell’anno!

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C’è il profumo invitante della primavera nello Champagne Blanc de Blancs s.a. di Alain Thiénot

15 aprile 2020 by

Si assiste negli ultimi anni ad un sempre crescente successo dello Champagne in tutto il mondo, i grandi marchi sono stati affiancati nel frattempo da innumerevoli piccole etichette di varia connotazione che in molti casi hanno saputo ben ritagliarsi il proprio spazio sul mercato e in particolar modo tra gli appassionati più attenti.

Abbiamo quindi imparato a ”leggere” e apprezzare etichette di cuvée delle più differenti, i grandi numeri sono certamente rimasti appannaggio delle grandi Maisons che per la verità continuano a fare il bello e cattivo tempo nel mondo ma anche nella stessa regione dove, giusto nel mezzo, cioè tra questi mostri sacri e i tanti cosiddetti ”piccoli” Negociant e/o Manipulànt della new wave, hanno saputo consacrarsi, con grande slancio, anche alcuni nomi non nuovi ma di sicuro affidamento proprio come Alain Thiénot, già stimato e apprezzato commerciante di vini nonché profondo conoscitore dell’area, che nel 1985 ha avviato la sua straordinaria cavalcata tirando su un’azienda tutta sua, affidata poi nelle mani dei figli Stanislas e Garance, oggi tra le più apprezzate della Champagne.

Il suo Blanc de blancs s.a. è l’asso di cuori da giocare nel momento più opportuno, non solo durante i momenti di festa. Si tratta di un vino composto per l’80% di vini Riserva ai quali viene aggiunto un 20% di vini d’annata. Stiamo parlando di Chardonnay provenienti dagli areali maggiormente vocati di Avize e Vertus sul versante sud della Cote des blancs e più a nord da Villers-Marmery, verso la Montagna di Reims, qui dove la famiglia Thiénot, da oltre 30 anni tira fuori grandi vini per le sue cuvée più prestigiose tra le quali il millesimato Vigne aux Gamins e l’assemblaggio di millesimati Cuvée Stanislas.

Uno Champagne sans année davvero notevole, e questo nuovo assaggio lo conferma a pieno: di colore paglierino carico e brillante, una volta nel bicchiere è subito invitante e coinvolgente, con una spuma delicatissima, e bolle fini e regolari, intense, persistenti. Il naso rivela immediatamente tutta la sua anima verticale e aristocratica, è intrigante, vi si colgono sentori finissimi e vibranti di agrumi di limone e pompelmo, emerge nel bicchiere il profumo invitante della primavera, certe caratteristiche note floreali e di fragrante pasticceria. Il sorso è un tripudio di freschezza minerale, asciutto e generoso, teso il giusto, accompagnato nella beva da una carbonica misurata e un finale di bocca citrino e sapido.

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Prêt à boire, Les Grands Charrons 2017 Michel Bouzereau

14 aprile 2020 by

Collocato nel cuore della Borgogna, proprio al centro della Côte de Beaune, tra Volnay a nord e Puligny Montrachet a sud, l’areale di Meursault rappresenta un territorio di grande suggestione dove nascono vini bianchi di spessore e di notevole profilo organolettico, espressi a più livelli qualitativi.

Qui dove lo Chardonnay si prende rapidamente la scena, pur senza Grands Crus da annoverare, non mancano Premiers Crus che hanno saputo segnare la storia territoriale di questi luoghi straordinari, si pensi ad esempio a Climat come Les Perrières, Les Porusots (Poruzots), giusto per citarne alcuni tra i più celebri con Les Genevrières, forse il più rappresentativo tra tutti i vini di Meursault, capace di dare vini superiori per complessità e finezza, in grado di sfidare tranquillamente il tempo, non a caso, in certe annate, paragonati ai grandi vini di Montrachet.

Tutto intorno dei ”lieux-dits” in carico all’appellation communale sempre molto interessanti tra cui senz’altro questo Les Grands Charrons, una vigna appena fuori il centro di Meursault di cui i Bouzereau detengono circa 1 ettaro e mezzo; è un nome abbastanza nuovo quello di Jean-Baptiste Bouzereau sulla scena borgognona, ma che sembra abbia saputo farsi largo a suon di uscite di tutto rispetto, con una produzione medio-piccola, che non supera mai le 60-70.000 bottiglie complessive, ma con uno stile preciso, sempre intrigante e convincente, con il frutto in primo piano e senza sovrastrutture inutili.

L’azienda conta nel complesso circa 12 ettari di cui ben 9 a Chardonnay e Aligoté divisi tra Meursault e Puligny-Montrachet e la restante parte in terra di Pinot Noir tra Volnay e Beaune; quelli di Jean-Baptiste sono vini precisi, fieri e pieni di tensione gustativa, che in qualche caso possono aver bisogno del loro tempo per rivelarsi del tutto, i rossi in particolare, ma non in questo caso: Les Grands Charrons duemiladiciassette è uno Chardonnay in purezza, fermentato con lieviti indigeni, lasciato in barrique per circa un anno e poi finito in acciaio per almeno 4 mesi prima dell’imbottigliamento.

Ne viene fuori un bianco dal colore paglia luminoso, subito invitante al naso con un bel corollario di frutta a polpa gialla e agrumi, sa di pesca, nespola e buccia di limone, ma anche rosa e ginestra e un sentore piacevolmente balsamico. Il sorso è pieno di frutto, asciutto e morbido, sostenuto da una piacevole freschezza gustativa e sul finale di bocca da spiccata sapidità. E’ senza dubbio un bianco di grande piacevolezza, prêt à boire verrebbe da dire, anche se non c’è assolutamente da preoccuparsi laddove capiti, malauguratamente, di dimenticarselo per qualche tempo in cantina.

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Riprenderci il passato per conquistare il futuro

12 aprile 2020 by

Non sono mancate nelle ultime settimane innumerevoli analisi e teorie alla base di questa tremenda emergenza sanitaria mondiale dentro la quale sembrano essersi smarrite tutte le certezze e le sicurezze che ognuno, ovunque nel mondo, sembrava certo di poter mantenere indipendentemente da cosa accadesse in giro nel mondo.

Sino a che non mi tocca, non mi riguarda, si pensava. Così non è, così non è mai stato. Si è fatto quindi largo sin dalle prime battute un grande spirito di ottimismo, #andràtuttobene è diventato velocemente lo slogan dietro al quale tutti, ovunque in Italia e negli altri paesi colpiti dal Covid-19, ci siamo velocemente ritrovati, uno slogan dal suono matrigno, quasi ancestrale: un hashtag, tre parole tre, unite da un grande arcobaleno e piene di significato.

Ma andrà-tutto-bene? Ecco, restando a quel che più ci compete e ci appassiona, parliamo di vino e cibo da queste parti, senza entrare nel merito economico e politico, men che meno in quello sanitario visto il numero di analisti, statisti e scienziati che sin dalle prime battute di questa emergenza hanno visto bruciare i loro studi, le loro proiezioni, le loro certezze in men che non si dica, mi piacerebbe, più semplicemente, riportare su queste pagine una personale breve riflessione, ma non su quello che ci aspetta domani – davvero si pensa che ci sia qualcuno capace realmente di farlo? – bensì su come ci siamo potuti ritrovare a questo punto, a questo preciso momento storico, evidentemente nudi davanti alla realtà.

In principio l’obiettivo era proporsi al mercato, conquistare spazio, con qualità e professionalità. Un vino con una storia da raccontare, quel vitigno unico, un territorio preciso, le persone giuste, le storie famigliari. Un prodotto o un cibo da preservare, promuovere a nuova vita, rilanciare la sua storia, il valore della sua tipicità, delle persone capaci di tramandarne la tradizione. Così un posto, un’Azienda, un Negozio, una Trattoria, un Ristorante, un’Osteria, una Pizzeria con delle idee chiare nel costruire una storia, un piano di sviluppo, un progetto da seguire per affermare dei valori concreti e non, soltanto, dei numeri, avevano tutti, ognuno, il proprio spazio dove proporsi sul mercato, dove costruire relazioni, legami, il proprio futuro.

Poi è arrivata la globalizzazione, non una parola qualsiasi ma quel fenomeno basato sull’intensificazione degli scambi e degli investimenti internazionali su scala mondiale che, a partire dalla fine del XX secolo è diventato un mantra tanto inarrestabile dal creare sempre maggiore interdipendenza tra le economie nazionali ma anche e soprattutto sociali, culturali, politiche e tecnologiche con i suoi innumerevoli effetti positivi ma anche, inevitabilmente, con enormi strascichi negativi sul breve e lungo termine.

Abbiamo così inseguito la velocità delle comunicazioni e della circolazione delle informazioni, una nuova grande opportunità di crescita per chiunque avesse carte da giocarsi, e da un punto di vista strettamente economico un trampolino di lancio incredibile per alcuni paesi a lungo rimasti ai margini dello sviluppo economico mondiale, vedi ad esempio proprio paesi come la Cina o l’India, con benefici sostanziali di cui poi tutti abbiamo potuto godere direttamente o indirettamente, vedi la riduzione dei costi di tantissimi prodotti grazie all’incremento della concorrenza commerciale da questo momento da considerare su scala planetaria.

Abbiamo però continuato a trascurare gli aspetti negativi, sottovalutandoli, e probabilmente continueremo a farlo: lo sfruttamento, il degrado ambientale, l’aumento delle disparità sociali, la perdita delle identità locali, in qualche caso la riduzione delle sovranità nazionali e le autonomie delle economie locali. La sovrabbondanza di conquiste ci ha talmente abbagliati che non ci ha fatto cogliere a pieno il reale costo della cessione di tutte queste libertà, un eccesso di fiducia in questa straordinaria onda economica che più che renderci sazi ci ha resi obesi e ciechi.

Sul tema strettamente enogastronomico le influenze e le deficienze sono sotto gli occhi di tutti. Il vino ha vissuto momenti di grande slancio economico rilanciando interi territori, creandone dei nuovi e affermando nuove tendenze, qui l’eccesso è stato però puntare a stravolgere ben oltre quanto sia stato valorizzato, con molti protagonisti votati più a fare e imbottigliare di tutto, anziché specializzarsi, pur di levare spazio e quote di mercato ad altri, ed anche tante piccole realtà non sono certo passate indenni dal vino Rosato o lo Spumante pur di avere una referenza in più in catalogo, disperdendo il più delle volte valori e capitali.

Un crack ancora più evidente nella ristorazione, in un paese di grande storia e tradizione culinaria, con un patrimonio incredibile di materie prime e produzioni alimentari che nessun altro paese al mondo può vantare. Abbiamo ceduto con incredibile velocità alla globalizzazione, disperdendo altrettanto velocemente un patrimonio enorme, quello delle Osterie, delle Trattorie, finanche delle Pizzerie sino a pochi anni fa e dei Ristoranti che hanno fatto scuola per decenni nel nostro paese, ognuno con la propria storia identitaria, una vocazione precisa, imitati e replicati – anche in maniera grottesca se vogliamo, ma genuina – ovunque nel mondo, formando cuochi e camerieri che hanno segnato profondamente la storia dell’ospitalità e dell’accoglienza italiana. Un crack che abbiamo accettato scientemente, certificandolo ridimensionando un po’ alla volta le storie dietro questi straordinari luoghi della memoria.

Sbaglia chi pensa che lo abbiamo fatto cedendo ai ristoranti cinesi, alla cucina giapponese, ai locali etnici. Sbaglia chi è certo che andava fermato lo straniero, il Kebab o il Ceviche. O almeno in parte. Il reale declino si è acuito quando abbiamo cominciato a pensare che le Osterie potessero fare bene anche a proporre Kebab o Sushi, che le Trattorie diventassero, come poi anche le Pizzerie, avamposti Gourmet a basso costo purché forniti di una cantina di tutto rispetto, mentre i Ristoranti, in quanto balocchi ed elevati nel nome dello chef, non necessariamente con una storia, potessero ambire legittimamente non più, non solo, al sogno Stellato da costruire anno dopo anno ma puntare, a suon di fragorosi gingilli e senza limiti temporali, al firmamento planetario.

Ecco, non è forse questo rincorrere modelli drogati e volti prevalentemente a levare agli altri spazio e sostanza che ci ha di fatto disorientati e privati di riferimenti? Nel nome della domanda l’offerta enogastronomica si è talmente globalizzata sino a smarrire identità. Più che domandarsi quindi se #andràtuttobene sarebbe forse il caso di ripartire da qui: riprenderci il passato per conquistare il futuro.

Questo articolo è stato pubblicato su Luciano Pignataro Wineblog.

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La rivincita del Greco di Tufo passa anche dal Giallo d’Arles 2018 di Quintodecimo

10 aprile 2020 by

Ad Arles van Gogh aveva scoperto la luce, la potenza del sole, l’importanza del giallo capace di esprimere nei suoi dipinti tutta la profondità della sua arte. Ad Arles, nella sua ”La camera di Arles¤” dell’ottobre 1888, Vincent van Gogh allenta finalmente le briglie della sua abilità tecnica lasciando vibrare tutto il suo straordinario talento: niente più puntini, niente più tratteggi, niente, solo colori in armonia. Ed è proprio qui che il suo giallo diviene davvero particolare, un giallo unico, preludio del rosso, il Giallo d’Arles…

Il Greco di Tufo è forse il vino bianco più rappresentativo della Campania, tra i primi, già negli anni ’70 a fregiarsi della doc e a varcare la soglia regionale e sbarcare così in tutto il mondo. Tutto nasce in un territorio abbastanza circoscritto in provincia di Avellino, siamo in Irpinia, dove sono infatti solo 8 i comuni ammessi alla produzione del Greco di Tufo: oltre a Tufo, che dà anche il nome alla denominazione, oggi docg, vi rientrano Altavilla Irpina, Chianche, Montefusco, Prata di Principato Ultra, Petruro Irpino, Santa Paolina e Torrioni.

Il protagonista è quindi il Greco, un vitigno abbastanza complicato da coltivare ma soprattutto di difficile gestione in cantina: ha generalmente un grappolo compatto, buccia sottile, un ciclo vegetativo piuttosto lungo, nulla di più complesso da gestire in vigna soprattutto con le attuali condizioni climatiche estremamente variabili che sembrano promuovere attacchi parassitari, muffe e deficit di maturazione dell’uva. Che poi da molti tecnici viene considerato un rosso vestito di bianco, per la cura e le attenzioni che richiede anche in vinificazione, con mosti sempre molto ricchi, contraddistinti da spiccata acidità, generalmente caratterizzati da un colore cupo che varia tra il bruno e il marrone, peraltro particolarmente sensibili all’ossigeno e alle filtrazioni che già di loro incidono considerevolmente nella piena salvaguardia del patrimonio organolettico di un vino.

Anche per questo molti vini vengono generalmente vinificati e affinati esclusivamente in acciaio, così da limitare le movimentazioni delle masse in cantina e preservarne così, il più a lungo possibile, soprattutto l’integrità aromatica e la freschezza gustativa a discapito forse di operazioni che ne favoriscano la struttura e magari un più ampio potenziale espressivo. Una visione questa che non ci sentiamo certo di condannare, che ha però indubbiamente tenuto a freno per molti anni il reale potenziale di questo vitigno e questo straordinario territorio lasciando nel tempo emergere altre varietà e altri vini bianchi campani che si sono poi velocemente imposti sul mercato.

Pensiamo al successo, a tratti abbagliante, del Fiano di Avellino, vino che ha vissuto con grande slancio due decenni pieni di successi, tra gli anni novanta/duemila e poi, ancora, in quelli successivi il duemiladieci, allargando di parecchio la sua ombra proprio sul Greco, non fosse altro per la contigua provenienza territoriale irpina; più recentemente, per citarne ancora uno di esempio, anche la Falanghina ha saputo ben affermarsi, con i numeri del Sannio e la tipicità dei Campi Flegrei, sottraendo anche in questo caso fette di mercato un po’ a tutti gli altri vini bianchi campani sulla scena.

Ma il Greco sa essere molto altro, se appare infatti timido e dimesso nei suoi primi anni, con buone velleità evolutive per 4/5 anni, diviene praticamente immortale quando viene interpretato al meglio, a partire certo dalla vigna, non senza passare però da una fase di lavorazione che richiede accortezza, conoscenza e mezzi tecnici in cantina affinché a finire in bottiglia ci arrivi solo il meglio, tirando fuori così vini con profumi ampi e suggestivi e un sapore intenso e sempre coinvolgente, dal respiro originale, profondamente gratificante nella beva, proprio come ci ha abituato, tra gli altri, anche Luigi Moio nelle sue raffinate ”letture”, ogni anno sempre più affascinanti e stimolanti.

Questo di Quintodecimo è un vero e proprio Cru prodotto con le uve provenienti dalla tenuta del Giallo d’Arles di Tufo, 12 ettari piantati tutti a Greco, allevati a Guyot, da dove ci sembra venire fuori, con questo duemiladiciotto, una delle più autentiche loro versioni di Greco di Tufo degli ultimi anni; un vino dal colore luminoso e invitante, che sa di pesca gialla e pompelmo, di caprifoglio e citronella, dove emergono perentorie il frutto e il territorio, proprio grazie alle abilità tecniche¤, la profonda conoscenza del territorio e del varietale, l’uso intelligente e misurato del legno, che consentono a Moio di portare in bottiglia tutta l’anima e l’energia di questo pezzo d’Irpinia, intessuti, potremmo dire, senza più puntini, niente più tratteggi, nessuna sovrastruttura ma solo grande armonia, come fossero un lungo e prezioso filo ritorto del bisso!

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Quiche con spinaci e provola di Bufala affumicata

6 aprile 2020 by

Ingredienti per 4 persone:

  • 1 rotolo di pasta brisée* da 230gr
  • 300gr di spinaci freschi
  • 2 uova (per intero)
  • 250gr di ricotta Romana
  • 200ml di panna da cucina
  • 120gr di Provola di Bufala affumicata
  • 80gr di Parmigiano Reggiano 30 mesi
  • Sale q.b.

Preparazione: Mondate e lavate per bene gli spinaci e lessateli in una padella, a fuoco lento; a cottura ultimata lasciate raffreddare. A parte preparate un ruoto della medesima capacità del rotolo di sfoglia, già arrotolata su carta da forno, stendetevi lentamente la sfoglia assicurandovi che almeno 1cm e mezzo del bordo resti tutto intorno per contenere la farcitura.

Preparate quindi l’impasto: in una boule d’acciaio tagliate grossolanamente gli spinaci, il sale q.b., la panna e la ricotta; mescolate il tutto sino ad amalgamare per bene gli ingredienti. Unitevi quindi le uova, il Parmigiano e aggiustate di sale, rimestando sino ad ottenere un impasto omogeneo e fluido.

A questo punto versate tutto l’impasto nel ruoto con la sfoglia, sistemate per bene tutto intorno il bordo della sfoglia pizzicandola dove serve per contenere per bene la farcia, tagliate quindi a dadini la provola affumicata e sistematela qua e là nel ruoto. Portate il forno a 190° ed infornate per circa 35 minuti. A cottura ultimata lasciate raffreddare qualche minuto prima di portarla in tavola!

* Abbiamo utilizzato Buitoni®, i cui ingredienti sono farina di frumento, oli e grassi vegetali non idrogenati (palma, colza), acqua, succo di limone concentrato, alcol, sale, concentrati vegetali e di frutta (carota, mela, limone).

⇒ Tabella Allergeni Completa Qui.

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L’ultima verità di Raffaele Moccia è nell’ultimo bicchiere di Vigna del Pino 2017 di Agnanum

4 aprile 2020 by

‘’Vitigno o Denominazione’’? Il territorio flegreo è da sempre ben inteso come la culla della Falanghina e del Piedirosso, due varietali autoctoni straordinari che qui assumono caratteristiche e tipicità così uniche tanto dall’essere irripetibili altrove; vitigni per questo giustamente in primo piano anche sulle etichette che tutti abbiamo ormai imparato a conoscere ed apprezzare.

La risposta è come sempre nelle bottiglie, come prova a raccontarci anche quest’ultima uscita di Vigna del Pino duemiladiciassette di Raffaele Moccia, un bianco suggestivo e coinvolgente nonostante l’annata particolarmente difficile da queste parti, con un andamento altalenante, finanche siccitosa e avara di frutti, che ben rappresenta però tutto lo straordinario potenziale espressivo ed evolutivo del vitigno ma anche, soprattutto, i tratti caratteriali di un territorio unico ed eccezionale e quelli del vignaiolo flegreo che strenuamente lotta in difesa della sua terra.

L’azienda è a due passi dal centro metropolitano di Napoli, oggi con 13 ettari di vigne che accostano l’oasi naturale del Cratere degli Astroni, vigne vecchie di 40 e 60 anni e nuovi impianti che dal versante napoletano si allungano sino alle Coste di Agnano che affacciano sul mare nel comune di Pozzuoli. La terra qui è sottile e sciolta, profondamente caratterizzata da lapilli e sabbie vulcaniche, elementi questi che ritroviamo a più livelli nella composizione organolettica dei vini flegrei, in quelli di Raffaele Moccia in particolar modo.

Vigna del Pino rimane il suo piccolo capolavoro, un cru di Falanghina prodotto in appena un migliaio di bottiglie. Il duemiladiciassette è un bianco buono a bersi subito, celebrazione di un varietale presente in molti territori in Campania e al sud ma che proprio qui, nei Campi Flegrei, in questi scorci metropolitani dove la terra è matrigna e ardente, e si avvantaggia della vicinanza del mare, regala vini che sembrano conquistare significativa complessità, ampiezza e profondità gustativa particolarmente distintive.

Nel bicchiere ci arriva un vino bianco dal colore giallo paglia luminoso, fitto al naso, largo in bocca. Un vino ricco di frutto, pieno di maturità espressiva, vi si colgono anzitutto profumo di gelsi e albicocca matura ma anche sensazioni più sottili di macchia mediterranea, zenzero e pietra focaia. Il sorso è deciso, potremmo definirlo sgraziato, a suo modo però pienamente riconoscibile e gratificante, fresco e piuttosto sapido. Vitigno o Denominazione quindi? La risposta di Raffaele Moccia, la sua verità, è nell’ultimo bicchiere di Vigna del Pino 2017 di Agnanum.

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Casale di Carinola, Falerno del Massico rosso 1880 2016 Bianchini Rossetti

28 marzo 2020 by

L’areale della doc Falerno del Massico ha ”confini” ben chiari al giorno d’oggi, pur tuttavia non è affatto semplice riassumerne per intero una zonazione efficace di tale distretto senza entrare a fondo nelle maglie di un territorio eterogeneo che, oltretutto, gravita attorno al massiccio del Monte Massico facendo sì che si passi da terreni pedemontani a luoghi collinari – con tutte le implicazioni pedoclimatiche del caso -, sino ad arrivare letteralmente al mare.

Quando siamo arrivati qui la prima volta, ormai dieci anni fa, con Tony tra le prime cose che abbiamo fatto subito dopo le presentazioni di rito è stato raggiungere immediatamente le sue vigne, in particolare quelle sulla collina di San Paolo, a Carinola; un luogo di una suggestione unica, non solo perché si annovera negli annali che fu proprio questa una delle ultime tappe del Santo martire sulla via per Roma, ma anche perché in quel preciso questo momento della stagione, era novembre del 2010, il vigneto, con i suoi filari imbruniti e rossicci offrivano un bellissimo colpo d’occhio di colori, assolutamente imperdibile! Come se non bastasse, rimanemmo rapiti da un panorama sull’orizzonte infinito, che in quei giorni tersi si apriva alla vista addirittura delle isole del golfo, Ischia ma anche Procida e Ventotene.

A Carinola e nei suoi dintorni oggi insistono 26 ettari coltivati con Aglianico, Piedirosso e Falanghina, qui il vigneto sembra essere più omogeneo rispetti agli altri comuni della doc, piantato perlopiù su tufo e argille; di questi sono 4 gli ettari di proprietà della famiglia Rossetti che è qui da oltre tre generazioni, l’azienda produce Falerno del Massico con solo uve di proprietà provenienti in larga parte proprio dal rilievo di San Paolo, nel comune di Casale di Carinola.

I protagonisti di questa bella storia di resilienza sono Tony Rossetti e l’instancabile Zio Francesco, artefici dell’ultimo rinnovamento aziendale oggi alle prese con la loro attività con una filosofia semplice e chiara: produrre vini di qualità nel pieno rispetto del territorio, con interventi misurati e sostenibili in vigna ed un lavoro accorto ed essenziale in cantina nelle varie fasi di produzione. Una cantina piccola e suggestiva dove, tra le altre, Tony ama conservare oltre alle sue bottiglie anche un piccolo archivio storico di altri produttori dell’Ager Falernus, a memoria futura.

Tornando ai vini, i pochi filari di Falanghina danno vita oggi a un Falerno del Massico bianco giovane e persuasivo, caratterizzato da profumi tenui e varietali e dal gusto asciutto e sapido, da apprezzare proprio adesso in questa sua veste sfrontata. Non ricordiamo invece di questo Falerno del Massico rosso 1880 una versione così franca e priva di qualsivoglia sbavatura come la duemilasedici, in cui spiccano il frutto, la vivacità e la gradevole acidità che infondono il palato di una piacevole sensazione di bontà e freschezza gustativa; è un rosso in piena rampa di lancio, in grande forma, dal colore rubino vivace e un naso fierissimo, pieno di sottili rimandi floreali e fruttati che fanno dei due varietali Aglianico e Piedirosso espressione unica di questa meravigliosa terra di Falerno!

Leggi anche Casale di Carinola, il sogno di Tony Rossetti Qui.

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Terzigno, Lacryma Christi del Vesuvio bianco Vigna del Vulcano 2014 Villa Dora

26 marzo 2020 by

E’ un territorio straordinario quello dentro e tutto intorno il Parco Nazionale del Vesuvio¤, è un concentrato di ricchezze naturalistiche, storia della vulcanologia, paesaggi mozzafiato, coltivazioni secolari e tradizioni che rendono l’area vesuviana uno dei luoghi più affascinanti e tra i più visitati al mondo.

E’ questa la culla del Lacryma Christi del Vesuvio, dell’uva Coda di volpe e della Falanghina, della Catalanesca e del Piedirosso, dello Sciascinoso e dell’Aglianico. Qui, a Terzigno, ai piedi del parco del Vesuvio, la porta sul vulcano tra i più visitati al mondo, c’è Villa Dora, l’azienda fondata dalla famiglia Ambrosio nel 1997 che sin dai suoi primi passi ha sempre confidato nel valore assoluto della salvaguardia del proprio territorio e consegnato nelle mani del tempo i suoi vini per lasciarne disvelare, con lentezza, con efficacia, la più alta espressione enologica.

Un’oasi di otto ettari di vigneto di età media di 30 anni e cinque di oliveto con alberi di quasi cento anni, non lontana dalla costa tirrenica che da qui è distante appena una dozzina di km; i terreni godono di esposizioni che volgono a sud-ovest e in alcuni punti raggiungono altitudini sino ai 250 mt s.l.m., circondati da una cornice di pini secolari, ginestre, giardini con rose e piante ornamentali, con tutto intorno un fitto corollario di arbusti e macchia mediterranea.

Le vigne qui si avvantaggiano tra l’altro di un’ambiente a dir poco unico nel suo genere, con terreni di natura vulcanica dove pomici e lapilli abbondano e dove le terre sono scure come la notte, dove insistono importanti escursioni termiche e le uve, tutte autoctone, vengono gestite con rigidi protocolli biologici e danno vita a vini originali, difficilmente ripetibili altrove, particolarmente longevi e ricchi di personalità.

Ne è testimonianza questo splendido Vigna del Vulcano duemilaquattordici, così giovane, vibrante e fresco! Non sorprende infatti il colore, oro puro, luminoso, con ancora acceni paglia sull’unghia del vino nel bicchiere; il naso ha bisogno di un po’ di tempo per rivelarsi del tutto ma il quadro olfattivo che ne viene fuori è affascinante e prezioso: fiori, frutta, erbette, spezie fanno da controcanto ad un sorso sottile, caldo e al tempo stesso intriso di freschezza, vi si colgono piacevoli rimandi a ginestra, corbezzolo, camomilla, albicocca, zenzero, polvere lavica, mentre in bocca si fanno subito largo sensazioni gustative che palesano stoffa e carattere minerale. Più che di Coda di Volpe e Falanghina è quanto mai opportuno raccontare di territorio, anzi, del Vesuvio!

Leggi anche Terzigno, Lacryma Christi rosso Gelsonero 2014 Villa Dora Qui.

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Comfort Wines, Chianti Gratena 2017 Fattoria di Gratena

25 marzo 2020 by

Come per i ”Comfort Foods” ovvero quei cibi a cui ricorriamo talvolta per soddisfare un bisogno emotivo alla ricerca di sapori consolatori, stimolanti e spesso nostalgici, così vi sono i ”Comfort Wines”, vale a dire bottiglie sicure, di solito appaganti, vini che continuano ad essere tra i più venduti sul mercato e consumati in Osterie, Wine Bar, Ristoranti e ultimamente finanche in Pizzerie, con grande successo soprattutto al calice.

Il Chianti Gratena in tal senso è una piacevole conferma e ci piace l’idea di collocarlo di diritto tra questi vini sicuri da non farsi mai mancare, etichetta che ci rimette in pace con una delle denominazioni più bistrattate che annoveriamo in Italia, dietro la quale si possono nascondere talvolta magre delusioni e bottiglie il più delle volte scontate e prive di quella riconoscibilità, di quel carattere autentico che ci si aspetta invece da una denominazione dalla grande storia, famosa in tutto il mondo per il suo territorio straordinario pur nella sua estrema eterogeneità. Per fortuna, ci viene da dire, riesce ancora a sorprendere e a conquistare.

Qui siamo a Gratena, nel comune di Pieve a Maiano, in provincia di Arezzo, in area Chianti docg. L’azienda è biologica dal 1994, stiamo parlando di 180 ettari di cui 17 a vigneto e 1600 olivi tutti gestiti in maniera sostenibile e quanto più naturale possibile, con concimazioni con letame, trattamenti con solo rame e zolfo, vendemmia esclusivamente manuale. Di questa splendida realtà ne abbiamo scritto, tra i primi, già qualche anno fa¤, rimanemmo particolarmente colpiti proprio da questa etichetta annata duemilatredici: un rosso tanto sincero quanto disarmante, con tanta frutta già al primo naso e un sorso pieno di soddisfazione, secco e ben bilanciato, morbido e sapido, snello e avvolgente, piacevolissimo da bere.

Ci siamo tornati su con questo duemiladiciassette e la netta sensazione di qualità del vino nella bottiglia emerge nuovamente sin dall’approccio nel bicchiere: il colore rubino è appena un po’ più scuro, il naso è subito invitante, ricco di sensazioni fruttate e floreali, pieno di verve, piccole sfumature, vi si coglie la viola, il melograno, la mora, il ribes. Il sorso è avvolgente, asciutto, lievemente tannico e di buon corpo, l’annata calda e siccitosa ne tratteggia un profilo gustativo di maggiore spessore senza però privarlo di agilità e freschezza.

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In vigna e in cantina non ci si ferma

21 marzo 2020 by

Sono giorni di particolare apprensione quelli che stiamo vivendo tutti, in larga parte ”reclusi” in casa in attesa che il tempo scorra veloce e che le buone notizie lascino presto immaginare un lento ritorno alla vita di sempre.

Ci sono ovviamente le dovute eccezioni, c’è chi negli ospedali è impegnato in prima linea da settimane nel combattere l’emergenza, chi invece non ha smesso di lavorare nemmeno un minuto per continuare a garantire i servizi essenziali per le comunità di tutto il paese come la produzione di beni di prima necessità, i servizi di assistenza e sicurezza, la logistica, per citarne solo alcuni senza i quali anche questo lento scorrere della vita al tempo del coronavirus diverrebbe di fatto impossibile.

Ciò detto, tornando a ciò che più ci appassiona e ci tiene in collegamento con queste pagine, anche in questo momento di disorientamento non bisogna perdere di vista che la coltivazione della vite e la produzione di vino hanno un calendario che in qualche maniera va seguito e rispettato anche in questo periodo segnato da non poche difficoltà.

Con Gennaio alle spalle, quando generalmente gran parte del lavoro in cantina con le fermentazioni e i processi di analisi sono superati e le prime potature in vigna ben avviate, sono proprio i mesi di Febbraio e di Marzo a divenire centrali per tutto il proseguio dell’anno.

In Febbraio, a cavallo della fine del mese, si completano in vigna le potature mentre in cantina c’è sempre gran fermento tra le vasche, dove i vini da bersi giovani terminano per gran parte le fasi della produzione mentre Cru e Selezioni sono alle prese con la definizione delle masse e ancora travasi. Altro tema sensibile in questo particolare momento dell’anno è quello della colmatura, pratica che riguarda principalmente i vini in affinamento in legno. Con il freddo infatti c’è una chiara contrazione del vino nelle botti esponendolo quindi al rischio di ossidazioni, evenienza a cui si rimedia colmando lo spazio vuoto fra la botte e la superficie del vino, attività che in alcuni casi, in particolari condizioni ambientali, può avvenire anche più di una volta a settimana.

A Marzo chi lavora in vigna sa che è questo il momento ideale per piantare nuove talee, tra l’altro proprio con la primavera riparte un lavoro programmatico della cura del vigneto per prepararlo al meglio alla ripartenza del ciclo annuale della vite. In cantina si procede invece all’imbottigliamento dei primi vini che andranno al debutto sul mercato da qui a poco, sono soprattutto vini da bersi giovani e in qualche caso gli spumanti metodo classico che hanno terminato il loro lungo percorso in bottiglia prima della sboccatura.

In Aprile, in qualche caso, vi può essere già un primo intervento di potature verdi in vigna, laddove vi siano germogli che si preferisce ‘’mettere giù’’ perché magari segnati da gelate notturne. In cantina si lavora invece alacremente nella gestione dei travasi per i Cru e le Selezioni mentre si terminano anche gli ultimi imbottigliamenti dei vini da bersi giovani e, si spera, soprattutto in questo momento di insopportabile sospensione temporale, che l’area commerciale dell’azienda torni alle prese con la gestione dei numerosi ordini di vendita da evadere.

Ci fermiamo per il momento qui, perché ci auguriamo sinceramente che superato questo brutto momento tutto possa ripartire regolarmente e in fretta: #andràtuttobene.

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Un’occasione mancata, solo rimandata

19 marzo 2020 by

L’International Taste Institute¤ è il leader mondiale nella valutazione e certificazione di alimenti e bevande di consumo da parte di professionisti. L’istituto accompagna migliaia di aziende in tutto il mondo nel migliorare la qualità dei loro prodotti rilasciando la rinomata certificazione Superior Taste Award.

C’era anche Angelo Di Costanzo tra i professionisti invitati dall’International Taste Institute di Brussels per il raduno internazionale previsto questo fine marzo prossimo, un invito per la verità atteso da tempo a cui però non si è potuto dare seguito a causa dell’emergenza covid-19.

L’istituto, con sede a Brussels, può vantare una rete multiculturale di appassionati di cibo che lavora a stretto contatto con alcuni dei migliori Chef e Sommelier del mondo. Fondato nel 2005, il Taste Institute sta crescendo rapidamente e sono ormai innumerevoli le aziende alimentari provenienti da più di 100 paesi del mondo, delle più diverse categorie di alimenti e bevande, che scelgono di misurarsi con questa prestigiosa certificazione di qualità.

I prodotti sono testati da un nutrito gruppo di esperti del gusto e membri delle più prestigiose associazioni di chef e sommelier di tutto il mondo, sono infatti solo 200 i membri della giuria che vengono accuratamente selezionati in base alla loro preziosa esperienza nella degustazione sensoriale e al proprio curriculum vitae professionale. Stiamo parlando di esperti di Food&Beverage, competenti Sommelier e Chef di ristoranti prestigiosi con stelle Michelin provenienti da oltre 20 paesi del mondo tra cui la Spagna, la Francia, l’Italia, il Portogallo, il Belgio e i Paesi Bassi.

Angelo Di Costanzo è nato a Pozzuoli e vive nei Campi Flegrei. Il Sommelier puteolano, professionista dal 2001, vanta una lunga formazione professionale con una solida e qualificata esperienza maturata sul campo: è stato Miglior Sommelier della Campania nel 2008 e nello stesso anno ”Spilla d’argento” Charme Sommelier, più volte in concorso al Trofeo Miglior Sommelier d’Italia è stato per anni Head Sommelier del prestigioso Capri Palace Hotel&Spa¤. Eletto Sommelier Italiano dell’Anno per la Guida L’Espresso 2014¤, dal 2015 è Manager¤ e Wine Specialist presso San Gregorio Ristorazione, società del gruppo Feudi di San Gregorio. E’ membro della sezione campana di ASPI¤, la prestigiosa Associazione della Sommellerie Professionale Italiana, con la quale è particolarmente attivo nelle attività di divulgazione professionale e formazione delle nuove leve di professionisti.

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Come in Borgogna a Montefredane nascono grandi vini, ad esempio il Cupo 2013 di Pietracupa

16 marzo 2020 by

Sabino Loffredo l’inafferrabile, i suoi vini bianchi, quelli di Pietracupa, ci sono e non ci sono; il Cupo, vino bianco straordinario che ad ogni millesimo diviene capace di superarsi e che va assumendo le sembianze di una di quelle etichette-mito tanto rare e ricercate a tal punto dal costringerti a non berle per non ”sprecarle”.

Oltre il manico dell’uomo vi è poi l’Irpinia, il Fiano di Avellino, Montefredane; mai il concetto di terroir poteva meglio manifestarsi in una singola bottiglia, mai quell’incrocio di condizioni naturali, fisiche e chimiche, la zona geografica ed il clima permettono la realizzazione di un vino dalle caratteristiche così uniche come nel caso del Cupo di Pietracupa, l’azienda di Montefredane con poco più di 7 ettari di vigna dai quali provengono ogni anno poco più di 40.000 bottiglie di Fiano, di Greco¤ (quest’ultimo dalla proprietà di Santa Paolina) e una manciata di Taurasi.

A Montefredane, comune di poco più di 2000 anime in alta Irpinia, hanno vigne alcune piccole e grandi realtà del territorio irpino, come Villa Diamante¤, Traerte-Vadiaperti e Feudi di San Gregorio¤, solo per citarne alcune; terra straordinaria per il Fiano¤, di grande vocazione vitivinicola, le vigne qui crescono ben oltre i 400 metri s.l.m., arrivando in alcuni punti sino ai 600 metri, con esposizioni ben ventilate e soggette a forti escursioni termiche; qui, inoltre, i suoli sono perlopiù argillosi e in larga parte più ricchi di rocce e calcare rispetto a quelli di altri famosi areali storici della docg come ad esempio Lapio o Cesinali e Santo Stefano del Sole, a maggiore connotazione vulcanica.

Una caratteristica questa che contribuisce a dare ai vini di Montefredane alcuni tratti distintivi ben precisi: sono anzitutto vini particolarmente suggestivi e longevi, talvolta sui generis, tanto dal costringere alcuni produttori, in certe annate, a dover deliberatamente rinunciare alla docg perché i vini, certe interpretazioni, non rispetterebbero appieno i canoni standard definiti dalle commissioni di assaggio della denominazione, proprio come in questo caso del Cupo che reca infatti in etichetta la menzione Campania bianco igt.

A grandi linee possiamo affermare che l’annata duemilatredici sia stata fresca e tardiva, ben inteso tra le migliori dell’ultimo ventennio da queste parti, se vogliamo di impronta classica, con vini destinati a grande longevità e una progressiva evoluzione in bottiglia tutta da scoprire.

Non a caso il Cupo duemilatredici è un vino bianco ricco, dal colore intenso e avvenente, con un naso portentoso, ampio e complesso, puro e fine, al palato morbido ma pieno di stoffa pulsante, intessuto di freschezza e mineralità. Si fanno largo sentori tostati, finanche fumé che fanno da corollario ad un quadro olfattivo tratteggiato da frutta a polpa bianca e da erbette balsamiche (menta, timo, salvia), con un sorso pieno di sostanza, vigoroso, un finale di bocca lungamente sapido. 

Perchè la Borgogna? Perché non a caso il concetto di terroir trova massima espressione proprio là in Borgogna, dove da generazioni si tramanda il mito, dove le differenze, talvolta millimetriche, le fanno i Climat prima che l’uva o il manico. Non a caso questo vino, per la sua integrità, la purezza e il suo rigore, emerge con forza anzitutto in tutta la sua fenomenale impronta territoriale. Eh sì, proprio come in Borgogna, a Montefredane, nascono grandi vini!

Leggi anche Il Cupo 2010 di Pietracupa è un grande vino! Qui.

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Ancora una piacevole conferma il Sireo bianco 2017 di Abbazia di Crapolla

13 marzo 2020 by

Il fiordo di Crapolla è un’antichissimo approdo di pescatori poco distante da S. Agata sui due golfi, nei pressi di Torca. Dell’Abbazia di San Pietro non resta che una vecchia cappella votiva intitolata allo stesso Santo, costruita con le stesse pietre dell’antico edificio.

Questa breve introduzione ci serve per riprendere le fila dell’affascinante e suggestivo progetto agricolo di Fulvio Alifano e Giuseppe Puttini, l’azienda Abbazia di Crapolla di Vico Equense, in Penisola Sorrentina, partito nel 2007.

Ne parlammo, tra i primi, già nel febbraio 2013, raccontando della primissima uscita dei vini qui prodotti, il Sireo bianco e il Nero (poi rinominato Nireo, ndr); il primo, un bianco prodotto con Falanghina e Fiano, il secondo, in maniera a dir poco insolita in Campania, con Pinot Nero in purezza. Una scelta, quella del Pinot, dettata perlopiù dalla necessità di puntare su una varietà precoce, che non ponesse a queste latitudini particolari problemi di maturità tannica. Allora ne rimanemmo abbastanza suggestionati, dal bianco in maniera particolare, ne trovate a piè pagina i rimandi alle recensioni di allora.

Nel frattempo sono diventati cinque gli ettari di proprietà, poco meno di due destinati ai vigneti di Falanghina, Fiano, Merlot, Pinot Nero e alcune altre varietà minori locali già presenti qua e là nella vecchia proprietà, mentre la restante parte sono stati lasciati alla coltivazione dell’ulivo e dell’orto.

Una Grancia, così venivano chiamate le dipendenze agricole dell’Abbazia di Crapolla di Massa Lubrense, risalente al lontano 1100, la cui salvaguardia testimonia il valore assoluto di ogni singolo pezzetto di terra di questo prezioso lembo di Costiera che si leva al cielo sino ai 300 mt s.l.m.. Qui la terra è assai fertile, caratterizzata da depositi sabbiosi e ghiaiosi di diversa natura e poggia su un substrato calcareo spesso affiorante, con copiosi sedimenti vulcanici, anzitutto lapilli e tufo verde, provenienti dalle attività eruttive del complesso dei Campi Flegrei e del Monte Somma-Vesuvio.

Qui prende vita il progetto ambizioso delle famiglie Alifano e Puttini, intessuto con grande slancio e che nel tempo si è consolidato grazie anche al prezioso contributo iniziale di Luigi Moio¤ e il lungimirante lavoro in vigna e in cantina di Arturo Erbaggio, l’enologo che li segue sin dal principio e che ne supervisiona tutte le fasi produttive aziendali. Un lavoro in vigna maniacale e dispendioso, con impianti fitti con circa 8.000 ceppi per ettaro, dove si fa lotta integrata e si lavora in regime biologico, una scelta che avvalora ancora di più il senso di resilienza che si respira da queste parti.

L’annata 2017, dopo le nevicate e le temperature rigide di inizio anno, ha fatto poi registrare costantemente valori ben al di sopra la media tanto da farla entrare di diritto tra i millesimi più caldi e siccitosi di sempre. Ci ha così consegnato un bianco equilibrato e pronto da bere, una spanna sopra le precedenti uscite per struttura (il volume alcolico è del 13,5%), tant’è pienamente appagante e ben definito.

Ed eccolo nuovamente nel bicchiere il Sireo, con l’uscita duemiladiciassette: vino bianco sorprendente, caratterizzato da un bel colore paglierino carico e da estrema finezza al naso. Il primo naso è concentrico su note fruttate e floreali, sa di fiori bianchi, frutta a polpa bianca, buccia di agrumi, a cui s’aggiungono sentori di macchia mediterranea e note appena salmastre. Il sorso è preciso, fresco, s’allunga piacevole e coinvolgente in bocca chiudendo con un finale gustoso e sapido. Insomma, una piacevole conferma!

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Comfort Wines, Il Frappato 2017 di Arianna Occhipinti

11 marzo 2020 by

Si ritorna sempre ben volentieri su certe bottiglie, vale la pena farlo quando etichette come questa di Arianna Occhipinti, dimostrano progressivamente crescita e slancio, offrendo ogni volta, ad ogni nuovo millesimo, delle belle rappresentazioni varietali e territoriali.

Come per i ”Comfort Foods” ovvero quei cibi a cui ricorriamo talvolta per soddisfare un bisogno emotivo alla ricerca di sapori consolatori, stimolanti e spesso nostalgici, così vi sono i ”Comfort Wines”, vale a dire bottiglie sicure, di solito appaganti, vini che continuano ad essere tra i più venduti sul mercato e consumati in Osterie, Wine Bar, Ristoranti e ultimamente finanche in Pizzerie, con grande successo soprattutto al calice.

Il Frappato di Arianna Occhipinti entra così, in maniera prepotente, tra i nostri Comfort Wines. E’ un vino subito invitante quello della giovane e talentuosa vignaiola siciliana, sin dal bel colore rubino granato, luminoso e bello a vedersi; stuzzicante l’olfatto, intriso di tante piccole deliziose note e sfumature che vanno rincorrendosi chiare e coinvolgenti.

E’ un carnet lieve, floreale, fruttato e terragno, ci riconosci subito sentori di rosa e violetta, ”cerase” e prugna, ma ciò che convince maggiormente di questo vino è la sua capacità di farti ritornare, sorso dopo sorso, nuovamente al bicchiere per coglierne ancora i profumi che nel frattempo virano, risaltano, spaziano in lungo e in largo nel calice. Appena tannico, sui 12,5% in volume alcolico, ha sapore coinvolgente e appagante, punta dritto al cuore e alla pancia.

E’ insomma uno di quei vini che ci piace inserire dentro ”la lista del cuore”, dove ci vanno a finire piccole e grandi bottiglie che rappresentano un vero e proprio elogio della bevibilità¤, che non smettono di raccontarsi consegnandoci ogni volta qualcosa di nuovo, imperdibile, irripetibile.

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E’ necessario un gesto di responsabilità comune: #iorestoacasa

10 marzo 2020 by

Il nostro futuro, il futuro dell’Italia è nelle nostre mani. E’ necessario che ognuno faccia la sua parte, rinunciando a qualcosa per il bene della collettività. In gioco c’è la nostra salute e quella dei nostri cari, #iorestoacasa, fermarsi per qualche giorno, sino a quando sarà necessario è un gesto di grande responsabilità e segno di profondo senso civico. E’ necessario fermarsi per ripartire più forti di prima!

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Segnalazioni| Campi Flegrei bianco Tenuta Jossa 2018 Cantine Astroni

5 marzo 2020 by

E’ un lavoro sartoriale quello che Gerardo Vernazzaro prova a condurre in porto con questa nuova etichetta, ”ritagliando” e ”imbastendo” gli ultimi 10 anni di esperienze in vigna e in cantina con questa bottiglia di Campi Flegrei bianco Tenuta Jossa duemiladiciotto.

Il racconto liquido che ne viene fuori è un viaggio emozionale nel recente passato che si chiude con un salto repentino nel futuro presente; nel bicchiere ci arriva ogni solco tracciato in vigna, il calore delle mani segnate dal freddo, l’emozione dell’ultimo raccolto, la fatica dei travasi, i millimetrici passaggi in anfora, poi defluiti in bottiglia, ogni prova d’assaggio, le cui distrazioni, gli errori e i ripensamenti si rivelano chiari e ben definiti consegnandoci una testimonianza viva e coinvolgente ad ogni sorso, un insieme di valori che sapranno, ne siamo certi, disvelare tutto il reale potenziale ancor più nei prossimi anni a venire.

Tenuta Jossa, questo il nome del vino, è anche una novità assoluta per la denominazione che troveremo sul mercato tra qualche settimana e che ci pregiamo di presentarvi con piacere nella sua veste definitiva dopo i ripetuti assaggi degli ultimi mesi¤. Su questo vino Gerardo Vernazzaro¤ ci sta lavorando con grande attenzione da diversi anni, come dicevamo; l’impianto da cui proviene è di 3 ettari – ripreso a matita in etichetta –, la metà piantati a bacca bianca e risale al 2011, allocato lungo la strada comunale che dal quartiere Pianura conduce fin su alla collina dei Camaldoli, a due passi dal centro metropolitano di Napoli, da qui si gode di un affaccio sul mare e le isole del golfo a dir poco mozzafiato.

Il vino è composito di Falanghina al 90% e per la restante parte da altre varietà autorizzate dalla doc Campi Flegrei bianco (perlopiù Fiano, ndr), denominazione rivista con alcune modifiche al disciplinare introdotte a partire dall’annata 2011 ma che in realtà, ad oggi, non era mai stata ”utilizzata” in precedenza da altre aziende flegree; la molteplice composizione varietale contribuisce ad accentuarne la verticalità e l’ampiezza del quadro olfattivo senza tradire però la solita tipicità vulcanica che ne caratterizza profondamente il profilo organolettico. Tenuta Jossa è un vino subito invitante e finissimo nei profumi, sa di agrumi, mela, felce, al palato è secco e ben sostenuto dalla freschezza, giustamente sapido nel finale di bocca. Siamo certamente di fronte ad un sensibile scatto in avanti per l’azienda napoletana e ad una grande ”nuova” opportunità per il territorio flegreo.

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Vinitaly, rimandato a Giugno il Salone del vino

3 marzo 2020 by

“In considerazione della rapida evoluzione della situazione internazionale che genera evidenti difficoltà a tutte le attività fieristiche a livello continentale, Veronafiere ha deciso di riposizionare le date di Vinitaly, Enolitech e Sol&Agrifood dal 14 al 17 giugno 2020, ovvero nel periodo migliore per assicurare a espositori e visitatori il più elevato standard qualitativo del business”.

Così Giovanni Mantovani, direttore generale di Veronafiere in chiusura del Consiglio di amministrazione della Spa, riunitosi oggi. “Vinitaly, insieme ad OperaWine – ha proseguito il direttore generale –, si svolgerà quindi in un contesto temporale in cui grandi eccellenze del made in Italy, quali Cosmoprof e Salone del mobile, per esempio, avranno il compito di rilanciare con forza l’attenzione dei mercati internazionali e l’immagine dell’Italia. In questo frangente ringraziamo le aziende per la fiducia che ci stanno dimostrando”.

La decisione è stata frutto di un’attenta analisi dei dati disponibili oltre che dell’ascolto delle posizioni degli stakeholder del mercato, incluse le principali associazioni di settore: Unione Italiana Vini, Assoenologi, Federvini, Federdoc, Federazione vignaioli indipendenti e Alleanza delle Cooperative settore vitivinicolo. “Lo spostamento a giugno di Vinitaly e di altre importanti manifestazioni internazionali nelle città di Milano e Bologna – spiega Maurizio Danese, presidente di Veronafiere – è un segnale che il made in Italy scommette su una pronta ripresa economica nei settori chiave del sistema-Paese. Auspichiamo quindi che il nuovo calendario fieristico nazionale possa generare una rinnovata fiducia ed essere strumento con cui capitalizzare la ripartenza del nostro Paese”.

Veronafiere attiverà una task force per assistere i propri clienti in ogni ambito necessario alla riorganizzazione delle manifestazioni posticipate e in stretta collaborazione con le associazioni di riferimento predisporrà tutte le azioni di incoming necessarie a garantire la presenza di buyer e operatori professionali qualificati. Sulle nuove date, inoltre, Confcommercio Verona e Cooperativa Albergatori veronesi hanno espresso massima disponibilità per favorire lo spostamento delle prenotazioni.

Nel 2021 Vinitaly sarà in calendario nelle sue date consuete (18-21 aprile); date che sono frutto dell’accordo con l’Union dei Grandi Cru di Bordeaux (UCGB) col quale dal 2013 c’è un accordo nato per incontrare le esigenze dei protagonisti del mondo del vino, buyer e stampa internazionale in particolare.

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Pozzuoli, il 24 Marzo a Villa Eubea la Masterclass ASPI FEUDISTUDI con Pierpaolo Sirch

25 febbraio 2020 by

ASPI MASTERCLASS FEUDI STUDI – FEUDI DI SAN GREGORIO

IL TERRITORIO PRIMA DI TUTTO!

Con Pierpaolo Sirch

Pozzuoli, 24 Marzo 2020

FeudiStudi è lo straordinario progetto di ricerca di Feudi di San Gregorio fortemente voluto da Antonio Capaldo che prova a raccontare ‐ con scelte di vinificazione e di affinamento senza compromessi commerciali da parte di Pierpaolo Sirch ‐ la ricchezza dei vigneti aziendali più espressivi, selezionati ogni anno fra i 700 vigneti di proprietà in base alle caratteristiche dell’annata.

Sono vini unici, prodotti in tiratura limitata (ca. 2.000 bottiglie) e non destinati ai canali commerciali tradizionali messi in bottiglie esclusive, ri‐edizione delle prime bordolesi del XVII secolo; tutto nasce due vigneti iconici di Fiano e negli anni seguenti sono stati individuati anche vigneti particolari di Greco e Aglianico.

La Masterclass, condotta da Pierpaolo Sirch e Angelo Di Costanzo si terrà presso Villa Eubea, a Pozzuoli, a partire dalle ore 19.00, è aperta ai soci ASPI e a tutti i professionisti e gli appassionati. Il costo per la partecipazione, codice MC2, è di 40 euro p.p. – 35 euro per i soci ASPI.

L’iscrizione può avvenire direttamente in sede o previa prenotazione via mail allegando copia del bonifico bancario intestato ad ASPI – IBAN IT 43 J 03111 5573 0000000010627 con la causale MC2 e cognome e nome. E’ indispensabile la prenotazione.

ASPI CAMPANIA

via Monte di Cuma 3, Pozzuoli (NA)

Tel. 081 804 6235 ‐ mail: napoli@aspi.it – campania@aspi.it

Leggi anche La prima recensione del progetto FEUDISTUDI Qui.

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L’Es di Gianfranco Fino e il principio del piacere come passione pura

21 febbraio 2020 by

Correva l’anno 2006, durante una delle mie prime partecipazioni alle degustazioni di Vitigno Italia a Napoli, allora si teneva alla Mostra d’Oltremare di Fuorigrotta, mi venne raccomandato, tra gli altri, di non perdermi un assaggio, uno straripante Primitivo pugliese; successivamente, la stima e l’affetto di Salvatore Martusciello mi concesse addirittura di poter godere di una intera bottiglia di quel vino, l’Es di Gianfranco Fino, credo fosse annata 2004.

Quel vino, assolutamente sconosciuto, devo essere sincero, mi trovò oltremodo impreparato; non tanto da un punto di vista professionale, in quanto nonostante fossi ai miei primi anni da Sommelier un po’ di bottiglie di un certo spessore le avevo già aperte e con un po’ di fortuna mi ero avviato a camminare diverse vigne qua e là in Italia e incontrare tanti ottimi produttori che mi avevano aiutato con il loro sapere. Questo vino di Gianfranco Fino, allora mi pare fosse un collaboratore di Luigi Veronelli in Puglia, segnava chiaramente uno spartiacque, almeno tra i rossi pugliesi conosciuti dal grande pubblico di appassionati sino ad allora e per quel territorio in particolare. Mai approcciato qualcosa di simile prima di allora, ne rimasi folgorato.

In quegli anni spirava un vento ”buono” e diverso in quella regione, Manduria e più in generale quelle terre sembravano acquisire un ruolo sempre più decisivo nelle sorti produttive pugliesi, areale non più relegato alla mercé dei numerosi imbottigliatori del nord che qui venivano a fare mercato ma finalmente protagonista di un processo di sviluppo concreto che vedeva di anno in anno grandi gruppi investire e sbarcare direttamente sul territorio, riuscendo al contempo lasciar emergere nuove piccole realtà che avrebbero saputo affiancare i nomi ”storici” e lasciare, a loro modo,8 un segno indelebile.

Così è stato se vogliamo per Gianfranco Fino e Simona Natale, partiti con una manciata di piante in Agro di Manduria e un grande sogno nel cassetto sino ad arrivare a mettere su, a suon di sacrifici e di successi, una splendida realtà che conta oggi tra Sava e Manduria 22 ettari di vigna di cui almeno la metà di vigne vecchie, recuperando inoltre, con un lungo lavoro certosino, le preziose viti ad alberello sposando appieno una filosofia di coltivazione della terra sostenibile e di grande autenticità.

Per quanto bizzarro come nome, Es viene scelto perché rappresenta il principio freudiano del piacere della passione pura che fugge completamente alla ragione, l’istinto di ciò che è primordiale, e così ci si avvicina a questo duemilasedici, un piccolo capolavoro di concentrazione estrema, un rosso di grande pulizia olfattiva e di enorme fascino sensoriale: il colore è rubino vivace, fitto ed elegante, il naso è un trionfo di marasca sotto spirito, prugne in confettura, spezie dolci, polvere di cacao, il sorso è pieno, potente ma vellutato, di finissima tessitura acido tannica che ben riesce ad armonizzare il 16,5% di alcol in etichetta, non certo trascurabile.

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Chianti Classico Gran Selezione Riserva Ducale Oro 2012 Ruffino

18 febbraio 2020 by

E’ l’amplesso del manuale del sommelier, la ragione di vita di chi scrive di vino, soprattutto di chi beve e scrive di vino: un vino rosso dalla grande storia, ampio, gaudente e dal finale lungo almeno quanto il nome che reca in etichetta, un po’ come ritrovarsi dinanzi alla scena dell’affondamento del Titanic¤: momento epico, l’orchestra che suona, la speranza che i soccorsi arrivino in tempo e che accada qualcosa di inaspettato nonostante il finale sia già tutto scritto.

Diciamolo subito, il Riserva Ducale Oro duemiladodici ci è piaciuto, non meno delle annate precedenti e non ha certo influito la menzione Gran Selezione che ha contribuito, se proprio vogliamo dirla tutta, solo a confondere un po’ le idee.

Così siamo andati a studiarcela e abbiamo imparato che un tempo c’era il Chianti, poi, dal 1967, la zona di produzione più antica viene meglio specificata con ”Chianti Classico”. Stiamo parlando di un’area storica più limitata, collocata fisicamente tra le province di Firenze e Siena intorno alla quale insistono poi diverse sottozone del Chianti: Colline Pisane, Colli Aretini, Colli Senesi, Colli Fiorentini, Rufina, Montalbano, Montespertoli. Tutte docg basate sul Sangiovese, previsto come minimo tra il 70% e l’80% nell’uvaggio sino all’essere utilizzato in purezza.

A questo vi si aggiungono le Riserve, quei vini cioè con invecchiamento di almeno 24 mesi e, tra i Chianti Classico con almeno 30 mesi e 13% di alcol in volume, la menzione Gran Selezione che tradotta in termini di qualità dovrebbe garantire la massima espressione possibile di questo territorio.

Cosa che questo Riserva Ducale Oro di Ruffino riesce a fare abbastanza bene, sebbene continuiamo a rimanere particolarmente suggestionati dalle versioni Sangiovese purosangue. Questo rosso nasce infatti con Sangiovese per l’80% con un saldo di Merlot e Colorino per la restante parte, uve provenienti dalle tenute di Gretole e Santedame a Castellina in Chianti. Il colore è rosso rubino con riflessi granato sull’unghia del vino nel bicchiere, il naso è subito sfrontato, ci sono rimandi alla viola e alla prugna, ancora a note fruttate di visciola e sensazioni di foglia di pomodoro e spezie dolci. Il sorso è pieno, ha tessitura importante e buon equilibro gustativo, con una interessante trama acido-tannica.

Ben presto, si vocifera, la menzione Gran Selezione potrebbe diventare marchio distintivo a disposizione di tutti i produttori del Chianti, non solo quindi per coloro i quali producono all’interno dell’area storica. Si resta a guardare quindi in attesa che accada qualcosa di inaspettato nonostante il finale sia, pare, già tutto scritto.

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Il Falerno del Massico Primitivo Conclave 2017 di Antonio Papa

14 febbraio 2020 by

C’è tanta superficialità in giro, spesso te ne accorgi al primo sorso di vino, talvolta già prima di levare il tappo, certe altre ancor prima di mettere gli occhi sull’etichetta. Poi capita di fare Oohh! Così le bottiglie di Antonio annullano qualsiasi preconcetto, quale che sia la presunzione, la convinzione con la quale credi di sapere tutto di Falerno e di Primitivo.

A Falciano del Massico si contano circa 13,5 ettari iscritti alla doc Falerno, votati prevalentemente alla produzione di Primitivo, Barbera, Piedirosso, Falanghina e Moscato e con terreni composti perlopiù di argille, crete e limo, sabbie. Qui, sul versante sud del Monte Massico, fin dal 1900 i Papa promuovono la coltivazione del vitigno Primitivo e di alcune altre varietà minori poi ammesse nel disciplinare doc nel 1988. Nel 1999 iniziano i primi imbottigliamenti e la commercializzazione del loro primo Falerno del Massico doc Primitivo, Campantuono, un rosso di grande estrazione e carattere, continuando la valorizzazione dei vitigni di proprietà coltivati sulle colline del circondario sino a circa 300 mt s.l.m..

Conclave è quindi l’altro Falerno di Antonio Papa o comunque una espressione più moderna del suo Primitivo massicano. Fa da controcanto proprio al Campantuono, se questi infatti è figlio di vecchie piante a piede franco, cloni antichi e provenienti da un vecchio sito in particolare, Conclave viene invece fuori da 3 diversi areali e da vigne messe a dimora in anni più recenti e con piante innestate su piede americano. Si tratta di piccoli appezzamenti situati a poche centinaia di metri dal cuore di Falciano del Massico, in località Pietrasbirri (1,30 ha) e più in là, verso la collina Piantagione, in località Cofanari (0,60 ha) e Santa Maria in Boccadoro (1,50 ha).

Da queste parti l’annata duemiladiciassette è stata particolarmente calda, con l’estate che ha fatto registrare temperature medie ben al di sopra delle precedenti, senonché durante la vendemmia ci sono stati ripetuti sbalzi termici e qualche pioggia che hanno contribuito a portare in cantina uve ricchissime e leggermente appassite naturalmente in pianta da due dei tre siti succitati, quelli più caldi e ventilati in collina, mentre dal sito in pianura di Pietrasbirri le uve raccolte sono risultate più turgide e snelle, tant’è si è lavorato con un raccolto per ettaro di appena 45 q.li e una resa in vino del 58%, come a dire poca roba ma di assoluta qualità e con un estratto secco sui 40 g/l.: una vera bomba! Il vino ha poi fermentato in acciaio, svolgendo un breve affinamento in tonneau prima di finire in bottiglia, senza filtraggio.

Nel bicchiere ci arriva così un vino dal bellissimo colore rubino-porpora, avvenente, profondo e suggestivo, dai profumi originali e di sapore secco, morbido, caldo, avvolgente, sapido. Ha un naso portentoso, si rincorrono sentori floreali e di piccoli frutti ben maturi, dolci sensazioni speziate e riverberi balsamici sottili ed eleganti. Sa di lamponi e more, è succoso di visciola, di cacao e liquirizia. Il sorso è secco, potente e seducente, il frutto è quasi masticabile, l’acidità, il tannino e la glicerina sono ben fusi e regalano una beva importante, decisa ma sostenibile. Un sorso di piacevolezza assoluta, mai stucchevole o stancante, un piccolo capolavoro!

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Torelle è il sogno di Emanuele Guardascione che si fa Falerno del Massico rosso 2015

11 febbraio 2020 by

Una bella novità in terra di Falerno che merita assolutamente di essere conosciuta, l’azienda è a Cascano di Sessa Aurunca, nel cuore dell’Ager Falernus, con il vulcano spento di Roccamonfina a nord-est e il Monte Massico a Sud-ovest.

L’azienda della famiglia napoletana Guardascione vede la luce poco più di dieci anni fa, nel 2009, con l’acquisto di 16 ettari in località Torelle, nel comune di Sessa Aurunca, ad opera di Emanuele. Era un giovane agronomo e la sua più grande passione era la viticoltura, nutriva il sogno di contribuire a rinverdire i fasti di questo straordinario territorio da oltre duemila anni sulla bocca di tutti.

Dopo la laurea in agraria inizia il suo percorso, prima affiancando Pierpaolo Sirch presso Feudi San Gregorio, poi trasferendosi per qualche anno presso l’azienda cilentana di Paola e Bruno De Conciliis, esperienze che lo aiutano nell’indirizzare il suo modello di approccio al mondo del vino: ricerca e pragmatismo in vigna, senza perdere di vista uno sviluppo eco-sostenibile e i vini prodotti come essenza del territorio di provenienza. Nel 2010 pianta così i suoi primi 2,5 ettari di Aglianico e nel 2014, dopo aver rilevato una piccola cantina nella frazione di Cascano di Sessa Aurunca, riesce a portare a termine anche la sua prima vendemmia allorché viene a mancare prematuramente all’età di soli 29 anni.

Giuliana, la sorella, a cui Emanuele ha provato a consegnare il testimone nonostante il troppo poco tempo a disposizione, ne ha subito raccolto il lascito valoriale e con grande slancio continua a metterci l’anima nel portare avanti un sogno divenuto frattanto una splendida realtà. L’azienda produce oggi circa 12.000 bottiglie di vino con uve provenienti da vigneti coltivati tutti in regime biologico proprio a ridosso del vulcano spento di Roccamonfina. Qui si punta anzitutto sul Falerno ma anche nella valorizzazione della i.g.t. Roccamonfina sotto la quale si produce una Falanghina, un rosso e un rosato sempre da Aglianico.  

“É” duemilaquindici, il Falerno di Torelle non è ancora in commercio, è un Falerno rosso con Aglianico al 99% e un lungo affinamento in acciaio, legni e bottiglia, ben 60 mesi, anche per questo ha un sapore assolutamente ancestrale, dal colore rubino vivace e un naso sfrontato e guascone, con quel timbro vinoso, floreale, fruttato e speziato e un sorso sottile, fresco, polposo e saporito, finanche sgraziato nel suo incedere gustativo ma pienamente autentico.

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Una grande storia enologica italiana, il Gattinara Riserva 2013 di Travaglini ad esempio

8 febbraio 2020 by

Prende il via da un’intuizione di Giancarlo Travaglini, nel 1958, che decide di dare una forma inconfondibile alla bottiglia che ancora oggi contiene i suoi vini Gattinara. Una bottiglia diventata poi iconica e che oggi viene addirittura esposta al MoMa¤ di New York.

Per molti, inizialmente, poteva sembrare una trovata per i turisti americani ed europei in gita per le langhe, buona per un ultimo souvenir a corredo delle tante prestigiose bottiglie di Barolo e Barbaresco che recavano con loro rientrando nel loro paese. E invece no, ”un grande vino non poteva certo finire in una normale bottiglia” amava ripetere Giancarlo Travaglini che nel ’58 pensò ad una vera e propria opera d’arte per contenere i suoi vini; una bottiglia studiata con attenzione e tecnicamente perfetta anche se dalla forma insolita: una bottiglia particolare, ergonomica, che agevola il lavoro durante la decantazione perchè capace di trattenere gli eventuali sedimenti naturali che i vini dal lungo invecchiamento possono contenere. La storia e la straordinaria complessità dei suoi Gattinara hanno saputo poi fare il resto!

E’ un territorio unico quello del Gattinara d.o.c.g., qui la terra ha la stessa composizione mineralogica delle Alpi, composta di graniti, porfidi, particolarmente ricca di ferro. Sono suoli leggeri, ricchi di scheletro e a forte reazione acida per l’assenza di calcare dovuta alla scarsa concentrazione di carbonato di calcio e magnesio.

I Travaglini qui detengono circa 59 ettari di proprietà di cui ben 44 votati esclusivamente alla coltivazione della vite, viene coltivato perlopiù Nebbiolo, cui si affiancano alcuni impianti di Vespolina e Uva Rara che confluiscono nella produzione dell’unico vino rosso senza Nebbiolo dell’azienda. Stiamo parlando di vigne che hanno un età compresa tra i 6 e 45 anni, tutti esposti a sud, sud-ovest curate con maniacale attenzione durante tutto il ciclo produttivo così da condurre in cantina uve sanissime e di primissima qualità. 

Non solo in vigna però, c’è poi lo scrupoloso lavoro in cantina prima di affidare questi vini alle ”mani del tempo”, alla loro permanenza in legno e in bottiglia; il Gattinara Riserva ad esempio ha un affinamento minimo di 5 anni, di cui 4 in botti rovere di Slavonia e una piccola percentuale con affinamento in legni più piccoli, per un anno, mentre poi può rimanere in bottiglia ancora per almeno 8 mesi.

Questo Gattinara Riserva duemilatredici ha uno splendido colore granato intenso, il naso è subito ampio e imponente nella sua finezza, si capisce subito di trovarsi dinanzi a un vino di classe cristallina: è un rosso che da grande respiro al Nebbiolo piemontese, ha sentori floreali e fruttati di rosa e viola, tamarindo, un lieve tono di tabacco, con spezie fini in sottofondo ed una forte componente minerale che ha la meglio soprattutto al palato. Il sorso è piacevolmente tannico, fresco e persistente, con un gran finale di bocca rinfrancante. E’ proprio il caso di dire di trovarci dinanzi ad una grande bottiglia della storia enologica italiana!

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L’Ager Falernus, oltre duemila anni di storia sulla bocca di tutti, le degustazioni della Masterclass!

5 febbraio 2020 by

E’ stata una bellissima esperienza umana nonché di crescita professionale guidare la Masterclass¤ di Aspi Campania tenuta a Pozzuoli in collaborazione con il Consorzio ViTiCa, ente che Tutela i Vini D.O.C. Falerno del Massico¤, Asprinio di Aversa, Galluccio e le I.G.T. Terre del Volturno e Roccamonfina.

La storia ci ha sempre raccontato che il Falernum già in epoca romana veniva considerato vera e propria rarità enologica tanto dall’essere addirittura riconosciuto con ben tre sottodenominazioni a seconda della sua provenienza geografica. Era chiamato comunemente vinum Falernum tutto quello prodotto nell’Ager ma generalmente da vigne allocate in pianura; il Faustianum invece era quello tralciato nell’area appena pedecollinare mentre veniva riconosciuto Caucinum solo quello più prezioso, proveniente dall’alta collina.

A seconda poi delle caratteristiche organolettiche che tali vini esprimevano, vi era anche una distinzione per tipologia del tipo Austerum per i vini austeri e/o astringenti, Dulce se appunto dolci o Tenue quando leggiadri e beverini. Parliamo certamente di vini che avevano ben poco a che vedere con l’odierna qualità espressa in terra di Falerno, ma la particolare attenzione riservata a questo vino ci suggerisce quanto queste terre fossero già allora vocate alla viticultura e, per i palati di allora, apprezzati i vini qui prodotti.

Oggi, pur avendone ben chiari i confini della doc Falerno del Massico non è affatto semplice riassumerne per intero una zonazione efficace di tale territorio che, oltretutto, gravita attorno al massiccio del Monte Massico facendo sì che si passi da terreni pedemontani a collinari – con tutte le implicazioni pedoclimatiche, ndr -, sino ad arrivare letteralmente al mare. Alcuni riferimenti che possono però aiutarci a comprendere meglio ciò che provano a raccontare certe bottiglie che vanno in giro ci teniamo comunque a precisarli.

Nell’areale di Sessa Aurunca insistono circa 78 ettari denunciati alla doc, coltivati prevalentemente con Aglianico, Piedirosso, Falanghina e Primitivo; qui i terreni sono generalmente caratterizzati da tufo nell’interno, verso il vulcano spento di Roccamonfina e sabbia e limo verso la costa sino al mare.

Cellole conta 25 ettari coltivati con Aglianico, Piedirosso, Falanghina, Primitivo, qui i terreni sono sostanzialmente caratterizzati da sabbia e limo con alcuni tratti di origine alluvionale.

A Carinola e nei suoi dintorni insistono 26 ettari piantati con Aglianico, Piedirosso, Falanghina, qui il vigneto sembra essere più omogeneo su tufo e argille.

Falciano del Massico il vigneto doc conta circa 13,5 ettari votati a Primitivo, Barbera, Piedirosso, Falanghina, Moscato con terreni frammisti di argille, crete e limo, sabbie.

Infine Mondragone, con i suoi 8,5 ettari di Primitivo e Falanghina e le sue vigne che diradano sino a due passi dal mare, qui i terreni sono composti perlopiù da limo, sabbie con misto argille.

Una terra straordinaria quindi l’Ager Falernus che oggi potremmo così definire: di qua, a partire da sud-ovest, Mondragone, Falciano e, verso nord-est, Carinola. Di là, a nord, Cellole e poi Sessa Aurunca con le sue frazioni di Carano e Cascano verso est che si spingono fin su il vulcano spento di Roccamonfina. Ad ogni modo un territorio tutto da scoprire, da bere, ricordare a cominciare da questi sette nomi…

Falerno del Massico bianco Aurunco 2018 La Masseria di Sessa. Una piacevole scoperta questa splendida realtà del comune di Sessa Aurunca. In linea con i principi di produzione naturale qui il vino biologico viene prodotto in maniera rigorosa a partire da frutti sani e ricchi di materia viva, una coltivazione senza ammendanti chimici, utilizzando per i terreni solo compost aziendale, fino ad un processo di trasformazione che abbina gli antichi metodi con una modernissima tecnica di pressatura che utilizza gas naturale per l’estrazione del mosto tale da consentire la riduzione, e in alcuni vini, la totale assenza dell’utilizzo dell’anidride solforosa. E’ un Falerno nuovo, affianca alla Falanghina un piccolo saldo di Fiano, è luminoso, ampio al naso, caratterizzato dal candore del debuttante ma con tanta buona materia dentro. Farà la sua strada.

Falerno del Massico bianco Vigna Caracci 2016 Villa Matilde Avallone¤. La storia di Villa Matilde comincia negli anni Sessanta con Francesco Paolo Avallone, avvocato e appassionato cultore di vini antichi, che, incuriosito dai racconti di Plinio e dai versi di Virgilio, Marziale ed Orazio sul vinum Falernum, decise di riportare in vita il leggendario vino scomparso al principio del secolo scorso. Dopo anni di studio, individuò le viti che avevano dato vita al Falerno in epoca romana: pochi ceppi sopravvissuti miracolosamente alla devastazione della fillossera di fine Ottocento vennero così ripiantati, con l’aiuto di pochi contadini locali, proprio nel territorio del Massico, dove un tempo erano prosperati e fondò Villa Matilde.

Oggi l’azienda è guidata dai figli di Francesco Paolo, Maria Ida e Salvatore Avallone che con dedizione esclusiva proseguono il sogno e il progetto del padre raccogliendone l’importante eredità guardando ancora oltre. Vigna Caracci duemilasedici è il Falerno bianco, espressione di questo territorio che trova nella sostenibilità e nella ricerca la sua forza e la sua proiezione. Ha un colore oro luminoso, il naso è intriso di tante piacevole sensazioni balsamiche, fruttate, floreali, melliflue, con quel sorso sferzante e caparbio, sapido e lunghissimo.

Falerno del Massico rosso 1880 2016 Bianchini Rossetti¤. La famiglia Rossetti è qui da oltre tre generazioni, l’azienda produce oggi Falerno del Massico con le uve di proprietà provenienti perlopiù dalla collina di San Paolo, nel cuore di Casale di Carinola. In prima linea da circa un ventennio ci sono Tony Rossetti e l’instancabile Zio Francesco, artefici dell’ultimo rinnovamento aziendale. La filosofia è semplice e chiara: produrre vini di qualità nel rispetto del territorio. Non ricordiamo di questo vino una sola sbavatura, giunti alla decima annata assaggiata con il duemilasedici ci appare sempre in grande forma, dal colore rubino vivace e con un naso fierissimo, pieno di sottili sfumature che fanno dei due varietali Aglianico e Piedirosso espressione unica di questa terra!

Falerno del Massico Primitivo Conclave 2017 Gennaro Papa¤. Produttori storici a Falciano del Massico, nel versante che guarda a sud del Monte Massico, fin dal 1900 promuovono la coltivazione del vitigno Primitivo oltre al moscato e ad altri vitigni minori poi ammessi nel disciplinare doc nel 1988. Dal 1999 iniziano gli imbottigliamenti e la commercializzazione del Falerno del Massico doc Primitivo e la valorizzazione dei vitigni storici coltivati sulle colline a 300 mt s.l.m. e contestualmente iniziano un lavoro di ricerca assiduo che da nuova linfa al territorio e alla viticultura dell’areale. E’ un gran bel bere il vino di Antonio Papa, profondo e suggestivo, nel colore, nei profumi straordinariamente originali e nel sapore secco, morbido, caldo, avvolgente, sapido. Ne torneremo a raccontare più dettagliatamente.

Falerno del Massico Primitivo Primo Antico 2017 Cantina Trabucco. L’azienda di Nicola e Danilo Trabucco nasce nel 2003 nel piccolo comune di Carinola, alle pendici del Monte Massico con l’obbiettivo di produrre vini territoriali di pregio che possono esprimere in tutta la loro pienezza, la forza e l’eleganza del territorio d’origine. Primo Antico duemiladiciassette nasce con una idea precisa, quella di avvicinare al Falerno massicano bevitori seriali e a guardare il risultato nel bicchiere ci appare un messaggio chiaro ed inequivocabile, oltre che vincente!

Falerno del Massico rosso Etichetta Bronzo 2013 Masseria Felicia¤ – Sessa Aurunca. Camminare a passi lenti e brevi tra i filari e lasciarsi cogliere da un sorriso, quasi una smorfia della bocca che si trasforma in mezzaluna, e illuminare l’aria. Questa semplice azione che poi si è trasformata in abitudine, è quella che ha spinto Maria Felicia a viverci tra queste vigne e questi uliveti. Collocata alle falde del Monte Massico, eccoci dinanzi ad un Falerno del Massico di antica tradizione e nuova identità. Etichetta Bronzo duemilatredici è un rosso meravigliosamente squadrato, dal colore rubino profondo con delicate sfumature di alleggerimento sull’unghia del vino nel bicchiere. Il naso è ricco, subito verticale, parte sfrontato, accigliato, speziato, poi viene fuori l’amarena, la prugna, sentori di tabacco. Il sorso è slanciato, perentorio il tannino, tanto è caparbio che ti sembra quasi di masticarlo, ma lo perdi tra un morso e l’altro del frutto polposo e gaudente.

Falerno del Massico rosso E’ 2015 Torelle. L’azienda della famiglia Guardascione nasce nel 2009 con l’acquisto dei terreni, in località Torelle nel comune di Sessa Aurunca per intuizione di Emanuele. Era un agronomo e la sua più grande passione era la viticoltura. Dopo la laurea in agraria iniziò il suo percorso, prima con Pierpaolo Sirch presso Feudi San Gregorio, poi per qualche anno presso l’azienda cilentana De Conciliis. Nel 2010 piantò i primi 2,5 ettari di Aglianico e nel 2014 rilevó una piccola cantina nella frazione di Cascano, sempre nel comune di Sessa Aurunca, dove portò a termine la sua prima vendemmia allorché venne a mancare prematuramente all’età di soli 29 anni.

Giuliana, la sorella, a cui Emanuele ha provato a consegnare il testimone nonostante il troppo poco tempo a disposizione, ha subito raccolto con grande slancio l’eredità del fratello e continua a metterci l’anima nel portare avanti il loro sogno, rinverdire i fasti del Falerno. L’azienda produce oggi circa 12.000 bottiglie di vino con uve provenienti da vigneti coltivati in biologico proprio a ridosso del vulcano spento di Roccamonfina. Falé duemilaquindici non è ancora in commercio, è un Falerno dal sapore ancestrale, vivace e sfrontato al naso, vinoso, floreale, fruttato, quanto sottile e saporito al palato. Ci ha aperto gli occhi su un’altra splendida realtà dell’Ager da tenere d’occhio nei prossimi anni. Ci torneremo su.

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Pozzuoli, il Piedirosso Campi Flegrei 2018 dell’azienda agricola Mario Portolano

4 febbraio 2020 by

Siamo a Pozzuoli, ai piedi della Collina che anticipa le ripide pareti di tufo giallo di Monte S. Angelo, sul versante nord della piana di Toiano, luogo dove sorge oggi uno dei quartieri più popolati del comune flegreo.

Sino alla fine degli anni ’60 qui era tutta campagna, vi erano perlopiù frutteti, campi agricoli votati alla coltivazione di mele annurche e arance, verdure e ortaggi, poi qua e là i coloni piantavano filari di varietà Montepulciano, Piedirosso e Trebbiano allevate con il tradizionale sistema dello Spalatrone Puteolano per farne vino di sostentamento, niente di che da un punto di vista commerciale.

Con il primo Bradisismo degli anni ’70, l’evacuazione definitiva del Rione Terra e del centro storico di Pozzuoli fu proprio questa l’area scelta per l’insediamento delle nuove case popolari che spostò qui, a partire dal 1974 e sino a metà anni ’80, gran parte della popolazione puteolana che in quegli anni si era un po’ dispersa in alloggi di fortuna tra la provincia a nord di Napoli e la fascia costiera Domitiana, sino a Castelvolturno e Mondragone in provincia di Caserta, Formia, Gaeta e Latina nel basso Lazio.

Mario Portolano¤, imprenditore napoletano lungimirante, alle prese con la prosecuzione dell’impresa di famiglia impegnata nel manifatturiero di pregio dal 1895, con attività commerciali nel centro storico di Napoli, poi a Roma e Milano, aveva investito in proprietà agricole proprio qui a Toiano, dove nel fine settimana amava trascorrere le giornate in famiglia e dedicarsi al lavoro in campagna e alla coltivazione della vite per farne vino per se e per gli amici più cari. Dopo le ultime espropriazioni, a fine anni ’80, riesce a mantenere almeno questo pezzo di terra, già Masseria Murro, per continuarci a vivere nel fine settimana e a fare vino.

Poco più di 4 ettari caratterizzati da sabbie vulcaniche e tufo giallo, piantati con ceppi di Aglianico provenienti da Taurasi e Piedirosso dei Campi Flegrei, vigne tutte ben esposte a sud con piante di almeno 30 anni, collocate su ripidi terrazzamenti che avanzano per centinaia di metri sulla Collina che anticipa le pareti di tufo giallo di Monte S. Angelo; qui, in certe estati, durante il giorno le temperature si alzano fin sopra i 35°/40° ma le vigne restano costantemente rinfrescate dal vento che arriva direttamente dal mare del golfo di Pozzuoli dopo aver spazzato praticamente tutta la conca ”entrando” dal Monte Barbaro sino a scivolare via verso Monterusciello e Licola.

Un microclima unico che contribuisce a produrre uve di grande qualità, sane e con tanta materia, in cantina arrivano mosti sempre molto ricchi che l’ottimo Gianluca Tommaselli, l’enologo che segue l’azienda della famiglia Portolano in cantina, riesce a ben interpretare alla sua maniera, con manico diligente ed essenziale, niente utilizzo del legno, solo acciaio e qualche mese di bottiglia.

Così anche a questo giro viene fuori un Piedirosso flegreo di particolare carattere, un duemiladiciotto che veste un colore rubino dal tono vivace, con un naso fitto e intriso di sensazioni floreali e fruttate dolci e invitanti, sa di violetta e piccoli frutti rossi e neri, poi un accenno speziato, il sorso è carnoso, pieno, equilibrato, regala un assaggio morbido, dal finale di bocca misurato, avvolgente e sapido. Se appena un anno fa potevamo raccontarvi di una piacevole scoperta oggi siamo certi di ritrovarci dinanzi ad una ragionevole certezza!

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Il Colle Rotondella 2018 di Cantine Astroni è l’omaggio di Gerardo Vernazzaro alla sua Napoli

2 febbraio 2020 by

E’ un ideale, quello dell’appartenenza, che conservano un po’ tutti i produttori e i viticoltori a cui generalmente rivolgiamo la nostra attenzione, tra questi, negli anni, alcuni hanno saputo raccogliere il testimone dalla generazione precedente segnando in maniera profonda e inconfondibile il futuro dell’azienda di famiglia.

La famiglia napoletana Varchetta da quattro generazioni è impegnata ad affiancare al florido commercio di uve e vini puntuali e lodevoli investimenti in un territorio dove piantare una vigna spesso può rivelarsi impresa difficile quasi quanto programmare il lancio di una sonda esplorativa nello spazio.

Così, più o meno vent’anni fa, è nato il progetto Cantine Astroni, un cambio di passo decisivo per la famiglia ma anche, soprattutto, un nuovo modo di guardare al territorio non più in maniera passiva bensì diventandone tra i protagonisti più attivi, convertendo e piantando vigne oggi tra le più suggestive intorno a Napoli e mettendo su una cantina bella e funzionale, tecnologicamente all’avanguardia, proprio a due passi dal centro città e dalla Riserva naturale del Cratere degli Astroni¤, là dove oggi è possibile per chiunque andare e toccare con mano uno spirito nuovo fuori dai soliti luoghi comuni di una periferia altrimenti assediata dal cemento.

Proprio dalle vigne del circondario flegreo e dell’areale dei Camaldoli, da un vigneto di circa tre ettari piantati perlopiù con Piedirosso dei Campi Flegrei, provengono le uve di questo delizioso rosso, il Colle Rotondella, che pare riassumere tutto quello che un vino di questo territorio deve saper garantire in tutta la sua sfrontata giovinezza: un colore avvenente, profumi seducenti e ruffiani, una beva scorrevole e furba, non priva però del giusto carattere.

E’ un rosso tremendamente contemporaneo, decisamente didattico per chi si avvicina alla tipologia, dal colore rubino con vivaci sfumature quasi porpora sull’unghia del vino nel bicchiere, con un naso estremamente varietale, vinoso, floreale di gerani e di piccoli frutti rossi e neri maturi. L’anima più tradizionale del Piedirosso flegreo qui è sorretta anche da un frutto dalle piacevolissime sfumature speziate ed una fresca tessitura gustativa abilmente interpretate da Gerardo Vernazzaro proprio grazie alla sua lunga esperienza di studio del territorio e del varietale. Il sorso è secco e morbido, dona piacere di beva che grazia il palato e un sorso che ne richiama subito un altro. Questo duemiladiciotto ci appare un vero e proprio elogio alla bevibilità¤, nonché un sincero omaggio a Napoli e alla napoletanità da parte di uno dei suoi più attenti e preparati interpreti enoici in circolazione!

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Mai più ”nemo propheta in patria”!

1 febbraio 2020 by

E’ stato necessario qualche giorno di decantazione, per dirla con parole enoiche, era necessaria un’attenta analisi del vortice di sensazioni ed emozioni raccolte durante la lezione¤ di approfondimento sui Campi Flegrei tenuta al Corso Propedeutico per Sommelier ASPI¤ che ha visto riunirsi eccezionalmente gli aspiranti Sommelier di I° e II° livello.

Sono poi pervenuti tantissimi attestati di stima e messaggi da amici e semplici appassionati, produttori e colleghi professionisti a conferma di quanto sia fondamentale mantenere alta l’attenzione e la collaborazione tra tutti del mondo del vino per guardare al futuro con maggiore entusiasmo e per fare sempre meglio.

Ho a lungo studiato questo territorio, continuo a farlo ogni giorno provando a coglierne le peculiarità, un approfondimento costante, maturato in oltre 20 anni di esperienza e nato dall’esigenza di raccontare la memoria di questi luoghi meravigliosi che a forza di vederceli sempre sotto al naso quasi si rischia di non coglierne il reale valore storico e culturale che serbano in sé.

Una memoria straordinaria tratteggiata di tufo e cenere, piena di testimonianze, di presenza, di resilienza, valori unici ma che ogni giorno rischiano di dissolversi nel mare magnum della distrazione di massa a cui siamo costretti, un rischio che portato all’eccesso può provocare la scomparsa di principi fondanti. Non è così che deve andare.

Ecco perché questa memoria va preservata, conosciuta a fondo e trasferita al prossimo in maniera che a sua volta questi possa averne cura a trasferirla nuovamente al futuro.

Chi ha vissuto, lavorato, faticato prima di noi queste terre merita rispetto, vieppiù chi continua a farlo nel rispetto della memoria preservandone tradizioni e luoghi che altrimenti sarebbero in balìa dell’urbanizzazione massiva e la più becera speculazione edilizia. La vocazione naturale di certi luoghi deve rimanere tale e chi può contribuire alla loro valorizzazione deve farlo, deve essere sostenuto, senza remora alcuna.

Custodire questi luoghi, aver cura di queste terre, di certe vigne storiche ad esempio, raccontare i vini qui prodotti, è un atto d’amore indispensabile a cui non è possibile sottrarsi.

Un atto d’amore che vede in prima linea produttori e vignaioli, professionisti e appassionati, donne e uomini che continuano a muoversi tra mille difficoltà su un terreno non sempre facile, talvolta a dir poco complesso ma che, forse, anche per questo, diviene ancor più significativo e unico nel suo genere e che merita di essere raccontato al mondo e soprattutto conosciuto di più dalle stesse popolazioni locali che spesso nemmeno hanno percezione di questo patrimonio. Mai più ”nemo propheta in patria”!

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Ci ha lasciati Michele Moio

29 gennaio 2020 by

Ci ha lasciati oggi, all’età di 91 anni, Michele Moio¤. Con la sua storia, i suoi vini, è stato un riferimento assoluto del vino campano, per tutti il papà del Falerno, grande interprete del Primitivo, suo uno¤ dei vini più amati e conosciuti dagli appassionati, il rosso Moio 57, nato sotto il segno di quella straordinaria annata nell’Ager Falernus e, con il Taurasi, tra i primi vini rossi campani a varcare i confini regionali.

Alla figlia Rosa e ai figli Bruno e Luigi che hanno continuato sulla sua strada e a tutta la famiglia Moio il nostro profondo cordoglio per la perdita di un uomo che tanto ha dato alla storia del vino campano.

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